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Sinistra letale

fratAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte abbiamo sentito dire, come promessa o come minaccia, che la fine dell’economia produttiva, la trasformazione delle imprese in azionariati in accidiosa attesa dei dividendi, la finanziarizzazione con le   acrobazie e i trucchi del gioco d’azzardo, le mutazioni intervenute nel lavoro, manuale e intellettuale, che rende meno agevole il ricorso all’esercito industriale di riserva, la stessa globalizzazione e l’instabilità indotta dai movimenti migratori voluti e provocati, ma alla lunga ingovernabili,  avrebbero portato il capitalismo al suicidio.

Quante volte abbiamo sentito dire che il sistema non avrebbe saputo gestire la sua «strategia del caos», che doveva innervare tutto dalla geopolitica all’esercizio quotidiano del dominio di potere sulle singole esistenze, né contrastare la crisi del suo insostenibile «modello di sviluppo» che sta devastando il pianeta, mettendo in discussione  la supremazia della «civiltà» superiore, dei «valori» della predazione economica e del consumo coatto di merci, della condanna bellica e morale delle vittime della guerra economica e militare, indicate come sudditi da schiacciare e «rifiuti» da conferire nelle discariche della schiavitù. E si sarebbe data la morte.

Invece a tragica dimostrazione della immonda e ingiusta superiorità dei padroni che a differenza dei proletari di tutto il mondo, sanno unirsi e sopravvivere ai danni che provocano, a suicidarsi se pure nella forma visibile delle loro rappresentanze, sono gli sfruttati. Stanno vincendo gli istigatori come ai tempi delle antiche rapine coloniali con tanto di missionari al seguito, come racconta Elias Canetti in Masse e potere a proposito dell’autodistruzione degli Xosa, grazie alla cancellazione dell’identità e della coscienza collettiva, all’abiura del valore attribuito a libertà e responsabilità personale e comune.

Non so bene come ci stiamo “sacrificando” sull’altare delle divinità dello sviluppo, del benessere, dell’ordine, (ne scriveva ieri il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/05/31/la-sinistra-lemming/ )se come gli Xosa condannati per non aver accolto di buon grado le magnifche sorti e progressive portate loro dall’occupazione manu militare della modernità, o come i lemming di Disney. Certo a leggere le dichiarazioni post elettorali dei vinti della sinistra incarnati efficacemente da un cartone animato si capisce chi ha aiutato gli istigatori, che si rivolge così “a tutti quelli che sono oggi interessati a costruire un’alternativa a questa destra“.

Rispetto”, dice Fratoianni, “l’entusiasmo del Pd, non lo contesto perché ho il senso della misura, ma se immagina un’alternativa concreta non può limitarsi alla riproposizione di schemi vecchi. Tanto meno il centrosinistra. Serve rivolgersi ai 5 Stelle e favorirne il cambio di prospettiva. Per tirarlo dentro questo campo. Costruendo uno spazio di discussione in una prospettiva diversa. Perché questa alternativa abbia gambe serve un lavoro sociale per riconquistare tutti quelli che sono andati a destra e che hanno smesso di votare..… pretendo che il programma sia il nostro. Ma si devono porre al centro i diritti e le libertà, lo dico a M5S. E i diritti sociali, il lavoro, la distribuzione della ricchezza, la protezione di chi non ce la fa, e questo lo dico al Pd”.  Eh si, lo dice al Pd e perfino a Calenda perché “se il tema è la costruzione di un’alternativa la discussione si fa tra diversi”.

Qui non parliamo di eutanasia, qui certi soggetti e certe liste più che del dottor morte si accreditano in veste di killer spietati per i quali l’alternativa desiderabile è costituita dall’alleanza funzionale al sistema e al suo establishment delle socialdemocrazie che hanno introiettato l’ideologia neoliberale, abiurando la rappresentanza delle classi subalterne, quelle di Gad Lerner, immeritevoli di attenzione perché se la sono voluta e se la vogliono ancora votando Salvini, per prendersi il dolce carico di quella della borghesia transnazionale sempre più ricca e sempre più esigua, insieme al configurarsi “nuovo” di movimenti anche antichi  che si sono esonerate dei contenuti e delle aspirazioni antagoniste per limitarsi alle rivendicazioni di alcune categorie e gerarchie di diritti, perdendo ogni afflato antiautoritario e anticapitalistico, perché nella loro citta del Sole  non c’è posto per conflitti  economici, di genere e etnici, meno che mai di classe. Il che spiega bene la preferenza accordata alle visite ufficiali di Greta piuttosto che ai picchetti davanti alla Whirpool o alla lotta dei tarantini, cittadini o dipendenti ugualmente traditi dal compagno Vendola oltre che dal futuro sodale Calenda.

E tanto meno c’è posto per il populismo, tantomeno per quello di sinistra indegnamente competitivo, quello di Sanders e Corbyn, di Podemos o Melenchon, oggi visti come visionari velleitari e irrealistici sediziosi ma che fino a poco tempo fa sarebbero stati annoverati tra posati, pragmatici e pure prudenti socialdemocratici con le loro modeste proposte di redistribuzione del reddito, reintegrazione del Welfare, nazionalizzazione di comparti e attività strategiche, controllo delle banche centrali, e così via.

Ogni tanto un interprete di Marx ci ricorda l’ammirazione riservata al modo di produzione capitalistico che nasceva dalla convinzione che la sua accelerazione potesse propiziare e avvicinare la transizione al comunismo, ma anche per la potenza (ora sappiamo, irresistibile) con la quale è capace di espandersi.

E figuriamoci se con tutto comodo e anche in nome di interessi di classe e personali, la sinistra anche prima di quelli che l’hanno ripudiata come velenoso ostacolo alla costruzione democratica, non si è fatta possedere dalla stessa venerazione grazie allo stravolgimento semantico per il quale il capitalismo è diventato sinonimo di progresso e la globalizzazione il volto nuovo dell’internazionalismo, e la tecnologia il totem da adorare perché ci libererà dalla fatica, dalle malattie, in una società beata e civile nella quale le relazioni, tutte, sono equilibrate, soddisfacenti, feconde, regolate come saranno, dal mercato. Come se il mercato combinato con la tecnologia non abbia già mostrato il suo vero volto con le bolle dei titoli delle imprese digitali prima ancora di quelle immobiliari, con il controllo su lavoratori e cittadini, con le illusioni del successo del casinò finanziario.

Compostamente proprio come dei Veltroni qualunque certi rimasugli cercano di contenere l’ira e il disprezzo per la marmaglia il cui voto dovrebbe probabilmente essere limitato, per offrire un diritto/dovere già arbitrario a chi sostiene le élite che interpretano i principi cosmopoliti e multiculturalisti che è doveroso esportare e imporre anche con le armi, sul grossolano localismo dei “subalterni”, degli “sdentati” come li chiamava Hollande, dei dementi” (la definizione è di Bifo).

Eh certo, non si sono accomodati su un seggio nella fortezza, dove andare di tanto in tanto a fare i turisti per caso, ma ho il timore che gli abbiamo concesso la certezza di stare sempre dalla parte di chi vince, che non importa se non è quella giusta.

 

 

 

 

 

 

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Laici in tonaca

imm.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Molti anni fa, dovevo essere in terza elementare, venni condotta una mattina  con l’inganno di una gita scolastica a Piazza San Marco, in patriarcato dove un alto prelato benedisse tutta la scolaresca. Vissi quella imposizione come un tradimento involontario allo spirito antiautoritario che animava la mia famiglia e che si esprimeva anche con una intransigente laicità, tanto da starne male. Mia nonna, donna pratica accorsa al mio capezzale, sorridendo mi fece una carezza e: sta tranquilla, un poca de acqua fresca non fa mal a nessun! E ammiccando mi fece intendere che così mi ero conquistata forse la considerazione della maestra che dalla prima mi aveva collocata in un banco da sola in qualità di bambina “che non voleva bene alla madonna”.

Molti anni dopo alla morte di mia mamma feci una lunga trafila al servizio del plateatico comunale per ottenere in permesso di dare un saluto alla defunta insieme ai familiari e agli amici nel bel campo antistante l’antico ospedale. Ma quando andai a saldare la fattura all’impresa di pompe funebri, gli addetti (cassamortari a Roma) mi chiesero di autorizzarli a rivendersi l’iniziativa creativa offrendola con un modico supplemento imputato alle procedure burocratiche, alla clientela a-confessionale che da sempre ha il diritto spesso negato al cordoglio laico.

Sorridendo e con le dovute differenze i due episodi tra tanti possono essere interpretati come concessioni a una laicità di mercato che propone aggiustamenti e elargizioni volti ad addomesticare la prepotenza del potere ecclesiastico ormai introiettata nella società tutta, sfoderata con sistemi, metodi, obblighi che vanno ben oltre l’ostensione del crocifisso in luoghi pubblici e in siti istituzionali, ma anche in palestre, alberghi, case vacanze e B&B, club nautici e perfino garage comunali. Così in questi anni le ingenue motivazioni e richieste di mia nonna o dei manager della necroforia si sono sviluppati sempre sotto forma di donazioni, permessi speciali e licenze necessarie a consolidare l’ideologia dominante.

Dobbiamo a questo la momentanea copertura di simboli religiosi, l’autorizzazione a ospitare moschee in cantine periferiche, mentre quella dell’archistar  assurge a monumento visitabile nei percorsi turistici più esclusivi, l’autocensura a canti e inni natalizi negli asili alla pari di Bella Ciao, la comprensione sia pure lievemente infastidita per liturgie altre” a cominciare dal ramadan, mentre sono guardate con rispetto e partecipazioni quelle caratterizzate da una connotazione commerciale: capodanni cinesi, Halloween, doverosi omaggi alla globalizzazione né più né meno delle hreosterie che propongono maialino e kebab, presepi con l’imam realizzato a San Gregorio Armeno, grazie a una festosa commistione che viene elegantemente chiamata melting pot: e infatti così si mescola tutto, odori, sapori e valori in una mefitica apparente pacificazione che dovrebbe nascondere la puzza, la xenofobia, lo sfruttamento e la mercificazione.

E infatti i promoter di questa indulgenza verso convinzioni, fedi, inclinazioni pongono tutta una serie di ragionevoli limiti: non vanno mai a incidere sull’imposizione del crocifisso negli uffici pubblici, promosso a simbologia comunitaria rappresentativa delle radici comuni e condivise che potrebbe spiegare l’europeismo come atto di fede che verrà officiato prossimamente e motiva l’ostilità alle Costituzioni nazionali per via di un eccesso di socialismo. Non si sognano di contrastare – e potrebbero – l’oltraggio a una legge dello Stato perpetrato mediante una esuberante e sospetta obiezione di coscienza. Conferma l’opinione che la procreazione assistita sia un capriccio malsano alla pari dell’utero in affitto e della compravendita di organi. Condannano come reato la possibilità di morire con dignità.

E in cambio concedono il minimo sindacale di licenze   autorizzando il riconoscimento di prerogative alle coppie di fatto, purché omosessuali, autorizzano la somministrazione di oppiacei negli ospedali, purché non venga intesa come eutanasia, permettono l’epidurale somministrata con oculata parsimonia, purché non venga meno il principio che la donna deve partorire con dolore e meglio ancora con cesareo il 13 agosto e il 30 dicembre onde favorire le vacanze meritate dei primari. Strizzano l’occhio al configurarsi “libertario” a loro dire di famiglie “anomale”, legittimate nella loro “diversità” e approvate in quanto aspirano a una omologazione piccolo borghese, mentre, alla pari con quelli del Family Day e dei congressi veronesi,  minano alla base i vincoli di affetto, di solidarietà, di reciproca assistenza, cancellano pari opportunità di genere, ripristinano le antiche disuguaglianze tra uomo e donna, grazie alla inevitabile soppressione di diritti e conquiste fondamentali in nome del bisogno, della necessità e anche come punizione per un passato di dissipato consumismo e di lassismo egoistico.

Marx avrebbe detto che così contribuiscono alla creazione di una falsa coscienza, ma ci arriverebbe a dirlo perfino Fusaro e perfino quelli della lista per Tsipras se non fossero anche loro posseduti da dall’aberrante trasformazione dello spirito critico in militanze di facciata, ispirate da un umanitarismo generico che non si permette mai di condannare il sistema neoliberista e i suoi feticci, in veste di avventizi dell’antifascismo, come se fosse un incidente nella storia sospeso e interrotto e che solo oggi si ripresenta, di femministe intente a una azione per la conquista dei posti di potere, dove sono e come sono, di ambientalisti che credono fideisticamente che i cittadini possano salvare il pianeta con comportamenti virtuosi e che il mercato voglia riparare i danni che ha prodotto. Di antirazzisti che ritengono che si fronteggi il “fenomeno” migratorio con una integrazione di chi arriva nelle miserie dei cittadini ospiti, e non andando alle origini:  guerre, furto di risorse, patti stretti di tiranni sanguinari e loro successiva criminalizzazione, effetti climatici determinati da uno sviluppo insostenibile e  diseguale. E che invece dei corridoi umanitari propongono un neocolonialismo con esportazione di rafforzamento istituzionale e civiltà, temi sui quali saremmo maestri. Di sostenitori di una crescita nella quale il bieco capitalismo si addolcisce per essere più efficace, regalando un po’ di tolleranza privata e repressione pubblica, concedendo quel tanto di permissivismo indispensabile a smussare gli angoli e anestetizzare i pazienti in modo che si prestino alla mutilazione di diritti, esibendo i fasti di un lavoro senza fatica a condizione che si sappia rinunciare a sicurezze e garanzie.

Ecco, essere laici (e dovrebbero esserlo anche i credenti in quanto cittadini) non significa solo rivendicare la propria libertà di culto e espressione, non basta esigere che la chiesa paghi l’Imu per i suoi edifici, contribuisca alla tutela del suo patrimonio artistico, che i suoi preti in tutte le gerarchie si sottopongano al giudizio dei tribunali degli Stati e non solo a quello di Dio, che non si verifichino offensive ingerenze nella società civile, quelle che hanno condizionato usi e scelte, se rappresentanti del popolo appena eletti corrono Oltretevere, omaggiano pubblicamente e da soggetti delle istituzioni Padre Pio o San Gennaro, se un feroce cialtrone che offende e oltraggia la dignità e le persone di connazionali e stranieri con preferenza per i poveracci in quanto “diversi”, se lo concede in nome della salvaguardia di una tradizione e una fede che dovrebbe invece parlare in nome della fratellanza e della pietas.

Per non essere come lui, sia pure sotto altra non più degna bandiera, non ci vorrebbe poi molto, basterebbe far propri principi costituzionali alla base della democrazia, non prestarsi alla coltivazione di pregiudizi, nemmeno quelli favorevoli che comunque condizionano indipendenza e autonomia di pensiero e azione, basterebbe non togliere beni e diritti e aspettative. Ma invece aggiungere alla critica ai servitori del sistema quella al sistema, e non voler spaccare il mondo in due: credenti e non credenti, perché invece si dovrebbe mettere fine alla frattura tra il potere dei padroni e gli sfruttati, perché è sempre quella la lotta in corso, che affrontiamo disuniti, sottomessi, soli e senza speranza come succede a chi non sa di avere le catene perché non si muove e accetta la servitù al Signore e ai signori come condizione naturale.

 

 

 

 


La Compagnia della Cattiva Morte

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

In un tempo nel quale ci è stato tolto ogni potere decisionale sulle nostre esistenze, succede che si vada all’estero per vivere e pure per morire.

La frase “morire con dignità” proprio come “vivere con dignità” ha assunto la forma di un auspicio utopistico o di un mantra apotropaico da ripetere come una speranza che si rinnova e diventa reale se la pronunciamo. Mentre dovremmo cominciare a praticarla, ribellandoci all’esproprio praticato sulle nostre scelte, la libertà, i diritti a cominciare da quello primario all’autodeterminazione.

Inutile prendersela con la Chiesa e con una morale confessionale imposta come etica pubblica. La Chiesa fa il suo mestiere, da sempre impegnata com’è a tutelare e fare proselitismo di un credo “ideale”, ma anche della cultura patriarcale che lo sorregge, intenta al sostegno a politiche sociali e culturali orientate a mantenere lo status quo, incaricata della conservazione di equilibri fittizi che attribuiscono le leve di comando a poteri precostituiti su base proprietaria, motivata alla manutenzione di un assetto e di una organizzazione sociale “tradizionale”, conservatrice e autoritaria.

Poteri in via di avvelenata dissoluzione conservano viva la loro alleanza che ha il fine esplicito di esercitare un imperio sulle vite degli altri, per circoscrivere autonomia di pensiero e di decisione, per limitare le libertà individuali e collettive, per incutere paura del presente e del futuro compreso quello che ci aspetta in attesa delle trombe dell’Apocalisse, in modo da assoggettare con il timore, il ricatto, l’intimidazione in contesti confinati  che promettono sicurezza in cambio di emancipazione, difesa in cambio di indipendenza, miseria certa ma nota in cambio di opportunità sconosciute.

Nella difesa ridicola di uno dei governi più infami e criminali e della sua fotocopia vigente abbiamo sentito rivendicare sfrontatamente il successo di riforme ispirate al riconoscimento di diritti, rappresentate allegoricamente dalla modesta elargizione di un istituto somigliante al matrimonio per quanto riguarda i doveri e lontanissimo per quanto attiene alle prerogative, fatto su misura per incrementare ulteriori disuguaglianze tra omosessuali privilegiati e retroguardie gay che non possono coronare la loro affettività grazie all’accesso a diritti a pagamento compreso l’import export dell’istinto sia pure legittimo alla paternità.

Come se non assistessimo all’attacco quotidiano a leggi dello stato a cominciare da quella che ha legalizzato l’aborto per sottrarlo alla più iniqua delle speculazioni, alla vergogna di escludere dalla cittadinanza i bambini nati qui, all’ignominia di criminalizzare le donne che non procreano per regalare nuovi soldati agli eserciti delle nuove schiavitù, all’onta di costringere all’umiliazione di una prolungata agonia con sofferenza e senza dignità.

Non ‘è motivazione morale o confessionale in tutto questo. Se non possiamo pretendere una chiesa laica, dobbiamo pretendere uno stato laico e istituzioni e leggi che non si appiattiscano nell’osservanza interessata e ingenerosa a  una retorica dell’amore recitata come un copione secondo le esigenze del mercato. Perché è in nome della sua teocrazia che scrupolosi obiettori decidono negli ospedali censurando il senso di responsabilità amaro e doloroso di una donna, all’ombra della impunità di cliniche “riconosciute” dove il diritto e la legalità si pagano a caro prezzo, che abbia avuto ed abbia grande successo commerciale il turismo oltre confine della procreazione, che si finga deplorazione per quello del suicidio assistito, agendo per paralizzare la possibilità di dotarsi di civili leggi sul fine vita e perfino sul testamento biologico.

Ed è in nome degli stessi comandamenti che è andata di pari passo la cancellazione dell’aspirazione alla buona salute e alla buona morte: paradossalmente si è ridotta l’assistenza, si sono ridotte cure e prevenzione, la qualità degli ospedali, il numero e la professionalità dei medici, le terapie per chi ha contratto e è affetto da malattie invalidanti e pure il desiderio difficile e crudele a preferire concludere volontariamente una sopravvivenza avvilente, travagliata e penosa per sé e chi si ama.

Il quadro che abbiamo davanti agli occhi e dentro le nostre case è quello che ritrae una tremenda e desolata solitudine, di chi soffre, di chi viene imputato di volersi liberare di fardelli d’amore e cura diventati insostenibili per sofferenza, impotenza e povertà, di chi si sente abbandonato da istituzioni e  poteri, irrispettosi dei bisogni e delle istanze in tutto il ciclo della vita, nell’infanzia, nella scuola, nel lavoro, nella malattia, nella morte che non è più una livella se il rispetto di sé è anche quello prerogativa di pochi.

Non è un caso che la famiglia, i vincoli d’amore e affetto siano ridiventati l’ultima spiaggia, dove si consuma la difesa solitaria della persona, la tutela delle aspettative e delle vocazioni in una microeconomia assistenziale sempre più esigua,  l’assistenza di bambini, malati, invalidi, vecchi, teatro di conflitti generazionali e di genere costretti a esaurirsi dentro quelle mura che diventano prigioni o scenari di delitti sanguinosi e non, se diventa impossibile emanciparsi e uscirne, luoghi di preservazione arroccata e sospettosa di vite costrette a rinunciare a desideri, sogni, speranze ormai incompatibili con nuove servitù e più cruente miserie.

Le vogliono così i paladini di famiglie di convenienza, perché convengono infatti a sistemi padronali che cacciano dal lavoro le donne in modo che sostituiscano il welfare, che istituiscono le giornate dei nonni in modo che si appaghino sostituendosi agli asili, che benevolmente elargiscono la legge 104, salvo renderne impossibile l’attuazione per insegnanti grazie alla buona scuola, a lavoratori grazia al Jobs Act.

Le vogliono così perché a loro non si addice l’amore che persuade della bellezza della libertà, della speranza, della felicità, convinti come sono che la loro forza si nutre di odio, inimicizia, sopraffazione.

 

 


Pd, partito de genere

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il 9 marzo il Parlamento UE voterà una risoluzione che ha l’intento di “rimuovere gli ultimi ostacoli alla parità di genere”.  L’impressione che se ne trae sarebbe quella di una rassicurante ovvietà, di una confortante genericità, se il testo non fosse il prodotto esemplare della doppiezza retorica dell’istituzione che ha fatto della promozione delle differenze e delle disuguaglianze il suo proposito, in modo da garantire che si perpetui la superiorità di chi ha già e vuole sempre di più su chi poco ha e avrà sempre meno: sicurezza, lavoro, diritti, assistenza, cure, istruzione.

Ma siccome il cardine su cui gira il regime sovranazionale dell’avidità e dell’accumulazione iniqua è appunto l’ipocrisia, dovremmo supporre che venga votata con edificante ed ecumenico entusiasmo, in simpatica coincidenza con la cosiddetta festa della donna, che anche grazie all’Europa ha da festeggiare poco più delle operaie morte nello storico incendio, spesso esonerata da morti bianche sul luogo di lavoro perché lavoro non c’è, in compenso scaraventata indietro di secoli grazie ad una crisi che affama, umilia, nega prerogative e affossa conquiste per instaurare un regime globale di autoritarismo, repressione, servitù.

Invece, lo riferisce perfino la Stampa, l’unanimità non è affatto assicurata. Per via della menzione che il relatore, un belga di origine italiano, fa dei temi della contraccezione e dell’aborto, cauta e anodina come si addice a un documento ufficiale, ma che ciononostante potrebbe dispiacere ai credenti.  E infatti si temono defezioni non solo da parte dei popolari, ma anche da esponenti del Pd.

C’è poco da essere sorpresi: nel 2013, proprio nella giornata internazionale per i diritti umani, sei europarlamentari italiani che facevano parte dei socialisti e democratici (S&D) contribuirono alla bocciatura del Report on Sexual and Reproductive Health Rights,  che avrebbe impegnato gli Stati membri a fare di più per la salvaguardia dei diritti riproduttivi e l’autonomia delle donne, su questioni come la contraccezione, l’accesso all’interruzione di gravidanza, la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili e l’educazione sessuale, ma anche nella lotta contro l’omofobia. Permettendo così che venisse invece  approvata la proposta restrittiva e alternativa dei popolari, che lasciava ampi margini al potere giurisdizionale dei singoli Stati, a cominciare dalla Spagna, per non parlare dell’Italia, dove autonomia e sovranità vengono interpretate come legittimazione a restringere le libertà personali e il godimento di diritti riconosciuti dalla Costituzione, compreso quello più arduo e sofferto, dove l’obiezione di coscienza rende impraticabile una legge dello Stato

C’è poco da essere sorpresi se una leggiadra ministra intervistata proprio in questi giorni, sfoggia un’invidiabile disinvoltura in merito ai cosiddetti temi etici, a dimostrazione che viviamo in tempi nei quali la morale è più che mai soggetta a discriminazioni in favore di chi piange, ma in Rolls Royce. E un altrettanto sfrontato disprezzo nei confronti delle donne, dell’amaro diritto a non sprofondare nell’illegalità e nella clandestinità, sancito da una legge dello Stato, dei cittadini tutti che vorrebbero che trionfasse l’amore in tutto l’arco della vita, dalla nascita a quella morte con dignità, nei cui confronti la signora ha maturato certezze assolute (anche in quel caso “deve vincere l’amore”, “decida chi ci ama”, non una legge che sarebbe “rigida”, quindi disumana .. e a chi non ci sta o è solo, non resta che ricorrere al turismo della dolce morte in Svizzera), che permettesse a chi vuole di avere figli, di crescerli in una casa degna, di farli istruire in una scuola decente da insegnanti preparati e non ricattati, di farli vivere in un ambiente sano, di nutrire speranze per un avvenire che non sia una minaccia, tutte aspettative ridotte a capricci sconsiderati che questo governo e i suoi padroni negano e non  per rivendicata incompetenza.

C’è poco da essere sorpresi se al governo non bastano i settecento milioni l’anno di denaro pubblico che vanno ad aiutare gli istituti paritari, mentre lo Stato non ha soldi neppure per rendere sicure le scuole, con un fiume di denaro che sgorga dal ministero dell’Istruzione, dalle Regioni e dai Comuni e finisce senza controlli ad enti privati.

C’è poco da essere sorpresi, se ancora una volta verrà reclamata comprensione per i credenti.

Ma c’è da chiedersi in che fede confidino e a che dogmi ubbidiscano. Se a quelli di una religione che imporrebbe indulgenza, tolleranza, compassione, solidarietà. O invece a quella teocrazia del denaro e del profitto i cui riti sono officiati da quegli inesorabili sacerdoti della giurisprudenza, quel ceto costituito da giuristi e avvocati, dai grandi studi internazionali che  predispongono principi, valori e  regole del diritto globale su incarico delle multinazionali, in grado di  trasformare una mediazione tecnica in una procedura sacralizzata. In modo da riconfermare quella supremazia della ricchezza, del mercato, della potenza  anche nel diritto  e nella giustizia  determinando la  mercificazione delle vite, delle convinzioni e delle scelte. Legiferando sui geni, sul corpo, sul dolore, sulla vita e sulla morte, sui privilegi e sul lavoro, applicando la repressione, l’arroganza e le tecniche d’impresa che spostano la gente senza più luogo, città, patria  e non riconoscendo il valore di quella lasciata per fame o guerra, quello che si vuole è  promulgare i principi di una nuova cittadinanza basata sul censo, in modo che le libertà diventate merci siano accessibili come elargizioni o esclusiva solo di chi può permettersi di pagare.

Oggi cade l’anniversario della nascita di Rosa Luxemburg, che diceva che dietro ogni dogma c’è un affare da difendere. E diceva anche che chi non si muove non può accorgersi delle proprie catene, a ricordare che rinunciare alla libertà è una colpa che non dobbiamo permetterci.

 


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