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Crepare di Ilva, prima gli italiani

072839069-f517ece9-dac7-48d3-9d98-162878817bae Anna Lombroso per il Simplicissimus

Corriere della sera, Sole 24 Ore, la Repubblica ci informano che i morti e i malati di cancro, i bambini che forse non diventeranno grandi, una città avvelenata, lavoratori e famiglie costrette a scegliere tra salario e salute, sono problemi tarantini.

Invece quello che viene definito lo “stallo dell’Ilva” ( quei sette anni nei quali si è cercato di ripristinare condizioni di legalità, di risarcire la comunità dei danni ambientali e dei crimini perpetrati dai Riva con la correità di istituzioni, enti locali e di controllo, regione), ecco quello invece è un problema nazionale perché è costato 23 miliardi di euro di Pil, l’1,35% cumulato della ricchezza del Paese, perché sarebbe a rischio la siderurgia nazionale, perché è irresponsabile tirare troppo la corda con Arcelor Mittal che si rifiuta di caricarsi dell’onere del passato e del presente, chiedendo che venga riattivata l’impunità concessa dai precedenti governi alla quale aveva condizionato l’acquisizione dell’azienda, come dovrebbero fare i gentleman che hanno raggiunto un onorevole compromesso.

Anche se in quel club esclusivo pare non sia obbligatoria la reciprocità: Arcelor Mittal manterrà inalterata a 5,1 milioni di tonnellate la produzione di acciaio, venendo meno alla promessa fatta all’approdo a Taranto di portarla a 6 milioni. E non ha mai corrisposto le remunerazioni promesse.

Si è levato alto il coro di allarme e la deplorazione per quella che viene definita l’irresponsabiità del governo in carica. Confindustria nazionale e pugliese proferisce minacce e lancia intimidazioni: no alla paralisi dell’industria, l’onorevole Boschi (esponente di spicco del Governo che grazie a Calenda ha detto si al licenziamento di tutti i lavoratori del gruppo e sulla loro riassunzione uno per uno, senza contratto e senza articolo 18, in piena applicazione del Jobsact e col costante ricatto del licenziamento, verso persone che stanno in una fabbrica già oggi carica di infortuni e omicidi) se ne è fatta interprete presentando un emendamento poi ritirato per prolungare l’impunità, allo scopo, si è detto, di favorire una trattativa, il Ministro Salvini che guida il vero governo rispetto a quello “ombra” dei 5Stelle non si è tirato indietro: gli investitori vanno agevolati, affidando questo messaggio a un ordine del giorno.
Se questo Paese non fosse posseduto da perversi pregiudizi, se non consegnasse ai carnefici le sue parti più esposte e vulnerabili, se la stampa non fosse in stato di servitù ridotta a una unica agenzia Stefani agli ordini dell’oligarchia, oggi si dovrebbe riconoscere che il gruppo degli improvvisati dilettanti si è trovato forse per caso dalla parte non del populismo, ma del popolo, contro gli interessi di un padronato infame, che commette crimini e non paga mai, assecondato da un certo numero di categorie e lobby animate dallo spirito di servizio dei lacchè, corrotti o coinvolti, tra le quali duole annoverare i sindacati che hanno stretto un patto d’acciaio (è il caso di dirlo) con l’Europa, con le cosche padronali globali, confermando i principi della ideologia imperiale: chi vuole la paga deve fare delle rinunce, a un salario decente, a un orario e condizioni di sicurezza civile, a una cassa e a un ambiente puliti, alla dignità di chi sa di avere dei diritti conquistati e irrinunciabili.
Invece l’improvvisato vice premier oggi è stato sbeffeggiato, viene ridicolizzata la sua fermezza così in contrasto con ‘immagine che si è dato e gli è stata incollata addosso. Mentre gli si dovrebbe per una volta l’onore delle armi, impari purtroppo, Perchè quello che non è Ilva, Ilva è stata e sarà se continua questa pratica della resa al più forte.
E’ vero, la sua ipotesi alternativa: quella di un piano di reindustrializzazione al quale dovrebbe collaborare governo, amministrazioni, regione, enti locali e probi industriali attenti alle ragioni di uno sviluppo compatibile con ambiente e salute, è irrealistica. Soprattutto perché è irrealistico supporre che esistano davvero probi e illuminati industriali che invece di starsene nei loro grattacieli di cristallo che si innalzano come torri simbolo della nostra iniqua contemporaneità, a aspettare i loro immeritati dividendi e gli aiuti di stato frutto del loro potere di corruzione anche morale, siano disposti a investire con l’onere del rischio (meno gradito e apparentemente più pericoloso di quello del casinò finanziario), della lungimiranza, della responsabilità sociale.
Stranamente una tantum non mi viene la nausea di fronte al comportamento di esponenti del governo e dire che non mi capitava da tempo immemorabile, anche se sarebbe lecito qualcosa di meglio, che sarebbe poi il minimo sindacale se oramai questo aggettivo non avesse perso senso. Il meglio sarebbe quella nazionalizzazione per la quale esistevano e esistono le condizioni, il solo strumento che permetterebbe di fare investimenti produttivi, di risanare l’ambiente, di dare un futuro al lavoro. Che risponderebbe alle preoccupazioni di chi raccomanda la servitù senza limiti e senza garanzie: se l’Italia ha davvero bisogno di siderurgia, allora lo Stato che ha dato aiuto a un ceto imprenditoriale criminale, che ha permesso i costi senza ritorno di morti, inquinamento, perdita di diritti e rinuncia alla competizione industriale, garantisce per questa soluzione in nome dell’interesse di tutti.

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Rousseau non abita qui

5cc226b526000034007131dbE’ interessante leggere i commenti dopo le elezioni e in particolar modo quelli dei militanti 5 stelle o comunque simpatizzanti perché esprimono due contrastanti modi di vedere le cose. Non parlo ovviamente dei fan o dei circoli che si stanno scannando su di Maio si o di Maio no, né del verdetto della piattaforma Rousseau – in realtà un semplice sito sul modello intranet aziendale – che probabilmente confermerà l’attuale capo politico, nonostante una batosta epocale. Parlo degli interventi di persone dentro o fuori del movimento che si domandano cosa sia successo e tentano qualche spiegazione. Una parte di queste persone tra le quali è possibile includere Massimo Fini e lo stesso Grillo accusano intanto gli elettori di non aver compreso tutto quello che i Cinque stelle hanno fatto in questo anno di governo nonché la campagna a tappeto contro i pentastellati condotta sia dall’informazione maistream del capitale, sia dal Pd, con il risultato di aver fatto vincere Salvini. Un’ altra parte invece ha il coraggio di mettere il dito nella piaga, mostrando che le riforme attuate dal governo sono appena un fantasma rispetto a quanto promesso e spesso ciò che viene dato ad alcuni è preso ad altri perché la coperta è troppo corta e lo sarà sempre in mancanza di una forte politica europea basata innanzitutto sulla difesa degli interessi italiani, anche a costo di mettere in crisi l’Ue che , tra l’altro nelle sue forme attuali, è destinata a disgregarsi. Ma questi mettono in primo piano il fatto che la sconfitta nasce dalla incapacità di evolvere una struttura territoriale e di reale selezione politica, rimanendo tuttora vittima degli infausti miraggi della democrazia diretta che tra l’altro permettono alla Casaleggio associati di fare ciò che vuole.

In realtà sono proprio questi critici ad essere ottimisti perché sanno che la salvezza dei Cinque stelle non sta nel covare ancor più di prima la sindrome dell’assedio, ma proprio nella capacità di fare autocritica, di cominciare a fare politica pensando un po’ più a Machiavelli che a Savonarola e impegnandosi dentro la società e la sua intelligentia  a costruire un progetto che non sia solo un collage di programmi, ma riesca ad esprimere una speranza collettiva. Come ho detto ieri c’è un enorme serbatoio di voti e di forze elettorali allo stato plasmatico che non cerca altro e che tuttavia continua a sentirsi senza rappresentanza, che ha bisogno di una nuova prospettiva e di un nuovo orizzonte. Insomma i critici dicono che non ci si deve arrendere, che si può lavorare per riconquistare a poco a poco il senso e il consenso. Tuttavia questo passaggio del Mar Rosso  non può avvenire dentro una struttura ambigua e palatina di fatto gestita dalla Casaleggio più ancora che dal megafono Grillo o da questo o quel luogotenente, è più che mai chiaro come occorra superare l’adolescenza per non morire giovani. Insomma bisogna uscire da quella condizione di escatologia politica in cui i Cinque stelle sono vissuti finora e che tra l’altro non poteva che suscitare l’immediata delusione: pensare di essere sempre e comunque nel giusto è la strada migliore per fallire e per mostrarsi talmente preda dell’autismo da ritenere che il proprio messaggio non possa non essere accolto come verità lampante. I veri giusti sono sempre pieni di dubbi.

Già, parlare è facile, ma fare è difficile. Se i Cinque stelle non vogliono arenarsi e scomparire come un fuoco di paglia, cosa che sarebbe un ennesimo dramma per questo Paese, devono cominciare da un punto preciso, ovvero dal liberarsi di quel nodo privatistico che rende la Casaleggio associati, in qualche modo legata alla finanza internazionale come più volte testimoniato da Sassoon, padrona assoluta del movimento: per statuto i Cinque stelle come forza politica sono legati all’Associazione Rousseau, società privata, che a sua volta controlla i dati degli iscritti, le procedure di votazione dei candidati, le proposte da presentare in Parlamento e persino i soldi dei parlamentari e dei donatori. Anche mettendosi una benda sugli occhi e illudersi che tutti agiranno sempre in perfetta buona fede, è una struttura che politicamente non ha senso, anzi che ripropone in maniera evidente tutti quei meccanismi di corto circuito decisionale che il movimento intrinsecamente rifiuta come fonte di corruzione. Un sito come quello di Rousseau e anche migliore, si costruisce con un spesa relativamente esigua e non è tecnicamente diversa dalle decine di migliaia di intranet sparse in tutto il mondo, quindi non sarebbe certo un salto nel buio. Solo con questo passo fondamentale, lasciando freudianamente la casa paterna, si potranno liberare le forze.


Le stelle cadenti

download (1)I numeri, per fortuna degli elettori, non lasciano scampo alla dirigenza del Movimento 5 stelle: rispetto alle politiche di un anno fa solo il 38 per cento ha riconfermato il proprio voto, un altro 38 per cento non è andato alle urne, il 14% è passato alla Lega, il 4%  al Pd e il 6 per cento si è ripartito fra le altre proposte politiche in campo. Come si può facilmente arguire visto anche  il tipo di competizione elettorale, i tentennamenti continui del governo Conte,  i grossolani errori di comunicazione, lo sfilacciamento delle promesse, la pressione enorme del mainstream, hanno fatto molto meno danni della conversione a un vago quanto inconsistente altro europeismo, sostenuto anche con epurazioni  e isolamenti. Di fatto questo ha significato non solo la resa totale a Bruxelles, ma anche il conseguente abbandono di programmi e promesse possibili solo con una certa elasticità di bilancio. Che poteva essere chiesta visto che altri Paesi come la Francia ne godono e che la Ue non è precisamente un fortino inattaccabile.

 

Perché i Cinque stelle non lo abbiano fatto, subendo per giunta l’offensiva parolaia di Salvini, anti europeista a chiacchiere in quanto e praticamente solo sul tema dell’immigrazione come si addice a un neocon, rimane ai miei occhi un mistero doloroso perché era evidente anche a un bambino che le oligarchie continentali non avrebbero mai e poi mai concesso un qualche passaporto di credibilità al movimento anche di fronte alle bandiere bianche e a un intero banchetto di rospi inghiottiti , che sarebbero andate avanti come schiacciasassi perché hanno bisogno di marionette, non di infidi prigionieri. Ora possiamo anche ritenere che il ceto dirigente sia stato impari al suo compito, che certi impiegati di concetto messi a a giocare al premier, non siano precisamente ciò di cui ha bisogno il Paese, ma la cosa era talmente evidente che viene da chiedersi se davvero chi conta dentro questa forza politica abbia qualcosa a che fare con l’elettorato o se non sia stato già portato sull’altro fronte. E’ un dubbio che viene anche sapendo che in fondo i fili sono tirati dalla Casaleggio associati che di fatto gestisce la rete, che Grillo è di fatto scomparso, che non esiste più quella sorta di comunità politica che si era creata agli inizi. Come ho avuto modo di dire più volte tra l’ira dei fan a tutti i costi, l’espansione stessa del movimento doveva essere accompagnata da una ristrutturazione interna a cominciare da una passaggio della discussione e della selezione dai bit dei meetup e dei blog alle assemblee territoriali, dove ci si guarda negli occhi e le idee, le proposte, le parole d’ordine si confrontano in corpore vili e non in provetta.

Nei giorni scorsi avevo scritto che in caso di superamento del 30 per cento e di crollo dei Cinque Stelle  la Lega avrebbe voluto incassare tutto il premio favorendo elezioni anticipate in autunno in maniera da saldare in veste di padrona il fronte europeista con le destre. Per ora Salvini smentisce (ma questo lo farebbe in ogni caso) e addirittura dice di non pensare nemmeno a un rimpasto di governo. Però ci si dovrebbe chiedere se sia una buona cosa per il movimento che nulla cambi e che si tirino sospiri di sollievo per la magnanimità di Salvini : l’occasione potrebbe essere invece ghiotta per sostituire ministri rivelatisi inefficaci e inattendibili, con altri migliori, per sostituire tecnici come Tria con personaggi meno palesemente legati a Bruxelles e a portare la Lega a condividere le responsabilità finanziarie. Naturalmente questo non conviene affatto al capo della Lega  che dimostra proprio nel non chiedere un rimpasto di governo di puntare ad elezioni anticipate.


Rea Ilva

Ilva: fumi come teschio,menzione per fotografa tarantina

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se qualcuno ricorda una delle più sfrontate lezioni di realpolitik, impartita da Blair quando dichiarò che in Iraq c’erano stati abusi, crimini, errori, “cose che non si dovevano fare”, ma grazie alla democrazia, venivano riconosciute e la gente poteva lamentarsene. Abbiamo capito che anche gli ultimi arrivati al governo hanno appreso l’insegnamento, quando Luigi Di Maio a Taranto ha “messo la faccia” come avrebbero detto quelli del Pd e  ha fatto qualche pubblica ammissione di sbagli commessi e ritardi. Si tratta di atti certamente lodevoli che starebbero a dimostrare la crescita della sua statura di statista come ha prontamente rilevato qualche entusiasta commentatore deliziato dalla sua “ compostezza, irriducibilità e anche un rigore sconosciuti”.

Perché invece restano però tutti gli interrogativi in sospeso, resta la sostanza della tragedia, resta quella pesante eredità che dimostra la riluttanza del nuovo a scardinare l’immondo edificio criminale del passato. Resta impunita una classe dirigente che ha cambiato collocazione istituzionale o elettorale grazie a vari giri di poltrone, e che negli anni si è macchiata come ha sancito la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dei reati di violazione degli articoli  8 (diritto al rispetto della vita privata) e 13 (diritto ad un rimedio effettivo) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, autorizzando la prosecuzione delle attività industriali nonostante le diverse decisioni giudiziali che ne evidenziavano la pericolosità per ambiente e salute.

A Taranto, centraline installate o no,  in funzione o  casualmente spente, si registrano incrementi preoccupanti delle emissioni di polveri sottili, di quelle ultra sottili e un aumento degli idrocarburi policicli aromatici cancerogeni. I Riva si godono il riposo degli ingiusti, salvati dai vari livelli di governo, nessuno escluso: siamo ancora in attesa della sospensione per via di decreto o per inserimento in quello Crescita, della impunibilità per i vertici dello stabilimento. Ancelor Mittel prosegue indisturbata nella produzione compresa quella di ricatti e intimidazioni, promossa da un accordo cappio siglato dal candidato di + Europa Calenda che lo vanta nel suo programma elettorale quale intervento salvifico per 10 mila famiglie di operai tenuti per il collo grazie  all’assunzione di ognuno dei lavoratori tramite contratto individuale a fronte dell’esubero di 3000. A dimostrazione che il nuovo anche per via di indemoniati  alleati, non è in grado o non vuole disfarsi del prima, si tratti di Triv, Tav,  Tap, Muos, discariche, come fossero camicie di forza nelle quali costringere qualsiasi rispetto della volontà popolare e dell’interesse generale. E a conferma che nel calcolo di guadagni e perdite non vengono mai annoverati i più di 500 morti in fabbrica per incidenti, le migliaia di contagiati dai veleni dentro e fuori Taranto, la compromissione irreversibile di piante, terreni, aria, acqua a chilometri e chilometri di distanza e, perchè no?  quella della dignità di una popolazione che ogni giorno ancora viene costretta a scegliere tra fatica e cancro, tra salario e salute, tra sottomissione e dignità.  Tutto questo in una regione che paga il prezzo di una narrazione: la retorica dello sviluppo, mascherando dietro una falsa solidarietà nazionale le pressioni di un colonialismo assistenziale che considera territorio e cittadini  come laboratorio di un esperimento di sfruttamento ad opera di imprenditori e manager avidi, di tecnocrati aziendali e amministratori “progressisti”, che hanno realizzato una trasformazione della cittadinanza in clientela taglieggiata e blandita, una conversione aberrante della quale il sindacato è stato complice consapevole.

Non si capisce che cosa dobbiamo ancora aspettare per chiudere “questa” Ilva ex Riva, ora Arcelor Mittal, il cui piano di acquisizione della fabbrica era stato considerato poco credibile dalla gestione commissariale così come quello di risanamento e che ora si sta fondendo con la tedesca TyssenKrupp, sempre quella,  sia pure con un progetto di nazionalizzazione che più passa il tempo e più si rivela utopistico anche se nei fatti l’Italia ha bisogno di siderurgia . Quanti morti e quali costi dobbiamo ancora subire per capire che non si tratta di un tema locale magari da affrontare con un referendum cittadino come si vuol fare con tutte le controversie scabrose, perché è invece la punta di un iceberg, la più vergognosa, affiorata dal mare di altri siti avvelenati e avvelenatori, proprio là, in un’area di 125 chilometri quadrati, lungo 17 chilometri di costa, comprendente il mostro e le sue discariche ma pure la raffineria Eni, le due centrali termoelettriche ex Edison passate all’Ilva, la centrale Enipower, la Cementir, due inceneritori, la discarica Italcave, una delle più grandi basi navali militari del Mediterraneo, l’arsenale militare ed altre piccole e medie aziende.

E poi quanti altri: la discarica di Bussi e i veleni riversati nel fiume Pescara, la Centrale Porto Tolle (danno ambientale, stimato dall’ Ispra intorno ai 3 miliardi di euro); l’Ex Pertusola Sud per la produzione dello zinco dismesso nel 2000 (anche qui danni per 3 miliardi di euro nell’area di Crotone) o il Petrolchimico Priolo (per il disinquinamento ci vorrebbero 10 miliardi); la Chimica Caffaro di  Brescia ( l’Ispra stima un danno di almeno 1,5 miliardi di euro); le centrali di Brindisi, area Sin ( danno di 3,5 miliardi); l’area frusinate a sud di Roma (un miliardo il danno provocato da diverse industrie nella Valle del Sacco, tra cui la Caffaro, colpevole anche del rischio delle lagune di Grado e  Marano, calcolato in un ,miliardo) ); il Fiume Toce e il Lago Maggiore (la Syndial dell’Eni è stata condannata a pagare quasi 2 miliardi di euro per averli contaminati); Cogoleto, una delle zone  più inquinate d’Italia, dove l’ex stabilimento Stoppani per trattamento del cromo ha comportato sconci per quasi un miliardo e mezzo di euro.

Quanta altra Italia dobbiamo veder morire di tossine letali, compresa la complicità con una classe padronale da parte di uno Stato che non ha saputo controllare nemmeno le sue imprese, e di governi e amministrazioni comprate in cambio di consenso e prebende, prima di pensare che le bonifiche sono un onere a carico degli inquinatori come vorrebbe una legge disattesa e derisa, oltraggiata e vanificata tramite altre leggi di segno opposto, nazionali e regionali, come la famosa “antidiossina” prontamente svuotata di portata e significato proprio per consentire all’Ilva di uccidere indisturbata, come il Codice ambiente subito invalidato per quanto concerneva le emissioni dal successivo Milleproroghe.

Quante altre morti renderanno credibili e autorevoli le rilevazioni delle emissioni usate come pelli di zigrino perfino da Vendola che con il suo piglio lirico ebbe la faccia di tolla di rivendicare i “comuni valori cristiani” che condivideva con i Riva e pure con la Marcegaglia, quella degli applausi ai killer della Thyssen diventata poi l’attachée della multinazionale francoindiana, mentre correva sul filo del telefono  la demolizione della autorità scientifica del direttore dell’Arpa, quando si intimidivano i giornalisti e altri se ne compravano, quando si sbeffeggiavano perfino gli amici di partito che osavano far proprie le analisi indipendenti dell’Arpa.

Quanti altri delitti verranno consumati ai danni del territorio e dell’ambiente prima che si riveda l’Aia, Autorizzazione integrata ambientale, e più in generale, che si pensi a ridare forza ai processi di valutazione della pressione sull’ambiente delle produzioni  che i precedenti governi hanno impoverito e limitato in favore delle aziende.

E quanti altri soldi nostri dobbiamo impegnare per salvare oltre alle banche criminali anche le aziende criminali, in attesa di altri misfatti prossimi che si stanno consumando e  si consumeranno nei gioielli di famiglia conservati, come la sorella dell’Ilva, l’acciaieria di Trieste, svenduti a prezzo di favore, chiusi con i loro delitti sepolti che però continuano a mietere vittime, esportatori delle stesse consuetudini a corrompere e ammorbare ben oltre i confini nazionali.


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