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La Compagnia della Cattiva Morte

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

In un tempo nel quale ci è stato tolto ogni potere decisionale sulle nostre esistenze, succede che si vada all’estero per vivere e pure per morire.

La frase “morire con dignità” proprio come “vivere con dignità” ha assunto la forma di un auspicio utopistico o di un mantra apotropaico da ripetere come una speranza che si rinnova e diventa reale se la pronunciamo. Mentre dovremmo cominciare a praticarla, ribellandoci all’esproprio praticato sulle nostre scelte, la libertà, i diritti a cominciare da quello primario all’autodeterminazione.

Inutile prendersela con la Chiesa e con una morale confessionale imposta come etica pubblica. La Chiesa fa il suo mestiere, da sempre impegnata com’è a tutelare e fare proselitismo di un credo “ideale”, ma anche della cultura patriarcale che lo sorregge, intenta al sostegno a politiche sociali e culturali orientate a mantenere lo status quo, incaricata della conservazione di equilibri fittizi che attribuiscono le leve di comando a poteri precostituiti su base proprietaria, motivata alla manutenzione di un assetto e di una organizzazione sociale “tradizionale”, conservatrice e autoritaria.

Poteri in via di avvelenata dissoluzione conservano viva la loro alleanza che ha il fine esplicito di esercitare un imperio sulle vite degli altri, per circoscrivere autonomia di pensiero e di decisione, per limitare le libertà individuali e collettive, per incutere paura del presente e del futuro compreso quello che ci aspetta in attesa delle trombe dell’Apocalisse, in modo da assoggettare con il timore, il ricatto, l’intimidazione in contesti confinati  che promettono sicurezza in cambio di emancipazione, difesa in cambio di indipendenza, miseria certa ma nota in cambio di opportunità sconosciute.

Nella difesa ridicola di uno dei governi più infami e criminali e della sua fotocopia vigente abbiamo sentito rivendicare sfrontatamente il successo di riforme ispirate al riconoscimento di diritti, rappresentate allegoricamente dalla modesta elargizione di un istituto somigliante al matrimonio per quanto riguarda i doveri e lontanissimo per quanto attiene alle prerogative, fatto su misura per incrementare ulteriori disuguaglianze tra omosessuali privilegiati e retroguardie gay che non possono coronare la loro affettività grazie all’accesso a diritti a pagamento compreso l’import export dell’istinto sia pure legittimo alla paternità.

Come se non assistessimo all’attacco quotidiano a leggi dello stato a cominciare da quella che ha legalizzato l’aborto per sottrarlo alla più iniqua delle speculazioni, alla vergogna di escludere dalla cittadinanza i bambini nati qui, all’ignominia di criminalizzare le donne che non procreano per regalare nuovi soldati agli eserciti delle nuove schiavitù, all’onta di costringere all’umiliazione di una prolungata agonia con sofferenza e senza dignità.

Non ‘è motivazione morale o confessionale in tutto questo. Se non possiamo pretendere una chiesa laica, dobbiamo pretendere uno stato laico e istituzioni e leggi che non si appiattiscano nell’osservanza interessata e ingenerosa a  una retorica dell’amore recitata come un copione secondo le esigenze del mercato. Perché è in nome della sua teocrazia che scrupolosi obiettori decidono negli ospedali censurando il senso di responsabilità amaro e doloroso di una donna, all’ombra della impunità di cliniche “riconosciute” dove il diritto e la legalità si pagano a caro prezzo, che abbia avuto ed abbia grande successo commerciale il turismo oltre confine della procreazione, che si finga deplorazione per quello del suicidio assistito, agendo per paralizzare la possibilità di dotarsi di civili leggi sul fine vita e perfino sul testamento biologico.

Ed è in nome degli stessi comandamenti che è andata di pari passo la cancellazione dell’aspirazione alla buona salute e alla buona morte: paradossalmente si è ridotta l’assistenza, si sono ridotte cure e prevenzione, la qualità degli ospedali, il numero e la professionalità dei medici, le terapie per chi ha contratto e è affetto da malattie invalidanti e pure il desiderio difficile e crudele a preferire concludere volontariamente una sopravvivenza avvilente, travagliata e penosa per sé e chi si ama.

Il quadro che abbiamo davanti agli occhi e dentro le nostre case è quello che ritrae una tremenda e desolata solitudine, di chi soffre, di chi viene imputato di volersi liberare di fardelli d’amore e cura diventati insostenibili per sofferenza, impotenza e povertà, di chi si sente abbandonato da istituzioni e  poteri, irrispettosi dei bisogni e delle istanze in tutto il ciclo della vita, nell’infanzia, nella scuola, nel lavoro, nella malattia, nella morte che non è più una livella se il rispetto di sé è anche quello prerogativa di pochi.

Non è un caso che la famiglia, i vincoli d’amore e affetto siano ridiventati l’ultima spiaggia, dove si consuma la difesa solitaria della persona, la tutela delle aspettative e delle vocazioni in una microeconomia assistenziale sempre più esigua,  l’assistenza di bambini, malati, invalidi, vecchi, teatro di conflitti generazionali e di genere costretti a esaurirsi dentro quelle mura che diventano prigioni o scenari di delitti sanguinosi e non, se diventa impossibile emanciparsi e uscirne, luoghi di preservazione arroccata e sospettosa di vite costrette a rinunciare a desideri, sogni, speranze ormai incompatibili con nuove servitù e più cruente miserie.

Le vogliono così i paladini di famiglie di convenienza, perché convengono infatti a sistemi padronali che cacciano dal lavoro le donne in modo che sostituiscano il welfare, che istituiscono le giornate dei nonni in modo che si appaghino sostituendosi agli asili, che benevolmente elargiscono la legge 104, salvo renderne impossibile l’attuazione per insegnanti grazie alla buona scuola, a lavoratori grazia al Jobs Act.

Le vogliono così perché a loro non si addice l’amore che persuade della bellezza della libertà, della speranza, della felicità, convinti come sono che la loro forza si nutre di odio, inimicizia, sopraffazione.

 

 

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Pd, partito de genere

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il 9 marzo il Parlamento UE voterà una risoluzione che ha l’intento di “rimuovere gli ultimi ostacoli alla parità di genere”.  L’impressione che se ne trae sarebbe quella di una rassicurante ovvietà, di una confortante genericità, se il testo non fosse il prodotto esemplare della doppiezza retorica dell’istituzione che ha fatto della promozione delle differenze e delle disuguaglianze il suo proposito, in modo da garantire che si perpetui la superiorità di chi ha già e vuole sempre di più su chi poco ha e avrà sempre meno: sicurezza, lavoro, diritti, assistenza, cure, istruzione.

Ma siccome il cardine su cui gira il regime sovranazionale dell’avidità e dell’accumulazione iniqua è appunto l’ipocrisia, dovremmo supporre che venga votata con edificante ed ecumenico entusiasmo, in simpatica coincidenza con la cosiddetta festa della donna, che anche grazie all’Europa ha da festeggiare poco più delle operaie morte nello storico incendio, spesso esonerata da morti bianche sul luogo di lavoro perché lavoro non c’è, in compenso scaraventata indietro di secoli grazie ad una crisi che affama, umilia, nega prerogative e affossa conquiste per instaurare un regime globale di autoritarismo, repressione, servitù.

Invece, lo riferisce perfino la Stampa, l’unanimità non è affatto assicurata. Per via della menzione che il relatore, un belga di origine italiano, fa dei temi della contraccezione e dell’aborto, cauta e anodina come si addice a un documento ufficiale, ma che ciononostante potrebbe dispiacere ai credenti.  E infatti si temono defezioni non solo da parte dei popolari, ma anche da esponenti del Pd.

C’è poco da essere sorpresi: nel 2013, proprio nella giornata internazionale per i diritti umani, sei europarlamentari italiani che facevano parte dei socialisti e democratici (S&D) contribuirono alla bocciatura del Report on Sexual and Reproductive Health Rights,  che avrebbe impegnato gli Stati membri a fare di più per la salvaguardia dei diritti riproduttivi e l’autonomia delle donne, su questioni come la contraccezione, l’accesso all’interruzione di gravidanza, la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili e l’educazione sessuale, ma anche nella lotta contro l’omofobia. Permettendo così che venisse invece  approvata la proposta restrittiva e alternativa dei popolari, che lasciava ampi margini al potere giurisdizionale dei singoli Stati, a cominciare dalla Spagna, per non parlare dell’Italia, dove autonomia e sovranità vengono interpretate come legittimazione a restringere le libertà personali e il godimento di diritti riconosciuti dalla Costituzione, compreso quello più arduo e sofferto, dove l’obiezione di coscienza rende impraticabile una legge dello Stato

C’è poco da essere sorpresi se una leggiadra ministra intervistata proprio in questi giorni, sfoggia un’invidiabile disinvoltura in merito ai cosiddetti temi etici, a dimostrazione che viviamo in tempi nei quali la morale è più che mai soggetta a discriminazioni in favore di chi piange, ma in Rolls Royce. E un altrettanto sfrontato disprezzo nei confronti delle donne, dell’amaro diritto a non sprofondare nell’illegalità e nella clandestinità, sancito da una legge dello Stato, dei cittadini tutti che vorrebbero che trionfasse l’amore in tutto l’arco della vita, dalla nascita a quella morte con dignità, nei cui confronti la signora ha maturato certezze assolute (anche in quel caso “deve vincere l’amore”, “decida chi ci ama”, non una legge che sarebbe “rigida”, quindi disumana .. e a chi non ci sta o è solo, non resta che ricorrere al turismo della dolce morte in Svizzera), che permettesse a chi vuole di avere figli, di crescerli in una casa degna, di farli istruire in una scuola decente da insegnanti preparati e non ricattati, di farli vivere in un ambiente sano, di nutrire speranze per un avvenire che non sia una minaccia, tutte aspettative ridotte a capricci sconsiderati che questo governo e i suoi padroni negano e non  per rivendicata incompetenza.

C’è poco da essere sorpresi se al governo non bastano i settecento milioni l’anno di denaro pubblico che vanno ad aiutare gli istituti paritari, mentre lo Stato non ha soldi neppure per rendere sicure le scuole, con un fiume di denaro che sgorga dal ministero dell’Istruzione, dalle Regioni e dai Comuni e finisce senza controlli ad enti privati.

C’è poco da essere sorpresi, se ancora una volta verrà reclamata comprensione per i credenti.

Ma c’è da chiedersi in che fede confidino e a che dogmi ubbidiscano. Se a quelli di una religione che imporrebbe indulgenza, tolleranza, compassione, solidarietà. O invece a quella teocrazia del denaro e del profitto i cui riti sono officiati da quegli inesorabili sacerdoti della giurisprudenza, quel ceto costituito da giuristi e avvocati, dai grandi studi internazionali che  predispongono principi, valori e  regole del diritto globale su incarico delle multinazionali, in grado di  trasformare una mediazione tecnica in una procedura sacralizzata. In modo da riconfermare quella supremazia della ricchezza, del mercato, della potenza  anche nel diritto  e nella giustizia  determinando la  mercificazione delle vite, delle convinzioni e delle scelte. Legiferando sui geni, sul corpo, sul dolore, sulla vita e sulla morte, sui privilegi e sul lavoro, applicando la repressione, l’arroganza e le tecniche d’impresa che spostano la gente senza più luogo, città, patria  e non riconoscendo il valore di quella lasciata per fame o guerra, quello che si vuole è  promulgare i principi di una nuova cittadinanza basata sul censo, in modo che le libertà diventate merci siano accessibili come elargizioni o esclusiva solo di chi può permettersi di pagare.

Oggi cade l’anniversario della nascita di Rosa Luxemburg, che diceva che dietro ogni dogma c’è un affare da difendere. E diceva anche che chi non si muove non può accorgersi delle proprie catene, a ricordare che rinunciare alla libertà è una colpa che non dobbiamo permetterci.

 


Buffoni e canaglie per l’eutanasia della sanità

20140822_76962_C-4-articolo-2064018--ImageGallery--imageGalleryItem-3-image.jpg.pagespeed.ce.2QSpvx8ymJLo spettacolo della gente che si butta in testa secchiate d’acqua ufficialmente per aiutare la raccolta fondi contro la Sla, sostanzialmente per fare i fresconi e richiamare servizi televisivi, è una cosa che dovrebbe suscitare pena e indignazione. Tanto più che dopo le secchiate, compresa quella di Renzi irrestibilmente attratto dalle stupidaggini come l’ago della bussola lo è dal nord, non arrivano soldi o ne arrivano pochini: in tutto l’occidente finora non si è raccolto nemmeno ciò che serve a comprare un F35 e in Italia nemmeno una berlina accessoriata. Alla fine si arriva a constatare che la ricerca su una malattia considerata rara non è sostenuta dai fondi pubblici il cui unico scopo è risparmiare per far contenta la finanza, ma nemmeno da quella privata che non ne ricaverebbe un significativo profitto: rimane affidata alla possibilità che qualche buffonata umanitaria raccolga pochi spiccioli, magari esentasse.

Secchiate in testa invece di fare l’eroico sforzo di usare la parte anatomica in questione per affrontare i problemi legati alla salute e dunque anche al grado di solidarietà che le società riescono a sviluppare. E che ahimè sembra scomparire dall’evanescente e terribile Europa delle banche. Tanto che il ministro lituano della salute, tale Rimante Salaseviciute, personaggio tra i più progressisti della piccola repubblica baltica sulla quale sventola la bandiera delle 12 stelle, arriva a dichiarare alla radio nazionale: “L’eutanasia è una buona soluzione per gli strati deboli della società, per i poveri che non hanno i mezzi per pagare le cure sanitarie.” Aggiungendo che è impensabile che la Lituania sviluppi uno stato sociale dove la sanità e le cure siano accessibili a tutti.

Evidentemente gli accorati appelli della Lagarde sull’allarmante aumento dell’età media e sulla salaseviciuteincredibile tracotanza dei ceti popolari che pretenderebbero di usufruire dei progressi delle conoscenze mediche, fanno scuola. Ora vengono i brividi pensando che la Salaseviciute è divenuta ministra della sanità da appena un mese, sostituendo il compagno di partito e di governo Andriukaitis chiamato a far parte della commissione europea.

Ma vedete le secchiate in testa e le incredibili dichiarazioni che arrivano dalla Lituania, non sono affatto cose separate e non correlate fra loro: sono due facce della stessa medaglia. Quella feroce dei piccoli (ma anche grandi) stati del profondo est dove la conversione liberista ha assunto toni fanatici dopo la caduta dell’ Urss, trasferendo tout court il dirigismo verticistico di stampo sovietico verso i centri di potere economico e quello buonista, apparentemente umanitario di stampo occidentale dove si raccolgono fondi caritatevoli alla luce tuttavia della medesima prescrizione ideologica secondo la quale lo stato, il pubblico non può più garantire l’accesso alla sanità di tutti i cittadini. Buffoni e canaglie compaiono sullo stesso piano ideologico come le figure speculari su una carta da gioco. Quella del baro che ci sta portando via la posta accumulata in tanti anni di lotte e di speranze.


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