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Il Supplizio di Venezia

il ponte della libertà visto dall'altoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ho sempre pensato che le pulsioni alla scissione fossero sintomi di gravi malattie non solo infantili della politica, tanto che l’unica secessione che mi aveva appassionato era quella viennese. Ma avevo cambiato idea in vista del referendum che doveva tenersi a Venezia l’1 dicembre per la separazione dell’enclave storica dalla terraferma.

A persuadermi non era soltanto l’offerta informativa della stampa ufficiale che a posteriori titola entusiasticamente: ennesimo flop, come se la scarsa affluenza costituisse un segnale di maturità democratica,  suffragata dalle sollecitazioni del sindaco in carica che mandava avanti i suoi scherani di giunta perché a lui veniva da ridere come nelle barzellette, nemmeno i nomi eccellenti dello schieramento per il No, compreso  gli ex sindaci Cacciari che ha generosamente definito il pronunciamento “una puttanata da poveretti” proprio come aveva fatto in occasione del referendum costituzionale, quando aveva scrupolosamente e coerentemente votato Si, invitando da ora a occuparsi attivamente della città alla cui mercificazione ha ampiamente contribuito, e Costa convertitosi da primo cittadino in patron non disinteressato dei corsari delle crociere e della opere in fieri per perpetuare il loro sconcio. E compreso il governatore Zaia in campo per ben altra secessione più gradita a una ampio spettro di fan leghisti e riformisti.

Sarebbe bastato quello, appunto, ma invece a convincermi è stata l’immagine di un supplizio in voga in tempi altrettanto barbari, quando un condannato veniva abbracciato a un morto, in modo che la sua corruzione infettasse l’altro. E infatti la morte decretata per la Venezia insulare impone analogo destino alla Venezia di terraferma, quella nata dagli imbonimenti che hanno strappato la terra alla laguna per far crescere un impero sul fango (si dice che Marghera derivi dal veneziano “mar ghe jera”, letteralmente “mare c’era”) nel 1917 con l’istituzione della società del  Porto industriale di Venezia,  per la costruzione del porto e del quartiere residenziale,  nel quadro di quella unione  “artificiale” sancita da Mussolini tra la città d’arte da valorizzare con il consumo turistico/culturale grazie ai grandi alberghi della Ciga, alla Biennale e ai Festival e quella industriale e commerciale, con lo sviluppo del porto industriale, del Petrolchimco, del Canale dei petroli, che si aggiungeva ai primi insediamenti produttivi: il Punto Franco, il Cotonificio, i Tabacchi, il Mulino Stucky, le Conterie.

In un caso e nell’altro a beneficiare dei profitti della distopia era la cerchia economico-finanziaria fascista così come oggi a godere dei proventi della  Venezia che deve piacere alla gente che piace sono le cordate del Consorzio abilitate ad avere nuovo illimitato accesso alla greppia del Mose che “si deve finire a tutti i costi”, oltre che alla mangiatoia delle vie d’acqua che garantiscano che le Grandi Navi “passino a tutti i costi”, saranno i compratori del patrimonio pubblico sulle orme dei Benetton introdotti proprio da Cacciati in qualità di spregiudicati conquistadores, e pure le multinazionali dell’accoglienza tra le quali spicca la  Coima sgr, società di gestione patrimoniale di fondi di investimento immobiliare per conto di investitori istituzionali italiani e internazionali Qatar compreso, gestore  del fondo “Lido di Venezia II che si è annesso  il portafoglio alberghiero composto dall’Hotel Excelsior, dall’Hotel Des Bains, da Palazzo Marconi, dalle concessioni sulle spiagge e dai beni ancillari (non meglio definiti) dei due alberghi.

Ed è per quello, in nome di quella coincidenza di interesse di pochi a spese di molti, che quella divisione non si aveva da fare. In modo che i quattrini che è doveroso mobilitare per il patrimonio dell’umanità vadano a finanziare la prosecuzione di un’opera che si è accreditata per essere la madre di tutte le corruzioni e del malaffare, a contribuire a soddisfare gli appetiti di immobiliaristi e costruttori impegnati a realizzare il progetto visionario e fallocratico della città verticale per «favorire azioni di recupero, rigenerazione e densificazione dei tessuti urbani»,  per fare della terraferma e fare di Mestre il «cuore amministrativo e culturale dell’ area metropolitana e del Nordest, «dove inserire un abitare sostenibile, terziario e terziario avanzato, giovani start-up e innovazione», facendo rientrare nello sviluppo in altezza anche il Quadrante di Tessera, in qualità di area “per il divertimento e i nuovi impianti sportivi”.

Si tratta del ricorso ormai consueto all’eufemismo per definire la rinuncia a qualsiasi identità urbana, a qualsiasi vocazione e a qualsiasi destino civico della città di terraferma, ridotta a immenso dormitorio per residenti e visitatori, condannata a hub infrastrutturale, alberghiero, burocratico al servizio del museo a cielo aperto, che anche in virtù del Mose ha breve vita in stato di emersione, ma si è arricchito di nuovo appeal a vedere le frotte di turisti attratti dall’acqua alta, come trailer della spettacolare immersione della nuova Atlantide. E non trascuriamo come questo orizzonti di sviluppo andranno a beneficio delle mafie, prima di tutte quella dei rifiuti che ha scelto il Veneto come nuova frontiera, resa più appetibile in previsione del piano di bonifica di Porto Marghera.

Insomma l’asse di interessi si è spostato, è profittevole lasciare la città lagunare al declino perché la sua agonia mantiene la città di terraferma, ammesso che per ambedue sia ancora lecito l’uso del termine città, se dovrebbe definire secondo la Treccani un “centro abitato di notevole estensione, con edifici disposti più o meno regolarmente, in modo da formare vie di comoda transitabilità, selciate o lastricate o asfaltate, fornite di servizî pubblici e di quanto altro sia necessario per offrire condizioni favorevoli alla vita sociale”. Mentre quello che è stato un prodigio urbanistico assiste all’espulsione dei suoi abitanti, alla rimozione della sua memoria e del suo futuro, alla conversione in parco tematico, forse acquatico come a Acqualandia, condannata a una inarrestabile morte insieme a un nucleo cui era stata imposta una vocazione artificiale e un destino altrettanto sintetico, come due prodotti contraffatti messi sul mercato in confezione sotto vuoto con il marchio dell’Unesco.

 

 

 

 

 

 


I miserabili ipocriti. Regia di Ken Loach

Se volevamo una dimostrazione che la cultura in Italia è cosa da salotto, da chicchere esibite e subito riposte nell’apposita vetrina, ben protetta dalla polverosa realtà, Ken Loach ce l’ha fornita con gli interessi. Il rifiuto di accettare il premio alla carriera conferitogli dal Festival del cinema di Torino, ha forse qualcosa di filmico e di retorico, ma è tutt’altro che un gesto massimalistico e aristocratico come si è affrettato sostenere il direttore della manifestazione Gianni Amelio che gli contrappone invece l’atteggiamento di Scola, altro premiato, che sarà invece sul palco di Torino a “dialogare” con i lavoratori esternalizzati e  pagati e 5 euro lordi l’ora. Se c’è un gesto inutile e ipocrita è proprio questo.

Loach di cui non sono peraltro un fan, ha un’intera vita cinematografica alle spalle, spesso documentaristica più che narrativa, nella quale  hanno un posto centrale i problemi del lavoro e della sua dignità. E’ ovvio che raggiunto dalle lettere di dipendenti licenziati dal Museo del Cinema e riacquisiti sotto forma di lavoratori alla fame dalla milionesima cooperativa esternalizzante, abbia deciso di non accettare un premio segnato dietro le quinte da uno dei meccanismi più noti ed utilizzati per diminuire i salari e i diritti. La cosa è stata una sorpresa e uno choc per gli organizzatori italiani i quali naturalmente sono portati a pensare che i film, i libri, i saggi o qualsiasi altro strumento di comunicazione e  la cultura che vi si esprime, siano qualcosa a cui non è richiesta la coerenza. E da buoni cattolici quali non possono non dirsi, per riprendere Croce, nemmeno è richiesta la fede in ciò che  viene detto.

Anzi quando convinzioni e messaggi si rivelano reali e coerenti restituiscono l’idea di un atteggiamento “aristocratico e massimalista”, come se essere davvero convinti di ciò che si dice, il non voler essere la chicchera che si ripone dopo il premio, costituisca una mancanza di stile. Di quello stile che da noi non prescinde mai dalla consapevolezza di casta e dalla doppia morale, fino ad avvilirsi a futile farsa. Non è un caso che Ettore Scola (regista che non mi dispiace affatto) andrà a ricevere il medesimo premio alla carriera, animato, probabilmente dopo il rifiuto di Loach e la figuraccia mondiale degli organizzatori, da un dialogo con i lavoratori. Come se questi fossero davvero liberi di parlare senza rischiare di essere buttati fuori e come se il siparietto servisse a qualcosa oltre a far andare in visibilio i citrulli del coro sulla “sensibilita” di Scola. Lui sì che non è aristocratico, vedete parla addirittura con i lavoratori.

Ma io rimango convinto che un premio alla carriera debba portare rispetto al significato di quella carriera. Visto che il carteggio tra i lavoratori della cooperativa Rear che si occupa di servizi di pulizia e sicurezza per il museo del cinema e il regista inglese non era misteriosa, evidentemente si pensava si pensava che mai e poi mai Loach sarebbe stato influenzato dalle mail con qualche precario scontento. Suvvia, siamo uomini di mondo e di Monti. Invece io darei un premio a Loach per una delle migliori e sintetiche descrizioni del mondo del lavoro come lo si intende oggi:  «C’è un grave problema, la questione dell’esternalizzazione dei servizi che vengono svolti dai lavoratori con i salari più bassi. Come sempre, il motivo è il risparmio di denaro e la ditta che ottiene l’appalto riduce di conseguenza i salari e taglia il personale. E’ una ricetta destinata ad alimentare i conflitti. Il fatto che ciò avvenga in tutta Europa non rende questa pratica accettabile. Abbiamo realizzato un film dedicato proprio a questo argomento, «Bread and Roses». Come potrei non rispondere a una richiesta di solidarietà da parte di lavoratori che sono stati licenziati per essersi battuti per i propri diritti? Accettare il premio e limitarmi a qualche commento critico sarebbe un comportamento debole e ipocrita. Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni».

Davvero intollerabile in un Italia debole e ipocrita.


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