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La giustizia è cosa troppo seria per lasciarla ai magistrati

img800-caso-nomine--mirabelli--essenziale-che-la-magistratura-sia-indipendente-145454Per circa trent’anni, da Mani pulite in poi, la questione di legalità è stata al centro del discorso pubblico italiano, visto che sul piano politico le differenze di prospettive, di programmi e di visione ideologica erano venute meno dopo la caduta del muro di Berlino e si era era entrati nella stagione del pensiero unico: quindi la battaglia, sempre più accesa si svolgeva sul terreno attiguo tra un’Italia pulita e fedele allo stato di diritto, almeno nelle dichiarazioni,  e un’altra che sbertucciava ogni regola in nome della prassi economica borderline. Così che alla fine tutto si riduceva a una batracomiomachia fra le disprezzate toghe rosse che cercavano di azzannare la banda Berlusconi  e una magistratura in qualche modo angelicata come salvatrice della patria, facendo della magistratura parte integrale della politica politicante. Però nessuno si poteva sottrarre a ciò che il Paese stava diventando e tra i clamori della battaglia non ci si accorgeva che la giustizia stessa stava affogando nella melma.

Lo scandalo Csm ha aperto uno strappo nella tela e mostrato un quadro che va ben al di là di ciò che concerne il cosiddetto organo di autogoverno della magistratura, quello di una giustizia a la carte nel quale chi ha denaro e potere vince sempre. E questo vale lungo tutto il declivio della piramide, dal vertice alla base, dal Quirinale fino alla più piccola questione davanti ai famigerati giudici di pace, invenzione ulivista, che ha dato in mano a soggetti impropri e portatori di interessi tutta la giurisdizione minuta. Non è strano che le espressioni politiche della magistratura siano diventate quel verminaio che vediamo nel momento in cui la politica è diventata mera gestione e spartizione del potere, per impossibilità di scelta visto che ogni cosa è determinata in automatico da bilanci che vengono gestiti altrove. La cultura che guida tutto questo la si può intuire nelle scomposte reazioni del milieu piddino che raggiunge il surreale quando cerca di trasformare la vicenda in un problema di intercettazioni. E’ ovvio, che queste devono comprendere gli interlocutori del soggetto , altrimenti non avrebbero senso e che i parlamentari non possono ritenersi al di spora delle leggi. Ed è  altrettanto ovvio che una democrazia può funzionare solo se i poteri fondamentali sono separati fra loro.

Non possiamo pretendere che gente di questa risma abbia letto Montesquieu, ma il fatto è che la trentennale battaglia, unita all’ossessione per il risparmio  e agli impropri contatti tra politica e magistratura ha prodotto una giustizia monca e paradossale, praticamente a pagamento, dalla quale sono ovviamente esclusi coloro che non possono permetterselo, specie se i tempi biblici  e l’onanismo bizantino di leggi infinitamente interpretabili, favoriscono quelli che hanno maggiori risorse e i soggetti forti. Tutta una serie di provvedimenti legislativi basati sulle capacità economiche o di carattere ideologico  hanno creato una palude senza scampo. Vi faccio un esempio personale: qualche anno fa proprio per un post su questo blog sono stato querelato da un oscuro personaggio della destra, ma non si è arrivati in tribunale perché la querela è stata ritirata: ciononostante, sebbene io sia stato esclusivamente soggetto passivo in questa vicenda, dovrei pagare una certa cifra all’amministrazione della giustizia. D’accordo, si tratta di una cifra modesta, ma in base a quale criterio dovrei sborsare io al posto di chi ha proposto l’azione legale per poi abbandonarla?  Per non parlare di quella “piccola” riforma ad una norma del codice di procedura civile passata quasi inosservata, in vigore dal dicembre 2014,  che rende obbligatorio per il giudice condannare chi perde la causa a pagare le spese legali, oltre che del proprio avvocato, anche di quello dell’avversario. Ciò è apparentemente ragionevole, ma spesso provoca conseguenze aberranti: per esempio ha causato  una forte flessione delle cause relative a licenziamenti o provvedimenti disciplinari ingiustificati semplicemente perché – oltre a regole che favoriscono sfacciatamente il padrone nel rapporto di lavoro – le parti sono in posizione di enorme disparità economica. Il  dipendente per reagire a quella che ritiene  un’ingiustizia subita non ha altra strada che ricorrere al giudice e per farlo  deve pagare tra l’altro, una specie di tassa  chiamata “contributo unificato”, il cui costo è variabile in ragione del valore della domanda Ovvio che i soggetti più deboli non se la sentono di rischiare,  e si devono tenere l’ingiustizia. Fino al dicembre 2014 il giudice, anche se dava torto al lavoratore, poteva in certi casi “compensare le spese”, stabilire, cioè, che ognuno pagasse il proprio avvocato rendendo comunque un po’ più plausibile il principio di uguaglianza davanti alla legge.

Si tratta di esempi che mi vengono alla mente e molti altri potrebbero essere portati a testimoniare dello stato dell’arte. Ma la cosa si traduce poi in maniera macroscopica nei “giustizieri” anti corruzione, chiamati a salvare la faccia della peggiore politica i quali  si fermano sulla soglia della giustizia e dicono che in nome del supremo bene economico la corruzione già in essere va comunque salvata e semmai si deve vigilare per il futuro, che è come dare un patentino ad ogni possibile atto corruttivo purché  conveniente per la razza padrona . Tutto questo non è però casuale, o incidentale, ha le sue salde radici nella progressiva relativizzazione dei principi della democrazia e dello stato di diritto che sono sottomesse  a questioni economiche o di sicurezza siano esse reali o arbitrarie o semplicemente suscitate ad arte. In questo contesto il dilagare della corruzione risulta  quasi inevitabile, anche se ovviamente molti resistono. E’ il sistema stesso che produce questo effetto avendo di fatto abbandonato i principi di eguaglianza sui quali pretende di funzionare e operando dentro una visione del mondo completamente diversa da quella asserita. Così si potrebbe dire, parafrasando un celebre aforisma  che la giustizia è una cosa troppo seria per affidarla ai magistrati: ci vuole una rivoluzione politica e culturale per cambiare le cose.

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Eternit, licenza d’uccidere

Partecipanti-al-processo-EternitSe alzi il gomito, ti metti alla guida e investi un passante, vai in galera. Ma se sei lucido e per fare maggiori profitti ammazzi centinaia o migliaia di persone di cancro oppure elimini le più elementari regole di sicurezza e provochi la morte degli operai in fonderia, allora la benigna giustizia dirà che il reato è prescritto o in alternativa che il fatto non sussiste. Non mi interessa entrare nelle viscere dell’ultima scandalosa proposta di impunità per l’eternit, né analizzare se i cavilli con i quali essa viene sostenuta abbiano un senso, ma piuttosto mettere in luce la differenza concreta che esiste nell’ambito della medesima giurisdizione tra i cittadini intesi come singoli e le imprese, più o meno multinazionali, quasi che i responsabili di queste ultime trovino nel profitto una giustificazione strutturale e debbano essere trattate diversamente. Così il delitto per ragioni di mercato trova la stessa comprensione e compiacente leggerezza che 50 anni fa trovava il delitto d’onore.

La querelle assurda e grottesca  sulla prescrizione di un omicidio di massa, mette sotto i riflettori tutta l’esiguità politica di ciò che viene chiamato a torto giustizialismo, ma che consiste nell’illusione di poter risolvere i problemi del Paese, quelli dell’eguaglianza e del lavoro, attraverso una corretta applicazione della legge, come se quest’ultima fosse scritta nella pietra del monte Sinai da un qualche essere superiore e non fosse invece un prodotto della politica, degli assetti di potere, delle classi dominanti e dello spirito del tempo, ovvero l’espressione dell’egemonia culturale di queste ultime. E così attraverso le leggi scritte o la loro interpretazione o ancora attraverso la pratica giurisdizionale ( per esempio la decisione di esaminare caso per caso al fine di allungare i tempi) si arriva alla conclusione che fattispecie simili, non solo dal punto di vista etico e morale, ma anche normativo, ricevono costantemente trattamenti diversi. L’omicidio singolo infatti non può essere prescritto, ma quello collettivo a fini di profitto viene evidentemente considerato come peccato veniale, come un danno collaterale inevitabile nel luminoso percorso del capitale.

La cosa in questo caso è evidentissima : l’amianto è una delle poche sostanze la cui nocività e cancerogenicità è stata studiata e provata da molto tempo. Già nel 1906 (il brevetto dell’Eternit  risale al 1901) si cominciarono ad esprimere le prime perplessità, poi nel 1930 studi medici ebbero l’effetto di limitarne l’uso in Gran Bretagna, mentre nel 1943 in Germania fu ufficialmente riconosciuto come causa di cancro al polmone e mesotelioma e venne previsto un risarcimento per queste malattie.  Dunque il lato oscuro dell’amianto era ben conosciuto da chi produceva ogni tipo di manufatto edilizio con questo materiale senza prendere alcuna precauzione e più concretamente  ci si può chiedere come mai l’asbesto sia stato proibito in Italia solo nel 1994, grazie a un uso strumentale  e aberrante della concezione di “prova” scientifica Non ci vuole molto a capirlo: addirittura la proibizione del suo utilizzo nella Ue è ancora più tardo e risale al 1999 peraltro con alcune deroghe fino al 2008 . Ma nel 2007 la Direzione generale Imprese della commissione europea si è battuta perché la proroga fosse estesa e ora, grazie alla pressioni delle lobby si parla del 2023. Così abbiamo  da una parte il riconoscimento ufficiale del pericolo costituito dall’ amianto, ma lo si continua a produrre, anche se non più per l’edilizia, nonostante la stima di migliaia di morti all’anno causate dall’uso assurdo e generalizzato che si è fatto di questo materiale. E’ uno di quei casi in cui la malattia e la morte coincidono con la legalità perché non sono le persone che contano e tanto meno la sicurezza del lavoro, ma il profitto.

L’insieme giurisdizionale esprime questa realtà, che del resto con il Trattato transatlantico verrà estesa oltre i limiti costituzionali. Solo gli ingenui possono meravigliarsi che i fatti non sussistano o siano troppo  stagionati o non si riesca ad individuare un responsabile: tutelare il lavoro e la vita è roba da gufi, da rottamati, una cosa del passato. Come la giustizia.

 


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