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Archivi tag: Gabrielli

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cmo Anna Lombroso per il Simplicissimus

Intorno agli anni ’70 due gruppi famigliari  di sinti stanziali originari dell’Abruzzo e del Molise arrivano a Roma.   E cominciano l’occupazione militare delle zone poste alla periferia sud- est della Capitale: Romanina, Anagnina, Porta Furba, Tuscolano, Spinaceto, spingendosi fino a Frascati e Monte Compatri. Via via la loro azione si espande come il numero degli affiliati (probabilmente almeno un migliaio). E cresce il volume di affarii: secondo la Dia la struttura criminale più strutturata e potente del Lazio possiederebbe un patrimonio stimato di oltre 90 milioni di euro. Seguendo i flussi finanziari della holding criminale, la Dia è arrivata fino al Principato di Monaco dove avrebbe individuato la “cassaforte”  dei quattrini frutto del  narcotraffico e dell’usura. Ma i brand sono tanti: edilizia, settore immobiliare, ristorazione, ricettazione. La loro managerialità  è all’insegna del dinamismo e imparano presto a diversificare i settori di capitalizzazione con la presenza  nel CdA di società di investimento come nel racket, nel riciclaggio come nello sfruttamento della prostituzione.

Nella loro vasta zona di influenza, qualcuno in questi giorni ha calcolato che l’area sarebbe più o meno quella della città di Firenze, ci sono capannoni, fabbriche, uffici e le loro abitazioni, veri e propri showroom della più mostruosa  paccottiglia che farebbe impazzire gli scenografi di Dinasty, gli arredatori di Trump e pure Berlusconi, la wunderkammer di un ammiratore di Ludwig con tanto di pelli di tigre davanti al caminetto istoriato, cessi d’oro, tavoli di lapislazzulo, da far inorridire i residenti di ben altri quartieri posseduti dal minimalismo acchiappacitrulli di Philip Stark o dal post manierismo di Mendini.

Della loro esistenza tutti sapevano anche perché appunto l’esibizionismo è una loro cifra, come dimostrato dal leggendario funerale di un capostipite nel 2015, in tempo di reggenza di Gabrielli ora capo della Polizia, un addio tra sfarzo e lacrime di familiari e amici, macchine di lusso e cavalli neri, petali di rosa lanciati da cielo ed elicotteri.

Tutti sapevano tanto che pare fosse una simpatica abitudine domenicale in voga tra i romani andare da loro a rifornirsi di auto di occasione, pezzi di ricambio, elettrodomestici custoditi in hangar da acquisire senza  molesti adempimenti. Si, tutti sapevano ma in sostanza tutti hanno finto di non sapere. Come davanti a un incidente della storia o a un evento meteo incontrastabile per anni un susseguirsi di autorità locali, istituzioni e amministrazioni hanno dato avvio a misure per colpire al cuore la dinastia nelle dimore principesche, senza portarle a termine, non si sa se per la loro potenza intimidatrice, oppure, voglio essere maligna, perché c’è rom e rom, zingaro e zingaro e è più facile fare qualche energico repulisti negli accampamenti degli straccioni rubagalline che nelle ville sibaritiche del clan.

Certo, già nel 2009  le ville entrano a far parte dei beni da porre sotto sequestro,   nel 2013 alcune vengono sgomberate,  Sabella assessore di Marino cerca di dare una accelerazione, ma viene fermato dalle difficoltà di applicare le misure interdittive, infine nel gennaio 2018 la Regione Lazio in collaborazione con l’Agenzia Nazionale Beni Sequestrati e Confiscati (ANBSC), procede con una delibera per l’abbattimento e la riqualificazione delle ville. Ma nel frattempo gli esuberanti esponenti del clan continuano a far parlare di sé picchiando i vigili urbani per evitare l’abbattimento di ville abusive al rione Osteria del Curato, ma anche partecipando a gare e appalti,  comparendo a kermesse elettorali a fianco di candidati eccellenti pronubo l’immancabile Buzzi con i quali hanno stretto una costruttiva collaborazione. E se qualcuno per caso non sapeva, avrebbe dovuto pensarci la Dda di Roma che in varie occasioni ha arrestato autorevoli componenti dell’organizzazione o la procura di Viterbo che da anni raccoglie prove sulla loro attività criminale.

Comunque solo qualche giorno fa il Comune di Roma ordina e fa eseguire lo sgombero nelle case di 8 famiglie eccellenti cui seguirà in pompa magna l’abbattimento. E apriti cielo è tutto un criticare il gesto prodotto di quella spettacolarizzazione della politica che pare rappresenti un fatto nuovo quanto indecente. Apriti cielo, ed è tutto un rivendicare la laboriosa e zelate attività precedente che ha portato all’atteso coronamento, per sottolineare prima di tutto il contributo essenziale del tenace e costruttivo presidente della Regione casualmente candidato segretario del partito agonizzante, così indaffarato a ristabilire la legalità oltraggiata dalla cupola romana da non avere tempo per produrre un piano dei rifiuti di sua competenza dopo l’eclissi delle province.

Ma è ancora poco, proprio ieri circolava in rete insieme a una “cronaca in città” del Messaggero sulla somatica dei vigili  impegnati nell’operazione, un articolo molto dettagliato su quanto lo scandaloso spettacolino ad uso della sindaca ora necessariamente sotto scorta, è costato ai cittadini.

E’ che non se ne può più di un confronto politico retrocesso a guerriglia virtuale tra tifoserie squallide nelle quali pare sia obbligatorio l’arruolamento forzato, di una opposizione capace solo di rimpiangere le illusioni perdute spacciate come garanzie, beni, sicurezza, appartenenza a  intoccabili categorie del privilegio. In attesa di puntuali conteggi sul costo dell’antimafia, dell’abbattimento degli ecomostri, insomma delle spese insostenibili che richiederebbe il rispetto delle leggi, tanto da far ritenere  profittevole tollerare, condonare, dire sì a ogni oltraggio per non pagare il prezzo dei no, come pare sia ormai uso di ambo i fronti, non sarebbe meglio compiacersi di quello che c’è di buono?  Personalmente, io lo sarei se il sindaco Sala, cui tra l’altro rimprovero di essere stato così poco accorto da commissario dell’Expo da non accorgersi delle pratiche corruttive e  delle infiltrazioni mafiose che pare abbiano avuto il merito di promuoverlo a primo cittadino della capitale morale, impedisse definitivamente i festival nazi, le commemorazioni di assassini al  Cimitero Maggiore e altri tipi di apologia.

Può anche darsi che la Raggi abbia  mostrato tanta solerzia per preparare il terreo o per far digerire altri sgomberi, dello stabile concesso a Casa Pound da un sindaco, o nel caso di falansteri occupati da senzatetto eseguiti con dispiego militare muscolare. Ma chi preferisce stare dalla parte della ragione, e non da una o dall’altra degli opposti cretinismi allora continuerà a denunciare e protestare, come fa da anni, da quando, per dirne una,  è in corso lo sgombero in grande stile di intere fasce di popolazione dai centri storici regalati alla speculazione, per il trasferimento forzato anche se meno appariscente ai margini delle città, ai margini dei Casamonica, fuori dall’ordine, dalla giustizia, dai diritti.

 

 

 

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Il giubileo come l’Expo, parola di Orfini

83a13f5f9082b8705f469b35ac7e6a27-kQIB-U43090594023939zKB-1224x916@Corriere-Web-Roma-593x443“Si apre la porta e non ne esce nessuno. E’ Matteo Orfini”. Bisogna parafrasare una celebre stilettata di Fortebraccio per arrivare all’essenza di questo figlio di papà, così neghittoso negli studi da non essersi mai laureato, ma altrettanto deciso a non conoscere mai il senso concreto della parola lavoro. Perché Matteo Orfini è la versione tracotante e contemporanea del vedo gente faccio cose di Ecce bombo, un tristissimo esempio di classe dirigente che messa alla prova dimostra tutta la sua inconsistenza o meglio ancora rivela ingenuamente i propri moventi.

Così il commissario del Pd romano, nonché presidente del Pd per renzata ricevuta, inciampa nei suoi retropensieri e nell’illustrare il commissariamento de facto del Comune di Roma  in vista del giubileo, ma assolvendo la giunta Marino demansionata a segnaposto politico per evitare elezioni, fa la sua porca gaffe. Non sa trovare di meglio che paragonare la trovata di affidare a Gabrielli la gestione della città alle vicende dell’Expo. Cioè al più clamoroso fallimento organizzativo, ideativo ed etico in cui è stato trascinato il Paese. Infatti la nomina del commissario straordinario, poi battezzato coordinatore, che riduce Marino a un feticcio apre la strada maestra della solita emergenza: l’affidamento degli appalti e degli incarichi senza concorso. A una giunta completamente coinvolta nel sistema corruttivo viene consentito di rimanere al suo posto per continuare per addossarle l’opera di tagli ai servizi e caduta di operatività che sono ormai il correlato oggettivo del patto di stabilità. Forse non  è un caso che il padre di Orfini sia stato il produttore del pap’occhio.

Così si ottengono alcuni vantaggi: si evita lo tsunami di un redde rationem politico inevitabile, si ubbidisce al Vaticano e a questo giubileo anticipato che il misericordioso Francesco pensa come coronamento mediatico del proprio pontificato (la data canonica del 2025 è troppo lontana per lui) e come forzatura nei confronti del sinodo, si lascia intatta la configurazione in cui si è innestata la corruzione, si mettono in cantiere nuovi affari di emergenza e si spera che i soldini arrivati per via giubilare, plachino le ire dei romani. Dopotutto Orfini ha ragione nel suo inconsapevole autodafé o per altri versi buona novella per le truppe d’appalto: si sente puzza di Expo lontano un miglio. Ma appunto per questo non doveva tirare fuori il  paragone che dimostra sia l’hobbismo dialettico di cui si ciba, sia l’assuefazione al vuoto etico che  gli fa apparire l’associazione delle due cose come virtuosa ed esemplare.

In tutto questo appare completamente assente qualunque visione sociale e questo vuoto rimbomba assordante nelle vicende di questi giorni, evidenziando la mancanza di pensieri, prospettive, programmi, insomma di qualsiasi cosa possa chiamarsi politica. Si tratta soltanto giochi di scacchi di elite decise a conservare i privilegi, compreso quello di vedersi retribuire profumatamente il vedo gente e faccio cose.  Anche se è pessima gente e sono cose prive di senso.


La scienza della corruzione e dell’impunità

Il capo della protezione civile, Gabrielli, succedaneo di Bertolaso, ci prova a fare lo sghetto, a introdurre nuove impunità. Dopo le condanne piovute sulla commissione grandi rischi per la vicenda de L’Aquila, ora chiede una norma urgente per tutelare gli scienziati affinché non debbano correre dei rischi giudiziari. Da uomo dei servizi e dunque abituato alla manipolazione, tenta di farci vedere il dito e non la luna, di depistarci e di farci prendere lucciole per lanterne.

Dice di voler creare un’oasi di protezione per i pareri espressi dagli esperti, ma in realtà vuole solo creare una cortina di impunità per quei poteri, manovre e prassi che si servono degli scienziati come di un alibi per imporre le loro tesi. Nessuno può condannare un ricercatore per un’ opinione che si rivela poi sbagliata e infatti la clamorosa sentenza non dice affatto questo, ma una cosa molto diversa: che i pareri espressi e sottoscritti ex post dalla commissione furono estorti da Bertolaso che a tutti i costi voleva minimizzare il rischio per evitare di prendere quelle costose misure preventive e d’informazione che quanto meno sarebbero state utili a salvare qualche vita. La famosa convocazione della Commissione grandi rischi fu voluta, dieci giorni prima della scossa fatale, per sedare l’ansia di una popolazione sottoposta da mesi ad uno sciame sisimico che invece di cessare provocava scosse sempre più evidenti e forti.

Ansia che derivava anche dalla cassandra Giuliani che sulla base delle misurazioni del gas radon, preconizzava l’arrivo del big one Bertolaso lo aveva denunciato per procurato allarme, ma il susseguirsi delle scosse e in particolare quella del 4° grado della scala Richter , arrivata il 30 marzo, indusse il capo della Protezione civile, non a prendere misure concrete, ma a servirsi della commissione per un’operazione mediatica volta a tranquillizzare: gli scienziati si trovarono perciò dentro una riunione  informale a dover sostenere una tesi prefabbricata secondo la quale tutto era normale e che anzi più scosse piccole e medie c’erano e più si dissipava energia. Con il piccolo particolare  che non conoscendosi la quantità di energia da dissipare e ignorando totalmente la tipologia storica dei terremoti aquilani, il ragionamento aveva lo stesso valore di Bertolaso: zero. Così come ogni previsione in un senso o nell’altro. Il verbale di quell’incontro, di per sé abbastanza vacuo e per il resto bugiardo (Enzo Boschi pur polemizzando con la sentenza ha detto pochi giorni fa: “sarei stato matto ad escludere una forte scossa”) fu poi fatto firmare il giorno dopo la distruzione della città come documento a discarico delle responsabilità del capo della protezione civile.

Allora cosa vuole dire Gabrielli quando invoca la tutela degli scienziati? La invoca in realtà per sé stesso e per le pressioni della politica  su esperti in qualche modo dipendenti da istituzioni pubbliche, spinti ad esprimere ciò che vuole il potere. ” Proteggere” con una legge gli esperti significa in realtà proteggere le indebite pressioni politiche e governative: è del tutto ovvio che se arrendersi alla malafede di stato non comporta alcuna conseguenza e magari anche qualche vantaggio, questa pratica non potrà che crescere e favorire la “corruzione della conoscenza”. Di certo non ci sono in gioco solo i terremoti, ma una vastissima serie di campi che vanno dall’idrologia, alla sanità, ai farmaci, alle analisi ambientali e ai pareri di compatibilità, all’alimentazione, ai mille rischi il cui valore può essere alterato dai poteri politici e da quelli che fanno riferimento ad essi.

Insomma con la scusa della protezione degli esperti che a prima vista appare plausibile e persino auspicabile, si vuole in realtà introdurre una mela marcia pure nel cesto della scienza con incompetenti assoluti e corrotti fino al midollo che dettano le verità che più fanno loro comodo.  E con scienziati che pure devono campare e che hanno – come tutti -le loro ambizioni trasformati in ciambellani alla corte degli interessi più disparati salvo quelli dei cittadini e in ultima analisi del mercato e delle sue manacce tutt’altro che invisibili.


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