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Casal di Padania

mafie-al-nord-immagini Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è film ambientato a Napoli nel quale l’improvvido turista derubato non venga consigliato dagli indigeni di rivolgersi all’esponente locale della camorra per negoziare la restituzione della valigia rubata o dell’orologio della laurea sottratto mentre transitava in taxi verso l’Hotel Royal. E non c’è film ambientato a Roma nel quale il ragazzino dei Parioli cui hanno “preso in prestito” il motorino fuori dalla pizzeria di Trastevere non vada a chiedere aiuto al capannello di piccoli malavitosi che bivacca nel solito bar di via della Scala o di Santa Maria.

Non stupiamoci dunque se il costume si è diffuso tanto che oggi veniamo a sapere dalle cronache che un direttore di banca di una filiale veneta la cui fidanzata era stata derubata di una borsa con la tesi di laurea,  si è rivolto ai Casalesi che in 24 ore hanno recuperato e riconsegnato la refurtiva. Così il protagonista dell’episodio, lo ha riferito il Procuratore nazionale antimafia Ferdinando Cafiero de Raho, diventato da allora ostaggio dei clan di Casal di Principe, è stato costretto a prestare la sua consulenza nei traffici illeciti.

Aveva ragione quel carabiniere ascoltato nel corso di un processo per infiltrazioni mafiose nel Nord, che disse che ormai tutto quello che non è Calabria, o Sicilia, Calabria o Sicilia è destinato a diventare. La Guardia di Finanza e la Polizia, coordinate dalla Dda di Venezia, hanno in questi giorni eseguito  50 misure cautelari (47 in carcere, 3 ai domiciliari) e 9 provvedimenti di obbligo di dimora e di altro tipo come il divieto si svolgere la professione di avvocato e sequestrato  beni per 10 milioni. Le operazioni   hanno avuto come teatro  Venezia e altre località della provincia, Casal di Principe, in provincia di Caserta,  e tra gli accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso e altri gravi reati:  estorsioni per riscuotere crediti, truffe all’erario, traffico d’armi, violenze, e ricatti, ci sono il sindaco di Eraclea,  un avvocato e dei commercialisti e un direttore di banca  che permetteva ai malavitosi, come già faceva il suo predecessore, di operare sui conti societari senza averne titolo, concordando l’impiego di prestanome e omettendo sistematicamente di segnalare le operazioni sospette. Tra i filoni d’indagine ancora aperti c’è dunque  l’ipotesi di rapporti con la politica e il voto di scambio, i con il clan dei Casalesi che ruoterebbero attorno al settore dell’edilizia legato alle costruzioni lungo la costa adriatica veneziana, da San Donà di Piave a Bibione, Caorle e oltre.

Questa ultima operazione conferma i dati del rapporto semestrale di giugno 2018 della Dia che riferiva come il Veneto  sia “teatro di associazionismo criminale con tutte le più potenti mafie italiane ben radicate nel territorio” . E la Commissione parlamentare antimafia nella sua Relazione conclusiva ha scritto che esistono “diversi elementi fanno ritenere che siano in atto attività criminali più intense di quanto finora emerso perché l’area è considerata molto attrattiva”.  Nella  provincia di Venezia Cosa Nostra avrebbe riciclato capitali illeciti nel settore immobiliare, come accertato nel corso  dell’inchiesta Adria Docks.  L’indagine Jonny ha rivelato  “ciclici collegamenti della criminalità locale con la ‘ndrangheta, per consolidare la presenza  della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto nel brand del traffico di sostanze stupefacenti e riciclaggio di denaro “sporco” .  Sono state denominate  Fiore reciso, Stige, Picciotteria 2, Ciclope,  le indagini che in questi anni hanno portato alla luce i sodalizi tra criminali locali e organizzazioni riferibile a mafia, ‘ndrangheta, camorra,  con l’ausilio di stimati esponenti dell’imprenditoria, delle banche e delle casse rurali, di professionisti e funzionari pubblici, impegnati a creare un humus favorevole al business criminale.

E si scopre in questi casi che l’ombra lunga dell’alleanza tra mala e mafie si proietta ancora  in quelle zone che parevano antropologicamente esenti: poco meno di un anno fa la Guardia di Finanza ha confiscato tre immobili nelle province di Lucca, Pisa e Firenze riconducibili al patrimonio di Felice Maniero, del valore stimato di circa 4,5 milioni di euro. E chissà dove è custodito ancora il bottino frutto di quel sodalizio. Chi ancora oggi ne gode i frutti dopo la resa dell’avventuriero che aveva soggiogato l’informazione per i suoi modi da guascone che facevano dimenticare i suoi efferati delitti.

Che l’infiltrazione mafiosa nell’operoso Nord risalga ai primi anni ’90 si sapeva. Già allora i casalesi avevano conquistato il litorale oggi ambientazione dell’operazione investigativa, da tempo è stato denunciato che organizzazioni criminali comprano le vendemmie per occupare militarmente il comparto delle bollicine, che a Milano risiedono i più attivi riciclatori professionali in grado di trovare un miliardo in contanti in due ore tra le dieci di sera e mezzanotte, quando banche e finanziarie sono chiuse, e i più professionali addetti al trasferimento di denaro all’estero nelle Andorre, nelle Azzorre, a Gibilterra, nel Liechtenstein, nel Principato di Monaco, o che in Lombardia gli usurai mafiosi hanno sostituito quelli tradizionali perfezionando i sistemi di ricatto e intimidazione cruenta, bene introdotti dal gruppo di Coco Trovato, uno specialista del settore, che si era guadagnato una reputazione di rispettabilità grazie alla assidua frequentazione e allo scambio di favori e alla comunanza di interessi con le élite locali che hanno accreditato lui e altri padrini e che hanno favorito un modello imprenditoriale centrato sull’acquisizione di aziende in crisi trasformate in attività legali di facciata dietro alle quali svolgere  quelle illegali.

È emblematica la dichiarazione resa agli inquirenti in tribunale di Ivano Perego, della Perego Strade, una azienda partecipata dalla ‘ndrangheta, cui il fondatore si era rivolto quando l’impresa famigliare risentì della crisi: e il lavoro arrivò, racconta in aula, perché quello era un settore nel quale i mafiosi ci stavano già, e qua nel Nord non troverà un brianzolo o un bresciano a operare nei trasporti, hanno relazioni importanti, procurano appalti ghiotti, favoriscono finanziamenti per il leasing cui gente come noi non ha mai avuto accesso…. Come, non lo so, io ho fatto i miei interessi e non sto a vedere cosa fanno loro.

Per anni il ceto dirigente del Nord si è speso per smentire gli allarmisti (a cominciare dal generale Dalla Chiesa), rassicurare, minimizzare, rafforzando la narrazione di un territorio sano, intorno a una capitale morale inviolata dal crimine, perlomeno prima dell’invasione degli stranieri foriera di scippi, spaccio, rapine in villa da contrastare con la pistola sul comodino. Come se non fosse già risaputo da anni che era la ‘ndrangheta a farla da padrona all’Ortomercato di Milano, magari coperta- vi furono innumerevoli denunce – dai vigili che chiedevano la stecca in cambio della protezione,  come se la Dia e le Commissioni parlamentari non avessero riferito che sono le agenzie di collocamento mafiose a selezionare il personale di baristi, inservienti, buttafuori di locali, balere e night della movida delle pingui province padane. Come se il commissariamento dell’Expo non fosse stato deciso proprio dopo l’accertamento delle infiltrazioni mafiose e degli appetiti del malaffare contiguo nella grande fiera del cibo. Come se i giri di poltrone nei consigli di amministrazione e nei vertici della grandi opere non dipendessero da ingressi e uscite alla “porte girevoli” di tribunali e patrie galere, prima e dopo permanenze troppo brevi. E come se non fosse stato proprio il Cnel, per una volta efficiente, a diagnosticare e analizzare il processo secondo il quale mafiosi arrivati al nord, alcuni dei quali trasferitisi al seguito di carcerati eccellenti insieme alle famiglie in nuclei numerosi, hanno potuto estromettere gli imprenditori locali, acquisire attività, rilevare fabbriche, immobili, appezzamenti agricoli, greggi e allevamenti, boschi e vigneti grazie all’intermediazione e ai servigi di quelli che vengono chiamati “uomini cerniera”, colletti bianchi che la cronaca definisce “insospettabili”, commercialisti, funzionari delle amministrazioni pubbliche e di istituti finanziari, controllati e controllori.

Eppure esistono da anni le mappe che segnalano quali clan e di quali provenienze si sono spartiti i territori, con la ‘ndrangheta preponderante rispetto a Cosa nostra e camorra, eppure basterebbe guardare a uno degli indicatori più rilevanti per valorate il controllo della politica esercitato dalla criminalità organizzata, la lista cioè dei comuni sciolti per condizionamento mafioso. Eppure basterebbe “seguire i soldi” per individuare i brand dell’impero mafioso: traffico di droga e armi, sfruttamento della prostituzione, tratta degli schiavi, e poi la rete commerciale degli esercizi: pizzerie, bar, palestre, ristoranti, night, discoteche. Cui si aggiungono i settori meno tradizionali: le imprese legali, le immobiliari, le finanziarie, le cordate delle costruzioni, quelle del movimento terra e dello smaltimento dei rifiuti. Eppure nessuno potrà dichiararsi innocente, nessuno potrà dire che anche questo fenomeno era imprevedibile e quindi incontrastabile.

Anche perché a ben vedere questa commistione di interessi illegali e regolari, le correità diffuse, l’omertà prodotto del ricatto, la speranza che la salvezza, il benessere, la sicurezza arrivino da altre fonti opache ma potenti non possono non confermarci che il sistema nel quale sopravviviamo è sostanzialmente criminale, occupato militarmente e governato da poteri scellerati secondo modalità e usi banditeschi che opprimono e reprimono, sfruttano e intimoriscono, quando i confini tra legale e legittimo sono sfumati e rispondono a criteri numerici che nulla hanno a che fare con la rappresentanza, quando il settanta per cento del conto della pizzeria va alla malavita e porzioni analoghe dei nostri investimenti in fondi vanno al crimine finanziario, quando ceti sono emersi grazie a clientelismo, familismo, corruzione e malaffare e pretendono impunità per il loro contributo sia pure in forma disuguale,  al benessere generale e pure al buon governo, avendo dato vita e nutrimento a dinastie di spregiudicati eredi pronti, proprio come nelle famiglie delle cupole, a prestarsi per delitti, ruberie, abusi e soperchierie come è d’uso nel racket dell’impero.

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Campagna elettorale: la Mafia non esiste

treAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è un tema estromesso dalla campagna elettorale, che non rientra nemmeno nella paccottiglia della propaganda bi partisan sulla sicurezza, limitata ormai al contrasto di ben altre impellenze: criminalità straniera, nella quale ormai si annovera anche il femminicidio, diventato esclusiva di fedi e tradizioni oscure, irrispettose della donna  e dei diritti quindi incompatibili con la nostra civiltà superiore. E alla lotta al terrorismo, anche quello di origine forestiera, salvo certe eccezioni (No Tav e no Triv), poiché  non ne farebbero parte  formazioni violente e eversive e pure assassini o aspiranti tali mossi da motivi ideologici e dottrine finora guardate con l’indulgenza riservata a patetiche nostalgia,    in quanto le loro azioni non sono fanno parte di strategie strutturate ancorché  premeditate.

Quelli incaricati di occuparsi del contrasto alle mafie che non godono di altrettanta visibilità nella stampa e ancor meno nelle manifestazioni elettorali, come la Dia, voluta e istituita da Falcone, quando le cupole e Cosa Nostra e le Famiglie   venivano viste come un pericolo e non come un fenomeno sociologico, spunto ideale per serie televisive, sono retrocessi a centri studi i cui rapporti periodici e le cui diagnosi finiscono tra le brevi in cronaca locale, con minore autorità dei dati farlocchi dell’Istat o dei prodotti dei sondaggisti di regime.

È caduto un pudico e compito silenzio anche su Mafia Capitale, indicata dai giornali con la denominazione frutto della creatività dei suoi attori principali: Mondo di mezzo, (ne scrivemmo con amara preveggenza qui: https://ilsimplicissimus2.com/2015/11/07/roma-ancora-tutti-a-dire-che-la-mafia-non-esiste/ ), a ribadire che le tesi di un magistrato coraggioso che aveva scoperchiato il vaso dei veleni che hanno contaminato tutta la capitale, altro non erano che un teorema azzardato. Come se non debba essere denominato mafioso qualsiasi sistema che intride e inquina la società e la condiziona attraverso la violenza, l’intimidazione, il ricatto, l’estorsione, la corruzione, il familismo e il clientelismo, come se non fosse “mafioso” il modello introdotto, a Venezia e non solo, grazie a una legge dello stato in modo che opere e interventi siano solo opportunità e occasione per ruberie e profitti in favore di soliti noti, cordate spregiudicate i cui manager entrano e escono da inchieste giudiziarie e da galere e sempre beneficati da sorprendenti patteggiamenti, non inaspettate lungaggini processuali e restituiti a prestigiosi incarichi.

Eppure basterebbe grattare un po’ sotto la superficie, leggerli quei rapporti della Dia e si scoprirebbe che le Marche colpite dal terremoto sono diventate la geografia scelta per le scorrerie e le rapine delle mafie, come ha denunciato il procuratore generale   mettendo in guardia sul salto di qualità della criminalità organizzata, interessata ai fondi per la ricostruzione post sisma. Si apprenderebbe   che la cupola nigeriana che occupa quei territori si è assicurata sì il brand della tratta delle schiave e della droga, ma su incarico e in stretto collegamento con camorra e ‘ndrangheta,  che usano gli africani come esercito e manovalanza. E a loro sarebbe stato affidato anche il business del gioco d’azzardo e dello spaccio nelle regioni confinanti e a Roma.

Si scoprirebbe – ne è stato dato conto in più audizioni e report trasmessi alla Camera, che resta alto l’allarme per le infiltrazioni mafiose negli istituti creditizi e nella banche,  sofferenti (un crack simbolico anche se poco pubblicizzato è proprio quello di Banca Marche) o in relativa buona salute, in modo da rendere più agevoli passaggi e pulizia di soldi sporchi, anche in vista della non recente riduzione dell’impegno per la rintracciabilità delle transazioni opache.

E si avrebbe conoscenza della vera entità, del volume economico e delle modalità adottate dal protagonismo delle cosche nel settore dell’accoglienza, delle collaborazioni fertili con onlus poco compassionevoli e delle feconde jont venture con cooperative poco solidali.

Chi si stupisce per l’eclissi del tema rimosso perfino dal più reclamizzato degli ex capi della Dia prestato alla politica e pure da icone parentali al Colle, pecca di ingenuità.

Non si sciorinano panni sporchi in odor di impresentabilità e impunità, quando gli interessi coincidono e sono tutelati da manovali adibiti alla riscossione e da cravattari professionisti con armi differenti, ma pari capacità di intimidazione, da manager addetti alla somministrazione in tutte le altitudini di mazzette o – la notizia è di oggi – del depistaggio nell’ambito di indagini fianzniarie. E da studi legali al servizio di multinazionali esplicitamente criminali o sedicentemente legali che producono leggi ad personam, misure e provvedimenti e perfino codici che esonerano da responsabilità e autorizzano evasori, corrotti, riciclatori.

Sulle nostre teste reclinate c’è  un impero   che ha i tratti di  una cupola mondiale che ci comanda e delle sue declinazioni  nazionali, fatta di grandi patrimoni, di alti dirigenti del sistema finanziario, di politici che intrecciano patti opachi con i proprietari terrieri dei paesi emergenti, di tycoon dell’informazione, insomma di quella classe capitalistica transnazionale che  conserva la sua  egemonia grazie all’entità numerica e al patrimonio controllato,  che rappresenta   decine di trilioni di dollari e di euro   l’80% dei quali è costituita dai nostri risparmi dei lavoratori,    gestiti a totale discrezione dai dirigenti dei vari fondi, dalle compagnie di assicurazioni o altri organismi affini. E servita da  quelli che qualcuno ha chiamato i capitalisti per procura, poteri forti per la facoltà che hanno di decidere le strategie di investimento, i piani di sviluppo, le linee di produzione anche di quel che resta dell’economia reale, secondo i comandi di una cerchia ristretta e rapace, banche, imprese, investitori e speculatori più o meno istituzionali sotto il cntrollo di agenzie di rating e controllati incaricati di controllare.

Se valgono le definizioni di  mafia date da dizionari e enciclopedie:  “Sistema di potere” fondato sul consenso sociale   della popolazione e sul  controllo che ne consegue; ciò evidenzia come la sua principale garanzia di esistenza non stia tanto nei proventi delle attività illegali, quanto nel consenso della popolazione e nelle collaborazioni con funzionari pubblici, istituzioni dello Stato e politici  e soprattutto nel supporto sociale. Oppure: “Associazione coi fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si impone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e il proprio Stato”,  se facciamo come le tre scimmiette, allora non siamo vittime, siamo omertosi, complici e corrotti, sia pure dalla paura.

 

 

 

 


Azzardo, il governo gioca, bluffa e perde

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dubito che sia stato colto impreparato il presidente Clinton, quando lesse quel rapporto dei suoi servizi segreti che annunciava come, intorno al 2010, interi apparati, governi e istituzioni di molti Stati sarebbero stati sostituiti da sistemi criminali organizzati, dalle mafie, dai loro eserciti, dai loro manager, dalle loro polizie, delle loro banche, dalle loro multinazionali: d’altra parte questo processo era stato già largamente favorito dal  suo impero in America Latina, poi via via in Europa, in Turchia, in paesi di volta in volta amici o acerrimi nemici a intermittenza, per via di quella coincidenza di interessi tra economia, finanza, mondo d’impresa ufficiale e malavita, malaffare, cosche, consorterie, predoni, ben rappresentati in una cupola globale.

La profezia si è realizzata, in qualche caso con le modalità care a Hollywood, in altri con forme solo apparentemente più blande e meno cruente, che stanno però ugualmente segnando la fine delle democrazie e della giustizia, quella regolata da leggi e obblighi giuridici e quella che deve albergare nella società e negli individui, ispirata da imperativi morali.

Ma malgrado cointeressenze, patti, alleanze, associazioni d’impresa non temporanee strette in nome di quella comunanza di pensiero e opere che si chiama profitto, le organizzazioni criminali tradizionali erano costrette a spendere, spendere per accreditarsi e per consolidare la loro presenza fino alla desiderata occupazione militare della società.

Mercato della droga e delle persone, prostituzione e immigrazione clandestina, riciclaggio di denaro sporco, penetrazione nell’economia reale e immateriale, traffico d’armi, immobili, gestione dei rifiuti,  sono brand fruttuosi, ma che richiedono investimenti e manutenzione perché siano attivi e in buono stato in modo da garantire efficiente manovalanza, valorizzazione della rete di relazioni con la politica, rafforzamento di infrastrutture e servizi. Far arrivare al mercato almeno un chilo di coca su due, costa. E ancora di più costa il riciclaggio, per via dell’impiego di risorse umane e addetti sempre più professionali, per la necessaria conquista di banche e istituti di credito:  lo sanno russi e ucraini che hanno stabilito le loro basi da noi nascondendo le loro attività dietro società di comodo e finanziarie che ripuliscono soldi sporchi trasformandoli in sostegno al credito e fondi. Costa trasportare in giro auto rubate con un commercio che nel 2010 aveva fatto guadagnare in Europa e Usa almeno 10 miliardi, e costa ancora di più l’export di rifiuti tossici, che richiede qualche accorgimento necessario a far su quei 13 miliardi. Certo, finché c’è guerra c’è speranza e per fortuna quello di armi resta uno dei più profittevoli con un introito secondo il Fmi di almeno 300 miliardi di dollari, ma anche per quello ci vogliono soldi per ungere le ruote, per accaparrarsi fette target contesi a aziende, spesso statali. E lo sa Viktor Bout artefice delle più importanti negoziazioni per la fornitura di armi  al mercato africano, sudamericano, compresa di Boeing, conciliando gli antagonisti della leggendaria e rediviva guerra fredda: armi provenienti dei paesi ex sovietici e dalla Russia e finanziamenti attinti dal sistema bancario Usa.

E allora  benedette quelle formule, sia pure minori,   ma promettenti, che possono approfittare di una rete di strutture, operatori, servizi legali, addirittura gestiti da stati che non ammettono di essere “canaglia”. A cominciare dal gioco d’azzardo che reca in sé anche un messaggio legato alla tradizione: le vincite sono state utilizzate da malviventi, corrotti compresi, per giustificare repentini arricchimenti;  un settore nel quale il crimine gioca una leadership autorizzata, forte di una liquidità che nessuna azienda sana possiede, grazie alla diffusione incontrollata in rete, alla possibilità di pagare il premio ai fortunati, salvo la imprescindibile percentuale mafiosa, reinvestendo la vincita giustificata e legittima in titoli e immobili, controllando sale Bingo, macchinette e scommesse. Un brand in crescita, se dal 2007  è lievitato del 350%, fino a oltre 88 miliardi, senza contare i proventi  del gioco clandestino, almeno una ventina. E se gli addict della droga d’azzardo sono in crescita, quelli già dipendenti almeno un milione e quelli patologici secondo il Cnr più di 250 mila, nelle mani di strozzini, pronti a rubare per pagarsi le dosi, disponibili alla manovalanza nei giri del racket e delle estorsioni oltre che a fare proselitismo.

Adesso però il premier, che viene da immaginare ragazzino a tentare la fortuna, ben oltre la Ruota, alle slot del bar in piazza a Rignano  con qualche colpetto proibito, mette ordine nel settore, con una misura annunciata e corroborata dal venditore di spiagge Baretta  e volta a “eliminare l’offerta di gioco dagli esercizi generalisti secondari (alberghi, esercizi commerciali, edicole, ristoranti, stabilimenti balneari, rifugi alpini, e altri); riducendola in modo significativo  nei pubblici esercizi (bar) e nelle rivendite di tabacchi”.   Il fatto è che non fanno  pace col cervello: a una legge di Stabilità, l’ultima, che prescriveva la riduzione graduale del numero delle slot machine  di almeno il 30%, entro quattro anni, risponde l’Agenzia dei monopoli chiarendo che il taglio concernerà sia le macchinette in esercizio che quelle in magazzino, almeno 50 mila,  aggiungendo che il provvedimento non interesserà le concessioni, neppure quelle scadute, sicché per tutto quest’anno con buona pace dei lodevoli annunci restano in vita oltre 420 mila macchinette una ogni 143 italiani e più del 10% oltre la percentuale del 2015.

È che fa comodo allo Stato quel gettito disonorevole: un bottino che ha segnato la chiusura dello scorso anno con quasi 85 miliardi di euro, al netto  delle vincite pari a 17,5 miliardi di euro, mentre il resto va alla “filiera”:  tanto che alla dismissione della rete di slot in bar e tabaccherie, farà da contrappunto l’applicazione megalomane delle grandi opere in grande stile anche al gioco, con quattro Grandi Casinò. È che fa ancora più comodo stordire la gente con l’illusione di essere benedetti dalla fortuna dopo essere stati offesi dalla sorte, se l’Aquila vanta il record della densità nazionale di macchinette, una ogni 83 cittadini.

E se una volta tanto non si reclama un benefico e auspicabile processo di privatizzazione del comparto, è solo perché è già privato, privatissimo e monopolizzato dalle imprese criminali. Se mancano dati certi su quanto davvero arriva alle casse statali e quanto invece scorre nel fiumi  illegali delle mafie, basta leggersi i rapporti della Direzione Investigativa Antimafia, consultazione trascurata dal governo, che rilevano come il gioco d’azzardo si confermi uno dei business più fiorenti per le organizzazioni mafiose italiane che sempre più spesso, oltre alla gestione del mercato illegale, cercano di infiltrarsi in quello legale. E fa gola anche alle organizzazioni malavitose di altri paesi che si stanno radicando in Italia, che si alleano o competono con  quelle interne  nella gestione delle sale clandestine e nei  racket collegati, primo fra tutti quello dell’usura.

E segnalano oltre alla vitalità di camorra, n’drangheta e mafia, l’irruzione dei organizzazioni straniere “capaci di inserirsi fraudolentemente nel settore dei giochi e delle scommesse ed in grado di speculare sul gioco d’azzardo, anche attraverso la concessione di prestiti ad usura in favore dei giocatori dei casinò”. Pare che proprio le scommesse online siano la “nuova frontiera della Mafia su scala globale, con organizzazioni  sempre più globalizzate, esperte di informatica in grado di agire fuori dal contesto regionale di origine traendo grandi profitti su scala internazionale.

E il business è incrementato dalla tassazione di favore mantenuta da tutti i governi a partire da Berlusconi, con il pretesto  che favorire il gioco legale avrebbe sottratto terreno al gioco illegale controllato dalle mafie. Queste ultime, invece, si sono buttate nell’affare più di prima, come sempre accade quando la legislazione offre incentivi senza saperli o volerli accompagnare da un’attenta opera di sorveglianza e controllo, ancora più necessaria nel caso di attività che costituiscono un rischio sociale.

L’annuncio del premier, come spesso accade, sfiora il ridicolo: se è lo Stato a voler fare il biscazziere, siamo di fronte al caso insolito di un banco che  vuol continuare a perdere.

 

 

 

 

 

 


Roma, un tiro a sei cavalli per la politica

CasamonicaCiò che davvero disgusta e inquieta nei funerali del Kan dei Casamonica, non è la ridicola pompa, la bomboniera funebre, le strade bloccate, la banda che suona il tema del Padrino o il lancio dei petali di rosa, ma la sua verità: la manifestazione palese di un potere criminale che agisce indisturbato, completamente inserito dentro gli affari, le complicità e i silenzi mafia capitale. Qualcosa che rompe l’ipocrita understatement della realtà, la finzione del non sapere ciò che tutti sanno.

E infatti adesso nessuno sapeva e se sapeva lo ha tenuto per sé, ora si assiste al solito ridicolo rimpallo di responsabilità aggravato dalla sconcertante banalità della nevicata di dichiarazioni che seguono il solito messale della politica: un elemento così piattamente rituale che svela il suo sostrato di infingimenti e cinismo. Diciamo le cose come stanno: una centrale di usura, di estorsione, spaccio e di racket così palese, così sfacciato, così arrogante sarebbe stato stroncato da anni se non avesse avuto vaste complicità nel milieu che conta e importanti dazioni sottobanco. Un potere oscuro e diffuso tanto che al contrario di quanto riportano le cronache, non è solo a un figlio del gran capo che è stato permesso di partecipare a un funerale di cui nessuno sapeva nulla, ma sembrerebbe  ad altri detenuti legati al clan. Per non parlare delle numerose case popolari assegnate ai membri della “famiglia”  come si è scoperto oggi a distanza di lustri.

Ci si può davvero stupire se fin dal lontano ’92 le inchieste sui Casamonica siano finite in nulla o con la raccolta di pesci piccoli? Solo la Dia dopo due inchieste durate una decina di anni, è riuscita  ad infliggere qualche danno alla cosca con l’arresto di una cinquantina di persone. Così possiamo anche immaginare perché la Dia stia sulle palle a buona parte del peggior potere che sta tentando sottobanco di scioglierla o di cancellarne l’autonomia.

Tutto il problema sta nello sgarro compiuto dal clan nel rendere palese la propria ricchezza e influenza, nel dimostrare che a Roma il fenomeno mafioso vive e lotta insieme a loro, che le istituzioni sono tarlate. Ed è una cosa che non si può dire perché come sostiene l’ometto a credibilità zero, ossia Orfini, sciogliere per mafia il comune di Roma significherebbe che l’Italia è in mano alla criminalità. Eh sì è proprio così, se solo si toglie alla parola mafia la sua connotazione etnografica e regionale, lo sanno benissimo da Capo Nord alle remote isole della nuova Zelanda. Bisognerebbe reagire, ammettendo il problema e le condizioni che lo hanno causato, invece di recitare il rosario di tutte le più viete contromosse retoriche. E di farsi assegnare una scorta forse per avere difeso fino all’ultimo il presidente del municipio di Ostia poi finito in manette. Soprattutto non sono francamente credibili un’amministrazione e una politica che nelle pieghe di queste clamorose vicende si apprestano a spendere centinaia di milioni di cui 50 presi a prestito dalla Cassa depositi e prestiti con il solito strumento dell’emergenza ovvero “anche in deroga ad ogni disposizione di legge” per opere relative al giubileo che non saranno pronte in tempo o surreali come piste ciclabili che portano a una chiesa che non esiste o grottesche come toilette mobili e addirittura 80 mezzi a vasca che impegneranno un intero strumento di gestione o lavori in area vaticana (mai che la chiesa cacci un soldo) e altre amenità del genere. Per badare ai trasporti con una dotazione di 20 milioni l’assessore alla mobilità Esposito ha pensato bene di dotarsi di un prezioso collaboratore, tale Raffaele Bianco che risulta essere capogruppo Pd al comune di Grugliasco (amministrazione infiltrata dall’Ndrangheta) che non solo non sa nulla di traffico, ma non conosce per nulla Roma. Francamente se si voleva scegliere qualcuno estraneo all’ambiente c’era di meglio.

Ecco come si risponde a mafia capitale e come si rimedia ai funerali dei vari re di Roma: ribadendo ed anzi rafforzando gli strumenti emergenziali e la mentalità clientelare che sono alla radice della corruzione. Se fossi in Marino rifiuterei di fare il prestanome dell’onestà in queste condizioni, il sindaco di cartone che anche se volesse non saprebbe da dove cominciare. Mi rifiuterei di fare la comparsa come primo cittadino. Ma non sono Marino: almeno la vita qualche soddisfazione la regala.

 


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