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Materie oscure, anzi proprio buie

dmd-trailer-720px.gifLa fine dell’anno ci porta almeno una buona notizia: si comincia finalmente a smontare qualche capitolo di quella fisica “narrativa” così cara alle scuole americane e non facilmente confutabile dal momento che esse godono del potere assoluto di pubblicazione così che senza passare attraverso di esse e i vari baronati yankee che le gestiscono non si va da nessuna parte nelle carriere accademiche e scientifiche anche nel resto del mondo. Ma questa faccenda della materia oscura (con energia oscura associata),  invisibile e irrilevabile, inventata per non dover mettere mano alle equazioni della gravità viste le anomale riscontrate nella rotazione delle galassie, era davvero troppo semplice, automatica e ” magica”  per poter reggere a lungo, nonostante la caduta di capacità critica che ha prodotto tonnellate di ipotetiche narrazioni su di essa. Il fatto è che alcune osservazioni astrofisiche non possono essere spiegate alla luce di questa neo mitologia e inducono perciò a un ripensamento che sarà tuttavia estremamente difficoltoso e combattuto come è accaduto in altri casi. Che ne sarà del dark matter day fatto coincidere con Halloween tanto per non lasciare vergine di buffonerie anche questo?

La più parte delle persone non si rende di tutto questo perché è portata generalmente a sacralizzare ciò che viene dalla scienza o a rifiutarlo quando non coincide con le proprie convinzioni di carattere fideistico o con i propri pregiudizi: si tratta di due atteggiamenti opposti, ma nello stesso paralleli (lo spazio mentale è evidentemente più complicato di quello fisico, per così dire) che comunque non toccano e dunque nemmeno possono incidere sul problema reale che si compone di una molteplicità di fattori che fanno miscela: egemonia culturale, privatizzazione della ricerca, nepotismo, concentrazione del potere editoriale, scuole baronali, tendenza alla narrazione tipica di una cultura e di percorsi accademici legati al potere, uso disinvolto della matematica, classificazioni quanto meno sospette. Si tratta di fattori che si intrecciano allo sfruttamento intensivo delle intelligenze in maniera intricata e complessa, ma il cui risultato è evidente man mano che le discipline si fanno meno dure: Il caso contro la scienza è semplice: gran parte della letteratura scientifica, forse la metà, può essere semplicemente falsa. Studi inconsistenti,analisi non valide, conflitti di interesse, oltre all’ossessione di perseguire delle tendenze dubbie, la scienza ha deciso di percorrere una strada buia”, ha scritto la rivista Lancet una delle più quotate in ambito medico biologico, ma anche l’unica parzialmente al di fuori dell’imperialismo editoriale e Marcia Angeli, non appena  lasciato l’incarico di supervisore del New England Journal of medicine, ha dichiarato: “non è più possibile credere alla gran parte della ricerca clinica”. 

Addirittura c’è una ricerca scientifica conclusasi  tre anni fa che dimostra l’inaffidabilità di molte ricerche nel campo della psicologia sociale e delle scienze cognitive: 270 studiosi di tutto il mondo hanno tentato di riprodurre i risultati di 100 studi appartenenti a questi due campi di ricerca che sono di solito i più scivolosi e il 50% delle scoperte in scienze cognitive e il 75% in psicologia sociale non hanno potuto essere replicate e non hanno trovato alcun riscontro. Non che il rimanente debba per forza essere vero, ma diciamo che il falso “correttamente applicato”  è diventato il vero motore delle carriere accademiche. E a questo possiamo aggiungere l’opinione del premio nobel per la medicina, il biologo cellulare  Randy Schekman per il quale le maggiori riviste scientifiche , Nature, Cell e Science sono come tiranni: “pubblicano in base all’appeal mediatico di uno studio, piuttosto che alla sua reale rilevanza scientifica. Da parte loro, visto il prestigio, i ricercatori sono disposti a tutto, anche a  modificare i risultati dei loro lavori, pur di ottenere una pubblicazione”. E naturalmente questo non si ferma qui, si estende ai pagamenti in solido che università e gruppi in concorrenza tra loro o addirittura organizzazioni ad hoc effettuano per poter venire alla ribalta.  Paradossalmente il publish or perish  che le capre nostrane, incompetenti e/o subornate da modelli superficiali considerano il massimo della modernità è in realtà alla radice di tutto questo e non solo dei falsi o delle superficialità, ma anche della normalizzazione della scienza perché nessuno è così pazzo da sfidare il potere. Così ipotesi puramente riempitive come quelle della materia oscura, una volta uscite sulle riviste di riferimento e con firme di tutto rispetto, diventano oggetti mitologici che trascinano tutti al suono del piffero di Hamelin.

Del resto una rivoluzione riguardo alla gravità metterebbe in crisi non solo la relatività nel momento in cui anche la quantistica è in crisi riguardo alla coerenza interna, ma anche a cascata, tonnellate di ricerche, di carriere, di nomi, di ipotesi divenute chiavi interpretative a cominciare dai buchi neri. Niente di tutto questo andrebbe perso, ma si aprirebbe una stagione di crisi nella quale, come sempre accade, le centralità acquisite e le egemonie stabilite sarebbero a rischio. Tutto questo ci dice che il metodo scientifico per essere davvero efficace si deve accompagnare nel suo complesso anche alla massima libertà dai poteri economici, cosa certo non facile visti gli investimenti necessari, ma chiaramente il sistema iperprivatistico basato sul profitto  con la sue ossessioni, deviazioni, manipolazioni e  le muse fasulle della facile creatività, del merito ingannevole sta facendo scivolare anche la ricerca di base  in un buco nero di immobilismo creativo, così come nella quasi totalità delle attività umane.

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Trilogia di Babbo Natale /2 I demoni

download (3)Dopo il secondo conflitto mondiale Santa Claus fu richiamato con tanto di slitta, renne ed elfi nei meccanismi  propagandistici della guerra fredda. L’estremo occidente americano doveva in qualche modo attrarre e normalizzare l’Europa appena conquistata, ma anche vaste aree dell’ Asia alle quali imporre le proprie allegorie e pure Babbo Natale divenne una cosa seria, anzi preziosa perché lavorava sia sulle vecchie che sulle nuove generazioni  cui portava un messaggio di abbondanza e benessere purché si fosse buoni ed obbedienti. Proprio per questo Santa Claus e tutto l’universo che si era creato attorno a lui cominciò a suscitare l’interesse di studiosi attratti dalle incongruenze della sua figura e l’incertezza della sua nascita.

Nel 1954 lo storiografo, Charles W. Jones, pubblicò sul New York Historical Society Quarterly un articolo nel quale dimostrava che era quanto meno improbabile che fossero stati gli olandesi di Nieuw Amsterdam  a importare Babbo Natale per il semplice fatto che essi appartenevano alla Riforma olandese, la quale ritiene eretica la venerazione di tutti santi, ma in modo particolare quella di San Nicola. Jones produsse documenti appartenuti ai primi coloni dei Paesi Bassi in cui sono indicate delle vere e proprie leggi le quali vietavano ogni celebrazione del supposto San Nicola. D’altro canto la prima citazione scritta di Santa Claus non ha nulla a che vedere con la colonizzazione olandese e compare invece molto dopo nel bollettino di Rivington del 23 dicembre 1773 nel quale si dice “Lo scorso lunedì l’anniversario di San Nicola, altrimenti chiamato Babbo Natale, è stato celebrato nella Sala Protestante, presso il signor Waldron; dove un gran numero di figli di quell’antico santo celebrava la giornata con grande gioia e festa”. Dopo questo accenno che ha chiarissime connotazioni antinglesi contrapponendo Santa Claus a San Giorgio bisognerà aspettare Washington Irving perché Babbo Natale fosse salutato come il primo notevole lavoro di immaginazione nel Nuovo Mondo.

In aggiunta a questo Jones, fa derivare il nome non da uno storpiamento fiammingo (olandese ) di San Nicola, bensì da un’espressione coniata molto tempo prima in Svizzera e Germania e portata dai migranti in America, cosa che del resto è anche più naturale visto che la maggior parte dell’immigrazione bianca più antica nel Nuovo continente è di origine tedesca. E poi perché se il giorno celebrativo di San Nicola era il 6 dicembre per quale motivo la data fu spostata al 25 dicembre? Certo di adattamenti è pieno il mondo, ma è improbabile che un santo venerato in maniera cosi estesa, cambi così facilmente funzione e celebrazione. Evidentemente Santa Claus è un adattamento linguistico, ma si tratta di un personaggio assai diverso da San Nicola.

E seguendo la pista tedesca la maggior parte dei ricercatori giunse alla conclusione che si trattasse di una commistione di elementi che avevano tuttavia la loro radice in alcune leggende nordiche incentrate su un mago che punisce i bambini cattivi e premia con dei doni quelli buoni. Di qui il salto ad individuare il prototipo di Babbo Natale in Wotan o Odino che solca i cieli del solstizio di inverno sul suo carro è persino ovvio, anzi funziona ancora meglio con Thor, dio del fuoco, rappresentato come una divinità corpulenta, gioviale ed amichevole verso gli umani, con una lunga barba bianca e abituato a viaggiare partendo dal suo palazzo tra gli iceberg del polo Nord su un carro trainato da due capre,  Cracker e Gnasher.  Per di più essendo padrone del fuoco gli erano sacri i camini da cui spesso scendeva per incontrare gli uomini.

Non c’è dubbio che i punti di contatto siano davvero molti, ulteriormente avvalorati dalgeorg_von_rosen_-_oden_som_vandringsman_1886_odin_the_wanderer_0 fatto che Thor ( a sinistra in un dipinto di George von Rosen) è stato il dio pagano che è sopravvissuto più a lungo alla evangelizzazione delle terre del nord , mentre ancora oggi in Svezia Babbo Natale è identificato con lui, ancorché americanizzato e anch’esso passato attraverso il bagno iconografico della Coca Cola. Così con grande sorpresa vediamo che il Natale di Cristo è oggi rappresentato, attraverso un lunga catena di trasformazioni e di suggestioni sinergiche  da uno dei suoi antagonisti il che è un risultato davvero sorprendente. Messa così la cosa è  paradossale, ma anche troppo semplice e nasce per giunta in un epoca di revanscismo folklorico sassone. Non c’è dubbio che la formazione di Babbo Natale abbia attinto inconsapevolmente o meno alla mitologia nordica per così dire più nobile e meno inquietante, ma queste genealogie dai grandi dei del nord sanno molto di Jane Austen e di quella tradizione letteraria così avulsa dalla realtà storica e sociale, dal rumore dei suoi stivali che avrà poi un lungo seguito nella letteratura anglosassone sia come fondazione di un’astratta e salvifica correttezza, ma anche sotto le molte forme di evasività e minimalismo che vanno dal gotico al giallo, dall’ironia di Wilde al cachinno di Bukowski. Le origini troppo nobili lasciano sempre dubbi e dunque conviene tornare proprio al punto nel quale abbiamo cominciato, ossia a San Nicola o meglio alla sua leggenda trasferite al Nord dall’ambiente mediterraneo nel quale è nata.

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Trilogia di Babbo Natale /1 Le origini

Santa-Claus-Pics-0415Quando ero bimbo, un secolo fa, Babbo Natale alias Santa Claus era solo un dio minore degli splendori natalizi: tutto era ancora focalizzato sul presepe, sui suoi sfondi stellati, su quell’improbabile, ma affascinante pastorizia da tratturo e al massimo levitava sotto forma di carta stagnola e cioccolato appeso ai rami dell’albero assieme alle palle traslucide e alle prime lucine intermittenti. Del resto i regali li portava la Befana o al massimo Gesù bambino in quelle case dove si poteva esagerare e tutti, anche i più piccoli credevano al Bambino o alla vecchia dell’Epifania, e sapevano o intuivano facilmente che Babbo Natale era un’invenzione. Ed era meglio così perché nelle rare apparizioni il vecchio barbuto tirava fuori un Oh Oh Oh che metteva i brividi, che non apparteneva al personaggio panciuto e bonario cucitogli addosso: aveva come vedremo un’altra più vera e più inquietante natura. Soltanto dagli anni ’70 in poi Santa Claus è diventato il monopolista del Natale man mano che esso si trasformava da ricorrenza religiosa e momento mistico o se si vuole ancestrale rito di passaggio tra la morte della natura e la promessa della sua rinascita, a culto commerciale ovvero a epicentro della modernità ludica ed inerte al tempo stesso.

Certo con tutto quello che succede, con tutto quello che c’è da dire e si dovrebbe gridare sembra ozioso perdere tempo e spazio per parlare di queste cose, ma in realtà la presa di potere di Babbo Natale è l’esempio quasi perfetto ancorché laterale più che marginale dei meccanismi del’egemonia e delle strade maestre: innanzitutto è un caso di scuola, per giunta familiare a chiunque, della strategia del pensiero unico che prende un elemento culturale, sociale, politico e senza minimamente cercare di cancellarlo o di sopprimerlo, lo lascia intatto da fuori, ma lo svuota da ogni significato originario per poi usarlo ai suoi fini. In questo senso la democrazia sta facendo la fine del Natale. Poi, come vedremo, alla celebrazione della divinità viene inopinatamente sostituita l’adorazione di uno spirito del male che appartiene a tradizioni lontanissime ed estranee, profilandosi come emblema di un imperialismo culturale costruito a insaputa delle sue vittime e più omogeneo al sistema di valori e di memi sui ci attualmente si regge il potere. Non c’è dubbio, come vedremo, che il Natale di oggi è più affine al demonianco che non al divino. Infine, come correlato,  tutto questo è utile a mostrare come siano sciocche e superficiali le paure identitarie che immaginano guerre di civiltà e temono conquiste dell’Islam, mentre non si accorgono di essere già state svuotate come zucche di Halloween, di avere ben poco da difendere se non forme senza sostanza. Anzi per ironico sberleffo della storia si pongono come presidio al nido del cuculo.

Partiamo dunque dal Babbo Natale storico, l’omone gioviale vestito di rosso che come tutti sanno fu inventato nella sua iconografia attuale dalla Coca Cola sullo stampo delle immagini prodotte nelle seconda metà dell’Ottocento dal disegnatore di origine tedesca Thomas Nast, una specie di fotoreporter del tempo che usava la matita al posto della macchina fotografica ancora di là da venire. Per inciso a lui dobbiamo anche parecchia dell’iconografia garibaldina, avendo seguito la spedizione dei Mille per l’ Illustrated London news, ma la sua opera di addomesticamento di Babbo Natale,  non è del tutto casuale visto che Nast la cui famiglia era dovuta emigrare a causa delle idee socialiste era anche fortemente anti cattolico e probabilmente la sua interpretazione bonaria di un personaggio per molti versi oscuro era già diretta a una sostituzione sassone del natale tradizionale. Le precedenti iconografie 1-Krampus-Christmaserano davvero diverse e spesso inquietanti  come quella che compare nell’ immagine a sinistra perché in realtà avevano un’origine molto diversa da quella della narrazione costruita nell’Ottocento. Secondo quest’ultima Santa Klaus non sarebbe altro che San Nicola, noto nel medioevo per i suoi miracoli in soccorso di fanciulle e per elargire doni ai bambini. Ma solo agli inzi del  17° secolo in Olanda nacque ufficialmente il mito di Sinter Klaas e i bambini olandesi iniziarono la tradizione di appendere le loro calze al caminetto la sera del 5 dicembre per celebrare la memoria del vescovo. Quando gli Olandesi nel 1626 fondarono in America la colonia di Nieuw Amsterdam (divenuta poi New York) portarono anche questa usanza peraltro abbastanza recente e peraltro combattuta dal rito protestante . Ma essa non ebbe immediatamente fortuna e diffusione: bisognerà aspettare il 1809 quando il saggista americano Washington Irving e la sua satira popolare sulla nascita di New York intitolato A Knickerbocker History of New York, perché Babbo Natale, trasformatosi nel frattempo in Santa Claus, entrasse a pieno nella cultura popolare con i suoi caratteri essenziali come ad esempio la slitta volante (anche se era ancora un carro trainato da un cavallo), la discesa dal camino o l’abitudine magica di riempire una calza con i doni.  Anche la data di arrivo era spostata alla notte di Natale, facendo del vecchio una creatura tipicamente americana che si cementerà irrimediabilmente nel pantheon delle american things una ventina di anni dopo con la celebre ( e peraltro orrenda) poesia di Clement Clarke Moore, The Night Before Christmas. 

Certo è un po’ difficile concilare tutto questo con un santo del cattolicesimo e infatti non ce n’è alcun bisogno perché per il momento diciamo che San Nicola non c’entra proprio nulla, se non nelle assonanze del nome,  come origine di Santa Claus, tanto più che non abbiamo alcuna traccia della sua esistenza reale e la stessa Chiesa 1969  decretò la rimozione della festa di San Nicola dal calendario romano cattolico, unitamente a quella di altri 40 santi, a causa dell’assenza di prove certe in merito alla loro esistenza. Come vedremo nella prossima puntata per trovare degli indizi più consistenti occorre rivolgersi alla mitologia nordica.

continua


Il Nuovo che indietreggia

old-and-newNon ho voglia di insistere sul risultato delle elezioni, anche se le grottesche interpretazioni che vengono elucubrate dal bamboccio di Rignano e dal suo cerchio magico dopo il fallimento del gioco di prestigio, gridano vendetta. Ma insomma ciò che ho detto ieri a botta calda mi sembra sufficiente anche se scritto a risultati ancora parziali: soprattutto mi pare evidente che con queste regionali il potere renziano (o meglio i poteri che lo hanno assunto come co.co. premier), passa da una legittimazione mediatico – salvifica a quella di ultima spiaggia. Un giro di boa nel quale ciò che ora garantisce il disegno reazionario di una terza repubblica oligarchica, non è tanto l’apparente spinta propulsiva verso il nuovo, ma la semplice mancanza di un’opposizione organizzata ed efficace.

Si tratta di un passaggio chiave che riguarda nello specifico Renzi e l’Italia, ma che in realtà serpeggia sotto varie forme ed esperienze in tutto il continente: indica, al di là delle contingenze e delle differenze, che sta perdendo slancio la trentennale egemonia culturale del liberismo il cui progetto è stato sostanzialmente quello di invertire il senso comune dei cittadini facendo percepire loro il welfare come fattore inessenziale e negativo, la solidarietà come sospetta, i diritti come un abuso, le Costituzioni come un ostacolo all’economia, i sindacati come superflui o disdicevoli, lo Stato stesso come un oltraggio nei confronti del privato. Alla luce di questa egemonia  è stato possibile ” diminuire la democrazia” come predicavano i chicago boys, vuoi attraverso la paura, il ricatto sul lavoro, le monete uniche e persino progetti ideali come quello europeo. Tutto questo è stato giocato da una parte sulla illusione di modernità e dall’altra sull’aggancio a un passato precedente come fu con Thatcher  che turibolava l’ultra capitalismo finanziario e insieme la buona Inghilterra vittoriana, o mutatis mutandis, come ha mostrato l’infinitamente più modesto Renzi persino nella scelta dei candidati, mettendo da un parte il presunto nuovo di impresentabili favorite e dall’altro i più opachi rappresentanti del notabilato meridionale e di un vetusto sistema di potere.

Il protrarsi di una crisi economica sistemica e delle sue conseguenze ha finalmente interrotto il circuito egemonico, mostrando tutta l’inefficacia e anzi la negatività dei topoi economici e politici martellati nella mente delle persone. Siamo così dentro un maelstrom, un punto zero nel quale sia il progressivo deterioramento della “modernità” liberista, sia la permanenza di una visione imposta nel corso di molti decenni e fattasi sistema, sembrano avere quasi la stessa forza portando ad una situazione di stallo. O meglio a tentativi e precursori di cambiamento che tuttavia non riescono ad individuare bene il nemico, perché esso è in fondo dentro di loro. La situazione greca che ha saputo creare Syriza ed è in via di sfasciarla è esemplare da questo punto di vista. Come lo è anche l’assenza, il frazionamento e/o l’inefficacia di un’opposizione in Italia, oggetto misterioso che batte colpi formidabili al tavolino del medium, ma non si palesa e soprattutto non sembra determinata se non in modeste frange a elaborare e poi imporre nuove e diverse interpretazioni della situazione nella quale ci troviamo. Nuove parole, nuovi memi: invece  spesso si rimane  ancorati a quelli vecchi magari traducendoli in inglese, mentre qualcuno pensa addirittura che sottrarsi alle messe cantate del dibattito pubblico sui media, sia un modo di distinguersi coerente e sufficiente.

Capisco che tutto questo possa in apparenza essere percepito come un’astrazione lontana dalle regionali. Eppure il risultato concreto che si è determinato nell’insieme consiste proprio nell’aver strappato il pane di bocca a Renzi , ossia l’egemonia sulla parola “nuovo”. Ora sa che per restare saldo al comando dovrà riempirlo con cose che non ha.


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