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Archivi tag: extracomunitari

Gobbi rialzatevi

Venezia Gobbo Rialto.jpg Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche notte fa due extracomunitari, nudi e strafatti, hanno improvvisato uno sgangherato e chiassoso happening  da hippy di ritorno, sesso droga e rock and roll, neanche fossero stati a  Woodstock o all’isola di White. Peccato invece che fossero a Venezia, al mercato di Rialto, nel piccolo campo che ospita la più antica delle chiese, San GIacometo. La performance della coppia non ha suscitato l’attesa riprovazione. E pare che siano ancora in corso le indagini per identificarli da parte della polizia municipale cui è affidato il delicato incarico di salvaguardare il decoro urbano tramite le severe misure previste dal Daspo. Il  fatto è che ai due scapestrati e molesti  extracomunitari non si imputa di aver commesso sacrilegio per via di un credo incompatibile con i valori di tolleranza e rispetto, né tantomeno si tratta di irregolari da rimandare al loro paese con foglio di via o con le ruspe. Macché, la esuberante coppietta era bianca, bianchissima e veniva dalla Svizzera, come hanno testimoniato i passanti che ne hanno ripreso le spettacolari e indisturbate effervescenze pubblicandole sui social.

Insomma erano turisti e si sa che è imperativo per le città italiane, piccole o grandi, dando segno evidente di malcontento nei confronti degli stranieri esplicitamente straccioni, mostrando invece compiaciuta sottomissione e grata accondiscendenza per capricci e oltraggi perpetrati dalla clientela internazionale che si rovescia prepotentemente da pullman, treni, navi in vie, piazze, musei, chiese,  disseminandole di svariati rifiuti di lunga vita, in canottiera e braghette, spesso intenti a farsi selfie e a chattare davanti al Buon Governo, a incidere cuoricini sul basamento del celeberrimo monumento, a scrivere le proprie iniziali a margine del dipinto, a tuffarsi dal Ponte di Rialto o nelle acque della Fontana del Tritone, si tratti di spavaldi hooligans, di collegiali di Princeton, di omaccioni di Colonia replicanti le prodezze dell’Oktoberfest.

C’è poco da stupirsi per il trattamento riservato alle nostre città d’arte, tante tantissime  oltre a Venezia, Firenze, Napoli,  Palermo, Siena, che la meravigliosa e unica qualità di quello che era un Bel Paese ormai rosicchiato dai sorci famelici come l’omonimo formaggio, è che ogni borgo, ogni Rio Bo, ogni contrada vanta un tesoro negli anni trasmesso e salvato grazie alla cenere del Vesuvio, alle nostre tasse che hanno pagato la manutenzione anche delle proprietà di uno Stato estero, a pochi mecenati e signorotti, alla devozione di cittadini che si sentivano orgogliosi  di possedere e godere di  un bene comune.

C’è poco da stupirsi se non abbiamo notizia di simili intemperanze e di analoghi oltraggi perpetrati nelle Venice di cartapesta a Las Vegas, Macao, Dubai. O nella San Gimignano di Chongquing, 235 ettari di paesaggio toscano meticolosamente copiato in Cina. Forse perché  quegli outlet dell’arte, del paesaggio, della cultura dove si paga per vivere da dentro e da protagonisti la finzione della storia e della memoria non sono percepiti come un diritto che non prevede i doveri del rispetto e dell’omaggio devoto che è necessario riservare a una grazie ricevuta cui tanti hanno contribuito prima e che è obbligatorio trasmettere a chi verrà. Sono invece prodotti che è sacrosanto e gratificante pagare, merci impacchettate sotto vuoto esibite in contenitori dove c’è sempre meno spazio per la fiducia nella conoscenza e per l’aspirazione all’apprendimento e sempre di più per i souvenir, i duplicati, i cloni, il virtuale.

C’è poco da stupirsi perché quel rispetto che dovremmo esigere non lo pretendiamo da chi ha deciso che è venuta l’ora di sfruttare i nostri giacimenti, di commercializzare quell’arte e quella cultura che non vogliono stare tra due fette di pane, di svendere quello che costa troppo mantenere quando invece si devono salvare ben altri patrimoni, di cedere generosamente anfiteatri, palazzi, collezioni e biblioteche a sponsor in forma di ossequiente comodato d’uso compreso di sovvenzioni statali riconoscenti per il caritatevole mecenatismo.

Cornuti e mazziati, espropriati e vilipesi: quando esprimono compunta riprovazione perché vien fatta man bassa dei tulipani in esibizione, o si fanno circolare le immagini del degrado di prati e parchi bruttati dopo il picnic di pasquetta vogliono dimostrare che non ci meritiamo tanto bendidio che è così oneroso tutelare e conservare rispetto a altre priorità, istituti di credito, armamenti, missioni belliche, aiuti a imprese avvelenatrici o in via di festosa delocalizzazione. Che è meglio cedere la proprietà di tutti, che i tutti non apprezzano per ignoranza, disinteresse, a pochi che benevolmente si assumono la mansione altruista di occuparsene, magari in caveau, recintata, trasformata in logo, location, passerella.

O, nel caso di ampi spazi, città, coste a picco sul mare, regioni squassate da eventi catastrofici, in parchi a tema, ascesa e caduta di una superpotenza marinara, la culla del Rinascimento, i luoghi del pellegrinaggio religioso da San Francesco a  San Benedetto, con le case svuotate per far posto all’accoglienza e alla ricettività, le stalle e le piccole imprese convertite in teatrini dove mettere in scena l’artigianato locale, i caseifici trasformati in osterie dove si mangia fusion,  sushi e lenticchie in ossequio alla globalizzazione e con i pochi abitanti sfuggiti all’esodo in veste di inservienti, camerieri, pescatori, tessitrici, comparse, insomma,  assunte a poco prezzo per la rappresentazione di un’Italia che non c’è più.

In quel campo che ha visto la performance della sfrontata coppietta,   venivano un tempo ‘gridati i bandi’, annunciate a gran voce le decisioni prese dal Senato e le sentenze capitali. Esiste tuttora  la Piera del Bando, un piccolo palco da cui il messo leggeva i documenti sorretto dalla schiena di un uomo inginocchiato da sempre chiamato ‘il Gobbo di Rialto’. Coloro che venivano condannati alla pena della fustigazione cominciavano il loro castigo nella Piazzetta di San Marco, tra le colonne che reggono Marco e Todaro, attraversavano tutte le Mercerie e il ponte di Rialto, frustati e pestati da tutti coloro che si accalcavano nelle strade, finchè non arrivavano nel campo di San Giacomo di Rialto e davanti al Gobbo, dove finiva il supplizio.

Altro che botte, altro che pena, basta supplizi e carnefici, è ora che tutti i Gobbi si levino in piedi.

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I benemeriti di Firenze

Anna Lombroso per il Simplicissimus

I fatti sono noti. Firenze, due americanine – quante ne abbiamo viste nei film anni ’50, ugualmente esposte ai rischi della sindrome di Stendhal e all’abuso di Chianti?, dopo una tumultuosa serata in discoteca accettano il passaggio di due “garbati” carabinieri in divisa che si offrono di accompagnarle a casa con la “gazzella”. Poi arrivati là, parcheggiano l’auto di servizio, avvisano la centrale che sono impegnati in un controllo e cominciano a “prendersi dei passaggi” sempre più aggressivi con le ragazze prima in ascensore, poi in un rapporto sbrigativo  quanto violento, sul pianerottolo.

Una volta entrate nell’appartamento, accolte dalle compagne di stanza le due ventunenni paradossalmente extracomunitarie si rivolgono alla polizia che avvia il protocollo rosa per gli stupri. E con grande imbarazzo dell’Arma e della ministra l’accusa dei due ora indagati è di violenza.

A rischiare una diagnosi di sociologia un tanto al metro, possiamo dire che si tratta dell’ennesimo caso che dimostra la difficoltà che l’integrazione in un contesto civile, in una società matura, in una cultura attenta alla dignità e all’uguaglianza di genere incontra sia presso etnie allogene che tribù locali. Perché viene da pensare che i due carabinieri si siano persuasi proprio come certi branchi colorati che parlano altri idiomi, ma allo stesso modo frugano i coroi, minacciano, prendono a schiaffi e pugni per consumare un po’ di sesso  gratis, che l’esprimersi di libertà, qualche innocente trasgressione, un abbigliamento disinvolto autorizzino un approccio che non ha bisogno di consenso, anzi  che sia un invito, addirittura che sia una provocazione  e una sfida alla mascolinità da raccogliere per confermare la proprio identità e forza virile.

Come mi è già capitato di scrivere (anche qui https://ilsimplicissimus2.com/2017/09/04/attente-alluomo-nero/  e qui https://ilsimplicissimus2.com/2017/05/13/serracchiani-meglio-lo-stupro-strapaesano/) c’è poco da cercare rincuoranti differenze e rassicuranti gerarchie criminali tra stupratori indigeni e forestieri, tra quelli perpetrati da sconosciuti e quelli prodotti da amici e  famigliari. Alla base c’è sempre l’istinto predatore, la concezione della donna come di una risorsa da consumare perfino con più gusto se di dibatte e chiede pietà in modo da riconfermare potenza e supremazia, la percezione che si tratta di roba propria che si può alternativamente difendere in qualità di proprietà e profanare, maltrattare e distruggere, che il dio cui si guarda sia Allah o Domineddio.

Così ci sarebbe da suggerire che il piano per l’integrazione che il Viminale si accinge a predisporre per governare l’invasione straniera, si annoverino corsi di italiano anche in favore di amministratori leghisti, programmi di “galateo” diretti sì a forestieri ma pure a  connazionali, ispirati a relazioni mature e rispettose con l’altro sesso, per non dire di robuste lezioni di educazione civica per chi desidera prendere la nostra nazionalità ma soprattutto per chi ne rinnega il valore e di popolo e le radici, sia quelli di Forza Nuova, rappresentanti politici, governanti o forze dell’ordine sleali che allo stesso modo tradiscono il loro mandato-

Perché un’aggravante c’è nel comportamento dei due carabinieri, che hanno usato la divisa per accattivarsi fiducia per poi intimidire e minacciare, che proprio come succede con la tortura, si fanno forza e esercitano sopraffazione nei confronti di chi si affida o viene posto sotto la loro protezione e tutela. Ugualmente, anzi peggio, di quanto si consuma grazie all’abuso di autorità di un medico, di un insegnante, di un educatore, di un prete, perché a compiere un crimine odioso oltraggiando la persona e la legge è chi è incaricato di farla applicare. Che in questo modo rompe il rapporto di fiducia tra stato e cittadini, la speranza che ci sia giustizia, l’illusione che la libertà nei pensieri e nei comportamenti sia rispettata e tutelata.


Serracchiani: meglio lo stupro strapaesano

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sento l’obbligo di informare la signora Serracchiani, che per sua fortuna non deve mai essersi trovata in analoga circostanza, che lo stupro è un crimine abbietto, odioso, infame, sempre e comunque, che sia commesso da uno “straniero”, oppure da un vecchio amico dei genitori, accolto e trattato come un affettuoso zio dalla famiglia della giovane vittima, o da un amico di Facebook che pareva inoffensivo, o da un giovane professionista incontrato sui campi di sci, o dal marito che pensa di avere il diritto di punire la moglie per il delitto di lesa virilità, o da uno spensierato ragazzo, di borgata o pariolino, che  condisce con un po’ del suo “eros” le bellezze locali offerte insieme al Chianti a una turista, o di un coetaneo che intende in questo modo l’iniziazione sessuale, magari in compagnia del branco che fa i selfie.

Stia pur certa la Serracchiani:  in quel momento non fa differenza che le mani che ghermiscono, frugano, picchiano, offendono siano bianche e curate o nere e sporche, che quelle ingiurie sibilate, quel “taci o t’ammazzo”, siano pronunciati nell’idioma di Dante, di Shakespeare o in lingue gutturali e ignote, che tanto la minaccia si capisce lo stesso, sia che chi compie l’oltraggio appartenga alla superiore civiltà occidentale, magari intriso dei valori cristiani, quelli di patria e famiglia provvisoriamente rimossi come in occasione di escursioni del turismo sessuale, oppure da qualcuno che appartiene e si riconosce in una tradizione, un sistema politico e pure in una fede considerati incompatibili con le nostre mature democrazie.

“La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre – ha sostenuto la governatrice del Friuli Venezia Giulia, esponente di punta del Pd – ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”. E ha aggiunto:  “in casi come questi riesco a capire il senso di rigetto che si può provare verso individui che commettono crimini così sordidi. Sono convinta che l’obbligo dell’accoglienza umanitaria non possa essere disgiunto da un altrettanto obbligatorio senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza. Per quanto mi riguarda, gesti come questo devono prevedere l’espulsione dal nostro paese, ovviamente dopo assolta la pena. Se c’è un problema di legislazione carente in merito bisogna rimediare”.

Degas, Le Viol

Ci  sono reati contro la persona, la sua integrità e la sua dignità, per i quali sorge il dubbio sulla funzione rieducativa del carcere. Personalmente darei l’ergastolo agli stupratori, locali e non, ma sono altrettanto persuasa dell’efficacia di  comminare  una multipla galera a vita ai rei extracomunitari, svizzeri e finlandesi compresi.

Siamo d’accordo: quel delitto varrebbe sempre e comunque l’espulsione, quella dal consorzio umano, e l’esilio nella giungla dove certe belve meritano di tornare. E siamo d’accordo che italiani e stranieri devono essere ugualmente puniti per le loro colpe, cosa che avviene anche se con differenti modalità e diversa severità, e non solo per gli immigrati che popolano le nostre prigioni, ma anche per i concittadini oggetto di una giustizia disuguale che, è ormai quasi stantio ripeterlo, condanna e penalizza dando la preferenza ai poveracci, mentre riserva trattamenti di riguardo a grandi corruttori, imprenditori assassini, evasori eccellenti, banchieri speculatori, devastatori del territorio e dell’ambiente, ladri matricolati compreso qualche rappresentante imposto al popolo in liste bloccate di fedelissimi.

Ma arriva tardi la governatrice “semplicemente democratica”, come ama definirsi, nell’inseguimento dei più beceri impresari del sospetto e della xenofobia un tanto al chilo:  ci hanno già pensato a ufficializzare la differenza per legge, configurando  per gli stranieri una giustizia minore e un ‘diritto diseguale’, se non una sorta di ‘diritto etnico’ quando sono state introdotte significative deroghe alle garanzie processuali comuni, non giustificabili in alcun modo con le esigenze di semplificazione delle procedure di riconoscimento della protezione internazionale, abolendo, proprio in sede di procedure di espulsione, l’appello  ammesso persino per le liti condominiali o per le opposizioni a sanzioni amministrative.

Memore del successo sia pure parziale della famosa campagna di Colonia, che aveva raccolto il consenso bipartisan di quelli impegnati a  difendere le “nostre donne” secondo una ideologia parimenti proprietaria e patriarcale dal rischio di contaminazione sessuale da parte di ferini negri e bastardi islamici, molto più allarmanti, per via del codice genetico, dei consorti femminicidi nostrani, la  delicata sosia di Amélie  Poulain – così è stata definita dai suoi fan – si difende dicendo che si è limitata a pronunciare dalla sua tribuna privilegiata quello che in tanti pensano.

Beh, a proposito di differenze, il suo mandato e il suo incarico di “eletta” dovrebbero consigliarle di non fare concorrenza al partito delle ruspe, rompendo un patto fondamentale quanto quello di accoglienza. Quello che dovrebbe legare in un vincolo di fiducia, ragione e solidarietà il popolo  e i suoi rappresentanti, cui corre l’obbligo di dare il buon esempio, di contribuire alla propagazione di pensieri e convinzioni che alimentino la coesione sociale, di spegnere i fuochi accesi dalla diffidenza e dall’inimicizia, se, come si pensava un tempo, la classe dirigente di un paese dovrebbe essere la selezione dei migliori e non dei peggiori, intenti a promuovere rifiuto arcaico, timori ancestrali, violenze irrazionali, così come a dichiarare guerre di conquista, a partecipare a pulizia etniche e grandi saccheggi a fini commerciali.

Non è il suo il “meraviglioso mondo” cui hanno aspirato e aspirano donne e uomini che vogliono giustizia  senza differenze,  uguaglianza senza gerarchie, libertà senza rinunce né per sé né per gli altri, imparzialità senza vendetta, diritti senza graduatorie.

 


Meglio grassi che cretini

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se le cicciottelle sono tre, i cretini sono tanti. Mi riferisco a quella specie pericolosa per l’intera cittadinanza, che aspira e desidera pervicacemente farsi prendere per i fondelli.

Riassumiamo brevemente i fatti: alle Olimpiadi che si tengono in un Paese oppresso e ricattato da un parlamento occupato dai corrotti che consegna la nazione alle lobby e ai potentati stranieri, e che  si dice sia così attento alla reputazione internazionale da aver rimosso grazie a non si sa bene quale inumana pulizia qualche bambino delle favelas perché attentava al decoro; favelas che resistono da decenni tanto da far parte del folklore molto visitato da turisti stranieri in cerca di emozioni, che come un fastoso e barbaro rito pagano, officiato nel bel mezzo della più tremenda recessione degli ultimi 80 anni, costeranno molto più dei 4,6 miliardi di dollari preventivati, in quattrini e in costi sociali, che ormai ogni 4 anni si ripetono per appagare appetiti del malaffare globale e megalomanie di premier, condannando a fiaschi vergognosi e a bagni di sangue finanziari nazioni vittime del delirio di onnipotenza governativi (quelle invernali di Sochi sono costate 20 miliardi di euro, quelle di roma che ci auguriamo non si tengano, ne costerebbero secondo un benevolo e non disinteressato calcolo del Comitato Roma 2024 affidato al pallottoliere rudimentale del Ceis di Tor Vergata, almeno 11, 5, credibile come i conti dell’Expo), insomma di questo evento – che ha anche un carattere politico, come sempre d’altra parte: criminalizzazione della Russia, diatribe serbo-kosovare, atleti che dimostrano per la libertà del loro paese e altri, poco pubblicizzati, che rifiutano di stringere la mano a tiranni, presenza ingombrante di marionette in gita all’estero – stampa e opinione pubblica sempre più privatizzata, disinformata, conformista e provinciale pare abbia colto solo l’oltraggio a bon ton politicamente corretto rappresentato dal titolo di un giornale, il Resto del Carlino, che dava delle “cicciottelle” a tre atlete italiane.

Lascio perdere la prima osservazione che mi viene alla mente: l’eufemismo è diventata da tempo un’arma nelle mani dei regimi, l’ipocrisia edulcora l’infamia, addomestica l’iniquità più ferina, tra esuberanze nel lavoro, non capienti, diversamente abili diversamente abbandonati al loro destino, extracomunitari al posto di disperati, inglesi compresi verrebbe da dire, irregolari invece di clandestini. Così resta alla destra detenere il primato non olimpionico della sfacciataggine libera, in barba a buona educazione e “civilizzazione”, con leader inchiavabili, altri “abbronzati”, bambole gonfiabili, ministre oranghi, tutte definizioni peraltro concesse e perfino autorizzate con incomprensibile tolleranza anche in Parlamento, se da altra parte per anni l’acceso confronto politico verteva su statura ministeriale, parrucchini, erezioni poco imperiose, culi flosci, labbra gonfiate, seni rigogliosi a rischio esplosione.

Ma siccome ormai ogni volta che si prende posizione occorre esibire anticipatamente  una pubblica dichiarazione di abiura di ogni tipo di fiancheggiamento: al terrorismo, alla mafia, alla corruzione, ai 5stelle, se si parla male del Pd, al machismo se si condannano le smorfiose di governo, al sessismo se si sospetta di9 certe carriere inspiegabili e via dicendo, anticipo le critiche dicendo che il titolo non mi piace, non l’avrei fatto così come non ho gradito le battute sulla diversa altezza di Brunetta, quelle sull’abilità della madia nel leccare il gelato, sui pregi reconditi della Gelmini, sul riporto del Cavaliere. E nemmeno quelle recenti, benché laudative, su certi lati B eloquenti, su tartarughe maschili atletiche e arrapanti, che, infine, tutto contribuisce a dare forma e credito a una somatica di regime che ci vuole aderenti a modelli e format ufficiali, con corpi belli, levigati, sani, possibilmente stupidi comunque predisposti a imprese sessuali, lavorative, sportive per l’onore e il prestigio della crescita, per l’affermazione del profitto, per la celebrazione del dio mercato. E chi non è così meglio che stia ai margini, che diventi invisibile per non compromettere decoro e armonia, siano grassi, malati, diversi, vecchi, poveri, perché si sa che certi difetti, certe magagne, certi vizi e certi malesseri, fisici o psicologici, diventano virtù, caratteristiche e “cifre” amabili quando a esibirle sono i ricchi, i privilegiati e i “vincenti”, che, c’è da sospettare, se il trio dell’arco avesse avuto la medaglia d’oro malgrado la presenza per porta sfiga istituzionale, avrebbe ricevuto un differente trattamento.

Al tempo stesso però non posso esimermi dall’osservare che la rimozione di un direttore di supplemento sportivo per la sua “scorrettezza” da parte di uno di quegli unti del signore per ragioni dinastiche, esponente di quelle famiglia che hanno occupato industria, mercato, informazione grazie a regimi assistenzialistici piegati ai loro voleri per ragioni elettorali, uno che, ambizioso di essere uomo orchestra: padrone, direttore, grafico, opinionista, cambia un titolo a mezzanotte per proclamare la necessità dell’introduzione della pena di morte, uno che altri direttori li ha licenziati perché colpevoli di  essere sgraditi al Gotha bancario, Mps in cima, uno che si è liberato del patrimonio di famiglia, produzioni, petrolio e lavoratori annessi, per trasformarlo in “finanza”, occupandosi solo dei suoi vizi: giornali e cavalli, beh quella rimozione dovrebbe suscitare deplorazione.

E ancora più riprovazione dovrebbero riscuotere  manifestazioni di discriminazione più inique: quelle che a parità di incarico penalizzano lavoro e salario femminile, i licenziamenti o le dimissioni imposte o scelte obtorto collo in famiglie dove ha il “diritto” di avere un posto un solo dei coniugi e necessariamente si sceglie quello che guadagna di più, l’obbligo di stare a casa per quelle donne che sostituiscono il welfare cancellato.

Oggi i talkshow della mattina interrogavano a proposito delle atlete offese, fior di sociologi e antropologi, guru indiscussi delle ragioni del rispetto, della dignità, dei diritti: la Comi che, sia pure a Bruxelles, ha a suo tempo difeso a oltranza il protettore della nipote di Mubarak, il Nardella, sindaco ombra di Firenze, che vuole riconquistare la fiducia dell’Unesco accanendosi contro gli spacciatori di kebab, colpevoli come il direttore del Quotidiano Sportivo, di danneggiare la reputazione degli italiani.

No so che titolo farei su di loro, ma per chi si indigna a intermittenza, quando è più comodo e costa meno, dove non si compromette la propria mediocrità e il proprio servilismo protettivo come una cuccia,  propongo un “vi meritate tutto quello che vi fanno”.


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