Archivi tag: debito privato

Ci vediamo da Mario prima o poi

5dbc4ed0210000b442ad4980Qualche giorno fa Mario Draghi, ormai in vista di Palazzo Chigi come salvatore di una patria svenduta più volte durante la sua carriera di banchiere e affarista , ha cambiato a sorpresa  il registro con cui ha parlato per anni dall’ultimo piano della Bce, scrivendo una frase che ha suscitato molti interrogativi: “Gli alti debiti pubblici diventeranno la caratteristica dell’economia futura e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato “. Finalmente possiamo cominciare a vederci un po’ più chiaro nel dopo epidemia, un evento pompato oltre ogni limite a livello planetario, ma ancor più in Italia dove un governo disperato ha chiuso inutilmente l’intero Paese pur conoscendo, sin dall’inizio della crisi, che il bersaglio del Covid erano le persone anziane e/o afflitte da specifiche  patologie, le stesse sensibili alle sindromi influenzali e non è tornato indietro neanche quando è stato evidente che la strategia di fermare il virus con le quarantene era assurdo visto che il microorganismo si era già diffuso assai prima. Ma la sanità pubblica e il sistema di assistenza in generale era stato così duramente colpito dai tagli degli ultimi dieci anni da non potersi permettere azioni mirate ed efficienti, come per esempio si è fatto in Svezia ottenendo di avere una mortalità 50 volte inferiore a quella italiana che del resto per la confusione dei dati rimane poco credibile.

Ma come ho detto fino alla noia in questi giorni l’enfatizzazione mediatica di ciò che sostanzialmente avviene ogni inverno nella totale indifferenza della società dei consumi e dello spettacolo, una dramatisation nella quale sono cascati mani e piedi praticamente tutti, non è casuale né a livello globale né in Italia, sia pure con le peculiarità di ogni Paese: occorreva un forte choc perché il paradigma neo liberista sopravvivesse alle resistenze sempre più forti nei confronti della sua ideologia, dei suoi strumenti di governance e all’esplodere delle proprie contraddizioni interne, anzi fosse messo nelle condizioni di aggredire ciò che resta dello stato e del welfare. Proprio a questo mira la frase di Draghi che da una parte getta alle ortiche vent’anni di dottrina austeritaria ed eurista imperniata sul debito pubblico dicendo che finora hanno scherzato e detto cazzate, ammettendo indirettamente che la distruzione del welfare e anche le situazioni emergenziali della sanità che da esso deriva, sono state una svista. Dall’altro portando in questione il debito privato e la sua presunta cancellazione come offa agli italiani per la sua salita al potere senza elezioni. Cosa significa però cancellazione del debito privato? Significa in ultima istanza che il sistema bancario dovrà sostenere aziende e famiglie già da lungo tempo in crisi e gettate nella disperazione dalle trovate contiane che non hanno fatto altro che accelerare un processo in atto da noi come in tutta Europa e nel mondo occidentale, con soldi che in ultima istanza saranno garantiti dallo Stato. Naturalmente non è che privati cittadini saranno sgravati dai debiti, tutt’altro perché essi dovranno pagare come e più di prima il fio dei debiti contratti fino al limite delle loro possibilità, detto in soldoni non è che il privato cittadino potrà permettersi di non pagare il mutuo, il prestito o di fallire senza conseguenze fiscali o se del caso penali, ma ad essere garantite saranno le banche che così potranno prestare senza temere sofferenze avendo a garanzia il denaro di tutti.  Probabilmente è uno dei sistemi per riavviare la maccchina, un metodo per far arrivare nell’economia reale soldi che finora sono fuggiti nei circuiti finanziari, ma contiene un trucco: un conto è avere banche pubbliche e sovranità monetaria per cui lo stato si indebita con se stesso, un altro è che sia un circuito privatistico a tenere per le palle lo stato che dovrà in pratica sostenerle con il denaro pubblico drenato dalle tasche dei cittadini e sempre attraverso il ricorso al mercato. E’ una cosa non molto diversa dai salvataggi delle banche private nel 2008 con i soldi pubblici, ma che diventa sistema base di governance dove i signori del denaro detteranno necessariamente anche l’agenda politica arrivando a quel governo di oligarchie che è insito nella globalizzazione e nella distruzione della sovranità e dunque anche della partecipazione e della democrazia reale. Come si può agevolmente vedere si tratta del piano D come Draghi: far finta di redimersi per cambiare in peggio. Uno stato che non potrà più costruire ospedali, scuole, tutele per il lavoro, ma che dovrà servire le banche.

Ovvio che la ricostruzione avrà bisogno di strumenti eccezionali e in primis di rendere carta straccia i trattati europei prodotti da un club in cui ognuno fa i propri interessi, millantando obiettivi comuni, ma è abbastanza chiaro che questa crisi portata al diapason è l’occasione perfetta da parte dello status quo in profonda crisi di imporre la propria visone della società e di salvare gli strumenti  che finora l’hanno messa in opera. All’interno di un calo della domanda che oggi, dopo il fermo di due mesi diventerà anche crisi dell’offerta soprattutto in campo agricolo dove ben che vada la ripresa non potrà che essere rinviata di un anno, si può dubitare che gli interessi dei prestiti potranno rimanere a basso livello, si può essere certi che la prospettiva di Draghi favorirà i rentiers e gli speculatori con effetti di sfilacciamento del mercato. Però al di là di ogni considerazione tecnica è palese che il sistema privatistico assoluto che è stato imposto fino ieri dalle ricette Ue e dalla sua moneta unica ma meno che mai comune, è per definizione inetto a risolvere i problemi sociali di uguaglianza e di distribuzione del reddito oltreché delle risorse che sono poi le basi della crescita reale. Niente è più disequilibrato del mercato.  Ma naturalmente gli italiani ci cascheranno come sono cascati nella narrazione della pestilenza. Eppure già 2400 anni fa Tucidide testimoniò che Atene era stata distrutta dalla paura della peste, non dalla peste.


Contro l’ Italia la Ue fa mobbing

mobbingVi confesso una cosa: temo di diventare violento e ormai di fronte a certe ignobili scemenze servite come verità alla trattoria dell’ informazione, mi prudono le mani. Se per esempio mi trovassi fisicamente nel luogo dove Juncker recita i suoi consueti anatemi contro il debito italiano, mi verrebbe da abbatterlo a schiaffi, sano o malato che sia, ubriaco o imbottito di antabuse. Infatti sapete qual  è il Paese che ha il maggior debito complessivo tra pubblico e  privato, che è poi il dato che conta davvero? E’ proprio l’opaco Lussemburgo dove questo maneggione è nato e ha fatto il primo ministro,  con un indebitamento del 434% rispetto al pil.

In realtà il rapporto debito/pil è un parametro economico di scarso interesse, che dice assai poco sull’economia reale visto che il Giappone con la sua terza economia planetaria ne ha uno altissimo e l’Argentina che passa di crisi in crisi al suono delle pentole in piazza ne ha uno pressoché nullo, per non parlare del fatto che le situazioni nominalmente migliori da questo punto di vista appartengono proprio ai paesi più poveri del terzo mondo. Se in in Europa questo rapporto è stato messo sull’altar maggiore e ogni giorno vi viene detta messa dai sacerdoti della Santissima Reazione, non è certo dovuto alla sua importanza in sé, ma a quella che acquisisce nell’ambito della moneta unica e dei paradossali trattati che ne hanno segnato la nascita: l’ossessione è che nessuno faccia troppo debito che altri debbano riequilibrare. In realtà non siano dentro un unione né monetaria, né di altro genere, ma in una sorta di convivenza forzata, incarognita e ostile nella quale nessuno ha il coraggio di chiedere il divorzio.

Non ci vorrebbe molto a dimostrare che il debito è il motore stesso dell’economia capitalista e quello globalmente contratto dalle nazioni con logiche complessi complicate e tempi molto più lunghi dei debiti privati o aziendali è in senso letterale incalcolabile a lungo termine a causa sia delle vicende storiche, sia dei termini cosiddetti impliciti della spesa, ossia formati dagli impegni presi dai vari governi. Ad ogni modo il debito italiano, preso di mira dagli alcolisti non anonimi e dai lobbisti dell’euro, è di gran lunga inferiore a quello globale, che nel 217, come riferisce il Sole 24 Ore, ha raggiunto un nuovo record ed è arrivato alla straordinaria cifra di 260 mila miliardi dollari, ovvero il 320 per cento del pil globale. Tuttavia solo il 23 %  di tale cifra colossale è riferita al debito pubblico e un terzo di questa percentuale  è addebitabile agli Usa, seguiti da Giappone e Cina e solo a lunghissima distanza dall’Europa. Dunque da una parte assistiamo a un ingiustificato e grottesco processo ideologico nei confronti del debito pubblico messo sul banco degli imputati dai falsi testimoni del neoliberismo, interessati sollo alle conseguenza politiche di questa incriminazione, mentre quello privato (assai più significativo e pericoloso) viene assolto per non aver commesso il fatto e quello aziendale viene addirittura  santificato. Dall’altra parte  l’Italia viene messa sul banco degli imputati per questioni che sul piano globale sono davvero bagatellari, una minima deviazione dal famigerato six pack che è un capolavoro di stupidità economica e vera e propria violenza politica.

Stupido e pretestuoso perché se prendiamo il debito complessivo l’Italia sta molto meglio della Francia (300% del pil)  della Gran Bretagna (280% ) e udite udite della stessa Germania che da una parte usa miserabili trucchi per far apparire il suo debito pubblico più basso di non quanto non sia, ha una quota di risparmio privato molto più basso di quello italiano e soprattutto ha imposto un’inverosimile  lettura  dei dati per la quale ad esempio non vengono conteggiati nel debito pubblico alcuni capitoli essenziali come ad esempio quelli derivati da partnership pubblico-privato (in primis nelle banche) , oppure prodotto da  società statali o derivanti  dal fatto che le esposizioni dell’ equivalente tedesco della nostra Cassa Depositi e prestiti non entrano nel bilancio o ancora dalle garanzie implicite, ovvero dagli impegni futuri di spesa già  decisi e che da noi sono molto meno onerosi: se aggiungessimo queste voci troveremmo un panorama del tutto incognito, ma molto più realistico con l’Italia che ha un debito pubblico pari a circa il il 180% del Pil e una Germania che invece ne ha uno del 185%. Con la differenza che gran parte del nostro debito pubblico è di natura interna e solo per un terzo riguarda l’estero.

In queste cifre, se non lette ideologicamente, non c’è comunque nulla di drammatico. Di drammatico c’è invece il fatto che non avendo una leva monetaria autonoma, tutto il debito è come se fosse assoggettato a una legge estera, rendendo le cose molto più complicate. Per fortuna che questo lo dice il Sole, ovvero il breviario quotidiano della razza padrona e di quella che si sente solidale perché invitata alla festa dei signori. Se ci si dice che tutto va a gonfie vele quando il debito planetario è al 320 per cento del Pil, non si può fare una tragedia per un punticino scarso in più quando il rapporto è di appena il 130% sul pil come accade in Italia.  Certo se tutto questo avesse un senso oltre la violenza del profitto a tutti i costi e lo sfascio della democrazia, ma qui assistiamo solo a un caso di molestie, al mobbing di qualcuno che si è eletto capoufficio.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: