Annunci

Archivi tag: dollaro

Il lavoro di Matrix

Spesso ci si chiede come siano possibili certe deformazioni della realtà, come quelle che si stanno attuando per il Venezuela o per la Siria o per l’Ucraina o in generale per le considerazioni sul terrorismo: persino un cretino funzionale capirebbe che si tratta di manipolazioni, che qualcuno sta mettendo le mani nel suo capitale emotivo, nelle sue reazioni pavloviane e persino nella sua noncuranza, accuratamente coltivata dal pensiero unico, per trarne un vantaggio. E’ un gioco assolutamente facile perché si bara sull’evidenza, si lucra sul non detto e si trasforma persino la matematica in un’opinione.

Prendiamo le statistiche sul lavoro che sono un inarrivabile esempio di ipocrisia scientifica e numerica e che presentano le stesse stigmate in tutto il mondo occidentale essendo state dettate da Washington all’Europa. Prendiamo l’ultimo dato diffuso in Usa che riguarda giugno e che mostra una disoccupazione appena al 4,4% per cento a smentire l’esperienza concreta di milioni americani col suo ottimismo. Ora non soltanto il calcolo risente in radice di una svalutazione del lavoro come attività continuativa e capace di fornire un reddito sufficiente, ma bara anche sui particolari, fornisce dati che  riguardano solo una parte della disoccupazione, quella che riguarda la misura U-3, mentre il Bureau of Labor Statistics produce 6 diverse valutazioni ognuna delle quali si somma all’altra, ma di cui diffonde attraverso i media solo quella intermedia e dunque parziale. Ora guardate questa tabella che penso spieghi chiaramente come stanno le cose:

tabella

Se a questo punto prendiamo la misura U-6 che è quella complessiva che comprende anche gli scoraggiati, ci si accorge il tasso di disoccupazione è più che doppio rispetto a quello emanato dai centri finanziari e gridato ai quattro venti dagli organi di informazione. Eppure non si tratta di dati segreti o inattingibili dall’uomo della strada al quale basterebbe un clic per informarsi: sono infatti chiaramente spiegati sul sito stesso del Bureau of Labor, insieme a tutti gli altri dati che evidenziano come in ogni caso i nuovi posti di lavoro siano in stragrande maggioranza precari e di basso livello, quelli che riguardano l’assistenza familiare, o le attività nei bar e nei ristoranti o ben che vada nelle posizioni di secondo e terzo piano nella sanità ambulatoriale. La produzione reale di beni riguarda solo cifre assolutamente marginali e molto inferiori all’uno per cento. Del resto con una precarizzazione selvaggia, una disoccupazione che sfiora le due cifre sarebbe impossibile spiegare la ripresa, la crescita del Pil e occorrerebbe confessare che l’economia americana si basa esclusivamente sul debito, ovvero su una scommessa di risorse future e comunque sempre più ipotetiche che è possibile solo se il dollaro mantiene la sua posizione dominante.  Forse per i cittadini non sarebbe troppo arduo comprendere perché le elites di comando siano disposte alla guerra nucleare pur di conservare questa rendita di posizione.

Eppure la governance è fiduciosa che il cittadino non andrà a guardare, che si fiderà sulla base di antichi concessioni di fiducia dell’informazione ufficiale, che sarà preso da una forma di atarassia conoscitiva o depistato da interpretazioni fasulle.  Insomma che non ha altro dio che la tendenza e la controtendenza, ma immagina di vivere nel mondo di 70 anni fa anche se ha sotto gli occhi una realtà tutta diversa: figli che rimangono a casa alla soglia dei trent’anni, che sono gravati da debiti di studio che nella massima parte dei casi non riusciranno a pagare e salari che si abbassano a vista d’occhio. Naturalmente tutto questo avviene in ogni parte dell’occidente anche se il Matrix del neo liberismo fa di tutto per rendere il più possibile inefficace l’esperienza personale.

Annunci

La Corea di Trump e la nuova via della seta

La_Nuova_Via_della_Seta-_tra_politica_e_finanza_globaleSe non si fosse soffocati dall’indignazione, lo spettacolo dell’informazione occidentale occupata a pubblicare foto taroccate della presunta Auschwitz siriana o a farci meditare sul pericolo nucleare coreano, potrebbe divertire: impagabile assistere al dramma recitato da una compagnia di guitti, scritto da idioti, pagato dai grandi fratellini multinazionali. Minacce,  costruzione di pretesti, hitlerizzazione avanspettacolari non sono certo una novità, ma le ultime escalation del recitativo occidentale mostrano una natura diversa da quelle del passato: diventa sempre più evidente che le carte del giocatore principale non sono più così buone come al tempo in cui poteva fabbricarle in proprio e dunque si impone un continuo rialzo della posta, appena al di qua del limite della guerra, per impaurire gli avversari più grossi e indurli a passare la mano.

Tuttavia il bluff funziona principlamente con le opinioni pubbliche prese facilmente per il naso dai media che sono così poco interessati a fornire un quadro realistico della situazione che nemmeno la conoscono più, tanto basta recitare il solito rosario con effetti a volte comici, quando il solito Zucconi sulla solita Repubblica scrisse che Clinton aveva offerto riso in cambio della denuclearizzazione: proprio un peccato che la Corea del Nord produca molto più riso dell’Italia con meno della metà della popolazione.  Ma insomma veniamo alla questione: intanto la Corea del Nord non ha le capacità di colpire gli Usa con ordigni nucleari perché i suoi missili possono arrivare al massimo in Sud Corea e forse in qualche parte del Giappone, ma questo comunque già da anni: i test per migliorare le prestazioni dei vettori non cambiano per ora questa realtà che non giustifica affatto l’improvvisa fumata anti coreana. In seconda istanza le minacce americane sono facilmente decostruibili: anche il bombardamento e la distruzione delle basi nucleari nord coreane non basterebbe ad evitare una distruzione di Seoul e del Sud Corea, da parte di un esercito del nord armato fino ai denti in termini di mezzi e missili di teatro convenzionali: questo è talmente vero che il nuovo leader sud coreano, nel bel mezzo della crisi ha ventilato l’ipotesi di restituire agli Usa il sistema antimissilistico Thaad, allestito da meno di un anno. Un segnale, costruito su un pretesto formale, per far sapere a Washington che sta esagerando. Insomma è chiaro che una neutralizzazione della Nord Corea non può avvenire senza un grande dispiegamento terrestre, molto pericoloso non solo per la pace globale, ma anche per il prestigio degli Usa che già le hanno prese di santa ragione in quell’area.

Si dice che la pressione in realtà non è rivolta a Pyongyang ma a Pechino dove tuttavia la situazione è perfettamente conosciuta e dove le vere carte in mano a Trump e ai suoi diciamo così “consiglieri”sono ben conosciute: i richiami alla Corea del Nord sono il minimo sindacale per mantenere buoni rapporti con gli Usa, ma sapendo benissimo che si tratta di un gioco delle parti. Ciò che sta a cuore a Washington è creare un certo livello di tensione proprio nell’area che più di altre comincia a mostrare propensione per interscambi che fanno a meno del dollaro. A parte le relazioni con la Russia, la Cina è massicciamente presente in Asia centrale, dove letteralmente costuisce e gestisce le reti elettriche, sta costruendo una nuova via della seta dall’Asia meridionale al Pamir con giganteschi progetti di iinvestimenti in infrastrutture. Questo non significa soltanto un inevitabile aumento di influenza politica, ma prestiti, debiti, assetti economici necessariamente al di fuori del dollaro a cui naturalmente dovrebbero prima o poi adeguarsi le roccaforti Usa, Giappone e Sud Corea.

In poche parole una perdita di influenza americana  proprio a partire dalle ragioni strutturali di tale influenza, ossia il dollaro come moneta di scambio universale. Una vera bomba atomica diffusa. Allora si prendono le portaerei e le si mostrano come una bandiera, si minacia la nuora perché suocera intenda. Si, la Cina arriva col suo piano Marshall, porta tecnologia e sviluppo e una nuova geografia di legami, ma i marines sono sempre con i pantaloni al vento, quindi attenti a voi.


Te lo do io il sogno americano

Quando ero ragazzo, l’apice della retorica liberal democristiana, l’argomento principe, era che bisognava far andare i lavoratori in Urss per dissuaderli dal votare comunista. Non sarebbe stato male ribaltare il ragionamento  e invitare la sterminata piccola borghesia conservatrice ad andare in Usa per rendersi conto delle cose al di là dell’immagine patinata del cinema e della televisione. Tutte le volte che vedo un telefim americano mi chiedo dove le vadano a trovare le strade così lisce visto che gran parte delle highway è pessimamente rattoppata, come mai non compiano le sterminate cittadine fatte da roulottes, perché di New York o di Chicago non si vedono mai i quartieri davvero degradati, ampiamente utilizzati invece nei film del dopo bomba Eppure la conoscenza dell’America deriva proprio da questo bombardamento senza fine di immagini prive di realtà mentre il 99% dei fortunati che oltre atlantico ci sono andati davvero limita la sua conoscenza ai centri delle città e dei luoghi più noti.

Ancora più singolare è che questa “notizia” delle distorsioni dell’immagine americana appaia nella sua chiarezza proprio su Il Giornale, sia pure nel blog di Marcello Foa, di certo non allineato con i betullini di via Gaetano Negri. Ma uscendo dal campo dell’immagine e dell’immaginario ci sono due docenti della New York University che si sono incaricati di sgretolare l’apparenza del Paese più ricco e potente del mondo, utilizzando statistiche diffusissime, di facile reperibilità, spesso tratte dal fact book della Cia a dimostrazione che il complesso  narrativo e autonarrativo della fiction americana si propone una forma di narcolessia globale rivolta all’interno e all’esterno. Così Hershey H. Friedman e Sarah Hertz si sono incaricati di demolire il mito del numero uno, atto di fede imprescindibile negli Usa e anche presso le colonie.

Ci sono cose di grande interesse che vanno oltre lo studio stesso e costituiscono un evidente atto di accusa sugli ultimi 40 anni. Si comincia col con il cancellare l’idea che gli Usa siano la prima potenza economica. In realtà l’anno scorso sono stati superati dalla Cina: se si tiene conto del potere di acquisto Pechino ha un Pil di 17.632 miliardi e gli Usa di 17.416 miliardi, Costruita questa cornice il ritratto prende forma: per quanto riguarda il numero dei poveri assoluti gli Usa si situano al 35* posto ( si va dal meno al più) su 157 Paesi con 45,3 milioni di persone prive di qualsiasi risorsa. E’ interessante notare che durante gli anni ’50 e ’60, prima che il neoliberismo cominciasse a vagire, si era passati dal 20 al 12, 1% nel ’69. Adesso si è al 14, 5%, ma su una popolazione molto più numerosa. Dunque un arretramento, generale che però svela le sue dinamiche nei particolari: nel ’66 il 28,5% dei poveri era formato da anziani che avevano potuto sfruttare solo in parte gli avanzamenti sociali partiti col new deal e rafforzatisi dopo il conflitto mondiale. Oggi invece gli anziani indigenti sono solo il 9,1% proprio perché gran parte degli ultra sessantacinquenni hanno goduto della fase keynesiana dell’economia occidentale, mentre giovani e persone mature, sotto schiaffo del neoliberismo, costituiscono il grosso dei poveri. Non stupirà apprendere che su 35 Paesi gli Usa sono al penultimo posto per quanto riguarda il numero di bambini poveri: solo la Romania fa peggio del 25% statunitense.

Per quanto riguarda l’indice di diseguaglianza gli Usa si pongono agli ultimi posti: l’indice Gini misura 0, 501 per il Cile, 0,466 per il Messico, 0,411 per la Turchia, 0,380 per gli Usa, 0, 376 per Israele (dove lo ricordiamo un terzo della popolazione è palestinese con tutte le conseguenze del caso, eppure strappa qualcosa all’America). Nel 1992 il 10% per cento di popolazione più ricca aveva 20 volte i beni del 50% più povero. Adesso sempre quel 10 per cento possiede 69 volte i beni della metà più povera della popolazione. Secondo i repubblicani i poveri sono tali perché non si sforzano di lavorare e vogliono vivere facilmente alle spalle dello stato. Fesserie bottegaie di cui anche da noi si sente ogni tanto l’eco: in realtà le statistiche dicono che i poveri assoluti hanno quasi sempre un lavoro, spesso più di uno (naturalmente quanto mai aleatorio o in nero, ma sempre pessimamente pagato) mentre la maggioranza dei non lavoratori è costituito da ricchi nullafacenti. L’economista Robert Reich ha scritto  recentemente: i self made man, simbolo della meritocrazia americana sono ormai scomparsi: sei tra i dieci americani più ricchi sono in realtà solo eredi di immense fortune tanto che gli eredi Walmart possiedono da soli più del 48% degli americani più poveri”.

Così non può stupire che gli Usa siano al 27° ed ultimo posto per quanto riguarda la ricchezza media lorda (considerando gli introiti e il valore del beni di proprietà ) 38 786 dollari, contro -tanto per fare un esempio i 123.710 dell’Italia, caso particolare vista la diffusione degli immobili di proprietà. Del resto l’America si situa al 14° posto su 228 Paesi per pil pro capite, al 17° su 175 per corruzione percepita. Anche la scuola dal cui modello pendono i coglioni di governo non va affatto bene: gli Usa si collocano al 17° posto su 64 per la lettura, al 21° nelle scienze, al 26° nella matematica. Cosa questa che si riverbera anche negli studi universitari: nonostante i primati delle più note università della nazione, dovuti più che altro a criteri assurdi studiati per ottenere questa preminenza, solo il 18% degli studenti arriva a un livello sufficiente e internazionalmente comparabile.

Ma ci sono cose che stupiscono è che sono insospettabili se ci si riferisce al mito americano: per esempio gli Usa sono solo 16° su 34 Paesi Ocse per la velocità della banda larga che peraltro è anche la più cara e sono soltanto all’ 87° posto per l’uso dei cellulari. Per quanto riguarda la tutela della salute gli States sono al 44° posto su 145,  al 60° per mortalità infantile e al 55° per aspettativa di vita (l’Italia è all’11°). Anche la democrazia non sta molto bene, visto che si situano al 14° posto su 150.

Notissimo è il fatto che gli Usa sono la nazione con il maggior numero di detenuti: ce ne sono circa 2 milioni e 300 mila (più di quelli russi al tempo di Stalin) a cui si devono aggiungere altri 5 milioni di persone sottoposte a misure restrittive, un numero troppo alto per non dare da pensare sullo “stile di vita amwericano, anche se infinitamente sfruttabile a fine di film, telefilm, serie e quant’altro.

Però in una cosa gli Usa sono di gran lunga i primi: le spese militari. Esse sono più alte di quelle messe insieme di Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna , Germania, Giappone, India e Arabia Saudita che come sappiamo si sta armando a livelli folli. Probabilmente questo basta e avanza alla piccola oligarchia di comando che attraverso lo strumento militare pensa di poter perpetuare il potere economico del dollaro e di esportare dovunque il neo liberismo. Proprio come gli imperi in decadenza.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: