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Favole spagnole

kisspng-don-quixote-sancho-panza-museu-picasso-painting-dr-5af51d75cae3e1.9625411015260133018311L’energia non si consuma, da qualche parte finisce e in Spagna come del resto altrove, quella che una volta serviva ad alimentare il motore della politica, oggi si limita a creare nuove geometrie e dislocazioni elettorali il cui senso è estremamente limitato vista l’assenza di politica di bilancio: i Paesi della Ue devono pagare il conto che impone Bruxelles e hanno facoltà di intervento solo sulla mancia sociale da lasciare sul tavolo, ovvero su cifre marginali. Se a questo si aggiunge il fatto cHe una consistente parte dell’economia spagnola, dal turismo alla produzione automobilistica è legata alla Germania, ovvero alla protagonista della politica comunitaria si vede che non c’è molto da scegliere. Infatti Podemos scende in favore dei socialisti e della sinistra catalana, il Partito popolare crolla in favore di Ciudadanos e di Vox (espresssione del teapartismo in salsa cattolica)  e tutto rimane come prima. Possiamo anche cedere al fascino delle etichette e dire che la sinistra ha vinto come fanno gli ultimi illusi nei loro fortilizi, oppure possiamo delirare come Repubblica all’ultimo stadio sulla sconfitta del populismo (chi sono poi questi populisti?)  ma tutto dipende dal sistema di riferimento che prendiamo per dare un senso a queste etichette politiche: in ogni caso il partito socialista oggi al governo si trova a essere ancor più precario di prima e paradossalmente a dipendere ancora più di prima dai separatisti catalani e baschi.

Queste formazioni politiche sono quelle che oggi possono decidere tra sinistra e destra e non a caso questo loro essere ago della bilancia deriva dal fatto di essere più sganciate rispetto alla governance europea e dunque di esprimere una qualche reale opposizione al dettato neoliberista assunto come fondativo da parte di tutti gli altri: infatti dopo tre elezioni politiche in 3 anni e la drammatica vicenda catalana il calcolo totale dei dadi è rimasto più o meno lo stesso e di certo non è un caso se gran parte della campagna elettorale si sia svolta sui temi dell’identità di genere e sia andata dunque per la tangente. D’altro canto è anche vero che proprio i separatismi sono stati in qualche modo la reale forza alternativa all’esperimento di implementazione neoliberista che ha vissuto la Spagna dopo la caduta del franchismo e che ha avuto un consenso generale fino all’esplosione del movimento 15 marzo nel 2011. Si trattava di un Paese ideale da molti punti di vista: uscito da una dittatura instaurata grazie all’appoggio di Mussolini e di Hitler, ma che era sopravvissuta alla guerra grazie alla sua neutralità e alla marginalità continentale nella quale era stata costretta, essa ha recuperato in pochi anni il tempo perduto, diventando una sorta di modello anticipatore nel quale i partiti comunisti diventavano socialdemocratici, quelli socialisti liberali, mentre la destra covava il suo revanscismo catto reazioneario nella cenere o in attesa di un colpo di stato militare che in effetti fu tentato 5 anni dopo la morte del dittatore. Il golpe in realtà fu sconfitto prima ancora che dal Re, inizialmente molto incerto, dal  discorso contro i militari rivolto a tutta la nazione del presidente della Generalità di Catalogna Jordi Pujol e dalla mobilitazione dei Paesi Baschi.

Oggi sappiamo che gli Usa e la presidenza Reagan erano informati delle intenzioni dei golpisti tramite il generale Armada che aveva parlato con Washington (e con il Vaticano), lasciando spazio ad un’ipotesi se non di appoggio, comunque di non ostilità verso il colpo di mano, cosa peraltro in qualche modo confermata sia dalle mosse della Usa Navy nei giorni precedenti il tentativo di colpo di stato, sia dal rifiuto degli Usa di  condannare l’assalto al Parlamento da parte del colonnello Tejero con il pretesto che “l’assalto al Congresso dei deputati era una questione interna degli spagnoli“. Ma insomma da quel momento in poi la storia politica spagnola si è svolta su un delicato contrasto tra  evoluzione e involuzione. E anche dopo il movimento degli indignados del 2011 tutto si è svolto ancora dentro questo contesto: basti pensare alla nascita di Podemos, la cui linea inizialmente “gramsciana” ispirata alla rivoluzione passiva si è ben presto risolta in immobilismo attivo.  Dunque ancora nulla di nuovo e tanto meno di decisivo: la Spagna rimane saldamente ancorata al suo dramma.

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La guerra di Spagna

People take part in a demonstration two days after the banned independence referendum in BarcelonaSembra che niente sia stato tralasciato per far sì che la Spagna e la Catalogna tornassero a scontarsi come 300 anni fa con la vittoria dei Borbone che ancora indegnamente regnano o come 80 anni fa nella guerra civile. Se non si sono aperti spiragli di trattativa che pure sarebbero imposti dalla situazione reale visto che senza la Catalogna l’economia spagnola crollerebbe, lo si deve alcuni fattori, finora nascosti come la polvere sotto il tappeto che denunciano il degrado europeo e che vorrei elencare come nella lista della lavandaia per essere più chiaro.

  1. Prima di tutto va finalmente riconosciuto senza equivoci che la Spagna di oggi con il suo re da beauty farm, è l’erede conclamata del franchismo. La transizione alla democrazia è stata lenta e formale, più legata alla necessità di collegarsi all’Europa che alla sostanza, tanto che la classe dirigente alla guida del regime – e con essa tutto l’apparato militare e burocratico e amministrativo – è rimasta praticamente intatta: il fatto stesso che si sia scelta l’anacronistica istituzione monarchica in ossequio alle volontà di Francisco Franco la dice lunga su questa operazione di trasformismo. E infatti il Re, Juan Carlos di Borbone, divenuto reggente alla morte del dittatore e non alieno come sappiamo oggi da tentazioni golpiste sia pure morbide, si legò immediatamente alla parte moderata della Falange, che a sua volta si riversò nel centro catto conservatore, mentre la sinistra accettò il  “pacto dell’olvido” ossia una coltre di silenzio sulla guerra civile e sulle centinaia di migliaia di fucilazioni avvenuta dopo la sconfitta della Repubblica. La deriva autoritaria di Rajoy, la stessa che ha fatto crescere il separatismo e gli ha impedito di aprire un dialogo con la Catalogna (tra l’altro la guerra civile si configurò, nella sua seconda parte, anche come guerra delle autonomie se non d’indipendenza vera e propria) non è altro che l’espressione del franchismo nascosto prima dal belletto centrista, poi dai governi socialisti che tuttavia non riuscirono a imprimere un vero rinnovamento.
  2. Il secondo elemento sta nell’Europa che si è dimostrata di una straordinaria ipocrisia e ambivalenza. Ufficialmente si è subita schierata con il governo centrale, garante dei trattati e delle oligarchie di cui in qualche modo rappresenta un riferimento ideale, nonostante  o forse proprio perché esso ha costruito in pochi anni uno straordinario apparato legislativo repressivo come la ley mortaza che limita la libertà di manifestare o la riforma della legge sulla giurisdizione universale, che pone un pericoloso argine ai poteri d’indagine dei giudici, o ancora  quella che commina sanzioni a chi manifesta (definita liberticida persino dal dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks), per non parlare dei passi indietro sull’aborto, dell’erosione dei diritti umani segnalata persino da Amnesty, della corruzione dilagante e della continua apologia del franchismo. D’altro canto non si è sentita nemmeno di intervenire con decisione sui dirigenti catalani e nemmeno con le solite campagne mediatiche di minacce e ricatti usate in altri casi, non si è fatta mediatrice perché dopo la Brexit qualcuno a Bruxelles e magari a Berlino sta cominciando a pensare che la disgregazione degli stati non è poi un danno per i poteri finanziari ed economici i quali rischiano di trovare ostacoli proprio nelle residue sovranità nazionali. Dopotutto aizzare i separatismi può essere un’arma efficace semmai i governi centrali non rispondessero con la dovuta ubbidienza ai fili dei burattinai.
  3. Il terzo elemento che ha portato all’attuale situazione è la totale assenza delle forze politiche spagnole che teoricamente si candidano a combattere i massacri sociali dell’austerità, quelli appunto che si sono saldati a Barcellona con l’autonomismo e l’indipendentismo, trovandosi come pesci fuor d’acqua a proporre mediazioni vuote e prive di qualsiasi soggettività politica perché da una parte in quanto internazionaliste si trovano a guardare con sospetto alle recriminazioni separatiste, dall’altro però sono costrette a dar credito al nazionalismo spagnolo e a uno stato di sapore franchista. Risultato di questa ricetta è lo zero assoluto di Podemos che come l’asino di Buridano non sapendo da quale mucchio di fieno alimentarsi rischia di morire di fame. Di fatto però proprio l’assenza di una reale e credibile opposizione al crescere del franchismo sotto l’ala europea e agli eccessi repressivi di Rajoy, subito approvati da sua maestà Bimbo Minchia I°, che si è arrivati alla catastrofe. O meglio alla creazione di un bubbone che avrà conseguenze durature per la Spagna e per l’Europa, il continente che non c’è più.

L’infante di Spagna imita il re

RMN538615NUSe si voleva una prova concreta dell’anacronismo dell’istituzione monarchica, bastava ascoltare il discorso che il re ha ritenuto di fare dopo i fatti di Barcellona e che dimostra come non abbia compreso un’acca del suo possibile ruolo all’interno dello stato e nulla della situazione reale spacciata come semplice problema di ordine pubblico. Certo Felipe Juan Pablo Alfonso de Todos los Santos de Borbón y Grecia subentrato a un padre in odore di corruzione sembra uscito da Cervantes, un mulino a vento scambiato per gigante e tuttavia se fosse stato dotato di un minimo di intelligenza politica avrebbe fatto l’unica cosa possibile per un uomo che tutto sommato ha solo il ruolo simbolico di rappresentare l’unità del Paese, ovvero in questo caso, quello di riaprire un dialogo drammaticamente interrotto dalla stupidità del suo primo ministro Rajoy.

Invece si è completamente adagiato sulle posizioni di quest’ultimo, facendo un discorso fotocopia che invece di offrire quelle aperture al dialogo che sono mancate nel governo, ribadisce le chiusure, accentuandole persino con un atteggiamento sprezzante  e alimentando così ancora di più lo scontro: di fatto il suo discorso è stata un requisitoria contro il governo catalano  che ha accusato di «slealtà inaccettabile» e di «condotta irresponsabile», esortando il governo di Rajoy a restaurare «l’ordine costituzionale», quando è noto che proprio quell’ordine, più volte rimaneggiato senza consultazioni popolari negli ultimi 15 anni a colpi di maggioranza, soprattutto nel campo delle autonomie, esprime un evidente difetto di legittimità sostanziale. La risposta da Barcellona non si è fatta attendere e mentre il presidente della Generalitat de Catalunya, Carles Puigdemont,  ha ribadito alla Bbc che l’atto di indipendenza unilaterale della Catalogna arriverà tra una settimana o poco più, il sindaco di Barcellona Ada Colau ha ha definito il discorso di re Felipe VI  «irresponsabile e indegno di un capo di stato. Nessuna soluzione. Nessun accenno ai feriti. Nessun appello al dialogo. Un discorso irresponsabile, indegno di un capo di stato».

Una delusione per quelli – molti in Europa – che avevano pensato a un ruolo di mediazione da parte della corona in grado di disinnescare la bomba a orologeria creata dal governo reazionario di Madrid e che oggi devono registrare  l’assoluta inadeguatezza del capo dello stato spagnolo che probabilmente non ha capito di aver allontano la soluzione del problema o forse ha mostrato di non volere alcuna soluzione, di desiderare lo scontro, magari vedendovi delle possibilità di restaurazione. Ma alla fine questo fondo reazionario e ottuso di  Felipe Juan eccetera eccetera è in qualche modo emblematico di certe movenze del pensiero unico del resto insito nella sua formazione tutta americana: quando salì al trono nel 2014 fu presentato come un giovane re moderno perché gli piaceva il kebab e Shakira o perché aveva incontrato la comunità gay di Madrid o forse perché la moglie senza sangue blu, ma a stelle e strisce, lavorava per la Cnn: su queste basi di straordinaria futilità anche i giornali progressisti (si fa per dire naturalmente) affermarono che la “Spagna voleva una svolta dalla monarchia e l’aveva avuta”.  E infatti adesso l’ha avuta davvero, la monarchia che ritorna franchista dentro sia pure masticando kebab.

Però a questo punto a cosa serve un re se nemmeno comprende qual è il suo ruolo, se non si fa intermediario tra il potere e il popolo nei momenti drammatici in quanto istanza simbolica della nazione? Se mentre parla milioni di persone sbattono pentole e padelle in una spontanea cacerolada di protesta? Può darsi che Felipe sia in realtà rimasto un infante di Spagna anche nella incombente mezza età, ma più probabilmente non è tanto una questione personale, è che ormai non è che un mondano subalterno dentro una costosa macchina di immagine, ma del tutto incapace di autonomia. Qualcosa che alla fine si rivela affine con per intelligenza, gusto, cultura e onestà a quella di certi giornalai Usa che scrivono in lingua italiana su un foglio di Torino i quali  accusano Putin di essere dietro i fatti catalani. Matrimoni regali per incantare le casalinghe di Voghera o Salamanca e informazione da barbieri per i loro consorti.


Aborto di Spagna

aborto_spagnaIl magnifico risultato raggiunto dall’Europa tradita proprio da chi per esaltarla di continuo non ne ha avvertito e combattuto le deviazioni , è un profondo, probabilmente irrimediabile, ritorno al passato. Così mentre nel cuore del continente la Germania torna a dettare legge, all’estremo orientale del mediterraneo si sta sviluppando il progetto neo ottomano di Erdogan e all’estremo occidentale la Spagna sembra tornare ai margini della civiltà continentale, a covare un franchismo isolazionista e ultra cattolico. Il governo Rajoy, aiutato in tutti i modi ad insediarsi come guardiano dell’austerità, usa la forza di cui può disporre grazie alla sottomissione ai diktat finanziari, per scopi tutti suoi e avviare il Paese su un sentiero di regressione nazionale.

Lo ha fatto con una legge sull’aborto che è  un pretesto per imporre un’involuzione sociale apertamente sostenuta dalle gerarchie cattoliche con l’appoggio del buon Francesco che predica benissimo, ma razzola esattamente come i suoi predecessori e forse anche peggio (vedi qui). Involuzione che è poi il presupposto per un rapido ritorno a un regime oligarchico. Lo denuncia il testo stesso della legge che alla proibizione pressoché assoluta dell’aborto anche in presenza di gravissime malformazioni del feto, lo permette invece in caso la gravidanza sia frutto di violenza. Ora questo – giusto o meno che sia – è in evidente contrasto con le tesi  teologal -vaticane e dei partiti della vita: cosa c’entra il feto, la persona in potenza, la morula, già dotata di anima con le circostanze del suo concepimento? E perché soltanto in questo caso la voce della donna può essere ascoltata? E evidente che l’obiettivo vero è quello di rimettere al centro della società spagnola la famiglia patriarcale e padronale: la violenza più che un oltraggio alla donna si configura perciò come un affronto a questa concezione della famiglia e dell’ordine sociale immobile.

Non si spiegherebbe altrimenti come una legge che si mette sotto i piedi la coscienza delle donne, la dignità delle persone, che costringerà a una vita di pena inenarrabile le vittime ultime dei talebani clericali, trovi tuttavia uno spazio angusto solo ed esclusivamente per la violenza. E infatti – come prova del nove – le minorenni rimaste incinte dopo uno stupro dovranno comunque ottenere il benestare della famiglia per un eventuale aborto entro le 14 settimane. Il concetto di famiglia nucleare padronale è salvo.

In effetti l’aver aggredito l’aborto è solo un modo per dare il là alla regressione sociale attraverso un elemento di grande emotività nel quale è facile nascondere il lucido intento di tornare a una società autoritaria. Così a oltre un secolo e mezzo di distanza viene ancora buono il brindisi di Rossini, che dopo una cena a Parigi con patrioti italiani sollevò il bicchiere e propose un cin cin alla Spagna. E di fronte alla perplessità degli invitati spiegò: “Brindo alla Spagna perché se non ci fosse l’Italia sarebbe ultima in Europa”.


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