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Gli ultras dell’ultimo stadio

calcio Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da pensare che ci meritiamo quello che ci capita, se c’è ancora qualcuno che crede che il calcio sia uno sport popolare e domestico, come nei film dopo Mediterraneo di Salvatores, allegoria di pacificazione  e del riconoscersi in una identità nazionale, come nei campetti delle parrocchie,  se ci stupiamo che gruppi violenti malavitosi e solo apparentemente nostalgici intimoriscano e condizionino società, tifoserie, club, guardati con l’ indulgenza riservata alle inoffensive prodezze di ragazzoni intemperanti, se ancora di più ci stupiamo che il troppo influente Ministro dell’Interno si propone di incontrarli per stabilire relazioni pacificatrici e costruttive di reciproca collaborazione.

Ormai è un gioco da “grandi”, anzi un Grande Gioco, proprio come le Grandi Opere e i Grandi Eventi pensati e realizzati per macinare corruzione, quella fisica e quella morale, che concede tollerante o invidioso interesse per i divi milionari del pallone, persuade che uno stadio sia indispensabile e che i ritardi nella sua realizzazione ne facciano una emergenza da fronteggiare con misure eccezionali,  deroghe, favori e regalie a personaggi pluri indagati, investimenti accreditati come necessari per far accedere ai circenses la plebe anche quella svantaggiata delle periferie marginali e oltraggiate cui si riconosce questo unico diritto, andare a far cagnara dentro e soprattutto fuori dal circo.

Ormai è un gioco da “grandi” e infatti lo stesso energumeno all’Interno è solo uno e non certo l’ultimo dei “grandi” nazionali andato un paio di mesi fa a rendere omaggio col cappello in mano ai potenti del Qatar, stavolta addirittura immortalato col mitra in mano che con tutta evidenza e per fortuna non sa nemmeno come si imbraccia, lui prima e dopo tanti altri a cominciare dalla Pinotti che era corsa a dimostrare stima e riconoscenza per gli acquisti eccellenti di 7 navi di Fincantieri e di   24 caccia Typhoon del consorzio Eurofighter di cui Leonardo-Finmeccanica, altra società controllata dal Tesoro, e con l’intento di ammollare agli emiri una patacca all’italiana, la svendita di un immobile dello Stato sede del capo di stato maggiore della Difesa. Da noi  la Qatar Investment Authority, il fondo sovrano del Paese, e la Mayhoola for Investment, la holding che fa direttamente capo all’emiro Al-Thani, hanno fatto man bassa negli hotel di lusso e nella moda (nel 2012 l’emiro ha speso 700 milioni per acquisire il Valentino Fashion Group), in Costa Smeralda (alberghi, golf, il cantiere di Porto Cervo per almeno 600 milioni, più i successivi lavori) e a Milano (rilevato al 100 per cento il progetto di sviluppo del quartiere Porta Nuova, un investimento di sicuro superiore al miliardo). Per questo l’emiro è stato ricevuto con gran pompa a Roma per la sua prima visita di Stato con al seguito una delegazione di ministri che hanno firmato con i loro omologhi una serie di accordi nel campo della sanità, dell’agroalimentare, dei giovani, della ricerca, e dello sport.

E come potrebbe essere altrimenti, il  Qatar che ospiterà nel 2022 i Mondiali (nei cantieri in allestimento si sta consumando una strage  sarebbero quasi 2000 gli operai morti per incidenti e infarto su un milione, provenienti principalmente da India e Nepal, con turni di lavoro di sedici ore, ridotti in condizioni di schiavitù che lavorano con temperature che raggiungono anche 50 gradi all’ombra), da anni ha dimostrato interesse tangibile per questo sport  divenendo (attraverso l’azione del  Qatar Sports Investment,  il braccio operativo in ambito sportivo del Qatar Investment Authority istituito dall’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani per investire i petro-dollari di Doha e che ha acquisito in poco tempo quote di rilievo, tra le altre, in Airbus, Volkswagen, Lagardere, Hsbc, Credit Suisse e Veolia Environnement) il soggetto leader del football finanziario e industrializzato, rivelatosi a  pieno titolo “strumento geopolitico di soft power e   metodo più efficace di legittimazione internazionale”, come recita la stessa stampa che fino a poco tempo fa  descriveva le truci complicità del nemico pubblico n.1 con il terrorismo, raccontando come nel Paese troverebbero generosa ospitalità  almeno otto dei principali finanziatori di gruppi quali il Fronte al-Nusra, al-Shabaab, al-Qaeda ed ISIS.

Comunque c’è poco da chiamare soft power l’occupazione coloniale del calcio attuata in grande stile secondo il dettami  di un programma di sviluppo, il “Qatar National Vision 2030” che stabilisce i principi per uno “sviluppo sostenibile ed equilibrato” del quale fa parte appunto la “Sport Sector Strategy”: il Qatar compra e sponsorizza squadre (Barcellona, Psg, etc,), atleti, arbitri, senza alcun rispetto per il tradizionale fair play che dovrebbe caratterizzare il mercato calcistico e lo sport in generale, affitta ultras da infiltrare nelle partite, all’interno della Fifa compra i voti dei presidenti delle società calcistiche per aggiudicarsi la riffa dei Mondiali, conquistata anche grazie a accordi per forniture agevolate di gas,  al suo  7 per cento di Volkswagen, al suo 10 per cento di Deutsche Bank, alle quote importanti di Harrod’s, dell’aeroporto di Heathrow e di British Airways, di Credit Suisse e di Royal Dutch Shell.

Altro che calciopoli, calcioscommesse, cocaina, veline e giocatori. Ormai anche crimini, reati e interessi sono da grandi. Basta pensare alle partite che si giocano più sugli stadi che negli stadi: quelli “pubblici”, i tre sotto il controllo dei club,  lo Juventus Stadium, la Dacia Arena dell’Udinese e il Mapei Stadium del Sassuolo, quelli che pare indispensabile fare, Roma e Firenze, quelli che vorrebbero primi cittadini posseduti da una insana megalomania, Venezia, tutti comunque dentro la partita ancora più grande, quella della trasformazione, sancita con legge del 1996, delle società calcistiche da associazioni che avevano come scopi quelli connessi all’esercizio della pratica sportiva a imprese con fini di lucro, con la possibilità di quotarsi in borsa.

Molte società di calcio, che in precedenza appartenevano a imprenditori locali, come nelle commedie all’italiana, sono state acquistate da investitori finanziari.  Il 78% della Roma è di due società del Delaware, paradiso fiscale degli USA; il Bologna è del canadese Joey Saputo, uno dei 300 uomini più ricchi al mondo; il Venezia è di una cordata rappresentata dall’americano Joe Tacopina, impegnati a conseguire l’obiettivo primario   di generare profitti da distribuire agli azionisti, da raggiungere solo in parte con le sponsorizzazioni e la cessione dei diritti televisivi, sempre di più con investimenti finanziari e immobiliari.

Si deve al governo Letta la svolta che ha dato spazio alle peggiori speculazioni locali e internazionali con un provvedimento per favorire non solo la costruzione o il rifacimento degli stadi, ma l’edificazione al loro intorno, se non al loro interno, scavalcando così gli enti locali obbligati a dichiarare “di interesse pubblico” i progetti dei privati, aumentando il potere ricattatorio degli investitori privati, nel caso specifico dei padroni delle società calcistiche. E poi al governo Renzi l’estensione dell’applicazione dei favori  alle squadre di serie B cosicché nel 2016 un protocollo di intesa tra Invimit (Investimenti Immobiliari Italiani), B Futura (società di scopo interamente partecipata dalla Lega B) e l’Istituto per il Credito Sportivo adotta “lo strumento del Fondo Immobiliare,  per la promozione di operazioni di valorizzazione di stadi e impianti sportivi”.

Figuriamoci se in questo contesto qualcuno può davvero pensare di criminalizzare la violenza negli stadi quando dentro e fuori, intorno e sopra i circhi della nostra contemporaneità, profitto, sfruttamento, corruzione, prevaricazione, intimidazione e ricatto hanno dato un calcio allo sport come esercizio di convivenza civile per farne un business avido e feroce, e gli imperatori piegano il pollice per godersi lo spettacolo dei gladiatori e del pubblico, noi, mangiati dai leoni.

 

 

 

 

 

 

 

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Un premier leccasceicchi

untitledAnna Lombroso per il Simplicissimus

«Abbiamo preso l’impegno di esplorare l’opportunità di costruire un museo islamico a Venezia nel Canale grande». Lo ha detto il presidente del consiglio Enrico Letta in conferenza stampa da Doha, aggiungendo di aver «discusso di questa opportunità, dobbiamo vedere e fare una valutazione profonda di questo progetto».  

Francamente ho potuto sempre non sentirmi cristiana, per quel che ne so non potrebbe rivendicare radici cristiane nemmeno l’Europa, se è vero che dovrebbero parlare di solidarietà, amore, fratellanza, perdono e compassione. Non considererei quindi un’abiura una eventuale conversione all’Islam, anche se piuttosto sorprendente.

Ma da laica, agnostica e anticlericale e anche semplicemente da cittadina, con tutto il rispetto, mi roderebbe parecchio se a folgorarmi sulla via di Doha non fosse una improvvisa illuminazione, bensì una pressione scaturita dall’intento di fare cosa gradita a sceicchi, emiri, visir e pascià in vena di fare shopping non in Italia ma dell’Italia.

Proprio come i più insistenti pitocchi, il premier, che, come sospetta il Simplicissimus, si è consegnato di buon grado ai cravattari d’Arabia per coprire le falle di quella pelle di zigrino chiamata Cassa Depositi e Prestiti, dalla quale a ogni voragine si vorrebbe attingere per indorarci la pillola, li ha voluti compiacere, propiziarseli perfino col museo, scegliendo  gli  emirati più  assolutisti e teocratici, stati cuscinetto e   alleati degli Stati Uniti nella destabilizzazione mediterranea.

E siccome nutro forti dubbi sulla sua diligenza di scolaretto, deve aver fatto un po’ di confusione tra geografia e storia, così ha scelto Venezia forse per fare ammenda della battaglia di Lepanto, che per lui oltre il mare turchi arabi è tutto lo stesso basta che stavolta diventiamo noi i venditori di tappeti taroccati.

Incurante di aver stretto una larga intesa come una galera con gente che ha ostacolato anche la conversione di una palestra in moschea, con partiti che hanno rivendicato specificità e superiorità confessionali per poter agevolmente reprimere legittime istanze e diritti, si vende oltre all’Italia anche qualche promessa, com’è ormai uso di governo. Che poi della cultura nazionale o estera interessa così poco al nostro ceto dirigente, che è meglio offrire un museo che una moschea, tanto le chiese con annesse opere d’arte se le compreranno molto presto e magari invertiranno la pratica di trasformazione sperimentata con successo a Siviglia, Granada, o in Sicilia.

Per carità  come definito dall’International Council of Museums “Il museo è un’istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto” e uno in più non potrebbe che fare del bene aprendo menti a culture altre e sgombrando pregiudizi consolidati.

Ma un Paese che i musei li chiude, lascia crollare Pompei, affonda sotto la pioggia, fa passare condomini nel Bacino di San Marco, dimentica in cantina centinaia di opere d’arte ricordandosene solo per offrirle in affitto, che permette a amichetti di potenti di alienare intere biblioteche, appena prima che se le svenda il governo, non possiede le carte in regola per certi mecenatismi ruffiani, liturgie officiate per celebrare accordi opachi.

No ne manca altro, diranno i veneziani, temendo l’arrivo tempestivo di archistar e sponsor spericolati. Ma  in fondo basterebbe rispolverare la torre di Cardin in formato minareto.


Verso la distruzione o il cambiamento

inquinamento_atmosfericoL’anno appena trascorso è stato un po’ il punto di svolta nella distruzione del pianeta e della impossibilità di raggiungere accordi consistenti sulla riduzione dei gas serra e sulle altre devastazioni ambientali: da una parte le conseguenze sono divenute più evidenti, dall’altra diventa sempre più chiaro che non solo dagli incontri tipo Doha o Rio non si riesce a cavare un ragno da un buco, ma che i singoli governi, specie quelli occidentali privatizzano, riducono le aree protette, investono di meno nel tentativo di arginare il disastro, si dedicano a promuovere e in qualche caso finanziarie nuove tecniche estrattive micidiali per l’ambiente e di incerto risultato, al solo scopo di non deprimere i mercato o le lobby a cui sono collegati.

Sapete, dire che che nel 2012 lo scioglimento dei ghiacci artici è arrivato in anticipo di 13 giorni può fare pochissima impressione, citare le previsioni di aumento medio delle temperature può sembrare la solita solfa perché dopo tutto il pianeta ha sempre avuto oscillazioni climatiche notevoli persino in epoche storiche . Però se proviamo a dire queste cose in altro modo forse la cosa ci apparirà sotto un altro aspetto: l’anno scorso la siccità in Nord america e in varie parti dell’Eurasia ha ridotto la produzione agricola del 2,6% costringendo molti stati a ricorrere alle riserve, alcune risorse alimentari, in particolare marine, come quella del tonno, sono state dichiarate ufficialmente in via di estinzione. Sono comparse nuove malattie delle piante, mentre anche insetti e uccelli cominciano a diminuire cosa che non ci priverà del canto della cinciallegra, ma coinvolge profondamente i cicli vitali e dunque anche ciò che la terra è in grado di produrre. Ecco il fatto è che l’aumento delle temperature così rapido a causa delle attività antropiche  ci espone a fenomeni estremi con conseguenze molto più gravi di quelle che non sia possibile ricavare dai numeri.

I disastri, le carestie, le estinzioni ci sono sempre state ovviamente, ma questa volta intervengono su un ambiente che è allo stremo e su risorse saccheggiate senza ritegno: due secoli fa gli uomini erano meno di un miliardo e consumavano in termini di energia pro capite 12 volte di meno. Ciò che era sostenibile allora oggi non lo è più: tutti i nostri sistemi produttivi agricoli  sono al limite e basta appunto un mese di siccità o di eccessiva piovosità per metterli in crisi, tanto che ogni anno o si fa un record di raccolto o milioni di uomini sono costretti alla fame; basta che intervenga una moda alimentare per portare all’estinzione specie preziose per il sostentamento di intere popolazioni e causare danni a catena sull’ecosistema; la ricerca di sempre maggiori risorse materiali è diventata ossessiva tanto che vengono promosse nuove tecnologie estrattive che aumentano di molti ordini di grandezza il rapporto tra prodotto e inquinamento connesso; la battaglia per il controllo delle ultime riserve strategiche di molti materiali, preannuncia futuri scontri tra grandi potenze. E in tutto questo si inserisce in un contradditorio processo di impoverimento che ci farà tornare indietro di parecchi secoli.

In queste condizioni ci si domanda perché non si riesca a trovare alcun accordo, praticamente su nulla, pur sapendo di essere ormai esposti a possibili e giganteschi disastri ed emergenze. Ed anzi ci sono significativi passi indietro rispetto agli anni ’90. Certo per l’egoismo dei singoli Paesi, certo per la prepotenza e l’interesse dei grandi aggregati economici e per altre mille “ragioni”, ma quella vera, quella essenziale è che una diminuzione dello sfruttamento del pianeta per raggiunti limiti di sostenibilità costituirebbe una ferita mortale per il capitalismo e per il suo nucleo di dna: non sarebbe più possibile dare per scontata una crescita infinita e una illimitata possibilità di profitto. Senza questi due presupposti correlati, nessuna forma o modalità della società capitalistica sarebbe possibile perché metterebbe un limite all’egoismo individuale, al potere dell’accumulazione di capitale e metterebbe invece l’accento su forme di programmazione economica, assai lontane dalla presunta azione regolatrice dei mercati e dalle retoriche mani invisibili.

E allora cosa si fa? Semplicemente si finge di non vedere, di agire come se ci si trovasse di fronte a risorse praticamente illimitate, nella speranza che la tecnica consenta in qualche modo di far fronte indefinitamente alla crescita (che è cosa differente dallo sviluppo) , possibilmente senza turbare troppo i potentati economici, i mercati e gli equilibri del potere.  Tanto più che nelle casse della finanza ribolle una quantità enorme di pseudo denaro per un valore 12 volte superiore a quello dell’economia reale. Basti pensare nelle prime quattro banche americane giacciono, soprattutto in scommesse finanziarie, 200 mila miliardi di dollari, una cifra centro volte superiore al nostro debito pubblico che tanta ansia suscita nei mercato, ossia nelle banche stesse. Un riequilibrio su nuove basi ridurrebbe molti di quei soldi a un valore inferiore a quello del monopoli che almeno sono sotto forma di carta e non di bit.

E’ proprio qui che i temi sociali produttivi e ambientali si saldano e assumono un significato nuovo: perché è del tutto evidente che da una parte i limiti oggettivi del pianeta confutano le ideologie basate sulla crescita infinita, ma dall’altro l’unico modo di fermare il saccheggio prima che sia troppo tardi è proprio quello di confutare politicamente la possibilità di un profitto indefinito in nome di principi che richiamano solidarietà ed eguaglianza al posto dell’egoismo anonimo dei mercati. Si sta esaurendo il tempo in cui le battaglie ambientali fatte di per sé, estrapolandole dal contesto di sistema, possono avere una reale e duratura efficacia, vista la sempre maggiore quantità di governi a direzione finanziaria diretta o indiretta, così come proprio la paura di rimanere vittime  dello sfruttamento selvaggio delle risorse per il vantaggio di pochi, può illuminare la via politica verso un nuovo senso di società.

 


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