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Covid Mafia

soprAnna Lombroso per il Simplicissimus

Tutti a parlare di giovani, di generazioni future e di come sarà il mondo nelle loro mani e poi ci ritroviamo a consegnare i nostri destini nelle mani di ottuagenari che hanno già mostrato di cosa sono capaci, da Berlusconi a Prodi e, in aree diverse ma non poi molto più opache e buie, a Matteo Messina Denaro, che secondo la tradizionale relazione semestrale della Dia, continua a rappresentare un punto di riferimento irrinunciabile e una leadership  modello per le organizzazioni criminali.

Pare insomma che, come per la politica e l’economia, si manifestino anche là aspirazioni di modernità nelle strategie, la volontà di adattare le strategie e i comportamenti alle modalità dell’economia “immateriale” e all’innovazione tecnologica,  in grado di adattarsi alle evoluzioni del contesto esterno, nazionale ed internazionale, “tenendosi al passo con i fenomeni di progresso e globalizzazione, anche grazie alle giovani leve che vengono mandate fuori dall’ambiente della Famiglia,  a istruirsi e formarsi per poi mettere a disposizione delle cosche il bagaglio conoscitivo accumulato”, con la continuità con una tradizione arcaica, autoritaria e potente che favorisce e consolida appartenenza, spirito identitario e fidelizzazione e capace di   rafforzare sempre di più i propri vincoli associativi interni, creando seguito e consenso soprattutto nelle aree a forte sofferenza economica,

E non a caso il rapporto che conferma come i settori trainanti dell’economia mafiosa siano ancora quelli abituali che hanno permesso la penetrazione e l’infiltrazione in tutte le regioni italiane: droga, prostituzione, riciclaggio, gioco d’azzardo, edilizia, cui negli anni si è aggiunto un comparto sempre più redditizio, quello della gestione e del trattamento dei rifiuti, della dominazione nel sistema di appalti per bonifiche e del trasporto e traffico, anche a norma di legge, di materiali tossici in Italia e all’estero, mette in premessa la nuova frontiera del business, il governo della fase di post-pandemia e il brand della ricostruzione.

Non occorre una particolare competenza in materia per capire come un sistema economico legale, autorizzato dal codice civile e penale,  ma alla lunga illegittimo se provoca disuguaglianze feroci grazie allo sfruttamento più avido, proprio come quello illegale ma sostenuto direttamente o occultamente dal contesto politico e amministrativo (dal 1991 non ci sono mai stati così tanti enti locali – 51 –  sciolti per mafia,) sappiano da sempre approfittare di crisi ed emergenze per imporre condizioni anomale, procedure straordinarie, licenze alle regole dando forma a stati di eccezione che autorizzano procedure opache, semplificazioni in grado di consentire aggiramento di norme e controlli.

E infatti la Dia rilancia l’allarme per la fase post-lockdown: le organizzazioni criminali si faranno carico di fornire un “welfare alternativo” e dall’altro allargheranno il loro ruolo di interlocutori  affidabili ed efficaci a livello globale, attraverso quello che viene chiamato il doping finanziario, ossia l’immissione di capitali che vanno a innervare e rigenerare i settori in crisi, “mettendo le mani anche su aziende di medie e grandi dimensioni che non sono in grado di ripartire, su tutto il mondo delle strutture ricettive”.  E da parte sua l’Interpol attraverso il Capo della Polizia Gabrielli ha già fatto sapere che la mafia calabra “punta alla possibilità di entrare nelle società che gestiscono la produzione di farmaci vaccini”.

Niente di nuovo, a ben guardare, l’ingegno criminale più o meno “organizzato” sa bene che anche in condizioni di benessere si determinano differenze ancora più profonde che hanno come effetto collaterale la demoralizzazione, come disaffezione e perdita di valori etici,  che in condizioni di apparente democrazia clientelismo, familismo, corruzione possono essere interpretati come l’adeguamento naturale a un costume che si consuma in alto e come un comportamento difensivo per accedere a servizi e diritti che sarebbero legittimi.

E che, invece, quando c’è una situazione di crisi i soggetti più esposti e vulnerabili diventano preda del racket, dei condizionamenti e dei ricatti, quindi della paura e dell’intimidazione che non si esercita solo con la pistola o le bombe incendiarie contro la saracinesca del bar o del negozio, ma con il crearsi di un perenne stato di incertezza e di timore alimentato ad arte.

Insomma, proprio lo stato di un paese che ha perso reddito, che è stato diviso in gente selezionata per salvarsi la pelle stando a casa e cedendo, apparentemente in via volontaria,  libertà e benessere, altra gente invece segnata dal sacrificio necessario per garantire la sopravvivenza e i servizi essenziali in cambio della pagnotta già a rischio e che lo sarà ancora di più.

Niente di nuovo, a ben guardare, se il format è sempre lo stesso, quello di Mafia Capitale – ma per carità non fatevi sentire dalla Cassazione che ha retrocesso attività e protagonisti alla semplice delinquenza comune a ai suoi attori da commedia all’italiana. Se  “il complesso di piccole associazioni criminose (dette cosche), segrete, a carattere iniziatico, rette dalla legge dell’omertà”  si è aggiornato perfino secondo i dizionari sviluppandosi  “nelle realtà urbane come potere ampiamente indipendente che trova… nuovo alimento soprattutto nel clientelismo politico, fino a costituire una vera e propria industria del crimine che, con violenza crescente e mostrando notevole adattabilità,   stende  la propria influenza all’intera realtà sociale ed economica, in particolare concentrandosi sul controllo dei mercati, delle aree edificabili, degli appalti delle opere pubbliche e, più recentemente, del traffico di droga…”,  sicché il termine “mafia” si applica    “internazionalmente con riferimento a organizzazioni che, pur non avendo alcun legame di filiazione con la mafia siciliana, presentano tuttavia strutture e finalità consimili”.

Come non notare dunque affinità specifiche  tra le cosche e altre organizzazioni autorevoli e autorizzate che usano procedure analoghe fatte di angherie, sottrazione di beni, intimidazioni e abusi, che prestano soldi “a strozzo”, tanto da confermare il noto interrogativo brechtiano, se sia più criminale rapinare una banca o fondarla, entità politiche e governative che vivono delle risorse dei soggetti aderenti, le amministrano e le concedono a patto che vengano spese in forma condizionata dall’obbedienza a diktat e dalla cessione di sovranità e diritti, pretendendone la restituzione maggiorata di interessi anche morali e civili, secondo una partita di giro che assomiglia da vicino alle modalità in uso a Corleone e Broccolino.

Come non chiedersi a che punciuta si sia sottoposta la ex presidente di un autorevole consesso che ha speculato per prima sulle mascherine, brand subito diventato appetibile per governatori che tengono famiglia, imprese di vari settori merceologici immediatamente riconvertiti grazie alla moral persuasion sanitaria anche via app, esercitata da decisori e accoliti pescati nel mondo della scienza e dell’impero digitale.

Come non  aspettarsi un’appendice della Dia sulle imprese di vari esponenti dell’impero del male transnazionale che alternano l’occupazione  bellica delle città e dei territori grazie a cantieri di Stato speculativi e corruttivi dell’economia e dell’ambiente con il sostegno alle malattie e ai decessi provocati dalla demolizione del Welfare e da nuove povertà in modo da favorire il mercato dell’assistenza per i pochi che possono permettersela, delle terapie selettive, arbitrarie e probabilmente inutili o dannose, ma che sono diventate irrinunciabili grazie alla pistola puntata, da quando l’unico diritto autorizzato e elargito è quello alla sopravvivenza.

 


Gomorra allo zafferano

milano-ndrnagheta-6752Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa si è appreso che l’indagine Ossessione di Gratteri è arrivata a Milano e per la precisione al giro che ruota intorno a un autosalone di Viale Espinasse gestito dalla consorte di Luigi Mendolicchio, l’influente colletto bianco delle succursali milanesi della  ‘ndrangheta  legate alle potenti cosche di San Luca,    imputato in qualità di “rappresentante” nel  capoluogo lombardo di un giro di cocaina con il Sudamerica, gestito dalla cosca Mancuso.

Per una curiosa coincidenza cadeva giusto negli stessi giorni l’anniversario di altri arresti ( 25) compiuti sempre nel corso delle indagini del procuratore e che avevano rivelato la potenza del legame tra la criminalità organizzata calabrese e i “cartelli” mondiali della droga, che avevano scelto Milano e Malpensa come centri di arrivo e smistamento della droga, e che contava su una vasta cerchia di “operatori” sul territorio, compreso un procacciatore di armi che aveva avuto il quarto d’ora di celebrità recitando in Gomorra.

Non stupisce che la notizia di questi giorni abbia avuto lo scarso risalto che si attribuisce ormai al tema, sia che si tratti di dati sulla potenza dell’infiltrazione mafiosa, sia che invece  vengano registrati successi nel contrasto alla criminalità organizzata, argomento poco visitato dall’informazione e della politica. E il riserbo  è ancora più raccomandato quando il teatro di performance delittuose o lo scenario di operazioni di polizia è la Capitale morale operosa e dinamica, insignita dell’onore di organizzare dopo l’Expo sulla nutrizione l’altra mangiatoia universale, quella sportiva, e la cui reputazione deve quindi essere doverosamente inviolata.

E infatti se c’è una materia che sprofonda nelle brevi di cronaca è appunto quella della permeabilità di Milano e in generale del Nord alle mafie, anche se non occorre essere giornalisti investigativi per attrezzarsi di dati e numeri, o mettere a repentaglio la propria sicurezza, come hanno fatto e fanno alcuni promossi loro malgrado a martiri e eroi solitari e sconosciuti,  per citare nomi, situazioni, statistiche:  basterebbe la Dia con le sue relazioni semestrali e i suoi reiterati allarmi, immeritevoli anche quelli, pare,  dei titoli di apertura. E che rivelano la geografia del mondo di mezzo, dove padrini e partner non occasionali, imprenditori, broker, commercialisti, avvocati,  creativi e icone del glamour frequentano e animano l’ambiente del business più fashion e redditizio, tra droga e prostituzione, facchinaggio dell’Ortomercato e sicurezza nella movida, pizzerie, bracerie e i maxi-appalti edilizi in Iraq, con l’aggiunta recente del brand dell’accoglienza, proprio come in Mafia Capitale, che si sviluppa con l’assoldamento di manovalanza e di risorse umane di appoggio a quelli tradizionali.

Si conferma così il giudizio espresso più volte dalla Dia che ha denunciato come “la mancanza di allarme sociale  sia  un fattore che ha favorito lo sviluppo delle mafie al Nord»  che «sembra aver anestetizzato la coscienza collettiva», incolpando politica e informazione per la sottovalutazione del fenomeno che ha nutrito una microcultura fatta di tolleranza e di mimesi e addirittura di imitazione:  diventa, insomma, uno schema – fondato sulla prepotenza della consorteria illegale – non più rifiutato e osteggiato…. La tentazione è di adottare quel modello perché porta vantaggi. Almeno di condividerlo, sul piano culturale…”.

Anche perché, c’è da aggiungere, se il mafioso con coppola e lupara lo incontriamo ormai solo nelle retrospettive cinematografiche, nel suo aggiornamento anche stilistico  ci imbattiamo quotidianamente e non sempre a nostra insaputa, nelle vesti del broker che ci offre un fondo vantaggioso, del buttafuori della discoteca, del padrone del bistrot ( tre quarti dei proventi della pizza del sabato sera milanese va a qualche cerchia criminale), del vigilante davanti al negozio delle grandi firme, di qualche sgargiante bon vivant che non si capisce che mestiere eserciti e che diventa un format, un modello da copiare per ragazzi venuti su con Suburra o con i telefilm di Netflix e i loro eroi negativi e maledetti da Miami Vice in poi.

La prudente riservatezza adottata nella trattazione dell’argomento è poi  la stessa che viene applicata se si parla di immunità e di impunità dell’Ilva, di appalti truccati, delle macchine di corruzione e malaffare che si chiamano Mose, Terzo Valico, Metro C,   Pedemontana, Expo, Giochi, una palude da cui affiora sempre prima o poi qualche personaggio che si è accreditato e ha agito per via di legami più o meno espliciti col crimine, vantati come referenza per sbrigare faccende sporche, accelerare procedimenti, oliare le ruote del carrozzone, dimostrando a chi vuole starci che sarebbe naturale, fisiologico, incontrastabile  che dove c’è denaro, dove ci sono negoziazioni, incarichi, imprese costruttrici, imprenditorialità si crei e si allarghi quella zona nera,  quella dell’illegalità e dell’illecito, dello sfruttamento e dell’intimidazione,  del ricatto e della colonizzazione di territori, siano vigneti del prosecco o filiere di coltivazioni in mano ai caporali, o dell’occupazione di consigli di amministrazione di istituti bancari o di aziende sofferenti, particolarmente appetibili perché regalano l’etichetta della legalità a operazioni e attività illecite.

E infatti, si è chiesto qualche tempo fa Giuseppe Governale, direttore della Direzione Investigativa Antimafia, “non vi interrogate perché a Milano continuano ad aprire nuovi ristoranti, nonostante rimangano vuoti. Il motivo? Servono a riciclare i soldi della ‘ndrangheta”, citando quella linea della palma, quel  confine ambientale entro il quale la palma vive e prospera, un confine che si sposta a nord man mano che il clima si scalda e che Sciascia nel ’61 applica all’insinuarsi delle mafie su su, verso  Roma e che  è salita a Milano, “dove se la ‘ndrangheta oggi ha 100 milioni di euro da mettere sul piatto, mette in preventivo anche di perderne 50, perché trasforma 100 milioni di euro in nero in 50 milioni di euro che può riuscire a giustificare“.

E d’altra parte sono le Regioni del Nord pingue e laborioso che primeggiano infatti per la quantità di operazioni sospette delle mafie, con il 46,3%, mentre al centro la percentuale è del 18,7 e al Sud del 33,8%, dove sempre più spesso i contesto economico vede la presenza influente di soggetti esterni alle organizzazioni criminali, professionisti che “prestano la loro opera proprio per schermare e moltiplicare gli interessi economico-finanziari del gruppi criminali”,  “facilitatori”, “artisti del riciclaggio”, capaci di gestire transazioni internazionali da località off shore, offrendo riservatezza e una vasta gamma di servizi finanziari, che si presentano trovando buona accoglienza in banche, assessorati, associazioni industriali, think tank alla cui azione contribuiscono con suggerimenti e finanziamenti, collocando il loro serbatoio di “giovani promesse”  negli uffici strategici e nei centri decisionali pubblici e privati.

In questi giorni  è arrivata la notizia ufficiale della chiusura di due ospedali di Milano, il san Carlo e il San Paolo e dei loro 1250 posti letto per deviare sforzi economici e organizzativi alla realizzazione  di una nuova struttura ospedaliera pubblica con una dotazione di 760 posti letto, in attesa della quale un pubblico di 800.000 abitanti resterà senza una adeguata ed efficiente assistenza sanitaria ospedaliera pubblica.

Niente paura, è possibile che anche in questo caso intervengano le organizzazioni criminali che da anni hanno stretto un sodalizio non solo teorico e ideale con  chi ha promosso la cancellazione del welfare, consolidando la sfiducia nei soggetti dell’assistenza pubblica e  indirizzando chi può permetterselo verso quella privata, un disegno che avrà ancora maggior successo se andrà in porto la richiesta di “secessione” che accomuna le regioni più ricche, che evadono di più, che pretendono di più, nella temporanea ma non casuale né sorprendente associazione di imprese, Lega e Pd, con sullo sfondo i fantasmi di altri malfattori.

 

 


Casal di Padania

mafie-al-nord-immagini Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è film ambientato a Napoli nel quale l’improvvido turista derubato non venga consigliato dagli indigeni di rivolgersi all’esponente locale della camorra per negoziare la restituzione della valigia rubata o dell’orologio della laurea sottratto mentre transitava in taxi verso l’Hotel Royal. E non c’è film ambientato a Roma nel quale il ragazzino dei Parioli cui hanno “preso in prestito” il motorino fuori dalla pizzeria di Trastevere non vada a chiedere aiuto al capannello di piccoli malavitosi che bivacca nel solito bar di via della Scala o di Santa Maria.

Non stupiamoci dunque se il costume si è diffuso tanto che oggi veniamo a sapere dalle cronache che un direttore di banca di una filiale veneta la cui fidanzata era stata derubata di una borsa con la tesi di laurea,  si è rivolto ai Casalesi che in 24 ore hanno recuperato e riconsegnato la refurtiva. Così il protagonista dell’episodio, lo ha riferito il Procuratore nazionale antimafia Ferdinando Cafiero de Raho, diventato da allora ostaggio dei clan di Casal di Principe, è stato costretto a prestare la sua consulenza nei traffici illeciti.

Aveva ragione quel carabiniere ascoltato nel corso di un processo per infiltrazioni mafiose nel Nord, che disse che ormai tutto quello che non è Calabria, o Sicilia, Calabria o Sicilia è destinato a diventare. La Guardia di Finanza e la Polizia, coordinate dalla Dda di Venezia, hanno in questi giorni eseguito  50 misure cautelari (47 in carcere, 3 ai domiciliari) e 9 provvedimenti di obbligo di dimora e di altro tipo come il divieto si svolgere la professione di avvocato e sequestrato  beni per 10 milioni. Le operazioni   hanno avuto come teatro  Venezia e altre località della provincia, Casal di Principe, in provincia di Caserta,  e tra gli accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso e altri gravi reati:  estorsioni per riscuotere crediti, truffe all’erario, traffico d’armi, violenze, e ricatti, ci sono il sindaco di Eraclea,  un avvocato e dei commercialisti e un direttore di banca  che permetteva ai malavitosi, come già faceva il suo predecessore, di operare sui conti societari senza averne titolo, concordando l’impiego di prestanome e omettendo sistematicamente di segnalare le operazioni sospette. Tra i filoni d’indagine ancora aperti c’è dunque  l’ipotesi di rapporti con la politica e il voto di scambio, i con il clan dei Casalesi che ruoterebbero attorno al settore dell’edilizia legato alle costruzioni lungo la costa adriatica veneziana, da San Donà di Piave a Bibione, Caorle e oltre.

Questa ultima operazione conferma i dati del rapporto semestrale di giugno 2018 della Dia che riferiva come il Veneto  sia “teatro di associazionismo criminale con tutte le più potenti mafie italiane ben radicate nel territorio” . E la Commissione parlamentare antimafia nella sua Relazione conclusiva ha scritto che esistono “diversi elementi fanno ritenere che siano in atto attività criminali più intense di quanto finora emerso perché l’area è considerata molto attrattiva”.  Nella  provincia di Venezia Cosa Nostra avrebbe riciclato capitali illeciti nel settore immobiliare, come accertato nel corso  dell’inchiesta Adria Docks.  L’indagine Jonny ha rivelato  “ciclici collegamenti della criminalità locale con la ‘ndrangheta, per consolidare la presenza  della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto nel brand del traffico di sostanze stupefacenti e riciclaggio di denaro “sporco” .  Sono state denominate  Fiore reciso, Stige, Picciotteria 2, Ciclope,  le indagini che in questi anni hanno portato alla luce i sodalizi tra criminali locali e organizzazioni riferibile a mafia, ‘ndrangheta, camorra,  con l’ausilio di stimati esponenti dell’imprenditoria, delle banche e delle casse rurali, di professionisti e funzionari pubblici, impegnati a creare un humus favorevole al business criminale.

E si scopre in questi casi che l’ombra lunga dell’alleanza tra mala e mafie si proietta ancora  in quelle zone che parevano antropologicamente esenti: poco meno di un anno fa la Guardia di Finanza ha confiscato tre immobili nelle province di Lucca, Pisa e Firenze riconducibili al patrimonio di Felice Maniero, del valore stimato di circa 4,5 milioni di euro. E chissà dove è custodito ancora il bottino frutto di quel sodalizio. Chi ancora oggi ne gode i frutti dopo la resa dell’avventuriero che aveva soggiogato l’informazione per i suoi modi da guascone che facevano dimenticare i suoi efferati delitti.

Che l’infiltrazione mafiosa nell’operoso Nord risalga ai primi anni ’90 si sapeva. Già allora i casalesi avevano conquistato il litorale oggi ambientazione dell’operazione investigativa, da tempo è stato denunciato che organizzazioni criminali comprano le vendemmie per occupare militarmente il comparto delle bollicine, che a Milano risiedono i più attivi riciclatori professionali in grado di trovare un miliardo in contanti in due ore tra le dieci di sera e mezzanotte, quando banche e finanziarie sono chiuse, e i più professionali addetti al trasferimento di denaro all’estero nelle Andorre, nelle Azzorre, a Gibilterra, nel Liechtenstein, nel Principato di Monaco, o che in Lombardia gli usurai mafiosi hanno sostituito quelli tradizionali perfezionando i sistemi di ricatto e intimidazione cruenta, bene introdotti dal gruppo di Coco Trovato, uno specialista del settore, che si era guadagnato una reputazione di rispettabilità grazie alla assidua frequentazione e allo scambio di favori e alla comunanza di interessi con le élite locali che hanno accreditato lui e altri padrini e che hanno favorito un modello imprenditoriale centrato sull’acquisizione di aziende in crisi trasformate in attività legali di facciata dietro alle quali svolgere  quelle illegali.

È emblematica la dichiarazione resa agli inquirenti in tribunale di Ivano Perego, della Perego Strade, una azienda partecipata dalla ‘ndrangheta, cui il fondatore si era rivolto quando l’impresa famigliare risentì della crisi: e il lavoro arrivò, racconta in aula, perché quello era un settore nel quale i mafiosi ci stavano già, e qua nel Nord non troverà un brianzolo o un bresciano a operare nei trasporti, hanno relazioni importanti, procurano appalti ghiotti, favoriscono finanziamenti per il leasing cui gente come noi non ha mai avuto accesso…. Come, non lo so, io ho fatto i miei interessi e non sto a vedere cosa fanno loro.

Per anni il ceto dirigente del Nord si è speso per smentire gli allarmisti (a cominciare dal generale Dalla Chiesa), rassicurare, minimizzare, rafforzando la narrazione di un territorio sano, intorno a una capitale morale inviolata dal crimine, perlomeno prima dell’invasione degli stranieri foriera di scippi, spaccio, rapine in villa da contrastare con la pistola sul comodino. Come se non fosse già risaputo da anni che era la ‘ndrangheta a farla da padrona all’Ortomercato di Milano, magari coperta- vi furono innumerevoli denunce – dai vigili che chiedevano la stecca in cambio della protezione,  come se la Dia e le Commissioni parlamentari non avessero riferito che sono le agenzie di collocamento mafiose a selezionare il personale di baristi, inservienti, buttafuori di locali, balere e night della movida delle pingui province padane. Come se il commissariamento dell’Expo non fosse stato deciso proprio dopo l’accertamento delle infiltrazioni mafiose e degli appetiti del malaffare contiguo nella grande fiera del cibo. Come se i giri di poltrone nei consigli di amministrazione e nei vertici della grandi opere non dipendessero da ingressi e uscite alla “porte girevoli” di tribunali e patrie galere, prima e dopo permanenze troppo brevi. E come se non fosse stato proprio il Cnel, per una volta efficiente, a diagnosticare e analizzare il processo secondo il quale mafiosi arrivati al nord, alcuni dei quali trasferitisi al seguito di carcerati eccellenti insieme alle famiglie in nuclei numerosi, hanno potuto estromettere gli imprenditori locali, acquisire attività, rilevare fabbriche, immobili, appezzamenti agricoli, greggi e allevamenti, boschi e vigneti grazie all’intermediazione e ai servigi di quelli che vengono chiamati “uomini cerniera”, colletti bianchi che la cronaca definisce “insospettabili”, commercialisti, funzionari delle amministrazioni pubbliche e di istituti finanziari, controllati e controllori.

Eppure esistono da anni le mappe che segnalano quali clan e di quali provenienze si sono spartiti i territori, con la ‘ndrangheta preponderante rispetto a Cosa nostra e camorra, eppure basterebbe guardare a uno degli indicatori più rilevanti per valorate il controllo della politica esercitato dalla criminalità organizzata, la lista cioè dei comuni sciolti per condizionamento mafioso. Eppure basterebbe “seguire i soldi” per individuare i brand dell’impero mafioso: traffico di droga e armi, sfruttamento della prostituzione, tratta degli schiavi, e poi la rete commerciale degli esercizi: pizzerie, bar, palestre, ristoranti, night, discoteche. Cui si aggiungono i settori meno tradizionali: le imprese legali, le immobiliari, le finanziarie, le cordate delle costruzioni, quelle del movimento terra e dello smaltimento dei rifiuti. Eppure nessuno potrà dichiararsi innocente, nessuno potrà dire che anche questo fenomeno era imprevedibile e quindi incontrastabile.

Anche perché a ben vedere questa commistione di interessi illegali e regolari, le correità diffuse, l’omertà prodotto del ricatto, la speranza che la salvezza, il benessere, la sicurezza arrivino da altre fonti opache ma potenti non possono non confermarci che il sistema nel quale sopravviviamo è sostanzialmente criminale, occupato militarmente e governato da poteri scellerati secondo modalità e usi banditeschi che opprimono e reprimono, sfruttano e intimoriscono, quando i confini tra legale e legittimo sono sfumati e rispondono a criteri numerici che nulla hanno a che fare con la rappresentanza, quando il settanta per cento del conto della pizzeria va alla malavita e porzioni analoghe dei nostri investimenti in fondi vanno al crimine finanziario, quando ceti sono emersi grazie a clientelismo, familismo, corruzione e malaffare e pretendono impunità per il loro contributo sia pure in forma disuguale,  al benessere generale e pure al buon governo, avendo dato vita e nutrimento a dinastie di spregiudicati eredi pronti, proprio come nelle famiglie delle cupole, a prestarsi per delitti, ruberie, abusi e soperchierie come è d’uso nel racket dell’impero.


Campagna elettorale: la Mafia non esiste

treAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è un tema estromesso dalla campagna elettorale, che non rientra nemmeno nella paccottiglia della propaganda bi partisan sulla sicurezza, limitata ormai al contrasto di ben altre impellenze: criminalità straniera, nella quale ormai si annovera anche il femminicidio, diventato esclusiva di fedi e tradizioni oscure, irrispettose della donna  e dei diritti quindi incompatibili con la nostra civiltà superiore. E alla lotta al terrorismo, anche quello di origine forestiera, salvo certe eccezioni (No Tav e no Triv), poiché  non ne farebbero parte  formazioni violente e eversive e pure assassini o aspiranti tali mossi da motivi ideologici e dottrine finora guardate con l’indulgenza riservata a patetiche nostalgia,    in quanto le loro azioni non sono fanno parte di strategie strutturate ancorché  premeditate.

Quelli incaricati di occuparsi del contrasto alle mafie che non godono di altrettanta visibilità nella stampa e ancor meno nelle manifestazioni elettorali, come la Dia, voluta e istituita da Falcone, quando le cupole e Cosa Nostra e le Famiglie   venivano viste come un pericolo e non come un fenomeno sociologico, spunto ideale per serie televisive, sono retrocessi a centri studi i cui rapporti periodici e le cui diagnosi finiscono tra le brevi in cronaca locale, con minore autorità dei dati farlocchi dell’Istat o dei prodotti dei sondaggisti di regime.

È caduto un pudico e compito silenzio anche su Mafia Capitale, indicata dai giornali con la denominazione frutto della creatività dei suoi attori principali: Mondo di mezzo, (ne scrivemmo con amara preveggenza qui: https://ilsimplicissimus2.com/2015/11/07/roma-ancora-tutti-a-dire-che-la-mafia-non-esiste/ ), a ribadire che le tesi di un magistrato coraggioso che aveva scoperchiato il vaso dei veleni che hanno contaminato tutta la capitale, altro non erano che un teorema azzardato. Come se non debba essere denominato mafioso qualsiasi sistema che intride e inquina la società e la condiziona attraverso la violenza, l’intimidazione, il ricatto, l’estorsione, la corruzione, il familismo e il clientelismo, come se non fosse “mafioso” il modello introdotto, a Venezia e non solo, grazie a una legge dello stato in modo che opere e interventi siano solo opportunità e occasione per ruberie e profitti in favore di soliti noti, cordate spregiudicate i cui manager entrano e escono da inchieste giudiziarie e da galere e sempre beneficati da sorprendenti patteggiamenti, non inaspettate lungaggini processuali e restituiti a prestigiosi incarichi.

Eppure basterebbe grattare un po’ sotto la superficie, leggerli quei rapporti della Dia e si scoprirebbe che le Marche colpite dal terremoto sono diventate la geografia scelta per le scorrerie e le rapine delle mafie, come ha denunciato il procuratore generale   mettendo in guardia sul salto di qualità della criminalità organizzata, interessata ai fondi per la ricostruzione post sisma. Si apprenderebbe   che la cupola nigeriana che occupa quei territori si è assicurata sì il brand della tratta delle schiave e della droga, ma su incarico e in stretto collegamento con camorra e ‘ndrangheta,  che usano gli africani come esercito e manovalanza. E a loro sarebbe stato affidato anche il business del gioco d’azzardo e dello spaccio nelle regioni confinanti e a Roma.

Si scoprirebbe – ne è stato dato conto in più audizioni e report trasmessi alla Camera, che resta alto l’allarme per le infiltrazioni mafiose negli istituti creditizi e nella banche,  sofferenti (un crack simbolico anche se poco pubblicizzato è proprio quello di Banca Marche) o in relativa buona salute, in modo da rendere più agevoli passaggi e pulizia di soldi sporchi, anche in vista della non recente riduzione dell’impegno per la rintracciabilità delle transazioni opache.

E si avrebbe conoscenza della vera entità, del volume economico e delle modalità adottate dal protagonismo delle cosche nel settore dell’accoglienza, delle collaborazioni fertili con onlus poco compassionevoli e delle feconde jont venture con cooperative poco solidali.

Chi si stupisce per l’eclissi del tema rimosso perfino dal più reclamizzato degli ex capi della Dia prestato alla politica e pure da icone parentali al Colle, pecca di ingenuità.

Non si sciorinano panni sporchi in odor di impresentabilità e impunità, quando gli interessi coincidono e sono tutelati da manovali adibiti alla riscossione e da cravattari professionisti con armi differenti, ma pari capacità di intimidazione, da manager addetti alla somministrazione in tutte le altitudini di mazzette o – la notizia è di oggi – del depistaggio nell’ambito di indagini fianzniarie. E da studi legali al servizio di multinazionali esplicitamente criminali o sedicentemente legali che producono leggi ad personam, misure e provvedimenti e perfino codici che esonerano da responsabilità e autorizzano evasori, corrotti, riciclatori.

Sulle nostre teste reclinate c’è  un impero   che ha i tratti di  una cupola mondiale che ci comanda e delle sue declinazioni  nazionali, fatta di grandi patrimoni, di alti dirigenti del sistema finanziario, di politici che intrecciano patti opachi con i proprietari terrieri dei paesi emergenti, di tycoon dell’informazione, insomma di quella classe capitalistica transnazionale che  conserva la sua  egemonia grazie all’entità numerica e al patrimonio controllato,  che rappresenta   decine di trilioni di dollari e di euro   l’80% dei quali è costituita dai nostri risparmi dei lavoratori,    gestiti a totale discrezione dai dirigenti dei vari fondi, dalle compagnie di assicurazioni o altri organismi affini. E servita da  quelli che qualcuno ha chiamato i capitalisti per procura, poteri forti per la facoltà che hanno di decidere le strategie di investimento, i piani di sviluppo, le linee di produzione anche di quel che resta dell’economia reale, secondo i comandi di una cerchia ristretta e rapace, banche, imprese, investitori e speculatori più o meno istituzionali sotto il cntrollo di agenzie di rating e controllati incaricati di controllare.

Se valgono le definizioni di  mafia date da dizionari e enciclopedie:  “Sistema di potere” fondato sul consenso sociale   della popolazione e sul  controllo che ne consegue; ciò evidenzia come la sua principale garanzia di esistenza non stia tanto nei proventi delle attività illegali, quanto nel consenso della popolazione e nelle collaborazioni con funzionari pubblici, istituzioni dello Stato e politici  e soprattutto nel supporto sociale. Oppure: “Associazione coi fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si impone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e il proprio Stato”,  se facciamo come le tre scimmiette, allora non siamo vittime, siamo omertosi, complici e corrotti, sia pure dalla paura.

 

 

 

 


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