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Pataccaro in alta definizione

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come fanno i bulletti strafottenti non ha dato retta al su’ babbo, quello vero, esempio fulgido da imitare nelle parole e con gli atti, che pure l’aveva avvertito: non prendere Giannini a Ballarò!  Eh si, gliel’ aveva detto di non assumerlo sia pure come precario, nella filiale della Televisione Unica, la nuova Eiar trattata come l’impresa famigliare della stirpe Renzi, nella quale il rampollo aveva a suo tempo sperimentato e applicato i principi basilari del suo Jobs Act.

E  non perché temesse che il figlioccio dovesse scontrarsi con uno spirito particolarmente combattivo e tenacemente critico, macché, è che a carico del giornalista d Repubblica prestato alla televisione c’era che “lo odiava” e la dinastia di Arcore/Rignano proprio non sopporta di non ricevere il quotidiano quantitativo di consenso, ammirazione, devozione, che,  si sa, sono come vampiri e sopravvivono succhiandoci sangue, denaro, ma esigendo, ciononostante, approvazione.

Ma certo, non per niente era stata pensata e realizzata quella riforma disegnata magistralmente dal Popper de borgata, tratteggiata sapientemente dal  Mc Luhan de noantri,  che ha confermato il ruolo della Rai come agenzia alle dirette dipendenze della direzione centrale, il governo, così come si vuole che sia  il Parlamento, condizionata da editti bulgari, conforme all’ottimismo dinamico del consiglio d’amministrazione dell’esecutivo, dettato tramite veline da Agenzia Stefani, siglate Istat, affidata a una schiera di fedelissimi, selezionati grazie al rispetto di requisiti di affiliazione e lealtà proprio come è avvenuto e avviene negli altri enti di Stato.

E in questo va ammesso che Renzi ha superato il maestro: non solo non ha dovuto comprarsele le televisioni, ma le integra, senza fatica e senza spesa, nella costruzione della struttura “verticale” del potere sotto la sua persona, così come vuol fare e gli stanno lasciando fare con le istituzioni , con le rappresentanze, con il partito, annientando i corpi intermedi: sindacati, organismi di categoria e di controllo, instaurando una relazione diretta e univoca tra lui e la massa, rivolgendosi senza interposizioni a una plebe ricattata, condizionata, ridotta in servitù da perdita di beni e certezze, se perfino le statistiche confermano che in Europa siamo al secondo posto per densità di nuovi schiavi, che ha dovuto via via rinunciare anche allo status di consumatori.

La Rai è quello che è e che è sempre stata: lottizzata, subalterna a qualsiasi regime, prudente fino alla reticenza. Ma un tempo era un’azienda nella quale sbocciavano sorprendentemente talenti, nella quale avevano spazio eccellenze e professionalità. Oggi rappresenta il laboratorio esemplare dello strapaese , familista delle banche parentali, delle conduzioni domestiche e privatistiche della cosa pubblica, dalla Costituzione all’informazione, dalle relazioni industriali al governo del territorio, dall’assistenza alla scuola e alla cultura, se vengono acquistati probabilmente a caro prezzo spazzi pubblicitari in favore di plebisciti bonapartista.

Spesso succede a chi scrive di questi temi di imbattersi in divini quanto intelligenti schizzinosi che predicano il necessario astensionismo dalla funzione di telespettatori, per sottrarsi alla persuasione ormai sboccata, esplicita e volgare di imbonitori, pataccari, ciarlatani e impostori a mezzo o tutto servizio, accuratamente vagliati per non avere sorprese, che le insidie si nascondono perfino tra quelli che si sono alimentati dalle mammelle generose di Mediaset, del Giornale, di Libero, della Mondadori.  Sono quelli che raccomandano la disubbidienza televisiva da talk show e telegiornali, come se si annidasse là il vero pericolo e non in una narrazione parallela e artificiale della realtà, tramite menzogna sceneggiata e  bugie romanzate,  grazie alla trasposizione delle esistenze, ma anche dei luoghi della politica, della decisione, della giustizia, perfino della scienza, in prodotto narrativo commerciale, in gioco a premi, in quiz, con giudici, consulenti, accademici e medici fittizi, forse attori o forse semplicemente e felicemente mercenari, con effetto consolatorio come si richiede a  un mezzo fatto per distrarre, ridurre in letargo, anestetizzare.

Magari hanno ragione loro, ma io continuo a credere che abbiamo l’obbligo di ‘perseverare nell’oltrepassare l’azione del vedere per guardare, del sentire per ascoltare in modo da discernere, conoscere e riconoscere modalità, procedure e sistemi del nemico. Per tentare di rivelare ogni giorno e  con pazienza che l’imperatore è nudo sotto i velluti, l’ermellino, le paillettes, per andare alla radice del male e del suo contagio, in modo che si sveli chi muove i fili, chi paga coi nostri soldi la sua pubblicità, chi compra e vende corpi, intelletti, convinzioni e non chi si presta a fare da altoparlante.

Perché se fosse vero che è universalmente noto che la televisione è cattiva maestra, se è vero che siamo già ridotti a gregge, allora non si capirebbe la mobilitazione per convincerci della bontà  dell’uniformarsi e dell’obbedire agli imperativi del potere. Perché se è vero che vogliono condannare la televisione a elettrodomestico tanto da farci pagare il canone in bolletta, spetta a noi non farci elettro- addomesticare.

 

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Vi chiedimo di togliervi dalle scatole

gasparriUn errore può scappare e difatti più prima che poi scappa a tutti. Ma c’è errore ed errore e la clamorosa svista di Gasparri twitterante riguardo alla candidatura di Giorgia Meloni  “a suo tempo le chiesimo la disponibilità” è troppo grave per non inserirla in un contesto di degrado che sembra coinvolgere sinergicamente la città e il personale politico che di fatto ne tesse i destini e la progressiva svendita. Certo Gasparri non è noto per essere un’aquila, ma da uno stagionato sessantenne che per giunta si ammanta della tessera di giornalista, che è stato persino condirettore di un giornale, benché si trattasse del Secolo d’Italia, non ci si aspetta l’impossibilità di coniugare il verbo chiedere.

Francamente tra la disonestà di fondo di una destra che è stata parte attiva se non preminente del disastro e la negligente, distratta etica istituzionale del marinismo di centro sinistra, la scelta non è entusiasmante, però non è di questo che voglio parlare quanto dell’analfabetismo di ritorno che ha consentito a un Gasparri ( ma è solo un nome fra tanti) di assumere per molti anni responsabilità di vertice. Non c’è dubbio che una delle cause della progressiva caduta di democrazia cui assistiamo – e non solo da noi – stia anche se non soprattutto nel ritorno dell’analfabetismo che di fatto comprime e deprime la diffusione e il confronto delle idee demandando tutto alla televisione, ossia al più semplice, elementare e last but not least controllabile dei media che di fatto e in maniera sempre più evidente agisce da grande fratello.

Non è un discorso generico: qualche hanno fa uno studio europeo fece emergere una realtà da brivido: solo in Italia abbiamo 2 milioni di analfabeti totali, 13 milioni di semianalfabeti in grado di leggere sillabando e di scrivere poco più della loro firma e altri 13 milioni di analfabeti di ritorno, ossia di persone che pur sapendo leggere e scrivere non sono in grado di comprendere uno scritto di media difficoltà e dunque non leggono nemmeno le istruzioni per elettrodomestici. Certo è un bello scacco a quella società della conoscenza che si profetizzava, ma è ancor più allarmante perché diverse ricerche hanno dimostrato che non esercitando determinate facoltà si finisce per regredire e perdere ciò che si era acquisito, che è appunto quello che accade. Mi permetto di aggiungere anche un quarto tipo di analfabetismo che chiamerei eidetico e che coinvolge sia la massa analfabetica, sia una buona parte di quelli che sono alfabeti funzionali, ossia sanno agevolmente leggere e scrivere anche se lo fanno quasi solo in relazione alle faccende pratiche o quotidiane: la mancanza di abitudine a confrontarsi con le idee le porta ad acquisire come spugne ciò che viene accumulato dal mainstream senza alcuna significativa capacità critica e a sostenere a spada tratta ciò che pensano di pensare, non riuscendo però in nessun modo ad argomentare e dare un senso a ciò che esprimono. Essi sono la dimostrazione della spontaneità naturale del conformismo. Messi alle strette in uno scambio  concludono con un  argomento infantile e spaventoso assieme: “io la penso così” coinvolgendo il loro primordiale diritto ad esistere come parte essenziale della dimostrazione.

Non so se la rete sia in grado di superare queste tendenze visto che per molti si tratta di un semplice pantografo dell’ego, ma ad ogni buon conto si nota una certa differenza di capacità fra i giovanissimi, abituati a leggere e scrivere, sia pure in un contesto di lingua povera se non ideogrammatica e gli appartenenti alle due generazioni perdute di questo Paese, quasi 40 anni ormai in cui l’evoluzione è stata intesa come omologazione. Ovvio che la pratica e l’idea stessa della democrazia sono entrate in crisi, visto che si tratta di un sistema politico dinamico in cui è insista l’idea di stessa di scontro e confronto: il capitale ha buon gioco nel disseccarne le fonti.

Ma comunque sia è evidente la ragione per cui Gasparri e la torma di suoi pari può chiesere e ottensere il voto con le quattro squallide chiacchiere che ripropone da trent’anni oltre che con il praticantato di servizio alla corte di reo Silvio nel contesto di una politica divenuta clientela. Dovremmo chiesire che si tolgano dalle scatole, ma mi sa che occorrerà imponerlo prima o poi.


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 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ha fatto proprio bene il premier, ancorché lontano dal suolo patrio, a inviare una corbeille di fiori riparatrice alla trepida mammina che aveva tempestivamente scoperto di essere incinta, dando un’occhiata al calendario del salumiere appeso in cucina, come un’ingenua adolescente improvvida, proprio, ma è solo una felice coincidenza, il giorno del Familiy Day.

Ha fatto proprio bene e chi meriterebbe più di lei anche qualche aggiustamento altrettanto risarcitorio al Ddl Cirinnà, lei che è stata oggetto di una infame campagna di violenza verbale proprio nel momento nel quale è più dolcemente vulnerabile? Lei, esperta di nascite e rinascite, quelle della destra, autoritaria, xenofoba e razzista, cui non manca mai con la triade di Gianni e Pinotto (Giovanardi e Gasparri) e  del profeta delle ruspe, lei che ama tutti i focolari, purché secondo natura: maschio, sia pure turista sessuale, sia pure manesco, femmina e prole, magari adornati del presepe coi marò, lei che ama tutti i giovani – dei quali si sente parte e è stata “ministra” rappresentativa nel governo del puttaniere, quello delle cene eleganti alle quali avrebbe potuto presenziare mascherata da piccola italiana – slavo naturalmente quelli che vengono qui in cerca di fortuna, lavoro e futuro, che lei ha contribuito a vario titolo a negare prima ancora agli indigeni. Lei che ama tutti i bambini purché non arrivino su barconi pericolanti da lidi non troppo lontani.

È sempre da condannare, eccome, la violenza, anche quella verbale, anche quella dei toni, delle parole e delle vignette. Anche quella che dileggia la statura di un politico, il parrucchino di un altro, i tacchetti di un altro ancora, l’accento pesantemente vernacolare di un’altra. Figuriamoci se non si deve essere d’accordo su questo principio irrinunciabile, che ha sempre segnato la “diversità” della sinistra, quella di una volta, tradizionalmente vocata a nutrire dialogo e comunicazione, anche a fini pedagogici, a  rivendicare il primato di  ragione e tolleranza contro bestialità e sopraffazione. Figuriamoci se non dobbiamo sempre confermare nei fatti che l’antifascismo è fatto anche di rigetto della brutalità ottusa e aggressiva, spesso sintomo di impotente frustrazione, inadeguatezza ignorante, segnale di complessi di inferiorità che suscitano reazioni rabbiose e veementi e prove di forza bruta ai danni dei più deboli. Figuriamoci poi se questa violenza prende di mira una donna, sia pure in vista, sia pure colpevole di aver approfittato di una particolare condizione, per accattivarsi consensi, per suscitare  sentimenti di simpatia sodale perfino presso il pubblico buonista, anche essendo una proverbiale  “cattivista”.

Figuriamoci ..  si, si, però. Però a me tutto questo bon ton, tutta questa mostra di buona educazione dimostrativa di democrazia profusa a tutela di leggendari  educatori e pedagoghi  a suon di repulisti, olio di ricino, botte, anche tramite forze dell’ordine molto schierate e fiancheggiatrici perfino sugli stessi palchi in piazza,  ma soprattutto tramite leggi razziali o ad personam,  proclami golpisti, lettura revisionista del passato – che si sa Mussolini non è da condannare, ma semmai  da storicizzare,ipse dixit –  proprio  non mi va giù.

Perché con tutta franchezza invettive sul web, prese per i fondelli, anche velenose, battute sia pure infelici,   mi sembrano manifestazioni di violenza  certamente deplorevoli, ma veniali rispetto a quella che viene ogni giorno perpetrata, concreta e ferina da quel ceto del quale la signora in questione fa parte con una certa dose di responsabilità. E che si accanisce in particolare contro soggetti più deboli, contro le donne e la maternità consapevole, resa ardua come un capriccio non soddisfabile dalla cancellazione di lavoro, assistenza, stato sociale, asili, scuole pubbliche, contro chiunque venga presentato come altro dalla “maggioranza”: straniero, malato, omosessuale, matto, ribelle, contro chiunque esprima critica, contro chi esige rispetto della dignità e  dei diritti, a cominciare da quelli della democrazia e della Costituzione nata dalla resistenza all’antifascismo, contro chi pensa che mai come ora il pacifismo non sia un esercizio da disfattisti codardi, ma  l’unica arma vera per fare guerra alla guerra e ai suoi signori, quelli che costringono intere popolazioni alla fuga verso posti dove nessuno li vuole.

Si, lo ammetto,  a disturbarmi più che l’inurbanità, la volgarità sboccata di certe invettive, è l’inopportunità incauta che finisce per costringerci a prendere le difese ufficiale di certi arnesi solitamente indifendibili. Inopportunità inutile oltre che dannosa, con buona pace di Wladimir Luxuria che ha augurato alla Meloni un figlio trans capace di scuotere la sua coscienza e di ispirarle sentimenti più solidali e tolleranti. Istanza vana, quelli sono irriducibili come gli ultrà, impermeabili a sensi di coesione umana e sociale, inviolabili, malgrado il nome,  dai valori della fratellanza  e dell’uguaglianza, che si esprime nella accettazione del pensiero e delle inclinazioni degli altri, così nessuna lezione li persuade né quella dell’esperienza personale, né tantomeno quella della storia. Che purtroppo ha insegnato poco anche a noi, se ce li teniamo,  a cominciare da chi preferisce i fiori alle opere di bene.

 

 

 


I sessuomani di Siria

400x225_295786Siamo un povero Paese. Un Paese che si piega come un giunco a qualsiasi presa per i fondelli venga dal potere e dai suoi corifei mediatici, incapace di organizzare una risposta politica efficace, ma che si erge in tutta la sua nullità quando qualcosa ravuglia nel sottofondo della sua umanità scomposta, fatta di rancori e invidia, incapace di darsi un progetto che vada oltre i destini personali.

Così c’è sempre da attendersi il peggio come regolarmente è accaduto nella vicenda delle due cooperanti, trascinate nel gorgo del caos organizzato in Siria e delle sue narrazioni ingannevoli, recuperate grazie a un riscatto che viene ufficialmente negato con intollerabile arroganza e senso di irrealtà. E’ bastato che si diffondesse la notizia che le due ragazze o una di esse avesse fatto sesso consenziente con i rapitori che si scatenasse una ridda di contumelie, aperte in grande stile da una fine intelligenza come quella di Gasparri.

Vero o falso che sia sappiamo bene da una valanga di esempi, che la sindrome di Stoccolma può provocare esattamente questi effetti per cui un evento del genere va tenuto in conto e non potrebbe  stupire nessuno. Ma, sesso o non sesso, cosa cambia nella vicenda, nel suo significato e nelle considerazioni che andrebbero fatte su quella opaca profusione di ong presenti in ormai in ogni conflitto? Proprio nulla: è un fatto personale, del tutto accessorio che sarebbe bene rimanesse tale a meno che un qualche pervertito non a pensi che il viaggio in Siria fosse stato organizzato per turismo sessuale.

Eppure anche il solo sospetto di confricazioni, sia pure con quei terroristi “buoni” a cui il congresso Usa aveva di recente concesso corposi aiuti finanziari ( vedi qui) , ha risvegliato tutto l’astio per quei milioni spesi per il riscatto: l’esercito degli zombi è emerso indignato a sputtanare le due cooperanti, esprimere l’atroce razzismo basale che si incarna nel tabù della sessualità con l’estraneo e, dulcis in fundo, nei coglioni irrimediabili, ad esaltare in negativo la commistione fra queste due ragazzine, confuse e atlantiste, con il comunismo e addirittura i nemici dell’Occidente. Del resto è ben noto che i cretini disinformati sono molto più pericolosi per sé e per gli altri di qualunque terrorista.

Il fatto è che non c’è molto di meglio da aspettarsi dall’Italia civile che nel migliore dei casi non fa altro che nascondersi dietro l’alto patronato delle verità ufficiali che non spiegano nulla, fidandosi del fatto che le informazioni vere sono secretate. Oppure si dedicano a sottolineare la natura sessista dei malumori che platealmente esiste, ma che è anche un altro di modo di evadere le domande poste dalla vicenda. Le quali sono altre. Perché se le due ragazze sono certamente delle ingenue benestanti alle quali è possibile prendersi più di una vacanza dalla realtà italiana,  imparagonabili come pure è stato fatto, con Emergency, non è ben chiaro come e perché siano finite in Siria a fornire kit sanitari di dubbia utilità ai militanti di al Nusra. Come e perché esse siano state accompagnate a Damasco da un giornalista, poi miracolosamente scampato al rapimento, che è all’origine della balla dei gas nervini di Assad. E questo al seguito di una organizzazione formata da loro stesse e da un altro ambiguo personaggio. Francamente anche se  non vedessi l’ora di andare in Siria, a sostenere una delle fazioni in lotta, non saprei come fare. Ma evidentemente c’è chi sa come fare, magari sperando che qualche ostaggio faccia salire la febbre anti islamista e la paura del terrorismo per favorire interventi che costano 12 milioni, ma al giorno.


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