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Venezia non si distrugge in un giorno

5fa6c1fcda3f694f167acd435665e313-457x300L’acqua granda di questi giorni  che ha devastato Venezia non è stata fermata dal Mose per quattro ragioni: prima di tutto perché il sistema è incompleto e non collaudato visti gli enormi ritardi accumulatisi nella realizzazione ( e si sa che la perdita di tempo è denaro in questi casi), poi perché le strutture realizzate con materiali diversi e più economici rispetto alle specifiche, sono già arrugginite e fatiscenti,  infine perché le strutture stesse dell’inutile mostro hanno aggravato  il problema invece di risolverlo dal momento che hanno cambiato la dinamica dell’acqua, senza nemmeno prendere in considerazione il fatto che il loro enorme peso può aggravare la subsidenza del terreno. Dunque non si tratta di morte naturale di una città, ma del suo assassinio preterintenzionale da parte di un killer che potremo chiamare sistema delle grandi opere, nel quale il corto circuito affari – politica esce dall’occasionalità per diventare vera e propria cupola. In questo senso il Mose è un prototipo, un esempio di scuola, un fulgido esempio della corruzione legale i cui meccanismi non sono coperti da una cassa, ma sono completamente esposti, mostrando il loro girare. Le mazzette distribuite in giro  non sono che l’epifenomeno di un intero sistema basato in sé sulla degenerazione.

Cosa vuol dire cupola? Significa che le scelte non vengono compiute in vista di uno scopo, di un risultato utile alla comunità, ma in vista del maggior utile possibile per i soggetti che formano la cupola stessa. Cosa importa se il Mose non funziona o è al massimo il più costoso placebo nella storia di questo Paese, se esso costituisce la soluzione in grado di generare i maggiori profitti e, attraverso di essi, il dominio economico assoluto su un’intera area per un tempo indefinito? La cosa è evidente nella nascita e nella gestazione del Consorzio Venezia nuova che non è stato messo in piedi per costruire il Mose, ma che ha imposto il Mose come proprio obiettivo, al di là di ogni possibile soluzione alternativa, ovvero di quelle che ora vengono rispolverate nel momento in cui diventa chiaro che il sistema delle paratie mobili sottomarine si sta rivelando quanto meno insufficiente. Tutto comincia molti anni, fa, quasi 40, quando diventa ineludibile il problema della salvezza di Venezia: nel 1982 un gruppo di imprese tra cui Fiat – Impresit, Iri – Italstat, Mazi, Lodigiani, Maltauro e alcune cooperative, fondano il Consorzio Venezia Nuova, con alla testa Luigi Zanda che poi farà la carriera politica che sappiamo con l’intendimento di studiare e anche realizzare le opere necessarie. A poco tempo dalla fondazione il magistrato delle acque, – diretta emanazione del ministero dei lavori pubblici – gli affida i primi lavori per lo sbarramento fisso alla bocca di porto di Lido su progetto dello stesso Consorzio. Fin da allora la Corte dei Conti contesta questa scelta sia perché ” non esistono le condizioni per un affidamento di lavori a trattativa privata”, ma soprattutto perché in questo caso gli studi, le sperimentazioni e i controlli  vengono affidati a chi poi dovrà realizzare i lavori e non a un soggetto terzo che possa avere una qualche facoltà di controllo.  E sullo stesso concetto batte anche il ministro delle finanze di allora Bruno Visentini il quale non ritiene corretto che le scelte vengano prese da chi poi dovrà realizzare le opportune opere.

In realtà questo nodo essenziale non è mai stato affrontato, lo si è aggirato con la legge del 1984 con la creazione di una sorta di comitato di controllo, puramente teorico composto dal Presidente del consiglio, dai ministri interessati e dai rappresentanti della Regione del Veneto e degli enti locali territorialmente competenti sulla laguna, cui “è demandato l’indirizzo, il coordinamento, e il controllo”, ma che non è espressamente sancito debba preliminarmente definire il “piano unitario e globale degli interventi” sul quale aveva insistito il Pci. Dunque una specie di pezza puramente formale per nascondere il fatto evidente che il Consorzio proponeva le soluzioni che meglio corrispondevano alle esigenze delle aziende che ne facevano parte. E del resto sempre in queste legge speciale dell’84 si autorizza “il ministero dei Lavori pubblici a “procedere mediante ricorso a una concessione da accordarsi in forma unitaria a trattativa privata, anche in deroga alle disposizioni vigenti  a società, imprese di costruzione, anche cooperative , e loro consorzi, ritenute idonee dal punto di vista imprenditoriale e tecnico scientifico per studi, progettazioni , sperimentazioni  e opere volte all’equilibrio idrogeologico della laguna anche mediante interventi alle bocche di porto con sbarramento manovrabili … “

Insomma il mostro era stato creato ed è riuscito ad imporre il progetto Mose (vedi nota)  nonostante le evidenti difficoltà, falle, forzature concettualie  quando un comitato di esperti internazionali espresse forti dubbi sul progetto,  il Consorzio tirò fuori centinaia di milioni per far dire a esperti del Mit, del tutto ignari delle condizioni specifiche, che invece il progetto andava benissimo. Se gli italiani conoscessero il vero livello di questi docenti e di queste idolatrate università che vivono parassitando le competenze e l’intelligenza altrui, si guarderebbero bene da far loro il minimo credito, ma si sa che il padrone è sempre bello e intelligente e dunque anche questo ostacolo fu superato mentre via via sono state sbaragliate tutte le obiezioni riguardanti l’impatto ambientale fino al via libera definitivo dato da Berlusconi nel 2002 . Dunque siamo di fronte a un modello costruttivo – corruttivo che poi è stato usato, con gli adattamenti necessari alle specifiche situazioni, a tutte le successive grandi opere e grandi momenti la cui realizzazione nasce nel medesimo contesto. Certo queste aziende sono state così idonee da metterci 30 anni a costruire qualcosa che – contestabile in sé – è già in pezzi prima ancora di essere finito e che se anche dovesse mai funzionare richiederà non meno di 120 milioni all’anno di sola gestione ordinaria. Questo assorbendo tutte le risorse pubbliche per la manutenzione della città, la pulizia dei rii o magari il finanziamento di studi più approfondite soluzioni meno rabberciate. Anzi il marcio attira il marcio come è evidente nel via libera al letale passaggio delle grandi navi che devastano la laguna.  Vedete voi.

Ah dimenticavo che una caratteristica delle grandi opere e delle loro cupole è anche quella di essere, come dire, autofertilizzanti, ossia una volta iniziate non possono essere interrotte vuoi per fantomatiche spese di recesso, vuoi perché il complesso politico affaristico fa resistenza, vuoi perché “ormai si è speso tanto” che è inutile non spendere ancora. Ed è così che si uccide una città.

Nota Sistemi di sbarramento a paratie mobili sono utilizzati sia sul Tamigi che in Olanda, ma sono esterni non sottomarini e questo implica costi enormemente inferiori, sia nella costruzione che nella manutenzione, un’affidabilità imparagonabile e la capacità di reagire a un più ampio ventaglio di situazioni  Si dice che la soluzione sottomarina sia stata scelta per fattori paesaggistici, ma essendo le bocche di porto molto lontane dalla città e potendo anche trovare  soluzioni esteticamente non troppo invasive, si può arguire che la scelta sia stata dettata dalle convenienze di profitto presenti e future.

 


Ma che gran figli di …

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve lo ricordate Hoffman? certo eravamo giovani, eravamo arroganti, eravamo ridicoli, eravamo eccessivi, eravamo avventati, ma avevamo ragione? Pare che avessero invece ragione il cinismo ribaldo e il vetriolo fascistoide di Longanesi con il suo motto idealmente impresso sul tricolore: tengo famiglia.

E siccome siamo moderni,  teniamo famiglie allargate a amici, affini e complici,  e pure “combinatorie” come diceva il Censis nella sua fase più immaginifica, quelle “impegnate  nella moltiplicazione delle attività lavorative e  nell’aggregazione di una pluralità di redditi di lavoro. Tutti cercano di contribuire all’obiettivo di accrescere la capacità complessiva di spesa e di risparmio: si ricorre al doppio lavoro….  ai lavoretti stagionali, a quelli informali e tipici dell’economia del sommerso”.

Invece del Cnel in via di cancellazione come la democrazia, invece del Censis e dell’Istat sempre meno ascoltati e celebrati a meno che non si prestino con rinnovato fervore a soffietti di regime, invece di sociologi del familismo amorale, ormai annoverati tra molesti e arcaici sapientoni, a occuparsene è la cronaca giudiziaria, che ogni tanto rivela a noi, possessori di vincoli di serie B, ben poco riconosciuti e ancora meno tutelati, l’esistenza e la sussistenza di stirpi illustri che, nei vari gradi di parentela e contiguità godono di sostegni, assistenza, sussidiarietà, rendite e privilegi dinastici sempre più ingenti e pingui, ben oltre i modesti e innocenti Rolex d’oro, ormai equiparati alle ingenue medagliette della Cresima elargiti dalle madrine e dai padrini.

Anche se di padrini ce ne sono e sono poi un po’ sempre gli stessi, cordate di imprese multitasking, progettisti visionari di ponti e piramidi, faccendieri dinamici quanto avidi, finanzieri dotati di quella ubiquità necessaria a prodigarsi qui nel supporto a politici rampanti come in ben protetti paradisi, ministri e boiardi di Stato. E a spartirsi il pane poco eucaristico non ci sono solo virgulti della nomenclatura, ma anche patriarchi beneficati dalle carriere di figli che hanno ben appreso la lezione e seguito l’esempio genitoriale e premiati perfino tramite leggi ad personam, salvataggi bancari ad familiam, timide sentenze assolutorie quando proprio era impossibile affidarsi alla compassionevole prescrizione.

Abbiamo saputo di fratelli che in mancanza di un gabinetto di rango ministeriale, vengono omaggiati con opportuni succedanei sotto forma di toilette ad personam, forse inutile vista la scarsa frequentazione della sinecura della quale possono beneficare. Mogli e mariti di sprecano, nelle vesti di guardie del corpo e portaborse, di addetti stampa e sbrigafaccende, di consiglieri e consulenti giudiziosamente previsti nei regimi di fuori busta e indennità irrinunciabili a tutti i livelli territoriali, non dissimili in fondo da igieniste dentali e olgettine avide, della quali almeno si conosce la natura dei servizi prestati.

Ma i figli, beh i figli so’ piezzi ‘e core, cosa non farebbero per i figli i nostri “eletti” e non, in esercizio o in pensione, che hanno provveduto a sistemarli perché non debbano patire in caso di oscuramento di cariche e popolarità. Se avevamo dei dubbi sulla loro competenza, sulla loro onorabilità, non ne abbiamo sul loro attaccamento alla prole, sulla cura dei cuccioli, alla notizia del cursus honorum del giovane Lunardi o di Monorchio jr, come avevamo appreso anche prima a proposito dei successi e dei premi produzione del ragazzo Cancellieri, della piccola Fornero, e tanti altri saliti all’onore delle cronache, ma per poco, per via di prudenti eclissi informative.

Della loro Fertility, benedetta e officiata in vari Family Day, come hanno rivendicato in forma bipartisan da Lupi a Galletti, sappiamo che è l’unica riconosciuta e approvata, che sia istituzionale, legale o criminale o tutte e tre insieme, eventualità non remota ricordando le frasi celebri di Lunardi Senior a proposito nella doverosa convivenza con la mafia. Sono ammesse e tutelate solo le loro dinastie, discendenze, eredi e delfini, parenti di tutti i gradi, patriarchi anche sotto forma di zii esigenti e tirannici: abbiamo notizie oggi dell’ira di un ascendente della stirpe Salini Impregilo molto temuto, anche dal premier che ha dovuto promettere un Ponte alla sua impresa. Dimostrano ogni giorno che le nostre di famiglie sono meno di zero, figuriamoci le progenie di chi arriva della quali è sacrosante non gliene freghi un cazzo, secondo una ideologia discesa per li rami anche a livelli popolari. Al Ministro dell’Ambiente infatti “non frega un cazzo” dei figli degli operai dell’Ilva e manco dei padri, alla first lady poco deve interessare della scuole che crollano sulle teste degli scolari, salvo di quella dove ha ottenuto un sorprendente incarico, visto che il suo prverbiale riserbo la induce al silenzio anche su questo tema così domestico, a Monorchio poco gli cale di cemento colloso messo alla prova da un susseguirsi di terremoti non certo inaspettati.

Dell’ultimo “scandalo” sappiamo che un loro ideologo chiama Amalgama il collante protofamiliare e mafioso che lega interessi opachi  e che “ consente di stare «tutti a coltivare l’orticello»”, come rivela al telefono in una intercettazione, che presto potrebbe diventare fuorilegge, grazie a «un’organizzazione stabile composta da tecnici, imprenditori e professionisti che si sono accordarti per un reciproco scambio di utilità ai danni dei contribuenti», come sostiene l’accusa, e che «apparteneva a una logica illecita che, come abbiamo già visto, non era nuova all’ interno di questi appalti per le Grandi Opere».  Di modo che i loro figli traevano profitto e i nostri che protestavano contro Tav, Mose, Ponte, Muos, trivelle, andavano dentro, perché pare siano i nostri  i soli “figli di…”.

A sentirli non sai se a parlare sia tal Domenico Gallo al servizio del boss De Michelis o Don Vito  “gli farò un’offerta che non potrà rifiutare”, oppure “un uomo che sta troppo poco con la famiglia non sarà mai un vero uomo” o “ci vuole spirito unitario, perché se ognuno tira e un altro storce non si va mai avanti».   E c’è da scommettere che come ormai succede di continuo, pietosi istituti vigenti e inclini a perpetuare nel rispetto delle leggi disuguaglianze anche nell’impunità, i rampolli celebri torneranno presto in libertà, onorati in famiglia allargata dopo la cattiva esperienza in collegio e premiati da nuovi incarichi in nuove cordate di nuove e vecchie irrinunciabili grandi opere.

A conferma che a governarci c’è sempre la stessa cupola che combina ormai esplicitamente crimine solo apparentemente legale e  crimine mafioso, boss malavitosi e boss di grandi impresa, Cosa Nostra e Cosa Loro.


Roma: ancora tutti a dire che la mafia non esiste

80ea5ae8-e832-4f04-83e5-d1b6e2a5aae1_xlAnna Lombroso per il Simplicissimus

Appalti e gare pilotate, ricatti e corruzione, intimidazioni e usura, percosse e minacce. E poi er Cecato, Spezzapollici, er Nero, o Pazzo, soprannomi d’onore d’obbligo negli ambienti malavitosi alla pari con i più celebri Scassaporte, Gino il mitra, Puparuolo. La combinazione di rituali di affiliazione, in nome di antichi percorsi ideologici, con dinamico spirito d’iniziativa e moderna professionalità imprenditoriale. E che dire della profittevole convivenza di assassini, teppisti con criminali politici e politici dediti al crimine,di delinquenti comuni e dirigenti pubblici, di controllati con controllori sleali?

Basterebbe questo a definire il marcio romano come mafia. Non occorrerebbe attendere che la magistratura si esprima qualificando dal punto di vista del diritto penale se la serie di reati contro la collettività attribuiti ad una cerchia di “imprenditori”, di affaristi,  di manager, costituitisi anche nella forma virtuosa delle cooperative, e a funzionari e politici locali collusi, abbia le caratteristiche dello “stampo mafioso”.

Basterebbe questo per definire “sistema mafioso” quella rete opaca, abile nel nutrire l’humus associativo e la coesione degli “affiliati” tramite l’intimidazione, la riduzione in soggezione, la corruzione, la benevolenza o le botte  per acquisire con i metodi della tradizionale criminalità organizzata, in modo diretto o indiretto, la gestione di attività economiche, di concessioni, di appalti e servizi pubblici per realizzare infami profitti, dando preferenza allo sfruttamento e alla speculazione di segmenti di popolazione più esposta, debole, permeabile.

Basterebbe questo, ma non basta, se si vuole, come sembra, che il processo per Mafia Capitale si trasformi in un giudizio sulla Roma ladrona,  cialtrona e miserabile, senza gli “anticorpi”  ma anche senza la truce, epica  grandezza di un luogo dove si consumano delitti all’ombra di due cupole ingombranti, oscure e condizionanti,  Vaticano e Mafia. Che si riduca alla punizione per via giudiziaria di un circoscritto manipolo di fascisti di fatto e nei modi, di semplici cravattari, di una bassa forza di rubagalline di casa a Regina Coeli, affermatasi grazie alla somiglianza e contiguità con una cittadinanza indifferente, indolente, caciarona, abituata nei secoli a stare nella cuccia calda delle modeste, ma indispensabili regalie di qualche papa re,a beneficare delle piccole, ma sicure rendite di un tessuto impiegatizio parassitario.

Una cittadinanza che sa, vede dai Casamonica ai Buzzi, ai Carminati,  ma è solita chiudere un occhio, come i suoi rappresentanti e sindaci, compresi certi baluardi della legalità rei confessi di “essere con le spalle al muro”, di aver girato la testa, di essersi tappate le orecchie,come rivela la   Commissione  mandata a verificare lo stato di penetrazione di Mafia Capitale nel Comune, avvantaggiati dalla coltre pudica stesa da Alfano e Renzi, grazie a un sigillo della lunghezza di un tweet posto a chiudere per sempre quelle quasi  mille pagine della relazione dei prefetti: “non esistono i presupposti per lo scioglimento del municipio della Capitale per mafia” . E ne approfitta e continua ad approfittarne,se come dicono i Ros, l’attività è proseguita incessante fino a poco più di un mese fa, quindi anche dopo che il bubbone è scoppiati, con la fretta ansimante di portarsi a casa qualcosa, qualche briciola di quella ricchezza che la manina di una provvidenza canaglia oltre che iniqua lascia cadere perfino sui meschini, sotto forma di lavoretti, posticini, stipendiucci esigui ma regolari, che non dispiacevano nemmeno a rappresentanti del popolo, alti funzionari,autorevoli consulenti, che proprio come la manovalanza del racket imploravano un “reddito fisso”, da intascare ogni 27 del mese, proprio come fossero impiegati del catasto.

Basterebbe questo, si, proprio questo a dire che si tratta di mafia, del sistema di gestione delle emergenze:  periferie, case occupate, immigrazione, profughi, attraverso un potere criminale sostitutivo dello Stato, che si conquista la collaborazione di funzionari frustrati e infedeli, di rappresentanti che non vogliono e non possono rinunciare alla poltroncina, di imprenditori creditori delusi, e il consenso di gente amareggiata e risentita per la perdita di certezze, beni, e che cerca una tutela, qualche favore, una raccomandazione, un permesso, non importa come e a che prezzo, che pare loro meno iniquo della tasse di Equitalia, delle bollette dell’Acea, dell’abbonamento dell’Atac. La corruzione, il clientelismo, il familismo, l’inefficienza svelati dall’inchiesta – che non sono fenomeni recenti, che non sono fenomeni  sotterranei –   sono stati affiancati, rafforzati, radicati grazie al metodo mafioso e si sono consolidati proprio come le cupole, le cosche le famiglie. E non sono nemmeno fenomeni “locali”, proprio come le cosche, le cupole, le famiglie, che hanno attecchito, hanno trovato terreni favorevoli, si sono insinuate in tutte le fibre della società.

Altro che Mafia Capitale: ci vorrebbe un Pignatone per ogni posto dove si è consumato l’osceno intreccio tra malaffare e affari, tra interessi dei controllori e dei controllati,tra imprese e politica, tra burocrazie e speculatori. E’ ora di cominciare a chiamare con il suo nome il caso Mose, quella Serenissima Connection ancora in piena vigenza anche se non c’è quasi più l’acqua alta, il caso Tav, anche se ormai non la vuole più nemmeno Esposito,che nessuno ha voglia e soldi per andare a Lione, il Ponte di Messina, che paghiamo ogni giorno perché non si faccia col rischio che uno sciagurato megalomane lo voglia fare anche contro i desideri delle cordate che guadagnano di più da sanzioni e multe, l’Expo,un fallimento che peserà ancora sulle spalle dei figli dei volontari prestatori d’opera.

Ma è che ci vorrebbe un Pignatone anche a scoperchiare le fogne delle riforme, pensate per promuovere la fine del lavoro in modo da favorire la sua conversione in servitù, la fine dell’istruzione per garantire un esercito ignorante e assoggettato da spostare secondo i comandi di azionariati e multinazionali, la fine dei beni comuni per premiare profitti privati, la fine dei diritti per spodestare sovranità, esautorare le rappresentanze, corrompere i cittadini per svendere la democrazia.

 


E sui ricchi piovono soldi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Cinici e bari si susseguono al governo. Uno favoleggiava di aerei di vacanzieri che sorvolavano i nostri cieli e di ristoranti pieni. Questo, il gradasso da esportazione,  ha scelto il Parlamento europeo per raccontare di famiglie italiane che si arricchiscono.

Beh, stavolta non aveva del tutto torto: ci fa sapere un “approfondimento” di Repubblica che la crisi ha fatto “raddoppiare il patrimonio alle dieci famiglie più ricche di 20 milioni di italiani”, come in maniera ambigua dice la Banca d’Italia per attutire l’impatto della straordinaria accumulazione dei super ricchi.

“Dal 2008 l’Italia ha subito un colossale abbattimento di ricchezza che si è scaricato con forza verso la parte bassa della scala sociale, mentre al vertice tutto si svolgeva in modo opposto. Lassù il ritmo dell’accumulazione di patrimoni personali accelerava come forse mai negli ultimi decenni”. Per le famiglie con i dieci maggiori patrimoni, le informazioni del quotidiano sono state  tratte dalla classifica annuale dei più ricchi stilata dalla rivista Forbes. La cui lista farebbe intendere che   sono usciti dalla hit parade i capitalisti italiani che basano i loro affari su concessioni pubbliche o investimenti immobiliari e finanziari. Mentre sarebbe in crescita accelerata invece il patrimonio di produttori industriali dediti all’export, dal settore alimentare (i Ferrero o i Perfetti), dalla moda e lusso (Del Vecchio di Luxottica, Giorgio Armani, Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, Renzo Rosso), alla farmaceutica e all’industria ad alto contenuto tecnologico (Stefano Pessina o i Rocca di Techint). Insomma, secondo Repubblica, uscirebbero dalla cima della lista investitori finanziari-immobiliari come Caltagirone o chi in passato ha puntato troppo sulle banche.

Non c’è da essere proprio sicuri di questa interpretazione incoraggiante, che fa intravvedere l’esistenza di una imprenditoria dinamica,   che investe  sulle produzioni e sulla circolazione dei beni piuttosto che scommettere alla roulette del casinò finanziario. Proprio perché la velenosa potenza del suo gioco d’azzardo è immateriale, gira vorticosamente e sfugge a monitoraggi e rintracciabilità, si avvale di scatole cinesi, di soggetti paravento, si sottrae al fisco grazie a sempre più numerosi paradisi esotici e non.

Fosse così, invece, si stesse davvero ricostituendo, sia pure lentamente, una classe imprenditoriale che vuole rimettere in moto il meccanismo delle produzioni, che grazie al suo profitto, proprio come la manina disegnata da  Adam Smith, fa scendere sulle nostre teste in penitenza la impalpabile polverina di un benessere diffuso, fosse vero che esiste  qualche speranza sulle sue capacità  di produrre in futuro più innovazione, lavoro e reddito e meno rendite parassitarie, allora si potrebbe dar torto allo studio commissionato più di un anno fa “Gini-Growing inequality impact”, che mise in evidenza che l’Italia è tra i paesi europei che registrano le maggiori diseguaglianze nella distribuzione dei redditi, seconda solo al Regno Unito, e con livelli di disparità superiori alla media dei paesi Ocse. Allora si potrebbe smentire la religione neo liberista che si fonda sul credo  che la diseguaglianza non inficia in alcun modo la crescita, giustificando  la corsa folle e dissipata alle privatizzazioni, alla deregulation dei mercati finanziari,  per permettere alla libera iniziativa di dispiegare liberamente tutta la sua potenza ferina. Allora avrebbe ragione chi mette in guardia dalla tentazione di detassare redditi e soprattutto patrimoni immobiliari e mobiliari dei più ricchi, che  congelerebbe iniziativa, promuoverebbe delocalizzazioni, impoverirebbe con un effetto cascata tutta la società.

Come se tutto ciò non fosse già avvenuto, come se, è perfino banale ripeterlo, non avessimo ormai tutti conoscenza delle ricadute nefaste dell’austerità, come se non fosse evidente il danno prodotto dall’assoggettamento degli stati e dei governi all’imperialismo finanziario.

Come se i veri ricchi, meno identificabili di quelle famiglie immortalate da Forbes come dai settimanali di gossip, meno mondani dei tycoon stesi sul ponte dei panfili o ai bordi di smisurate piscine, non appartenessero, sia pure più appartati e anonimi, a quella cupola  planetaria, costituita da grandi patrimoni, da alti dirigenti del sistema finanziario, da politici che intrecciano patti opachi con i proprietari terrieri dei paesi emergenti, da magnati dell’informazione, insomma da  classe capitalistica transnazionale che domina il mondo e è cresciuta in paesi che si affacciano sullo scenario planetario, grazie all’entità numerica e al patrimonio controllato. E che rappresenta  decine di trilioni di dollari e di euro che per almeno l’80% sono costituiti dai nostri risparmi dei lavoratori,  che vengono gestiti a totale discrezione dai dirigenti dei vari fondi, dalle compagnie di assicurazioni o altri organismi affini. E che è servita da  quelli che qualcuno ha chiamato i capitalisti per procura, poteri forti per la facoltà che hanno di decidere le strategie di investimento, i piani di sviluppo, le linee di produzione anche di quel che resta dell’economia reale, secondo i comandi di una cerchia ristretta e rapace, banche, imprese, investitori e speculatori più o meno istituzionali e più o meno illeciti per via di fosche alleanze e di coincidenza di interessi e modalità, ma anche a causa di un comune disprezzo per regole e leggi, quei lacci e laccioli che, nel contesto democratico, dovrebbero ostacolare profitti illegali, accumulazioni tossiche, ricchezze letali.

Cinici e bari si susseguono con l’istinto a entrare a farne parte di quella cupola, a tutelarla perché finanzi e promuova aspirazioni e ambizioni, a giurarle eterna ubbidienza perché garantisca poltrone e privilegi.

Cinici e bari ogni giorno rivendicano una necessaria, per non dire doverosa,  neutralità morale che avrebbe lo scopo di assicurarci la felicità grazie alla  pacificazione dei soldi con l’etica, chiudendo un occhio realistico e pragmatico sui  vincoli sempre più stretti tra finanza  e criminalità, in una interazione visibile di modalità, sistemi, procedure, modelli organizzativi. E che nel nostro Paese assume fattezze particolari, se convive l’abitudine arcaica dell’intrallazzo con la ‘grande organizzazione manageriale’, che piace tanto agli arrivisti della Leopolda, tirati su col mito di Gekko, sia pure passato per Arcore.

Che gliene importa delle nostre famiglie, delle nostre vite, del nostro Paese?  se come ebbe a dire il guru dei paradisi fiscali, Adam Starchild: “Home  is where money is”. E se, purtroppo, erano i nostri.

 

 

 

 

 


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