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Recovery, il libro degli incubi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lo spauracchio più spauracchio di tutti, agitato in lungo e in largo da addict di Conte, da victim di Renzi, dalla stampa che mai come oggi è giusto definire padronale, consiste nella minaccia che la crisi di governo innescata “irresponsabilmente” in una crisi sanitaria innescata “inaspettatamente” in una crisi sociale, porti ineluttabilmente all’affermarsi nelle urne di una destra fascista, populista e sovranista, incarnata oltreoceano da folcloristici fantocci che hanno dato l’assalto a Capitol Hill, come si può temere che farebbero la Meloni dallo sguardo torvo e Salvini dall’aspetto truce ancorché privo dell’elmo con le corna   dei riti del Carroccio.

La salvezza consisterebbe in un governo di “salute” pubblica europea, l’unico adatto a contrastare l’ipotesi concreta del trionfo di putridi fermenti di una estrema destra rozza, violenta, irrazionale e ignorante, in una parola “plebea”, sull’establishment, scardinando l’equilibrio fragile di uno status quo dell’oligarchia dei presentabili equipaggiati del necessario bon ton, del diplomino, del vestito ben confezionato con cravatta e pochette, dei tradizionali conflitti di interesse, attrezzatura irrinunciabile  per accreditare qualità manageriali. Così se il riproporsi di ondate di contagi, il bestiale assalto agli ospedali, la morte precoce di anziani impestati da parenti serpenti sono da attribuire al comportamenti popolare, anche la colpa dell’instaurarsi di un bieco regime cadrà sulle spalle del popolo, così bue e così insensato da non capire che qua c’è in gioco la salvifica pioggia di quattrini che rimetterà in sesto l’economia fallita già prima del Covid.  

Questa interpretazione salvifica a alto contenuto etico del Recovery Fund è tra l’altro confermata dalla deplorazione riservata al “caravan petrol” cu ‘o binocolo a tracolla, cu ‘o turbante e ‘o narghilè, criminalizzato per frequentazioni in altri casi erano trattate con il compiacimento riservato a sindaci, ministri, premier col cappello in mano che  promuovevano forme creative di cooperazione presso emiri, sceicchi e pascià, che si macchia della colpa di volere partecipare al banchetto del Next Generation Eu, cui pare siano legittimati ad avere accesso e attovagliamento solo quei membri della coalizione in possesso dei necessari requisiti morali intesi a garantire l’interesse generale, attraverso i loro generali sul campo, a cominciare dal Commissario Arcuri, la cui autorità nel campo dell’accumulo di incarichi e emolumenti e del contrasto di poteri è incontrastata.  Mentre è dolorosa ma inevitabile la conferma del miserabile slogan populista, sovranista, ma pure popolare: er più pulito c’ha la rogna.  

Sarà forse per via delle comuni radici cristiane dell’Europa, che dobbiamo gratitudine per le sue esose elargizioni anche o perché sono condizionate da fioretti, rinunce, sacrifici, mesi mariani di rosari e penitenze che meriteremmo per via del peccato mortale di avere avuto e goduto troppo.  E così l’atto di fede nell’Ue adesso ha il suo libro di dottrina, capace di disegnare un mondo migliore in terra. È il Recovery Plan 167 paginette “scritte in buon italiano” che, secondo un augusto sociologo molto apprezzato, “scolpiscono l’Italia del 2027”, grazie a sei colonne “corinzie”   ineludibili, le “missioni”, dedicate ad altrettanti temi suggeriti dall’Europa: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute (ultima non  a caso anche nella sua enumerazione, come mi è capitato di scrivere qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/29/le-cattedrali-del-neo-carinismo/ ).

Si tratta dell’esplosione dell’utopia ricostruttiva secondo Conte e il Mef, tratteggiata frettolosamente a Villa Pamphili in qualità di compitino da sottoporre agli occhiuti rappresentanti della Commissione, rimpolpato in mesi e mesi di lavoro per conquistare la benevolenza dei padroni. E difatti è difficile dar torto, pensate voi che smacco, perfino a Giavazzi che insinua malevolmente che si tratti di paccottiglia modaiola: cappotti termici ,   alta velocità e autostrade, più qualche investimento industriale proposto dalle aziende, dall’Ilva alla Fincantieri. Niente riforme, nè nella scuola, nè nell’università, nè, ci mancherebbe, nel mercato del lavoro.

Mette paura la consegna a questo progetto per un futuro di modernizzazione, efficienza, funzionalità, progresso che dovrebbe collocarsi sulle fondamenta corrose, marce, traballanti del presente, raccomandata da chi propone una rivoluzione informatica volta anche al controllo sanitario e perfino alla telemedicina, quando è stato consegnato alla storia, come una delle pagine più ridicole e vergognose delle magnifiche sorti e progressive della tecnologia applicata alla quotidianità, il fallimento di Immuni, che ormai non si tenta nemmeno più di attribuire alla massa cialtrona e inadempiente.

E mette rabbia l’elogio di un “Piano ciclopico come ciclopiche sono le sue ambizioni esplicite: portare l’italia fuori da questa crisi epocale, sulla frontiera dello sviluppo europeo, facendone un Paese più moderno, verde e coeso” a firma sempre di De masi sul Fatto Quotidiano, che viene meno alla sua funzione di osservatore e testimone privilegiato della realtà, per adeguarsi a una propaganda che reca la griffe dei confezionatori dell’ideologia neoliberista.

Basterebbe invece  guardare  al flop dei Navigator (costato 180 milioni) i cui contratti sono in scadenza il prossimo mese di aprile, dopo di che andranno a aggiungersi ai percettori di reddito di cittadinanza sono 1,3 milioni di persone, a quelli che incassano l’assegno di disoccupazione sono circa 1,4 milioni, al numero di quelli che con la fine del blocco dei licenziamento dovrebbero essere assistiti nella ricerca di un’occupazione – almeno  3 milioni,   per capire che proprio non siamo attrezzati per una rivoluzione del mercato del lavoro che non preveda soltanto umilianti forme di “assistenzialismo”.

O per comprendere che digitalizzazione, informatizzazione, robotizzazione su un sistema strutturalmente ingiusto, discriminatorio e inadeguato sono solo delle etichette letterarie – nemmeno in buon italiano_ per far digerire un incremento di precarietà, una rinnovata molteplicità di forme contrattuali anomale, che colpiscono giovani e meno giovani e soprattutto le donne, target predestinato di quelle emarginazione e condanna a lavori dequalificati e remunerazioni sottovalutate cui prestarsi per combinarli con le mansioni domestiche e sostitutive dei servizi sociali.

O per rendersi conto del lato oscuro  dell’epica  che racconta della potenza dei microprocessori che raddoppia ogni 18 mesi, del riconoscimento vocale, delle piattaforme e della robotica, capaci di “comportare un jobless growth per cui, molto probabilmente, i posti di lavoro perduti saranno meno di quelli creati”, in un Paese in cui paghiamo caro  internet, in cui la banda larga è uno slogan della Leopolda, o degli effetti dello smartworking – che non rappresenta certo un’alternativa praticabile offerta ai probabili 250-300 mila licenziati dei prossimi mesi – che sta limando quel poco che resta di garanzie in forma di un nuovo cottimo.  

Fermo restando che l’arrivo di quei quattrini è ipotetico, che si materializzi un maggioranza che garantisca quella “governabilità” che è l’unica utopia concessa alla nostra immaginazione politica, a pensare alle accuse mosse alla Programmazione, ai documenti del Club di Roma, imputati di essere dei libri dei sogni irrealizzabili, adesso c’è da temere che questo libro degli incubi  si metta in pratica.


La paccottiglia dei vecchi giovanotti

paAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono uomini che non si arrendono all’età, venerati accademici corteggiano allieve che potrebbero essergli figlie, prestigiosi pensatori si tingono i capelli color nero apache, filosofi attempati indossano il chiodo e gli stivaletti rancheros e volano in sella a una Harley Davidson d’annata. Fin qui niente di male, in fondo sfidano solo il senso del ridicolo. Peggio è quando invece per provocare e vincere la battaglia con il tempo si iniettano forti dosi di ferocia capitalistica e ce la spacciano, convinti della loro funzione terapeutica in qualità di elisir di giovinezza.

Prima ci sono toccate le esternazioni del Gran Parassita Ichino – lo ricordiamo lamentarsi della cruda scoperta della precarietà di chi non viene ricandidato e rieletto – che approfitta del momento per prendersela con la concorrenza sleale di altri meno degni parassiti di serie B, impugnando come un’arma i consolidati pregiudizi contro i furbetti del cartellino che nella maggior parte dei casi  avrebbero goduto di una lunga vacanza retribuita al 100%. E duole dirlo, ma non ha del tutto torto a ritenere che l’improvvisato fervore del lavoro a distanza raffazzonato, rabberciato, affidato a gente impreparata con strumenti tecnici inadeguati,  sortisca l’effetto di aiutare l’incompetenza combinata con la detenzione di informazioni e piccoli poteri prepotenti, scavando ancora di più il distacco dei cittadini dall’apparato statale e dalla sua burocrazia.

Adesso invece ci tocca l’esaltazione scriteriata dello smart working a firma di  De Masi.

Parla chiaro l’ispirato sociologo, anni 82  ma con l’impeto di un nativo digitale: “durante i mesi di lockdown lo smart working ha salvato l’economia e la scuola contribuendo a salvare la salute”.

E continua, “nonostante la pandemia, milioni di lavoratori pubblici hanno continuato a lavorare come e più di prima benché i loro vertici, negli anni precedenti, non avessero fatto nulla per adottare gradualmente il lavoro agile”.E dire”, sostiene, “che grazie a esso, i lavoratori avrebbero risparmiato tempo, denaro e stress; le aziende avrebbero guadagnato il 15-20% in più di produttività; l’ambiente avrebbe evitato l’inquinamento del traffico”.

Da anni illustri studiosi segnalano come sia impossibile e inane in Italia effettuare una misurazione delle prestazioni – e della loro efficacia –  delle attività della Pubblica Amministrazione, qualcuno ha parlato dell’Italia come di uno Stato senza società proprio perché espropria i cittadini dei diritti di accedere alle informazioni e di tutelarsi da sopraffazioni e arroganza dei burocrati, altri hanno denunciato  come dietro all’inerzia, all’assenza di incentivi, alla scarsa formazione e motivazione, all’invecchiamento di uomini e strutture della macchina amministrativa, si nasconda la volontà di cedere anche questo settore strategico del viver civile e della cittadinanza ai privati,  come si fa già con i servizi pubblici, la sanità, i trasporti, la sicurezza e come in fondo si è fatto creando organismi come Equitalia che avevano la possibilità di sottrarsi a lacci e laccioli esercitando un potere di vita e di morte assolutistico.

Invece il De Masi che non a caso ha alternato la didattica da vicino con la consulenza da più vicino ancora a imprese “virtuose” e eccellenti,  e fondando la SIT-Società Italiana Telelavoro per la diffusione del telelavoro e la sua regolamentazione sindacale e la scuola  di Management Culturale per la professionalizzazione dei neolaureati in organizzazione di eventi di Ravello, è talmente entusiasta della paccottiglia ideologica di quello che proprio lui ha contribuito a definire come il cosiddetto “paradigma post-industriale, basato  sulla concezione che l’azione congiunta del progresso tecnologico, dello sviluppo organizzativo, della globalizzazione, dei mass media e della scolarizzazione di massa abbia prodotto un tipo nuovo di società centrata sulla produzione di informazioni, servizi, simboli, valori, estetica”, da poter offrire numeri e statistiche sull’efficacia del lavoro agile e sulle benefiche e progressive ricadute per tutti.

Grazie al Covid dunque e allo stato di eccezione imposto, lo Stato stesso potrà essere  positivamente rivoluzionato:  e infatti “ se la ministra Dadone prende al volo questa occasione, se libera milioni di lavoratori pubblici dal greve contesto polveroso in cui sono ammassati, se li coinvolge in una moderna organizzazione per obiettivi, illustra coi toni lirici dell’Utopia,  rischia di passare alla storia per essere riuscita a fare quello che grandi giuristi come Giannini e Cassese, per mancanza di un’occasione così rara, non sono riusciti a fare”.

È sicuro che rappresenti, come dice lui, un’occasione rara, che si potrà ancora meglio cogliere se un altro virus si presenterà opportunamente con i primi freddi a favorire esodi, scivoli, pensionamenti punitivi, tagli e licenziamenti, possibili grazie a venti riformisti anche nella Pa, riduzione di emolumenti per impiegati e insegnanti.

Si sta già cominciando a vedere che magnifiche occasioni si presentano per le donne cui viene elargito il part time a uso della custodia dei valori domestici, che opportunità di mettere a frutto la proprio creatività vengono offerte a chi si sta già cercando un secondo lavoretto alla spina per arrotondare un reddito ridotto dalla pandemia, e si possono già registrare i successi di quella selezione operata sulla risorsa umana dalle odierne forme legalizzate di servitù, per eliminare chi non si adegua, chi non è attrezzato per la scommessa della tecnologia, che ha già condannato alla marginalità vergognosa pensionati con non possono interagire con l’Inps, costretti al conto alle Poste e a essere umiliati dal medico curante, dal farmacista, dal bancario per la colpa di non avere introiettato i valori digitali, ma anche ragazzini senza rete in casa e senza pc, considerati tutti nuovi analfabeti secondo un nuovo razzismo tecnologico.

E non c’è da sentirsi rassicurati che il Vangelo digitale di Colao, sia finito a reggere la zampa sbilenca di qualche scrivania a Palazzo Chigi se l’ideologia che lo ispira è forte e attiva, quando il lavoro a distanza è la cornice dentro al quale dare forma e legittimità a precarietà e flessibilità,  se l’era Bonomi in Confindustria esige di mettere  mano al diritto del lavoro, eliminando le causali per i contratti a tempo determinato, abolendo il reintegro dei licenziati senza giusta causa assunti prima del Jobs Act e quando Marco Leonardi, consigliere del ministro Gualtieri, propone di congelare le causali per “rimuovere ogni ostacolo normativo alla ripresa”.

Già la regolarizzazione ai tempi di Bellanova, già l’ostensione di nuovi valori a uso dei ragazzi: volontariato, avvicendamento scuola-lavoro, già l’avvento del taylorismo digitale, che illude l’esercito della forza lavoro dei lavoretti alla spina con un ideale di libertà concepito come l’autonomia nello scegliersi percorsi e orari per la consegna della pizza avevano disegnato il futuro del cottimo di Stato e di governo, mutuato dall’era Prime Now di Amazon con tanto di recapiti domenicali.

E siccome l’arma più efficace è sempre il ricatto salariale, finalmente si farà giustizia dei preconcetti sui  Travet, inchiodati al desk, in gara coi colleghi in analoghe camere e cucina, soli e isolati in modo che non abbiano la tentazione di confrontarsi con altre vittime e di reagire, persuasi alla rinuncia all’ora d’aria per dimostrare attaccamento al lavoro anche in carenza di straordinari e benefits.

Sull’efficacia del New Deal secondo Colao, secondo De Masi, secondo i golpisti confindustriali che non si accontentano delle concessioni già ottenute e pretendono  i soldi europei, quelli dello Stato, quelli dei lavoratori, quelli dei poveri, abbiamo avuto delle anticipazioni durante il lockdown: bastava collegarsi all’Inps, ai siti dei Comuni e delle prefetture, al numero verde messo a disposizione di chi lamentava sintomi allarmanti, ai vigili e alle polizie locali, all’Agenzia delle Entrate, per avere conferma della remota distanza di chi è incaricato di rispondere e soddisfare a esigenze e bisogni dei cittadini.

E così viene alla luce il vero intento dello smart working coi fichi secchi, senza banda larga, senza organizzazione, senza formazione, senza garanzie, senza tutele, per chi sta da una parte o dall’altra dello schermo, come in uno specchio che riflette servi contro servi.


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