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Dietro Greta, niente. Ambiente sottozero

ch  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dopo i  precedenti ventiquattro insuccessi, anche la Cop25 tenutasi a Madrid è fallita.

L’unico impegno sortito da due giorni e due notti di “febbrili” negoziati, cos’ hanno scritto i cronisti, è stata la presa d’atto del “bisogno urgente” di agire contro il riscaldamento climatico, sottoscritta da tutti i notabili dell’impero che da un anno si fanno fotografare insieme a Greta, guardano con compiacimento affettuoso  ai giovani militanti dei Fridays For Future, esibiscono rampolli e nipotini giù per li rami impegnati a dare il buon esempio raccattando lattine e bottigliette di plastica dalle spiagge esclusive delle seconde e terze case fronte mare.

A Madrid gli Stati avrebbero dovuto stabilire target di riduzione delle emissioni di Co2 “superiori al passato”, trasformando gli accordi volontari in impegni vincolanti, rendere operativo il fondi di 100 miliardi l’anno che doveva sostenere azioni ispirate allo “sviluppo sostenibile” nelle economie più povere, e dare applicazione all’articolo 6 degli Accordi di Parigi che prevede l’attuazione dei meccanismi di mercato per la compravendita dei “crediti di carbonio”.

Grazie alla ferma opposizione, accolta con sollievo dagli altri paesi del capitalismo carbonico,  di  Arabia Saudita, Brasile, Australia e Stati Uniti,  la conferenza della parti “in commedia” ha detto no  perfino a una parvenza di ecologia da giardinieri, quella che sta trasformando il rispetto delle risorse in propaganda per consumatori talmente maturi da assumersi l’onere di pagare i costi economici, sociali e umani dei grandi sporcaccioni, multinazionali, imprese pubbliche e private. Dando così ragione a chi con un ulteriore affronto alla ragione vuole dimostrare che il taglio drastico delle emissioni di Co2, ma soprattutto la limitazione delle stanze inquinanti non meno responsabili del cambiamenti climatico, non valga la contrazione dei loro profitti e i conseguenti ipotetici effetti sull’occupazione, quella più “sporca” precaria e effimera, quando invece sarebbero incalcolabili quelli positivi su posti di lavoro qualificato indotti da formidabili azioni di salvaguardia e di sviluppo della ricerca applicata.

E infatti Macron ha approfittato del più miope degli slogan dei Gilet Gialli: «Tu ti preoccupi della fine del mondo, noi non sappiamo arrivare alla fine del mese», per  dismettere l’idea di introdurre una tassa “ambientale” e perfino la letterina di Natale della Von der Leyen  con la sua modesta utopia riguardo la realizzazione di un’Europa climaticamente neutrale,  quindi senza emissioni, entro il 2050, complementare con l’Alleanza Atlantica  “che da 70 anni rimane garanzia di pace e libertà”, come ha voluto ricordarci  il presidente Mattarella, il miglioramento del sistema di scambio delle quote di emissioni e l’introduzione di una tassa di frontiera sul carbonio, pare una irrealizzabile ipotesi visionaria di guerriglieri verdi a fronte del calcolo secondo il quale la decarbonizzazione dell’Ue costerebbe 6 mila miliardi di euro alla volta del traguardo del 2050.

Se c’è dunque qualcosa che non pare più redditizio ai Grandi della Terra che sta rotolando verso la catastrofe, è la Green Economy. Meglio dunque valorizzare, come dicono loro, quella parte della narrazione del popolo di Greta, che attribuisce alla collettività e ai singoli individui la salvezza tramite azioni volontarie, comportamenti di ecologia domestica, consumi resi peraltro più ragionevoli e sobri per il consolidamento di una crisi di sistema, nutrita dalla fine dell’economia produttiva, dall’eclissi dell’egemonia occidentale, dalle fortune della roulette globale.

Del resto, proprio come ormai indicato da altri fermenti oggi più affermati dell’ambientalismo propagandato dal sistema neo liberista che ha avuto come verginale testimonial la pulzella Greta Thunberg, si occupino i “competenti”, quelli che hanno identificato un unico pericolo killer  nelle emissioni di Co2, per restringere il campo d’azione  della ricerca e delle politiche di controllo delle attività antropiche e per  favorire una transizione industriale destinata a stimolare consumi “altri” oggetto di una pubblicità “responsabile”, “light”, “equa” e “sostenibile”, insomma senza olio di palma.

E sono ormai così sfacciati e le loro argomentazioni si sono talmente rafforzate con il sostegno non sappiamo quanto inconsapevole dei festosi fan dell’ecologia pro sistema, pro foreste da valorizzare per procurarci un bel parquet, pro mercato se affida ad esso la soluzione di problemi che crea, da non perdere tempo a immaginare una borsa delle emissioni che diffonda l’impunità per grandi inquinatori in grado di comprarsi licenza da paesi e imprese meritevoli di ulteriori ricatti, intimidazione e commercializzazione delle loro risorse e dei loro comportamenti forzatamente corretti e assennati.

La lezione da trarre è poi sempre la stessa, che c’è poco da fidarsi da chi esprime critica stando ben collocato nella tana tiepida del sistema, ma soprattutto di chi gli dà credito offrendo una interpretazione estensiva della famosa massima di Rosa Luxemburg, secondo la quale chi non si muove non si accorge delle catene. Se chi si riunisce in piazza come negli stadi di Ligabue e della Pausini alla luce della fiammella degli accendini, non vuole sapere chi le ha strette quelle catene, se pensa che i lucchetti che le sigillano siano sopportabili quanto quelli di Ponte Milvio benedette dallo scrittore di cartine dei baci, se si convince che basta enunciare dolcemente e amorevolmente buoni propositi per scuotere chi ci sta sopra e ci vuole sottomessi, ma con le buone maniere, se si persuade che ci possa essere una lobby di massa che canta Bella ciao o il Ragazzo della Via Gluck per riscattarci dalla servitù.

E non vuol sapere che il tintinnio che sente non è quello delle catene, ma quello del campanellino appeso al guinzaglio.

 


Elezioni Ue: ambiente, niente

gelati 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve la ricordate Greta?

Beh se non ve la ricordate non c’è niente di male. E’ successo anche a quelli che l’hanno ricevuta in pompa magna estasiati e genuflessi davanti a quell’efficace prodotto dell’industria dello spettacolo, soprattutto se impegnato nel filone catastrofista,   che ne ha fatto una piccola Giovannina d’Arco, incarnazione bigotta dell’ambientalismo neoliberista,  affibbiando  responsabilità e doveri alla collettività e ai singoli individui e liberando dal gravoso onere imprese, politica e  governi.

Per averne conferma  basta andare a guardare i programmi di chi vuole più Europa, di chi vuole un’altra Europa, di chi l’Europa non la vuole ma intanto spera di sedersi sulle comode e irrinunciabili poltrone portatrici di prebende e benefits, di chi – i meno credibili di tutti – pensa che in Europa ci entra come un cavallo di Troia per trasformarla da fortezza feroce in confederazione bonaria e generosa.

Sarà che si sono passati gli appunti,  sarà una non sorprendente coincidenza. Ma pare che tutti abbiano tirato giù dagli ultimi scaffali in alto, quelli più impolverati, il Rapporto  Bruntland (1987) la bibbia dello sviluppo sostenibile, dello slogan ambientare lo sviluppo e sviluppare l’ambiente, uno dei più preclari esempi di paradosso o meglio di ossimoro, che mise le basi per tutte le strategie e commerciali strumentazioni commerciali e mercatistiche che hanno poi eretto l’impalcatura del Protocollo di Kyoto e degli accordi successivi: meccanismi volontari e flessibili, incentivi e facilitazioni, licenze e indulgenze pensate proprio  per esonerare l’industria da impegni troppo severi, introducendo permessi e la possibilità di scambiarli  in un mercato concepito per risolvere i danni del mercato così che si possa continuare a inquinare guadagnandoci sopra.

Così nei programmi fotocopia di più Europa, meno Europa, l’Europa che vuole Salvini,  l’altra che si illudono di riformare i compagni di merende di Tsipras abbiamo a che fare, pur di non contestare il sistema,  con tutto il repertorio  di azioni a carico dei cittadini virtuosi, sui compiti che gravano sulle spalle dei cittadini finché le filiere sono visibili, finché cioè si rinuncia all’aria condizionata resa indispensabile dallo sfruttamento e della compromissione delle risorse o al riscaldamento o all’auto irrinunciabile laddove con il welfare urbano si sono tagliati anche gli investimenti per il trasporto pubblico. E finché, cioè,  si arriva al “cassonetto”,  perché da là in poi è risaputo che tutto cade nelle mani  della criminalità quella mafiosa ma anche quella legale o legittimata, sui padroni delle discariche, che si sono riciclati anche loro nel brand degli inceneritori o dell’export di immondizia, oppure insistono nel business come in Veneto, o si arriva all’occupazione militare dell’eolico che ha fatto la fortuna di  dinastie in odor di mafia, ai rigassificatori e all’obolo che si continua a dare a quelli che aspettano l’autorizzazione, malgrado le antiche denunce del guru 5stelle oggi in sonno ecologico, alle trivelle di Eni e Agip e soci  esteri accomunati dall’impegno a esportare danni e corruzione.

Non è che poi si dedichi più che tanto alla salvezza planetaria nelle letterine di natale delle formazioni in lizza per una scadenza elettorale che ha una valenza solo nazionale pensando agli irrilevanti effetti nel consesso comunitario e per il consesso comunitario a vedere le performance di Tajani, della Gardini, della Spinelli, di Maltese. Che si sa l’ambiente è un optional che nelle tenzoni importanti si lascia a formazioni “dedicate” con l’auspicio che possano diventare aghi della bilancia e momentanei partner, proprio come si fa con altri target, femministe comprese, tanto è opinione diffusa che la rivoluzione non si può fare e quindi meglio ripiegare in accomodamenti pratici e realistici  sotto bandiere unificanti che nessuno avrebbe il coraggio di contestare: più parchi, salvo quello dei Nebrodi magari troppo legato a un rappresentate Pd renitente, più fonti rinnovabili come hanno sempre predicato i presidenti di Legambiente passati allegramenti alle file del renzismo e dei suoi sbloccaitalia, più Tav che sviluppa occupazione, più stadi che piacciono al popolo e portano effetti indotti: grandi stabili di uffici vuoti, strade a carico dei comuni. E come recita il programma degli alleati del guappo all’ombra del Partenone una formidabile strategia di riconversione ecologica con investimenti nelle filiere industriali, dei trasporti, dell’efficienza energetica e nelle fonti rinnovabili, insomma un New Deal che si può finanziare con buoni emessi dalla Banca Europea degli investimenti e sostenuti dalle Banche Centrali Europee, ipotesi che magari incoraggia al voto chi ama la fantascienza e la letteratura visionaria.

Come al solito va a finire che si rimpiangono Bucalossi e Fiorentino Sullo, se lo slogan “stop al consumo di suolo” che occupava i discorsi dell’ambientalismo e della politica è diventato il più blando “contenimento del consumo di suolo” e poi “rigenerazione urbana”, come se speculazione e sacco del territorio fossero crimini che si consumano solo nelle città e come se la concessione delle nostre geografie e dei nostri beni comuni ai privati non riguardasse terreni agricoli e boschivi alienati per farne seconde case, ma anche discariche, parchi eolici e impianti geotermici che mortificano tante aree del Centro-Sud, coltivazioni intensive occasionali, disboscamenti non pianificati. Come se non rientrasse nel consumo dissennato e dissipato il cambio di destinazione d’uso che resta sulla carta in attesa del migliore offerente, sicché diventa oggetto di scambio, ricatto, svalutazione, come se non ne avessimo avuto abbastanza dei grandi eventi che lasciano la rovina e l’abbandono dietro di sé,  come se i danno a carico di tutti noi non riguardassero oltre  alla mancata produzione agricola (l’artificializzazione   del territorio c continua a coprire irreversibilmente aree naturali e agricole con asfalto e cemento, edifici e fabbricati, strade e altre infrastrutture, insediamenti commerciali, produttivi e di servizio, anche attraverso l’espansione di aree urbane, spesso a bassa densità), all’ impermeabilizzazione del suolo, alla mancata protezione dell’erosione e all’infiltrazione e regolazione idrica, all’assenza di manutenzione ordinaria di corsi d’acqua.

E non serviva Greta, ma bastava MilanoToday per sapere che i dati mostrano che Milano e Torino, con 40 μg/mc di Pm10, sono a capo del gruppo di città che ha superato ampiamente per anni il limite della concentrazione media annua di polveri fissato dall’Oms in 20 μg/mc/giorno tanto che il 2018 segna per la Capitale Morale il «codice rosso»: i 50 μg/mc/giorno sono stati superati in 75 giorni (35 il limite di legge).

E ci era bastato lo Sbloccaitalia di Renzi per sperare che il governo in carica ci risparmiasse lo Sbloccacantieri che riporta allo strapotere dei commissari straordinari e dei poteri speciali, delle deroghe alle tutele dell’ambiente, dei beni culturali e della salute dei cittadini, bypassando anche  la  vigilanza e salvaguardia di beni culturali e paesaggistici.

Ambiente niente, diceva un comico di tanti anni fa in una sua parodia dei Tg, più profetico e lungimirante di altri colleghi, professionisti, dilettanti e involontari.


Ma che bell’ambiente

gea

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Hanno proprio ragione,  Zizek,il più godibile tra i pensatori acchiappacitrulli che offrono filosofia un tanto al metro,    che se la ride dei popoli che si aspettano la salvezza da fuori dei confini con preferenza per i marziani, o la protagonista del grazioso film italiano che  crede che le sorti sue e del mondo siano nelle mani di Jeeg Robot, i cui superpoteri sono stati suscitati da un’immersione nelle acque fetide e tossiche del Tevere.

In attesa di questi interventi esterni, pare ci si accontenti facilmente di leadership per lo più create ed alimentate dalla macchina propagandistica imperiale o nutrite da capacità comunicative autoreferenziali.

E allora diononvoglia che si  infranga qualche tabù,  che si bestemmi il nome della fanciullina mandata con una certa spregiudicatezza a fare da avanscoperta, e  testimonial presso i potenti della terra, della green economy, la forma più impunita e sfacciata di un ecologismo che vorrebbe convincerci che i danni del mercato si possano risolvere attraverso il mercato. O che ci si permetta di smascherare l’icona del metalmeccanico promosso a notabile che ha da tempo smesso di promettere l’ingresso in paradiso alla classe operaia. Insomma guai a tirare giù dal piedistallo re e regine,  ledere il divieto sacrale  di sollevare ragionevoli obiezioni su simboli inviolabili, specialmente se in quota rosa, sia l’intoccabile onorevole Boldrini o la Michela Murgia, ambedue riscattate, in qualità di fiere oppositrici dell’infamone agli Interni, da qualche intemperanza o ipocrisia, oppure su altri monumenti infrangibili:   Saviano  o Notre Dame, ong, comprese quella di Soros, l’expo della Capitale morale inattaccabile rispetto a quella corrotta, anche se i vizi sono comuni, buche comprese, l’alta velocità del neo futurismo, i futuri colossei per tifosi espropriati di pane e  meritevoli di circenses.

Si dirà che si tratta di figure indispensabili per classi disagiate che hanno conosciuto la demoralizzazione, la malinconia per la perdita di beni che si consideravano inalienabili e la riduzione di slancio morale, che vivono il disincanto democratico avendo da tempo smessa la fiducia nella rappresentanza e negli eletti, che delega loro perfino il pensiero oltre che l’azione, placando così coscienze pigre e giustifica la disaffezione.

Perlopiù invece si tratta di burattini i cui fili sono tirati da abili burattinai o di marpioni mossi da altri superiori marpioni che hanno l’incarico non di pacificare i nostri sensi di colpa, al contrario, quello di biasimarci e di addossare a noi le responsabilità per comportamenti personali e collettivi:  scarsa attitudine all’accoglienza di chi si permette di stare addirittura peggio dei residenti di Bastogi, riluttanza a fare la differenziata cui si attribuisce  effetto demiurgico in assenza di riduzioni delle emissioni di industria ei Stato e non, ostinazione criminale nel recarsi al lavoro in auto, reato moralmente e ambientalmente più  deplorevole della licenza a ammazzare dell’Ilva,  obiezione di coscienza della lotta alla criminalità organizzata che fa disertare la denuncia del racket  dei malfattori piccoli mentre quelli grandi che ne sarebbero incaricati dallo stato si occupano d’altro,  a cominciare dal decoro cittadino compromesso da poveracci che chiedono la carità, frugano nell’immondizia,  manifestano per la casa.

Qualcuno, Marcuse,  che ebbe grande seguito in tempi nei quali addirittura si poteva criticare il sistema e anche i  modi con i quali lo si criticava,  espresse il concetto di tolleranza repressiva, come mezzo per perpetuare il dominio degli oppressori sugli oppressi, affermando che, all’interno di una società che sfrutta e soffoca, i movimenti progressisti che accettano le regole del gioco diventano essi stessi strumenti di schiavitù.

E infatti quando eravamo consumatori ci è stato permesso di scaldarci d’inverno e di condizionarci d’estate, di liberare le casalinghe con le stoviglie usa e getta e di caricarsi di confezioni di bottiglie di plastica più leggere di quelle in vetro, di fare innumerevoli e meritate lavapiatti e lavatrici, di impiegare dissipatamente Pampers e Lines come delle scellerate, di coronare i sogni di potenza di maschi frustrati con auto sempre più veloci.

Mentre oggi è tutta una riprovazione per questi consumi dissoluti ai quali siamo stati persuasi  in cambio della diserzione dalla cittadinanza e dalla responsabilità che ne consegue, tutto un minacciarci di catastrofe imminente se non assolviamo e subito gli obblighi connessi alla conservazione della specie: riciclare, pedalare, stare alternativamente al freddo e  al caldo come in una doccia scozzese punitiva del malcostume ecologico, lavare a mano montagne di panni ma al tempo stesso risparmiare la risorse idrica forse facendo tornare le donne al ruscello. Ruscello però inquinato, perché non a caso gli inviti alla fratellanza con sorella Terra sono rivolti alle periferie riottose e non ai residenti agostani di Capalbio, alle massaie rurali e non alla Marcegaglia, agli utenti di Eni, Enel, Acea e non alle aziende pubbliche e private che rincarano servizi sempre più inefficienti e che hanno fatto delle imprese una macchina da corruzione in patria e fuori a nostre spese, a chi abbandona il sacchetto puzzolente con le lische di pesce fuori dal cassonetto e non ai signori dell’export dei rifiuti o delle discariche e nemmeno agli amministratori che hanno sempre lucrato sulle emergenze della monnezza, ai pendolari in auto e motorino e non al monopolio ferroviario che taglia rami e tratte indispensabili per concimare l’albero marcio  dell’alta velocità.

Perché, diciamo la verità, il cambiamento climatico che tutti in un’economia di scala delle responsabilità dovremmo contrastare, a noi fa male ma per altri fa profitto, grazie ai meccanismi di mercato individuati per commerciare le emissioni in modo da dare licenza e a basso prezzo alle industrie di avvelenare e contribuire al riscaldamento globale, grazie alla diffusione sempre più necessaria di sistemi di protezione dagli eventi estremi, grazie anche agli effetti della guerra che il clima muove contro la terra ingrata. Perché delle misure di riparazione e ricostruzione possono approfittare i soliti noti, quelli che guadagnano dall’eterna ammuina, sempre gli stessi che sporcano e danno una mano di vernice, che scavano e riempiono, che abbattono e tirano su dighe, ponti, raccordi, quelli che ci ammalano e poi ci fanno pagare i loro fondi assicurativi per curarci, quelli che delocalizzano in posti dove si inquina senza limiti come il loro sviluppo auspicato, costringendoci a essere competitivi grazie a salari sempre più bassi e polmoni sempre più sporchi.

È proprio uno slogan della tolleranza repressiva quello, lanciato dal piccolo totem con le treccine, della giustizia climatica,  ad uso di un umanitarismo della compassione, di una solidarietà della beneficienza, di una mobilitazione per diritti accessori, lanciati ai cani affamati come ossi,  quando quelli fondamentali sono stati minati e rubati, quando dovremmo reclamarli tutti e uguali per tutti, di una crociata contro il Moloch feroce del maltempo e dell’afa malsopportata anche in Costa Smeralda, all’Argentario, a Palm Springs e che dovrebbe unire tutti vittima e carnefici, oppressi e sfruttatori, oltrepassando altra lotta meno gradita, quella di classe retrocessa a irresponsabile passatempo per reduci e nostalgici. In attesa che diventiamo nostalgici  e reduci dalla terra dalla quale ci hanno cacciato senza speranza di vita  su Marte.

 


Ecologia di mercato

statue of liberty under water Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sebbene per appartenenza generazionale io sia ahimè più vicina ai detrattori che ai fan, non so trattenere la collera nei confronti di chi, col cappotto di cammello e il suv parcheggiato lungo il percorso della manifestazione, o invece ben collocato davanti allo schermo del Pc, impartisce la pedagogia, differente nelle modalità espressive, ma analoga nelle motivazioni: andè a lavura’, oppure vi insegno io come si fa il ’68, il ’77 e pure la corazzata Potemkin e l’ingresso a Cuba con Che,  che, visti i risultati, non appare poi né  credibile né convincente. Gli uni convinti che si tratti al più di anime belle, moleste e visionarie da dileggiare e contrastare perché ostacolano lo sviluppo, gli altri, posseduti dal disincanto e dall’invidia, che non vogliono mollare l’osso spolpato della “critica”, ormai ridotta a stanca nostalgia e a uno spirito “umanitario” che nulla vuole e può contro il totalitarismo economico e finanziario.

Piacerebbe anche a me il racconto gentile di un mondo salvato dai ragazzini, di un/una piccola davide contro i  golia, di una fanciullina che smaschera le nudità suicide dell’impero,  declinato in governi nazionali, nelle istituzioni internazionali, nelle municipalità e nelle associazioni imprenditoriali, nei sindacati, nelle cosiddette forze politiche e nell’informazione, e che nel nostro Paese sono incarnate perfettamente nel fronte che sostiene l’alta velocità, un prodotto ideologico che contiene in sé anche un finto messaggio verde, quello della conversione al ferro del traffico merci, a nascondere sacco del territorio, impatto pesante,  impiego di materiali inquinanti, occupazione a termine e dequalificata, oltre a un costo economico formidabile a fronte di irrilevanti benefici, ammesso che esistano davvero.

Però non è azzardato, né malevolo dire che siamo di fronte a un “fenomeno”, che si colloca ben bene nella conversione del dissenso in spot, in modo da normalizzarlo o meglio ancora da ambientarci un messaggio inequivocabile, gridato da una vocina infantile quindi potentissima  nell’attività di risveglio di coscienze assopite  in nome e per conto della “future generazioni”.  Un messaggio che è quello che da sempre si addice ai padroni del mondo, quello del richiamo all’assunzione di una responsabilità collettiva, per via della  quale, essendo tutti a pari grado colpevoli, saremmo tutti ugualmente impegnati, i Riva come la massaia che non fa la differenziata, l’Eni come l’impiegato che non spegne il Pc prima di lasciare l’ufficio, Autostrade come il pendolare che usa l’auto per andare al lavoro. Lo stesso che  ci esorta tutti a spenderci per condividere l’immane prezzo delle migrazioni in corso ( si calcola che nell’Africa subsahariana saranno più di 200 milioni le persone costrette ad abbandonare la propria casa entro il 2050 e già il 30% degli abitanti della zona del Sahel del Burkina Faso ha dovuto migrare negli ultimi vent’anni), che pare diventato l’unico problema che preoccupa governi e forze politiche di mezzo mondo, o che ci chiama  a raccolta per difenderci dall’invasione, nascondendone le cause remote e vicine, guerre di occupazione e saccheggio, colonialismo con relativa esportazione di corruzione e altre patologie “democratiche”.

Per questo non c’è poi molto da sperare in questa “insorgenza”, nella possibilità che un ’48 o ’68 ambientalista  venga lasciato  crescere in dimensioni, radicalità e capacità di articolarsi in programmi e iniziative, anche ammesso che non sia già occupato e “posseduto”  dalla deriva delle  politiche ufficiali, tutte a vario titolo compromesse, comprese quelle che hanno  effettuato una diagnosi delle cause e delle dinamiche dei cambiamenti climatici, ma che non vogliono più che non sapere, trovare delle soluzioni. Perché si tratta di rovesciare completamente il modello di sviluppo, di contenerne le velleità dissipatrici, di abbattere l’idolo della crescita smisurata e illimitata, di limitare i consumi dissoluti di chi ha e le aspettative legittime ma ormai temerarie di chi vorrebbe avere altrettanto.

Si, non c’è molto da sperare su un cambio di rotta che ha l’effetto di qualche cerotto, di qualche aggiustamento riparatore quando servirebbe semplicemente una rivoluzione che traslochi le decisioni e gli atti dai palazzi e dalle centrali di comando alla “cittadinanza”, che disarmi la globalizzazione fondata sul depredare per più consumare,  ma che, soprattutto,  non affidi al mercato, come principio regolatore del funzionamento del sistema sociale, la soluzione dei problemi che il mercato produce, obbedendo all’imperativo di salvare il capitale naturale per  salvare il capitale economico e finanziario cui è affidata la gestione della nostra sopravvivenza.

Che a questo serve il mito “riformista” della green economy, la menzogna rassicurante che i veleni si contengano regolandoli con la negoziazione borsistica e con un sistema commerciale di trading, che sia sufficiente accreditare la sostenibilità come business e la salvaguardia come brand profittevole, che le  “soluzioni” possano ruotare intorno alla monetizzazione della natura,  alla appropriazione ad un costo il più basso possibile, o perfino gratis, delle risorse per  contrattarle al prezzo più alto possibile, dando vita a un sistema di commercio internazionale che consente ai paesi industrializzati nell’Occidente di esonerarsi dagli obblighi di riduzione dei gas serra investendo nel brand delle emissioni. E promuovendo una “cultura” ecologica che dovrebbe responsabilizzare la collettività risparmiando le imprese e il sistema finanziario dall’imposizione di regole e limiti alla pressione inquinante e alla speculazione con l’intento di trasferire la responsabilità dalle relazioni sociali capitalistiche agli atteggiamenti individuali, perfino propagandando il credo fideistico nella decrescita che immagina di poter incorporare mercato, denaro, lavoro, proprietà così come sono, in una arcadia del dopo-sviluppo.

Nemmeno i 10 più ricchi del mondo si salveranno così  in quel mondo venturo, tra ecologia e salute, fitness e wellness,  che rotolerà vuoto e disperato,  nel quale il sole non riuscirà a specchiarsi nei cristalli dei grattacieli di Wall Street, senza olio di palma, light e deterso, rispettoso di celiaci e intolleranti, che nel frattempo si saranno modernamente estinti.

 


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