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20.000 tangenti sotto i mari

galAnna Lombroso per il Simplicissimus

A Roma il dindarolo, a Venezia invece la musina: si chiamano così i salvadanai a forma di porcellino  dove da bambini si infilavano i soldini di metallo e poi ci si compiaceva del concertino che facevano scuotendoli, con la promessa di gustosi consumi.

Abbiamo scoperto che la musina dell’ex presidente della Regione veneta, che agli occhi degli elettori si presentava come un dinamico e prodigo doge in terraferma, gioviale e intraprendente, era ben distribuita: investita in imprese e quote di società e in 14 immobili in Veneto e Sardegna con origine estera, o  nelle quote azionarie di un’azienda riconducibile a lui, o in conti correnti esteri tra cui quello attivo presso la Veneto Banka di Zagabria, sul quale erano stati versati, dopo vari trasferimenti dalla Svizzera, 1,5 milioni di euro.

Ad essere indagati, oltre a Galan,  sono i professionisti che hanno architettato la fuga dei capitali all’estero.  In totale, sono stati bloccati più di 12 milioni di euro, appartenenti a diversi presunti evasori fiscali che hanno utilizzato gli stessi canali di riciclaggio in un più ampio giro criminale in cui sono coinvolti commercialisti, imprenditori e grovigli di società offshore che arrivano fino a Panama.  A conferma che le varie tipologie di criminalità, mafie comprese, si sono aggiornate impiegando risorse umane specializzate, quei colletti bianchi addetti a ripulire e far circolare fondi sporchi  e proventi non dichiarati tra cui quelli del boss della mala del Brenta, il cui “commercialista” è stato condannato proprio in questi giorni, di un principe della valigeria e di un ciabattino di vip oltre che di svariati imprenditori e professionisti, immobiliaristi, albergatori, commercialisti, anche grazie ai preziosi consigli  di un finanziere di alto lignaggio, nipote dell’ex regina del Belgio Paola di Liegi.

Del gruzzoletto dell’ex governatore abbiamo appreso senza sorpresa che si tratta delle tangenti del Mose, messo nei guai dall’avidità. Il Mose e il suo Consorzio di gestione (ultimamente ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/04/02/obiettivo-2030-piu-che-mose-matusalemme/)   erano un format perfetto, pensato per promuovere illegalità, illeciti e corruzione a norma di legge. Bastava avere pazienza, entrare nel meccanismo di scatole cinesi societarie, incarichi resi trasparenti nel rispetto di procedure di urgenza,  sistemi per la concessioni di appalti e di mandati in regime di outsourcing e benefici e profitti sarebbero arrivati. Bastava applicare il modello così come era stato pensato, con un soggetto  unico che in regime di monopolio da un lato esegue dli studi e dall’altro realizza tutte le opere in laguna, assegnando i lavori alle stesse aziende consorziate tramite affidamento diretto e senza gara, perché i quattrini arrivassero e ne portassero altri in un moto perpetuo perché è sempre il Consorzio a sporcare e pulire, inquinare e risanare, scavare e usare i detriti per altre iniziative, “fermare” le maree e indirizzarne altre nelle vie d’acqua proposte per farci passare i condomini dei corsari delle crociere.

E ancora l’avidità ha incastrato i grandi accusatori che  hanno patteggiato nel corso dell’indagine madre sul Mose che aveva portato a confische per 24 milioni,  Piergiorgio Baita (ex amministratore delegato della Mantovani, società presente in tutte le cordate di grandi opere: si era aggiudicata perfino la piattaforma su cui erigere l’Expo, che è stata recentemente acquisita per riacquistare credibilità, dalla Coge Costruzioni Generali Srl con la cui etichetta e il conseguente risciacquo  proseguirà nella realizzazione del progetto veneziano), Claudia Minutillo (imprenditrice, ex segretaria di Giancarlo Galan), Mirco Voltazza, Nicolò Buson e Pio Savioli.

Per tirar su quattrini molti, maledetti e subito non si sono accontentai del favorevole regime di monopolio concesso loro, del controllo benevolo di controllori corrotti, della protezione della politica comprata, di leggi studiate per liberarli dai molesti lacci e laccioli della tutela della leale concorrenza, macché: hanno lucrato su materiali di cattiva qualità, hanno imposto rincari   record e costi extra, hanno agito sulla  tempistica per aggirare obblighi e sottrarsi alla vigilanza poco occhiuta, hanno cambiato i progetti in corso d’opera per gonfiare i conti, hanno obbligato a opere accessorie, hanno affidato incarichi di collaudo e soggetti esterni all’apparato statale (oltre 1,3 milioni di euro dal 2010 al 2012). hanno creato ad arte condizioni di crisi per ottenere licenze, con una così sgangherata sfrontatezza da richiamare l’attenzione degli inquirenti.

Eh si lo schema legal-criminale del Mose è stato compromesso dal “fattore umano”, da quel vizio, l’ingordigia, che qualcuno si augura farà implodere come un istinto suicida, il capitalismo finanziario che si avvita su se stesso nelle fattezze di quei mostri mitologici, un uruboro che divora la sua stessa coda.

E dire che si trattava di un meccanismo molto più sofisticato di Mafia Capitale, il modulo mafioso della Serenissima, che aveva perfezionato quello dell’Alta Velocità messo a punto all’inizio degli anni ’90, la prima volta che – in teoria – il capitale provato avrebbe partecipato finanziandola al 60% alla realizzazione di un’opera pubblica, grazie alla sottoscrizione di un patto tra governo, Ferrovie e Tav SpA e privati, Fiat,Eni,Iri cui viene dato l’incarico di realizzare le sei tratte previste. Più di 10 anni dopo, dopo innumerevoli giri di poltrone, inchieste, intimidazioni interne e esterne, ripensamenti, il governo Berlusconi mette mano unicamente alla tratta Milano-Torino affidata alla Fiat e che terminerà nel 2009  e che sarà costata 7,8 miliardi di euro per 125 km. per un totale di 62 milioni di euro a chilometro, contro o 16,6 della analoga linea francese.

E ciononostante si continua a voler replicare l’esperienza, così come non ci si arrende al fallimento malavitoso, alla vittoria dell’illegalità in un sistema, quello del Mose, che non la prevedeva, perché era stato pensato per legittimare il malaffare e l’opacità non mediante la violazione delle regole, ma adottando e applicando regole corrotte. Quando si mette a reddito il “non fare”, il rinviare,  lo sbagliare, l’aggiungere errore a errore, ostacolando, mettendo i bastoni tra le stesse ruote che con l’altra mano si provvede a oliare.

C’è da chiedersi cosa sia successo al Veneto operoso, locomotiva dello sviluppo del Nord pingue così simile al Belgio e all’Europa che si vorrebbe, quello dei distretti, quello dell’internazionalizzazione che si realizzava quando piccoli imprenditori dinamici  facevano da battistrada a aziende più strutturate, mentre a casa si incrementava il gruzzolo col lavoro nero delle mogli a cucire guanti, fare nottata sulla macchina da maglieria o a pedalare sulla Singer, e la mattina poi raccogliere il radicchio e metterlo nelle vasche perché diventasse la rosa di Treviso o Verona. Già allora c’era una concezione piuttosto spregiudicata della giustizia, quella regolata dalle leggi e quella degli imperativi morale, se quelli piccoli e grandi che partivano con la valigetta piena di calze di nylon come da tradizione, andavano a cercare posti dove trasferire i loro know-how, corruzione compresa, scegliendo quelli dove era più facile accaparrarsi permessi facili, inquinare senza conseguenze, pagare salari inferiori ai nostri, sfuggire a controlli e requisiti di sicurezza. E c’era anche una pretesa di superiorità – quella che ha fatto da impalcatura psicologica all’ideologia leghista – che alla resa dei conti ha mostrato i suoi limiti, se i saperi esportati, le conoscenze e i brevetti trasferiti sono stati fatti propri dai colonizzati, che hanno anche imparato subito a far valere i loro diritti proprio mentre i lavoratori italiano dovevano rinunciare ai loro, quelli sul posto di lavoro, quelli della salute in fabbrica e nell’ambiente.

Così c’è poco da stupirsi se felice Maniero è ancora un’icona trasgressiva, che con tutta evidenza popola  l’immaginario delle baby gang all’opera a Venezia e in Terraferma, in una regione che la camorra reputa essere una destinazione profittevole per l’export di rifiuti tossici, dove si vorrebbe sperimentare un’autonomia sotto forma di licenza dagli obblighi della coesione sociale – che dovrebbe esprimersi anche pagando le tasse a differenza della cricca sorpresa nei paradisi fiscali – per consegnare lo stato sociale ai soliti padroni in braghe o colletti bianchi, doppiopetto o coppola, che qualunque divisa indossino sono in guerra  contro di noi.

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Scippo al Passante

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quasi 40 milioni a chilometro è costato il Passante di Mestre, Grande Opera necessaria, si disse, per alleggerire il traffico sull’autostrada A4, quella che collega Torino a Trieste.

Talmente necessaria che malgrado i costi iniziali di costruzione siano lievitati di più del 60%, malgrado sia fortemente passiva – i pedaggi, anche a fronte dei provvidenziali rincari imposti dalla Cav, Concessioni Autostradali Venete, l’azienda di gestione al 100 per cento pubblica, che non bastano a ripagare l’unica socia, insieme alla Regione Veneto della Cav, l’Anas, delle spese di realizzazione, malgrado le società costruttrici siano coinvolte nel  “Mafia Serenissima”: nel corso delle indagini  sarebbe emerso un collegamento tra il MOSE e le altre infrastrutture che le società del Consorzio Venezia Nuova, tra cui la Mantovani spa, stavano realizzando in Veneto, la principale delle quali  era proprio il Passante di Mestre, malgrado tutto questo, dunque, che conferma come quel territorio sia diventato il laboratorio sperimentale del programma globale di concedere al privato il controllo totale sul pubblico per indirizzare le risorse  verso i propri interessi, grazie alla corruzione economica e a quella delle leggi,  la Bei e la Commissione hanno disposto un magnanimo “sostegno pubblico” all’ intervento, annoverato tra quelli strategici.  Un aiuto generoso che consiste nell’emissione di bond, obbligazioni per rifinanziare il debito, per un valore compreso tra i 700 e i 900 milioni, con una durata di 15 anni e garantite dalla banca di investimento europea, che si fa carico della restituzione di almeno il 20 per cento del prestito offerto dai sottoscrittori.

È bene che lo ricordino quelli che si illudono che la riesumazione del Ponte sia solo una boutade pre-referendaria (a dicembre arriverà alla Camera il Ddl sblocca-ponte, esulta Alfano), quelli incantati dallo “sviluppismo” dinamico tramite cemento e dissipazione del suolo, quelli che pensano che l’occhiuta matrigna tirerebbe le orecchie al burbanzoso scolaretto se volesse girare il suo film tra un colossal e il Padrino. E siccome si tratta di quelle mega produzione che farebbero invidia a Hollywood, con tanto di sequel, i protagonisti ritornano e non muoiono mai. Infatti nell’ormai lontano 2005 indovinate chi si aggiudicò l’appalto per il Passante: proprio Impregilo, fino a tre anni prima principale azionista del Consorzio Venezia Nuova, che aveva partecipato con un solo competitor, la Pizzarotti di Parma. Che misteriosamente in prima battuta si macchia di un errore procedurale: la  busta non è sigillata con la ceralacca, tanto che  la gara viene rinviata e non sorprendentemente se l’aggiudica il solito sospetto. Pizzarotti protesta, ricorre, dimostra, ma inutilmente, che tutti i parametri erano in suo favore, salvo uno a dir poco discrezionale, quello sul “valore” attribuito dalla commissione giudicante alle imprese partecipanti. Niente da fare, Impregilo, la società davanti alla quale il premier si è pubblicamente inchinato, firma il contratto con la Regione entusiasticamente rappresentata dall’allora presidente Galan che dichiara che la sua soddisfazione “è indescrivibile, è a un livello sublime”.

Ora c’è da chiedersi perché mai dovremmo avere fiducia in questi soggetti, che ogni volta ritornano in una danza macabra, dandosi il cambio e avvicendandosi, rinnovando alleanze e ricostituendo cordate: loro sì che hanno saputo unirsi in tutto il mondo,  cui “si dice” partecipino imprese “riconosciute” ufficialmente  come criminali, con marchio dop della mafia, in modo da non perdere mai le occasioni munificamente offerte da governi assoggettati alle cupole dell’impero.

Perché mai dovremmo permettere che i loro profitti si moltiplichino a spese nostre, inseguendo illusorie promesse di “partecipare” dei miserabili resti dispensati dalla manina della loro ingiusta Provvidenza. Ormai nessuno dei contigui a questa marmaglia, a queste cricche miste: privato, pubblico, politico, nazionale, estero finge più di credere al mantra tante volte ripetuto ma solo a fini propagandistici. Ambiente, niente, diceva un comico di qualche anno fa, e niente manutenzione, niente risanamento, niente opere di salvaguardia, niente ricerca e applicazioni tecniche per la sicurezza delle città, dei suoli, delle acque, meno che mai del lavoro, perché la loro crescita, il loro sviluppo, il loro avanzare impone di soggiogare paesi, popoli, risorse alla loro furia spoliatrice, che deve fare presto, macinare investimenti, moltiplicare dividendi.

E allora bisogna dire di No. Alle loro riforme come alle loro piramidi. Perché le due cose sono intrecciate strettamente, indistinguibili dentro alla menzogna della stabilità, alla convenzione della governabilità. Se, come è vero, la realizzazione delle grandi opere permette di accrescere considerevolmente gli effetti  del processo di appropriazione criminale di rendite parassitarie, concentrando le opportunità di profitto illecito entro sedi istituzionali e processi decisionali circoscritti e più facilmente controllabili,  quelli di un “sistema” che non si preoccupa di violare il codice penale, perché le leggi sono state piegate alle sue esigenze, a quelle di emergenze fittizie che prevedono regimi eccezionali, deroghe e commissariamenti, procedure semplificate, il sopravvento di soggetti monopolistici.

Se non siete faraoni e se non volete essere schiavi, se non credete al mito futurista della velocità che accorcia i tempi di percorrenza dall’umiliata Calabria alla mortificata Sicilia, se non avete fatto giuramento di fedeltà a clan criminali o “diversamente” criminali, se vi sta a cuore il bene comune, se volete riprendervi spazio, respiro, decisioni e libertà, vi conviene cominciare a dire No .

 

 

 


Mose Mosè, più bella cosa non c’è

Chioggia_BoccaDiPorto_mose-venezia-vela-veneta-velaveneta-cassoniAnna Lombroso per il Simplicissimus

35 arresti, 100 indagati, si concluderà miseramente nelle aule giudiziarie la leggenda della eccezionale opera di ingegnerai che doveva salvare Venezia dalle acque?

Stamattina ai veneziani vengono in mente – con una certa voluttà – quei film degli anni ’50, in bianco e nero, che mostravano una Serenissima percorsa da intrighi, fornaretti e dogi sleali condotti in catene ai sinistri Piombi e dimenticati là, a languire.

Eh si, perché insieme al sindaco Orsoni, (eletto nel 2010 nella coalizione di centro sinistra), arrestato per corruzione, concussione, riciclaggio, altre 34 figure di spicco della nomenclatura lagunare sono ai ceppi nell’ambito di una indagine avviata tre anni fa e un centinaio sarebbero gli indagati.

Più discusso del Ponte sullo Stretto, ma certamente più redditizio, il Mose “pigliatutto”il primo “modulo sperimentale elettromeccanico”era stato da subito, dal lontano 1988, quando ancora si chiamava progetto REA, Riequibrio e Ambiente, considerato innovativo, irrinunciabile, insostituibile – e adesso sappiamo perché – quando venne imposto dopo una selezione “formale”, visto che non c’erano alternative, effettuata nel 1981 dal Ministero dei Lavori Pubblici. Come per il Ponte, gran parte dell’attività del Mose è “progettuale”, “cartacea”, di anno in anno la conclusione dei lavori che dovrebbero salvare Venezia dalle acque, viene rinviata. E per fortuna verrebbe da dire, se a Chioggia durante le sagre del patrono rapper locali cantano sulla musica di Ramazzotti: “Mose-Mosè, più bella cosa non c’è”, cui fanno da contro canto i pescatori chioggiotti, persuasi per esperienza sul campo che quando le dighe del Mose saranno definitivamente incassate nelle bocche di porto manderanno all’aria quel poco di economia della pesca che ancora sopravvive.

È che “la più imponente e innovativa opera in costruzione oggi in Italia” come la definiva il sindaco in manette, ha suscitato dubbi e polemiche almeno da quando venne trionfalmente inaugurata in mezzo alle acque come tanti Cristi del CAF, dal Ministro De Michelis, dal Presidente del Consiglio Andreotti, dal Ministro dei Lavori Pubblici Prandini, che benedissero l’eccezionale progetto di “eccellente ingegneria”, senza curarsi di obiezioni, pareri tecnici, valutazioni contrarie. Nel 1989 il voto contrario del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici viene “cassato” da un pronunciamento del Consiglio dei Ministri. Il Governo Amato nel 1999 fa spallucce al parere negativo di Via emesso dalla Commissione del Ministero dell’Ambiente. Così come il succedersi di governi, da Dini a Berlusconi e Prodi, spazzano via i dubbi degli organismi tecnici e economici, sovrintendenze, Corte dei Conti, Commissione Europea. Fino alla beffa dell’istituzione di una Commissione ad hoc, voluta dal ministro “ossimoro” Baratta, che unisce in un’unica divinità ministeriale, ragioni ecologiche e esigenze costruttive, natura e cemento, Ministero dell’Ambiente e Ministero dei Lavori Pubblici, della quale fanno parte cinque “saggi super partes”, tra i quali Costa, poi sindaco e oggi abominevole uomo delle navi, soprattutto maxi, all’autorità portuale, il cinese Chang Mei e l’olandese Vellinga, contemporaneamente consulenti del Consorzio e chiamati a giudicarne operato e azione.

Ma si sa che il conflitto d’interesse da noi non fa paura. E nemmeno lo spauracchio delle inchieste giudiziarie. Il budget del progetto di massima che prevedeva un costo di 3200 miliardi di lire, lievita arrivando ora a una previsione di 5 miliardi e mezzo di euro, gestione e manutenzione esclusa, mentre le acque alte si ripetono senza la tradizionale frequenza stagionale, con punte eccezionali. Almeno quanto eccezionale è la decisione bi partisan di affidare ad un unico soggetto, il Consorzio Venezia Nuova appunto, le attività di progettazione, gestione, controllo dell’opera, cui si aggiungono altre competenze, compresa la bonifica e il ripristino ambientale degli eventuali interventi inquinanti posti in essere dagli scavi e dalla realizzazione delle dighe mobili.

Non a caso dopo alcune presenze scialbe ne prende definitivamente le redini il suo ideatore e fondatore, l’ingegner Mazzacurati, un vecchio leone indomabile nel fare affari, che ricorda il Cerroni delle discariche laziali, che estromette Impregilo, occupata su altri brand faraonici e sceglie come maggiore azionista la Mantovani SpA, impresa edile padovana presieduta da una vecchia conoscenza, anche delle procure, Piergiorgio Baita, già arrestato nel 1992 in piena Tangentopoli, finito in manette nuovamente nel settembre scorso, all’avvio dell’inchiesta. Ancora una volta come nel ’92, è probabile che Baita, dipinto come il compagno di merende di Giancarlo Galan, si sia salvato da una lunga lista di accuse a suo carico, parlando. E raccontando di fatture false, appalti opachi, finte consulenze, concessioni “esclusive” in ottemperanza alla moda imposta proprio da loro del project financing, un sistema pensato e applicato per favorire sempre gli stessi soggetti, sotto l’ala protettrice della Mantovani, presente ovunque: strade e autostrade, passante di Mestre,tram, ospedali, bonifiche, scavi di canali – chissà se si aggiudicherà malgrado tutto anche quello di Contorta, per favorire i nuovi corsari delle crociere – operazioni immobiliari, rigassificatori, darsene e speculazioni del Lido, sub lagunare.

Era stato sotto la gestione combinata di Galan e dell’assessore Chisso, il secondo in manette, mentre per il primo è partita la richiesta di arresto, che la Mantovani, e per suo tramite il Consorzio, diventa un monopolio: si aggiudica tra i finti mugugni del sindaco, l’arsenale e i suoi storici bacini di carenaggio, acquisisce la Thetis, la società di ricerca cui sorprendentemente viene affidata una direzione dei lavori, quelli appunto del Mose. E via via mette le mani su tutta la Regione, su tutte le opere, presenti, future, con una certa italianissima predilezione per quelle che non si faranno mai e che perciò sono ancora più redditizie, tra multe, rivalutazioni, sanzioni, stati d’avanzamento virtuali.

Dopo tanti anni di sospetti e esplicite dimostrazioni, una bella scrematura del malaffare veneto è stata fatta. Ma l’esperienza ci fa sospettare che non sia una resa dei conti: la città decapitata è sempre a rischio. Né Cacciari né Orsoni hanno pensato di fermare la faraonica macchina mangiasoldi. Lo farà mai un loro successore? Il soave presidente dell’Autorità Portuale, l’ex sindaco Paolo Costa, non si perita di narrarci che grazie al Mose, alle bocche di porto e allo scavo del canale Contorta Sant’Angelo, quello dove dovrebbero passare orgogliose le grandi navi, sarà possibile ricostruire la morfologia del bacino centrale della laguna. Come se l’agonia di quell’ambiente unico, dinamico, potente eppure vulnerabile, non si dovesse al Canale dei Petroli con le circa 4 mila navi che vi passano ogni anno – e il Contorta ne sarà la replica – agli effetti erosivi provocati dallo spostamento di migliaia e migliaia di tonnellate d’acqua innescato dal passaggio delle navi, all’indifferenza perversa di una classe dirigente che non ha fatto nulla di quello che faceva secoli fa la Serenissima, pulizia dei rii, rinascimenti, opere in una perenne azione di governo razionale di acque e territorio. Ma allora il rischio erano le maree d’acqua, ora sono quelle mefitiche e velenose della speculazione, della corruzione, che unisce tutti in una aberrante alleanza della quale Venezia è il teatro esemplare e dalla quale c’è da temere che non si salverà, come una moderna Atlantide.

 

 

 


Lido: Grand Hotel Speculazione

imageAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri una nuvola nera si alzava dall’improbabile, ma così amabile cupola moresca rivestita di rame dell’Hotel Excelsior del Lido, monumento alla mondanità, al cinema. I veneziani l’hanno guardata quella colonna di fumo con lo sbigottito timore con il quale avevano visto accartocciarsi crepitando su se stesso il loro teatro, quando tutto il mondo pianse la ferita inferta alla città più cantata, ritratta, sognata, visitata, immaginata come scenario di innamoramenti e delitti, di carnevali e pestilenze, perché è così quando si diventa una leggenda.

In questi anni di sospetti e di intrighi, ogni incendio, Fenice, Petruzzelli come Thyssen Krupp peraltro, possono essere prodotti dell’incuria, di malsani “risparmi”, o, senza essere complottisti, essere attribuiti alla volontà di intimidazioni e ricatti esercitati a fini speculativi.

L’incendio del grande albergo, scoppiato in un’ala sottoposta a lavori di rifacimento, è stato rapidamente domato, il simbolo di una Belle Epoque renitente a finire, malgrado sia trascorso più di un secolo di guerre, conquiste, stragi, poesie, crimini, benessere, nuove povertà, resta al suo posto, inverosimile e fantasioso come un gigantesco castello di sabbia, come doveva averlo immaginato e voluto nel 1907 il visionario imprenditore Nicolò Spada che commissionò il suo sogno da Mille e una notte all’architetto Sardi, capace in 17 mesi di consegnare la sua opera, nata per essere il sigillo sul destino di sfarzo, fasto ed eleganza del Lido, definita l’Isola d’Oro per la sua sabbia delicata come una cipria. Il Lido era uscito dall’isolamento grazie a un cero Busetto detto Fisola che si era ostinato nel 1857 a aprire uno stabilimento per i bagni in mare: fino ad allora gli stabilimenti balneari erano in città, negli alberghi in riva al Bacino dove adesso passano le maxi navi e si nuotava in specchi d’acqua recintati in Laguna, quando i fioi imparavano a tenersi a galla “co la tola” aggrappati a un legno in Canale. Poi la Compagnia Grandi Alberghi nel 1900 intuendo la vocazione di quel lembo di terra a diventare un luogo speciale, aveva realizzato la severa e gentile palazzina del Des Bains, un’architettura liberty che ispirò le ville che sorsero con felice disordine intorno al Gran Viale e sul lungomare.

Altri visionari, altri imprenditori, altri tycoon, quelli della Ciga, della Mostra del Cinema, altra modalità di interpretare il profitto e il mercato, altro “fare” rispetto a oggi, quando a nessuno parrebbe inimmaginabile che si appicchi un incendio a una costruzione piena di memoria e suggestione.

Ma al Lido ormai tutto è possibile come in remake di “mani sulla città” da proiettare in saletta Volpi, come in un cinegiornale dell’Istituto Luce propagandistico dei magnifici destini dell’alienazione a fini produttivi e di “valorizzazione” dei beni comuni, condannati a finire nel Grande Buco, simbolo della Grande Opera, quel nuovo Palazzo del Cinema la cui prima pietra già tombale venne posta dall’allora Ministro dei Beni Culturali nel 2008 insieme al Sindaco Cacciari, convertito rapidamente nello spettro di un Grande Scandalo.

Perché l’operazione Palazzo della Cinema altro non era che il grimaldello per aprire la strada alla Grande Speculazione, una parte della quale è venuta alla luce insieme all’amianto trovato – ma tutti sapevano che c’erano se l’allora Presidente dell’Uls denunciò l’insalubre iniziativa, apostrofato di uccello del malaugurio e stravagante individua in cerca di popolarità – durante i lavori di scavo per la costruzione affidati alla Saicam, che più scavava, là dove prima c’era una delle più belle pinete dell’isola, centotrenta alberi divelti, e più trovava amianto. Ma continuava a scavare malgrado l’occhiuta presenza di un supercommissario ad hoc, nientepopodimeno che un vice di Bertolaso, messo là più che a protezione della salute minacciata, del buon andamento di una banda d’affari che vedeva di buon occhio il triplicarsi dei costi, secondo le regole nazionali del profitto che fa guadagnare “non facendo” certe cricche con sempre gli stessi nomi: Angelo Balducci, l’ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola, intimi di Diego Anemone, che procurava loro le solite compagnie nelle fredde notti in trasferta a Venezia. Con gli alberi scompaiono anche i resti del forte ottocentesco, malgrado i tentativi di salvaguardarlo della Sovrintendenza e delle associazioni degli abitanti, ma intanto evapora anche il progetto. Ma solo quello del Palazzo, perché invece resta in piedi e ben saldo quello che si nasconde dietro, un processo di privatizzazione dell’isola cominciato e poi allargatasi via via intorno alla svendita di alcune delle porzioni più pregiate del territorio isolano, prima tra tutte la vasta area dell’Ospedale a Mare con la sua spiaggia di finissima sabbia chiara, dove dopo lo smantellamento coatto dell’ultimo presidio sanitario, dovrebbero sorgere un complesso residenziale e alberghiero e dove verrà attrezzata una cittadella portuale con 1500 posti barca saranno 1500, con 750 posti auto sopra la diga, con una nuova strada di collegamento verso San Nicolò, con un ristorante, con edifici della Finanza e della Capitaneria, palestre, cantieri e officine, che dovranno così si legge nel progetto “armonizzarsi con le strutture del Mose e le opere in corso”. Una armonizzazione che occuperà una superficie di 480 mila metri quadri in mare, 200 mila a terra, più o meno la superficie di un’altra isola della laguna, la Giudecca.

L’area ancora lussureggiante dell’Ospedale a Mare è stata acquistata da un fondo immobiliare, Est Capital, “promosso” dall’ex assessore della giunta Cacciari, Gianfranco Mossetto, anche lui animato da radiose visioni di ridare al Lido il ruolo di un tempo, per una nuova Belle Epoque cominciata con l’acquista del Des Bains nel qual piove dentro da due anni per scarca manutenzione ma destinato a diventare un residnece per magnati, e appunto l’Hotel Excelsior. E poi il Forte di Malamocco, un complesso militare austriaco costruito a metà Ottocento sui cui resti dovrebbero ergersi 32 ville, meno gloriose, un albergo, una piscina e altre attrezzature. E Est Capital aspira anche a aggiudicarsi l’area verde della Favorita, quasi due ettari di terreno.

Associazioni di residenti si sono fatte qualche conto: l’utile atteso dall’operazione è dell’ordine di 260 milioni di euro, senza contare la darsena e i profitti delle imprese che costruiranno. Ma non sono altrettanto precisi i costi per la città, quello che è stato sborsato in un’impresa fantasma, i danni per la salute e l’ambiente, quelli per la storia e l’identità del luogo, quelli alla legalità, se come sembra autorizzazioni, licenze e permessi sono stati accordati con una sfrontata discrezionalità. E c’è poco da menzionare la manina di Adam Smith, che con il profitto di pochi fa piovere benessere su tanti: come per la grandi navi, come per le grandi opere, come per la Tav, i ponti sullo stretto o sul canale, quella manina si muove secondo lo spirito del tempo, toglie a chi non ha per dare ha chi ha già tutto.

 

 


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