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Ecologia di mercato

statue of liberty under water Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sebbene per appartenenza generazionale io sia ahimè più vicina ai detrattori che ai fan, non so trattenere la collera nei confronti di chi, col cappotto di cammello e il suv parcheggiato lungo il percorso della manifestazione, o invece ben collocato davanti allo schermo del Pc, impartisce la pedagogia, differente nelle modalità espressive, ma analoga nelle motivazioni: andè a lavura’, oppure vi insegno io come si fa il ’68, il ’77 e pure la corazzata Potemkin e l’ingresso a Cuba con Che,  che, visti i risultati, non appare poi né  credibile né convincente. Gli uni convinti che si tratti al più di anime belle, moleste e visionarie da dileggiare e contrastare perché ostacolano lo sviluppo, gli altri, posseduti dal disincanto e dall’invidia, che non vogliono mollare l’osso spolpato della “critica”, ormai ridotta a stanca nostalgia e a uno spirito “umanitario” che nulla vuole e può contro il totalitarismo economico e finanziario.

Piacerebbe anche a me il racconto gentile di un mondo salvato dai ragazzini, di un/una piccola davide contro i  golia, di una fanciullina che smaschera le nudità suicide dell’impero,  declinato in governi nazionali, nelle istituzioni internazionali, nelle municipalità e nelle associazioni imprenditoriali, nei sindacati, nelle cosiddette forze politiche e nell’informazione, e che nel nostro Paese sono incarnate perfettamente nel fronte che sostiene l’alta velocità, un prodotto ideologico che contiene in sé anche un finto messaggio verde, quello della conversione al ferro del traffico merci, a nascondere sacco del territorio, impatto pesante,  impiego di materiali inquinanti, occupazione a termine e dequalificata, oltre a un costo economico formidabile a fronte di irrilevanti benefici, ammesso che esistano davvero.

Però non è azzardato, né malevolo dire che siamo di fronte a un “fenomeno”, che si colloca ben bene nella conversione del dissenso in spot, in modo da normalizzarlo o meglio ancora da ambientarci un messaggio inequivocabile, gridato da una vocina infantile quindi potentissima  nell’attività di risveglio di coscienze assopite  in nome e per conto della “future generazioni”.  Un messaggio che è quello che da sempre si addice ai padroni del mondo, quello del richiamo all’assunzione di una responsabilità collettiva, per via della  quale, essendo tutti a pari grado colpevoli, saremmo tutti ugualmente impegnati, i Riva come la massaia che non fa la differenziata, l’Eni come l’impiegato che non spegne il Pc prima di lasciare l’ufficio, Autostrade come il pendolare che usa l’auto per andare al lavoro. Lo stesso che  ci esorta tutti a spenderci per condividere l’immane prezzo delle migrazioni in corso ( si calcola che nell’Africa subsahariana saranno più di 200 milioni le persone costrette ad abbandonare la propria casa entro il 2050 e già il 30% degli abitanti della zona del Sahel del Burkina Faso ha dovuto migrare negli ultimi vent’anni), che pare diventato l’unico problema che preoccupa governi e forze politiche di mezzo mondo, o che ci chiama  a raccolta per difenderci dall’invasione, nascondendone le cause remote e vicine, guerre di occupazione e saccheggio, colonialismo con relativa esportazione di corruzione e altre patologie “democratiche”.

Per questo non c’è poi molto da sperare in questa “insorgenza”, nella possibilità che un ’48 o ’68 ambientalista  venga lasciato  crescere in dimensioni, radicalità e capacità di articolarsi in programmi e iniziative, anche ammesso che non sia già occupato e “posseduto”  dalla deriva delle  politiche ufficiali, tutte a vario titolo compromesse, comprese quelle che hanno  effettuato una diagnosi delle cause e delle dinamiche dei cambiamenti climatici, ma che non vogliono più che non sapere, trovare delle soluzioni. Perché si tratta di rovesciare completamente il modello di sviluppo, di contenerne le velleità dissipatrici, di abbattere l’idolo della crescita smisurata e illimitata, di limitare i consumi dissoluti di chi ha e le aspettative legittime ma ormai temerarie di chi vorrebbe avere altrettanto.

Si, non c’è molto da sperare su un cambio di rotta che ha l’effetto di qualche cerotto, di qualche aggiustamento riparatore quando servirebbe semplicemente una rivoluzione che traslochi le decisioni e gli atti dai palazzi e dalle centrali di comando alla “cittadinanza”, che disarmi la globalizzazione fondata sul depredare per più consumare,  ma che, soprattutto,  non affidi al mercato, come principio regolatore del funzionamento del sistema sociale, la soluzione dei problemi che il mercato produce, obbedendo all’imperativo di salvare il capitale naturale per  salvare il capitale economico e finanziario cui è affidata la gestione della nostra sopravvivenza.

Che a questo serve il mito “riformista” della green economy, la menzogna rassicurante che i veleni si contengano regolandoli con la negoziazione borsistica e con un sistema commerciale di trading, che sia sufficiente accreditare la sostenibilità come business e la salvaguardia come brand profittevole, che le  “soluzioni” possano ruotare intorno alla monetizzazione della natura,  alla appropriazione ad un costo il più basso possibile, o perfino gratis, delle risorse per  contrattarle al prezzo più alto possibile, dando vita a un sistema di commercio internazionale che consente ai paesi industrializzati nell’Occidente di esonerarsi dagli obblighi di riduzione dei gas serra investendo nel brand delle emissioni. E promuovendo una “cultura” ecologica che dovrebbe responsabilizzare la collettività risparmiando le imprese e il sistema finanziario dall’imposizione di regole e limiti alla pressione inquinante e alla speculazione con l’intento di trasferire la responsabilità dalle relazioni sociali capitalistiche agli atteggiamenti individuali, perfino propagandando il credo fideistico nella decrescita che immagina di poter incorporare mercato, denaro, lavoro, proprietà così come sono, in una arcadia del dopo-sviluppo.

Nemmeno i 10 più ricchi del mondo si salveranno così  in quel mondo venturo, tra ecologia e salute, fitness e wellness,  che rotolerà vuoto e disperato,  nel quale il sole non riuscirà a specchiarsi nei cristalli dei grattacieli di Wall Street, senza olio di palma, light e deterso, rispettoso di celiaci e intolleranti, che nel frattempo si saranno modernamente estinti.

 

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La faccia oscura della Terra

apocalyps_2015Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che peccato, la Cina considera concluso l’esperimento che aveva condotto nel Chang’e 4, il lander mandato sulla luna per esplorarne il suolo ed effettuare test grazie all’ambiente “naturale” creato nell’orticello dove si sviluppano processi di fotosintesi e “respirazione”.

È infatti morto di freddo il germoglio di cotone spuntato nella mini serra che aveva fatto fantasticare potesse prosperare la vita, così come la immaginiamo noi, sul lato oscuro del pianeta.

Ecco, crollano le speranze di rifugiarci là in un tempo non troppo lontano, quando l’apocalisse già cominciata ci costringerà ad impiegare per l’esodo le magnifiche sorti progressive della tecnologia, augurandoci che nel posto dove si andrà a ripetere la follia suicida e dissipatrice che abbiamo consumato qui non ci sia un ometto verde, ma guarda la coincidenza, che preferisce aiutarci in terra nostra.

Sono tempi duri per l’Antropocene, come habitat dell’uomo.   Stiamo camminando sull’orlo dell’inferno e abbiamo già sfiorato quell’aumento  delle temperature che secondo molti scienziati avrebbe  segnato la fine della civiltà. Con gli esiti che sappiamo e cui continuiamo a guardare come se fossero le inquadrature di un colossal rovinologico, con molte comparse nelle vesti di migranti climatici ( si calcola che nell’Africa subsahariana saranno più di 200 milioni le persone costrette ad abbandonare la propria casa entro il 2050 e già il 30% degli abitanti della zona del Sahel del Burkina Faso ha dovuto migrare negli ultimi vent’anni), con affetti speciali del filone catastrofista che vanno dall’innalzamento dei mari con la cancellazione di intere fasce costiere, Venezia e San Francisco comprese, la perdita di acqua dolce e fenomeni di siccità  e desertificazione, fenomeni alluvionali estremi,  scomparsa di specie, fame e sete per milioni di persone, ondate di calore sempre più intense alternate a violente tempeste di pioggia.

Anche il nostro cinemino sotto casa proietta lo stesso film. Secondo il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici nel periodo tra il 2020 e il 2050 le temperature in Italia subiranno un aumento di 1,5-2 gradi, le precipitazioni d’estate una diminuzione del 22% (con picchi del 24% al Sud), mentre i giorni con una temperatura massima superiore ai 29 gradi saranno 9 in più per ogni estate, e 20 dal 2050 in poi. La pioggia aumenterà invece dell’8% in autunno (11% al sud), provocando quegli esiti già sperimentati che pare continuino a cogliere tutti di sorpresa. Secondo Coldiretti i fenomeni legati al cambiamento climatico fanno perdere una media di due miliardi l’anno al settore agricolo, la pianura padana  dove si concentra il 35 per cento della produzione nazionale e dove si determina circa il 40 per cento del pil italiano, vede esaurirsi progressivamente la sua principale riserva d’acqua, il bacino idrico del Po, che si riduce drasticamente proprio nei mesi in cui c’è più bisogno di irrigare i campi.

Eppure, e solo in ultimo, nella  manovra di bilancio sono state inserite un po’ di quelle misure cerotto  perfettamente integrate nella retorica della Green Economy come è stata propagandata dai jukebox legambientali e dai think tank a alimentazione petrolifera: dal credito di imposta per le imprese che riducono gli imballaggi all’ampliamento del fondo Kyoto  favorire  l’efficientamento degli ospedali e degli impianti sportivi, dai concorsi per l’assunzione personale  al ministero dell’Ambiente; a uno stanziamento di 20 milioni per i siti orfani   ossia quelli che “non hanno responsabili” o per i quali non è possibile risalire a una responsabilità chiara delle aziende per pretenderne le bonifiche, da programmi per promuovere la corretta e efficace spesa dei comuni in materia di prevenzione del rischio e per la mobilità sostenibile al mantenimento degli incentivi  per impianti a biogas.

Come è stato confermato ampiamente a  Katowice dove i delegati di oltre 200 Paesi delle Nazioni Unite   erano riuniti per confrontarsi sul “rendimento” dell’accordo di Parigi del 2015, nessun Paese occidentale, Usa in testa, ma anche Polonia, Germania, Italia ha fatto alcun passo indietro nel ricorso al carbone e al gas, usando come copertura per le loro attività inquinanti la questione dei posti di lavoro nelle filiere incriminate. E se il governo polacco ha ottenuto l’appoggio della maggioranza dei convenuti  a una mozione perché gli sia concessa un adeguamento più lento  agli accordi internazionali nell’abbandono del fossile, la Commissione UE è orientata a dare vita a  un protocollo di sostegno all’industria del carbone e alla siderurgia nei paesi dell’Europa centrale e orientale.

Come sorprendersi d’altra parte:  il “sistema” dei  combustibili fossili già esistente offre un vantaggio decisivo in termini di accumulo di capitale e di redditività rispetto alle energie alternative che richiederebbero la realizzazione di nuove infrastrutture immediatamente competitive, a cominciare da quella finanziaria e a quella degli incentivi. E quelli presenti nel sottosuolo rappresentano riserve di trilioni di dollari in attività e per la movimentazione di capitali che hanno già un effetto reale nell’economia, che vengono calcolati e appaiono sui libri finanziari delle corporation.

Hanno chiamato la Grande Accelerazione quel processo cominciato alla fine della seconda guerra mondiale, consistito  nell’allargamento della sfera di influenza dell’uomo sulla natura e sull’ambiente, attraverso l’esplosione dei processi di accumulazione e dissipazione di risorse, di crescita della popolazione, di incremento dell’utilizzo energetico, di distruzione di ecosistemi e forme di vita, di espansione abnorme dei complessi urbani.

Dove ci stia portando è noto, ma per la cupola che decide i destini del mondo giocandoci a palla come il dittatore di Chaplin, non serve nemmeno il negazionismo ridicolo dei suoi scienziati alla prese con le minzioni e i gas animali, basta metterci in riga ricordando alle anime belle che quelli sono gli inevitabili effetti collaterali del progresso, cui nessuno di noi vuol rinunciare, basta prendere alla lettera gli accordi che hanno affidato la cura del grande caldo ai programmi volontari, basta concretizzare i valori dell’ideologia preminente affidando al mercato come principio regolatore del funzionamento del sistema sociale la soluzione dei problemi che il mercato produce, obbedendo all’imperativo di salvare il capitale naturale per  salvare il capitale economico e finanziario cui è affidata la gestione della nostra sopravvivenza.

E infatti le “soluzioni” proposte dalla “economia ambientale”, ruotano intorno alla monetizzazione della natura,  alla appropriazione ad un costo il più basso possibile, o perfino gratis, delle risorse per negoziarle al prezzo più alto possibile, dando vita a un sistema di commercio internazionale che consente ai paesi industrializzati nell’Occidente di esonerarsi dagli obblighi di riduzione dei gas serra investendo nel mercato delle emissioni. E promuovendo una “cultura” ecologica che dovrebbe responsabilizzare la collettività risparmiando le imprese e il sistema finanziario dall’imposizione di regole e limiti alla pressione inquinante e alla speculazione con l’intento di trasferire la responsabilità dalle relazioni sociali capitalistiche agli atteggiamenti individuali, perfino propagandando il credo fideistico nella decrescita che immagina di poter incorporare mercato, denaro, lavoro, proprietà così come sono, in una arcadia post sviluppo.

Ecco se qualcuno vi dice che ha ricevuto dei segnali e addirittura una visita dagli alieni intenzionati a occuparci, non credetegli: nessun marziano dotato, come è evidente, di una intelligenza superiore alla nostra  che lo avrebbe condotto qui, vorrebbe restare sulla terra.

 


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