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Il know-how del malaffare

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Erano  bastati appena sei giorni per sistemare e rendere nuovamente percorribile la Great Kanto Highway, autostrada squassata dal terremoto  che ha squassato la terra a Fukushima nel 2011.

Ma non occorre andare tanto lontano: in 5 anni tra il 1995 e il 2000 danesi e svedesi hanno realizzato uno dei ponti più lunghi del mondo, 16 chilometri di cui 4 di tunnel sottomarino, quello di Oresund che collega Copenaghen a  Malmö, costato 3 miliardi di dollari. Manca poco al completamento della  Grand Ethiopian Renaissance Dam  la diga più grande d’Africa, ottavo impianto idroelettrico al mondo: lunga 1800m, alta 155m e del volume complessivo di 74.000 milioni di m³. finanziata dal governo etiope tramite obbligazioni acquistate soprattutto da emigranti. L’ha realizzata un’impresa italiana, la Salini, e ciononostante viene da dire, costerà solo 3,7 miliardi di euro.

Si, solo 3,7 miliardi di euro, poco più della metà del MoSe, per non dire della Tav (Torino-Lione): 1 miliardo già speso dopo 27 anni,  2,6 miliardi prelevati progressivamente dal bilancio dello Stato fino al 2027 (solo nel 2017 sono oltre 200 milioni) e  stanziati dal governo Monti a fine 2012. E sappiamo bene che costano anche i parti di menti visionarie e megalomani rimasti sulla carta, se si pensa che la concessionaria che doveva realizzare l’opera esige dallo Stato – cioè da noi -312 milioni 355 mila 662 euro  più altri   800 milioni di contenzioso in corso con il general contactor.

Mentre è caduto un pudico silenzio sui costi  effettivi – e sui ricavi – di quell’altro trastullo, quella  grande greppia chiamata Expo che avrebbe nutrito appetiti insaziabili per almeno 2, 2 miliardi, lasciando aree  abbandonate a disposizione di successive speculazioni e rottami arrugginiti indegni della designazione di archeologia industriale.

Eh si, perché i crolli di tratti autostradali e di lungarni, di case e scuole, l’obsolescenza di manufatti e infrastrutture anche alla prima neve o a un timido acquazzone dimostrano che il costo sproporzionato dei lavori all’italiana non dipende né dall’elevata qualità dei materiali, né dall’efficacia delle soluzioni tecniche, nelleno da una dissennata rapidità nella realizzazione (l’Autostrada del Sole venne inaugurata nel 1964: 755 km a 4 corsie con tunnel e gallerie richiesero 8 anni, mentre tutti ridiamo amaramente sul susseguirsi di tagli di nastri della Salerno-Reggio Calabria).  E ciononostante  il costo medio delle infrastrutture ferroviarie da noi ammonta a circa 32 milioni di euro al km contro i 9 della Spagna e i 10 della Francia.

Qualche giorno fa, il Ministro Delrio ha mostrato una passione per resti arcaici, antiche rovine, archeologia industriale che mai avremmo sospettato in un esponente di questo governo: di passaggio a Venezia dove ha annunciato che non possono essere penalizzati i generosi corsari delle crociere, ha voluto tranquillizzare i pochi veneziani superstiti già mietuti dalla gestione Brugnaro: basta acqua alta, il MoSe sarà completato,  già pronto uno stanziamento di altri 210 milioni, altri ne arriveranno erogati sulla base di un dossier che rassicuri sulla trasparenza delle procedure per fare in modo  “ che funzioni  e   che da esso si tragga un know-how, un’esperienza internazionale …  rafforzando le competenze ingegneristiche già presenti, come quella di Thetis”.  

Sul know-how non ci sono dubbi: si tratta del più formidabile esempio replicabile di malaffare autorizzato e legalizzato da far invidia agli sbrigafaccende di Mafia Capitale, che tutte le cordate di costruttori, mal-affaristi, speculatori e corruttori si augurano di ripetere su larga scala e a tutti i livelli territoriale. Perché, se c’è corruzione con l’infrazione delle regole, il MoSe ha inaugurato l’era della corruzione delle regole stesse. Ne hanno goduto soliti sospetti, tutti presenti nei vari consorzi e nelle varie associazioni temporanee di imprese che si aggiudicano in regime di monopolio incarichi e appalti opachi che leggi ad aziendam rendono congrui, legali, incontestabili, i cui rappresentanti entrano e escono di galera come dalla porta girevole di un hotel di lusso, sparendo e ricomparendo in altri consigli di amministrazione, nelle anticamere di ministri e in aule di tribunale dove distrattamente seguono le evoluzioni di grandi studi legali beneficati da un sistema di offre prescrizioni e impunità ai criminali di lusso, galera e deplorazione agli straccioni o a chi contesta le loro piramidi inutili.

La storia del MoSe è lunga perché parte da lontano e non va in nessun posto, distribuendo soldi in mille rivoli, grossi e torrenziali per i padroni del cemento, piccoli ma irrinunciabili per politici e amministratori pronti a vendersi per un’elemosina elettorale, per consulenti e progettisti, ma pure per controllori sleali e paradossalmente narra la vicenda di una devastazione che in nome dell’ambiente ha inquinato e contaminato la vita politica, istituzionale, economica e sociale di una città e di un paese. Degli attori tutti sapevano, cittadini, compunti parlamentari prestati alla politica, pensosi sindaci, ciononostante le indagini della magistratura risalgono a tempi recenti e alcune assoluzioni che hanno concluso il primo filone dimostrerebbero che l’invenzione che ha reso il MoSe e il consorzio di gestione un caso di successo garantisce livelli molto elevati di impunità. Proprio perché si tratta di un inattaccabile sistema che  aggira regole e consuetudini, stabilisce criteri incompatibili con libera concorrenza e trasparenza, attribuisce a un unico soggetto. Il Consorzio Venezia Nuova, ruoli contrastanti e funzioni antagoniste, deve essere controllato e controlla, sporca e disinquina, scava e costruisce una fortuna illecita sull’acqua grazie a un affidamento in concessione unica senza gare e senza competizioni, visto che dall’ideatore, quel Mazzacurati che agli esordi era presidente e pure direttore, aveva inaugurato una procedure speciale come le leggi che glielo permisero,  stabilendo le quote di lavori spettanti a ogni impresa, i prezzi e le consulenze, la destinazione dei finanziamenti e di quei quattrini che – si è saputo – venivano accantonati per costituire i fondi neri necessari a «oliare» il meccanismo, le acrobazie per gonfiare i costi  e per allungare e rallentare profittevolmente i  tempi di esecuzione.

Così  il costo complessivo delle dighe è lievitato, passando dal miliardo e mezzo del progetto preliminare (anni Novanta) fino ai 5 miliardi e 600 milioni di oggi, manutenzione e gestione esclusa (almeno 80 milioni l’anno). Con un miliardo accertato di tangenti distribuite   a politici, funzionari, magistrati e forze dell’ordine per allentare i controlli, promuovere nuove iniziative di fidelizzazione, grazie al regime monopolistico in qualità di unico interlocutore con i pubblici poteri grazie al quale il consorzio ha  potuto contare su canali di approvvigionamento legali come gli oneri di concessione – da “redistribuire” secondo le necessità in tutta autonomia – fissati al 12% su ogni lavoro – circa 700 milioni di euro finiti nelle casse della centrale delle tangenti. O come gli interessi bancari sui prestiti che il Consorzio stabilisce autonomamente, ma che paga lo Stato. O come il mancato ribasso sugli appalti assegnati dal Consorzio, mediamente del 30%, altrimenti invece assegnati a prezzo pieno.

 

È la storia di un regime assoluto contro il quale si sono battuti in pochi trattati da inventori matti se proponevano soluzioni tecniche e tecnologiche alternative, da  molesti disfattisti se esigevano procedure e sistemi di regolazione e controllo più equi e trasparenti, da irresponsabili criminali se indicavano priorità più urgenti per la tutela della città, in presenza di dati accertati sulla validità dell’opera già obsoleta prima di essere completata, da spregevoli rovinologi se denunciavano il susseguirsi di incidenti e criticità (paratoie che non si alzano, materiale delle cerniere, detriti nelle sedi di alloggiamento, subsidenza, altezze d’onda che allagano i tunnel, basi di fondazione collassate durante lo zavorramento, ossidazioni delle cerniere/connettori ecc.) a carico delle strutture della formidabile opera ingegneristica  che doveva restituirci la reputazione internazionale, peraltro molto criticata da uno studio della società francese Principia commissionato a suo tempo dal Comune di Venezia, che ha evidenziato un comportamento di instabilità dinamica della paratoia del MoSe che “ne impedirebbe una modellazione numerica ed un dimensionamento affidabile”, richiamando le autorità competenti  all’opportunità “di far continuare l’esecuzione di un’opera la cui funzionalità viene messa in discussione da considerazioni tecnico-scientifiche mai smentite”.

Il MoSe non salverà dalle acque, non salverà Venezia, non salverà la nostra fama all’estero. E deve essere per quello che è un simbolo per un ceto di ubbidienti ai voleri padronali, di servi volontari in cambio della continuità dei loro posticini e dei loro privilegi. E che odiano tutto quello che è buono e sano e bello perché ricorda loro la libertà, una merce scomoda per chi sa dire solo sissignore.


Democrazia a rischio virus

spioni_privacy_222487Se vogliamo avere uno spaccato del mondo contemporaneo, delle sue contraddizioni e dello stato di avanzamento della post democrazia, possiamo trovare un utile Bignami nella paradossale vicenda della Hacking Team di Milano.  Chi vuole avere informazioni  su questa storia può tranquillamente digitare il nome dall’azienda su qualunque motore di ricerca e trovare tonnellate di materiale, anche se consiglio di cominciare da questo post e  dai link che esso propone. Ma i fatti sono semplici nel loro paradosso: Hacking Team è una piccola società che produce sistemi per la sicurezza informatica, anzi per l’insicurezza visto che il suo prodotto di maggior rilievo è un malware che introdotto in un computer o in uno smartphone è in grado di leggere tutti i contenuti: password, mail,  documenti criptati, immagini, indirizzi, qualsiasi cosa insomma. Maledetti pirati direte voi: invece la Hacking Team vendeva il suo virus a governi, servizi, polizie e agenzie governative occidentali e dunque non suscitava alcuno scandalo, ma anzi vivissimi complimenti.

Poi improvvisamente l’inaudito: l’azienda viene a sua volta piratata e centinaia di giga di documenti riservati e non, comprese le sessioni del solitario di Windows, finiscono alla mercé di tutti grazie a Wikileaks a cui l’immenso dossier è stato passato da misteriosi hacker. Gli esperti di informatica ritengono  che tutto questo sia solo la facciata: Haking Team deve aver venduto il suo software spia a cani e porci e si è inventata questa commedia per uscire fuori da una situazione difficile, aggravata dal fatto di aver “concesso” i propri servigi anche a governi considerati autoritari o comunque per uscire da un uso farsesco dei termini a governi invisi a Washington.

Così adesso ci troviamo nella grottesca situazione per la quale la procura di Milano ha aperto un fascicolo in cui si ipotizza che l’azienda sia stata vittima di “accesso abusivo a sistema informatico”, il che non è male per una società il cui business ufficiale e tutt’altro che segreto era proprio quello di vendere sistemi per permettere tali accessi abusivi. Cosa questa che da una parte è un riflesso dell’enorme gap della giurisdizione su tutti i temi legati ai nuovi sistemi di comunicazione, ma è anche la spia di una progressiva resa della democrazia a forme di controllo da grande fratello. Questi sistemi di spionaggio informatico (che per la cronaca erano stati acquistati anche dalla presidenza del consiglio) non possono minimamente essere comparati alle intercettazioni telefoniche e ambientali che vengono autorizzate da un magistrato per un certo periodo di tempo e i cui risultati rimangono dentro i confini istituzionali, almeno fino a quando le vicende giudiziarie non li rendono pubblici. Sistemi come questi sono radicalmente differenti: non se ne può identificare la provenienza, possono essere usati senza bisogno di ricorrere ad alcun magistrato, sono perenni, non sono mirati e possono essere distribuiti a pioggia tra la popolazione, riguardano qualsiasi ambito delle persone o delle aziende che si vogliono sorvegliare e oltre tutto trasmettono le documentazioni rubate non solo agli organi ufficiali che eventualmente li utilizzano, ma anche agli ideatori e gestori del software che possono facilmente approntare una backdoor allo scopo (come pare HT abbia fatto) e a chiunque sia in possesso di sufficienti informazioni per accedervi.

Quindi quando leggiamo che forse Hacking Team si è in qualche modo fottuta fornendo il suo virus non solo a chissà quanti privati, ma anche a regimi autoritari (Sudan ed Etiopia in particolare), con quell’arietta moral scandalizzato tipica dei media mainstream, siamo nel pieno dell’ipocrisia contemporanea: perché l’uso di questi sistemi di spionaggio ad amplissimo raggio da parte di apparati dello stato, definisce già un profilo intrinsecamente autoritario delle istituzioni.  L’intercettazione riguarda una singola persona, questi sistemi spia possono essere distribuiti a milioni e anche decime di milioni di persone, in pratica senza bisogno di alcuna autorizzazione e costituiscono un sistema molto efficace di controllo sociale e politico, all’occorrenza di repressione, molto spesso di ricatto nei confronti di chi si oppone. E’ anche un sistema di controllo dei Parlamenti i cui membri “non allineati” possono essere minacciati facilmente.

Di certo l’Hacking team non è l’unica società che opera in questo campo, ce ne sono molte, tutte autorizzate e protette: fu una di queste a raccogliere il materiale con cui nel 2011 Christine Lagarde, allora ministro delle finanze francese, minacciò molti parlamentari greci e il premier Papandreu costringendolo a rinnegare il referendum annunciato. A questo proposito ci possiamo chiedere cosa abbia spinto Palazzo Chigi a pagare fior di quattrini per comprare questo virus: una domanda che straordinariamente nessuno si è fatto.


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