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Estrattori di dollari

fireDi una cosa possiamo stare certi: che il tentativo degli Usa e dei compagni di strada di dare vita a una stagione di neocolonialismo attraverso il caos ha come obiettivo principale le diverse aree del petrolio e del gas il cui controllo strategico è la chiave del dominio globale. Si tratta di un fatto così evidente, fin dalle vicende irakene e iraniane che ormai non c’è nemmeno più bisogno di chiarire e di sottolineare come siano questi interessi reali confusi dentro un coacervo di esportazioni democratiche, guerre civili inscenate e moralismi immorali. Ma proprio l’evidenza e l’ovvietà di tutto questo rischiano di rendere generico e abusato l’argomento, dimenticando ciò che è cambiato dentro questa logica.

Da una decina d’anni, attraverso un processo piuttosto travagliato  il gas e petrolio ricavabili  da fracking hanno finito col riportare riportato gli Usa al vertice della produzione energetica planetaria, al punto che essi non sanno più cosa fare degli idrocarburi estratti ( per fortuna che ci sono le guerre) e sono costretti a ricattare l’Europa oltre che a sanzionare la Russia anche in vista della vendita di surplus che oggi rimangono inutilizzati o peggio ancora dispersi nell’atmosfera per tenere a un certo livello i prezzi. Dunque di per sé il controllo delle aree del petrolio non ha più la stessa valenza che poteva avere 15 anni fa. Certo la tecnica del fracking è più costosa rispetto alle tecnologie tradizionali, le caratteristiche peculiare dell’estrazione portano a buoni rendimenti il primo anno e a costi in ripida salita quando si tratta di raschiare il fondo del barile, la devastazione ambientale è spaventosa, il calcolo delle riserve rimane non solo incerto, ma molto sovrastimato, per cui non si sa bene cosa potrà accadere quando con l’esaurimento delle aree più ricche si dovrà cominciare a sfruttare quelle meno remunerative. Insomma la curva di produzione potrebbe scendere abbastanza rapidamente, ma l’abbondanza di energia e di spreco in nome di un consumismo ossessivo è assolutamente vitale per il sistema neo liberista della crescita infinita e per almeno un decennio gli Usa non avranno problemi da questo punto di vista, anche se disgraziatamente non li avranno nemmeno gli antagonisti diretti, non la Russia con le maggiori riserve mondiali e nemmeno la Cina che l’anno scorso si è buttata sul gas di scisto e ne ha prodotti 9 miliardi di metri cubi, praticamente niente per il suo sistema industriale, ma un quantitativo destinato a crescere rapidamente visto l’aumento produttivo è del 20% anno su anno.

Dunque l’ossessione per il controllo delle aree energetiche che vanno dal Medio Oriente al Nord Africa, dall’Iran alla Nigeria. dal Venezuela al golfo del Messico, sembrerebbe a prima vista frutto di paranoia, Ma non lo è affatto perché il controllo delle materie prime energetiche non è più importante di per sé quanto per il mantenimento del dollaro come moneta di scambio universale: se i vari Paesi cominciassero a vendere petrolio e gas valuta contro valuta, tutto il sistema economico americano crollerebbe come uno di quei pupazzi tenuti in piedi dalla pressione dell’aria. E un’intera, potente, tradizionale elite finirebbe con lo scomparire in breve tempo. Dunque il controllo e il ricatto sono vitali per far sì che petrolio e gas, assieme ad altre risorse minerarie vengano pagate in dollari perché il giorno in cui una miriade di Paesi non avessero più bisogno di avere ingente riserve in dollari per pagare la bolletta energetica il sistema americano e il suo cosiddetto stile di vita si frantumerebbero. E’ infatti questo meccanismo che dà valore a un dollaro che sarebbe carta straccia se gli stessi criteri che vengono applicati a tutti gli altri Paesi fossero adottati anche per gli Usa.

Diciamo perciò che mentre le pressioni e i ricatti insistono sulle medesime aree col solo aggiornamento dei pretesti di intervento e/o di ricatto, le ragioni sono passate dal controllo diretto delle materie prime a quello del loro mercato, diventando paradossalmente anche più importante proprio in un mondo dove crescono anche le energie rinnovabili e dove i consumi diretti ( parlo di carburanti, riscaldamento, trasporti, cucine a via dicendo non del consumo di energia contenuto nei prodotti della fabbrica del mondo asiatica) sono insidiati dalle cadute salariali e dalla precarietà. Che insomma avrebbe teoricamente meno fame di petrolio e gas. Oggi non dobbiamo più parlare di guerre del petrolio, ma guerre del dollaro.

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Per un pugno di dollari

81-ImfdCBOL._SY445_Difficile comprendere il magma che attraversa il mondo: difficile capire perché un occidente ormai del tutto impazzito metta in piedi la vicenda Skrypal, palesemente inventata e talmente bugiarda che ora i protagonisti si rifiutano di portarne prove, per rinfocolare la guerra semifredda alla Russia o quale senso abbiano i dazi imposti da Trump alla Cina e a tutti quanti per quanto riguarda acciaio e alluminio, oppure la ripresa delle ostilità contro l’Iran, ben sapendo che dopo gli accordi sul nucleare Germania e Francia hanno siglato patti commerciali per miliardi euro con Teheran. Certo una spiegazione razionale o plausibile può essere trovata per ognuna di queste vicende, ma si fa fatica a vederne il senso di insieme, la strategia che ci sta sotto: diciamo che gruppi di potere diversi, ma sempre concentrati sull’ex Washington consensus seguono ormai proprie vie di azione e magari una certa parte dell’elite cerca di creare tensioni tali da sabotare quelle dell’altra. Sembrerebbe abbastanza  chiaro che il cosiddetto populismo di Trump vada contro gli interessi dei centri dell’economia finanziaria la quale risponde creando tensioni destinate nei suoi deliri a rallentare il protezionismo presidenziale anche a costo di un conflitto.

Si tratta ovviamente solo di ipotesi, del tentativo di capirci qualcosa, ma quando parliamo di America First dobbiamo per prima cosa capire il punto fondamentale su cui si regge la nuova parola d’ordine imperiale, visto che ogni mossa può avere vantaggi e svantaggi non prevedibili nel medio e lungo periodo e comunque non decisivi riguardo alla conservazione del primato. Ma basta dare un’occhiata ai tempi per mettere in ordine le cose e renderle più chiare: le campagne anti russe, sia per quanto riguarda il Goutha che l’attentato casalingo della signora May si sono intensificate, ma mano che appariva sempre più chiaro il rafforzamento di Putin all’interno della Russia, mentre i dazi sono comparsi dopo nemmeno un mese dal rimpasto di Xi Jinping e l’ascesa alla testa della banca centrale cinese di Yi Gang, uno dei maggiori strateghi della crescita del mercato interno e dell’internazionalizzazione dello yuan. Infatti quasi in contemporanea con la sua ascesa è diventata operativa la Borsa merci del petrolio di Shanghai, in cui si scambia greggio russo in yuan garantiti in oro e in cui cominciano a comparire partite di idrocarburi iraniani.  Qui si concentra tutto: quello che vengono considerati i maggiori nemici e competitori degli Usa non solo si stanno aggregando, ma lanciano una chiarissima sfida al dollaro come moneta fondamentale di scambio planetario. Per contrappasso è stato proprio l’oro nero a rendere il dollaro la divisa centrale delle risorse energetiche, una posizione de facto divenuta poi ufficiale e obbligatoria dopo la guerra, difesa a spada tratta dalle armi e dal potere. Gli Usa con un dollaro nazionale e non più globale diventerebbero immediatamente un Paese normale perdendo l’eccezionalità presuntuosa e tracotante: salterebbero così le rendite di posizione e con esse i rapporti e i bilanciamenti di un potere elitario creatosi nel corso di un secolo e mezzo, ma giunto in un certo senso al capolinea nel momento in cui la ricchezza così accumulata finisce nelle mani di pochissimi, non garantendo più come una volta quel surplus in grado di garantire la pace sociale e un possibile accesso al sogno americano.

Dunque il dollaro è la questione vitale e probabilmente le difficoltà daziarie poste alla Cina più che una prima applicazione delle promesse di Trump sono una sorta di avviso e di vendetta per aver osato bestemmiare il dollaro. Una situazione ancor più pericolosa dal momento che le sconsiderate mosse americane degli ultimi dieci anni hanno portato a un riavvicinamento della Cina alla Russia, ovvero al Paese con le maggiori riserve planetarie di petrolio e gas. Di qui una continua e  ossessiva escalation della russobobia, alimentata in mancanza di meglio con mosse così grottesche da finire in ridicolo: si spera forse con le minacce e le pressioni di separare un blocco che si è creato grazie alle indebite pressioni e alle minacce. La mancanza di lucidità in questo disegno rappresenta al meglio il declino delle elites occidentali. la loro scarsissima capacità strategica e l’aggio di fiducia che fanno sull’informazione per tenersi strette le loro opinioni pubbliche e sulla forza militare per impaurire: il peggio arriva è quando la cosa non funziona o funziona male lasciando allo scoperto violenza e la rabbia.


Le metanfetamine della crescita

pasticche-varieSe dico che la crisi continua sempre più buia e opaca faccio del terrorismo piscologico e pre elettorale? Oppure elargisco una fake news, magari in accordo con Putin, secondo  quanto dicono i diversamente abili dell’informazione, perché non voglio proprio rendermi conto che ormai siamo fuori dalla tempesta, che il futuro ci sorride e che addirittura in Usa è previsto un più 4% del pil quest’anno? Convengo che per gli illusi renitenti e per i devoti che si bevono ogni fesseria purché venga dall’Autorità che è un po’ come dire da Dio, un ottimismo bugiardo possa essere molto meglio di una realtà deludente e inquietante, visto che la sindrome di Pollyanna è parte integrante della pratica politica neoliberista. Certo bisogna mettersi una benda sugli occhi per meglio sognare: infatti mentre la numerologia economica di larga diffusione è stata aggiustata proprio per dare risultati artefatti come ad esempio il numero degli occupati o il Pil, altri numeri sono hanno resistito meglio perché più semplici e meno manipolabili. Per esempio nella tabella a fianco,20180114_econ4 pubblicata nei primi giorni di gennaio, emerge con chiarezza che il numero dei veri posti di lavoro, ovvero quelli a tempo pieno, creati nel tempo sono andati costantemente diminuendo per arrivare ad appena  5 milioni nel decennio 2007 – 2017.  Tenendo conto che dal ’67, primo anno di questo confronto, la popolazione è aumentata  di 120 milioni di persone ci si può rendere conto che è difficile presupporre aumenti reali di pil, visto tra l’altro che questa area è quella che detiene quasi il 70 per cento dei consumi e che per giunta soffre di salari in diminuzione o nel migliore dei casi fermi da anni. In un Paese nel quale il 70% dell’economia è costituita dai servizi, molti dei quali immateriali, che da qualche anno ha anche smesso di crescere demograficamente, anzi sta mettendo in luce un drastico quanto inatteso calo della popolazione fra i 15 e i 64 anni, che la media dei salari è calata del 30 per cento in termini reali, non si capisce davvero da dove possano uscire i dati positivi anche in presenza di un drogaggio spaventoso in termini di debito pubblico e privato, a parte ovviamente l’aumento degli ordinativi militari per sostenere i conflitti conclamati o potenziali in Libia, Siria, Yemen, Afganistan, Corea del Nord, la confrontazione con Russia e Cina e infine le costosissime operazioni  sottotraccia in Venezuela, Ucraina, Iran, Pakistan, Birmania.

Ma non è solo questo. A causa o grazie (le due cose in questo caso vanno insieme) alla presidenza di Trump, nel Paese che si considera indispensabile e in quanto tale eccezionalmente esentato da responsabilità etiche e storiche qualunque abominio compia, la dissociazione tra le fazioni delle elites dominanti è diventata non solo visibile e concreta, ma ha assunto quasi il carattere di triumvirato caotico e non dichiarato, rendendo così Washington del tutto inaffidabile, priva di bussola in materia di politica estera dove si limita a tirare botte da orbi in giro, quasi che fosse stata contagiata dal caos che ha creato nell’ultimo ventennio. La vicenda  di Gerusalemme o le minacce di genocidio lanciate da Trump all’Onu sono l’apice di questa bagarre insensata che tra le altre cose ha cominciato seriamente a mettere a rischio la posizione centrale del dollaro, vitale per l’economia americana.

Inutile dire che ciò che manca agli Usa è proprio l’Europa le cui elites, ansiose di distruggere le dinamiche sociali e i diritti del lavoro all’interno dell’Unione, si sono completamente subordinate ai disegni geopolitici americani a cominciare dalla Jugoslavia e ora non sono più in grado di fermare la mazza da baseball impazzita che rotea oltre atlantico, pur sapendo che l’ostilità con la Russia è un colpo economico durissimo, soprattutto in prospettiva strategica e che un conflitto aperto, sempre possibile in una situazione di disfacimento come quella che viviamo. significherebbe in ogni caso la distruzione totale del vecchio continente.

In questa cornice le previsioni di crescita non solo appaiono fasulle (del resto è normale in Usa che i dati vengano corretti al ribasso dopo qualche mese o qualche anno, quando sono divenuti innocui), ma per qualche verso anche patetiche:  sono metanfetamine iniettate in vene che si vanno ostruendo. Non sono numeri, sono dosi.


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