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Tav di mare

grandi-navi-venezia-inquinano-veramente-navi-crociera-v6-381602-1280x720Anna Lombroso per il Simplicissimus

Già me li immagino quelli del Simby, si purchè nel cortile degli altri. Le compagnie Costa e Aida, del gruppo mondiale Carnival Corporation, hanno prenotato per l’anno prossimo gli approdi a Trieste e a Ravenna  per tutte le navi che abitualmente iniziano e finiscono le loro crociere alla Marittima a Venezia.

In realtà si sono riservati di attraccare anche a Venezia, come hanno già fatto altre volte, ma è probabile che in questo caso si tratti di un segnale intimidatorio lanciato al Governo in previsione di un provvedimento, applaudito da autorità scientifiche come Celentano, che dirotti il passaggio delle navi corsare dal Bacino di San Marco al Canale alternativo, quello certamente meno suggestivo. dei Petroli rinforzato all’uopo da opere affidate all’immancabile Consorzio Venezia Nuova.

E infatti la stampa locale ci fa subito sapere che le due compagnie, da sole, coprono il 30% del traffico della Marittima; l’approdo che è il nono porto crocieristico nel Mondo, il terzo in Europa ed il primo home port italiano,   ristrutturato con la munifica magnificenza di più di 100 milioni di euro nel corso del decennio dal 1990 al Duemila, per conseguire il traguardo dei 2,5 milioni di crocieristi in transito all’anno, è economicamente sostenibile solo se mantiene determinati standard di utilizzo, pena un incremento delle tariffe praticate alle compagnie, che, sottolineano i riflessivi cronisti,  si sono dovute sobbarcare i costi conseguenti agli incidenti di giugno e luglio. Senza dire che già dal 2015 a causa della crisi è diminuito di almeno il 30% il numero dei croceristi, altro duro colpo dopo quella fase di arresto simbolico del 2012 con il naufragio della Costa Concordia e la promulgazione del Decreto Clini-Passera, che vietava il passaggio in Bacino di San Marco e nel canale della Giudecca alle navi di stazza lorda superiore alle 40.000 tonnellate. Il provvedimento, scaturito dall’emozione e dalla preoccupazione che un simile pericolo possa verificarsi  all’interno della città storica,  rinvia però la propria applicazione al momento in cui sarà trovato e realizzato un percorso d’ingresso alternativo. Così nel confuso e contraddittorio rimpallo di proposte, stalli, progetti e ricorsi che ne consegue, la provvisorietà diventa definitiva.

Ora chiunque dotato di un modesto buonsenso capirebbe che siamo di fronte a un altro caso Tav su scala appena un po’ ridotta: si pensano e si realizzano opere ingiustificatamente  superbe  e sovradimensionate senza fare il conto con l’oste, la riduzione del traffico, l’austerità che restringe i consumi, la proposta di nuove rotte, una inversione nel percorso della megalomania gigantista che ha abbassato l’altezza dei grattacieli in tutti i posti civilizzati salvo Milano e che  potrebbe provocare un ridimensionamento anche nelle stazze  al fine di ridurre  rischi e consumi.

Invece no, meno di venti anni fa proprio come  circa di venti anni fa si sono cominciati a praticare inutili buchi sulla montagna, si è attrezzato il porto della città più sensibile, fragile ed esposta del mondo per essere oggetto di un oltraggio quotidiano che a volte ammonta a 13 passaggi in un giorno  e che perfino a detta dell’Università che ha avuto tra i suoi prestigiosi rettori lo stesso che poi ha davvero applicato il format distopico del transito delle navi davanti a San Marco, non porta benefici economici alla città pericolosamente sfiorata dai mostri, dalla cui pancia nemmeno scendono più i suoi forzati, preferendo fotografarla e fotografarsi sul ponte più alto con la Basilica ridotta a modellino dentro la palla di vetro anche senza neve.

In previsione di trovare destinazioni con tasse e imposte più basse, per evitare altri purtroppo probabili rischi, per non aver a che fare con un’opinione pubblica che si è fatta più attenta, le compagnie stanno decidendo con il buonsenso della tasca al posto dello spirito di servizio e della cautela   dei governi che si sono succeduti, oggi incarnati dalla De Micheli che avverte che sulla Tav è inutile discutere, è tutto deciso e si è provveduto sollecitamente ad avvertire di questo l’Ue.

Che tanto si sa che a fare le scelte sono sempre i padroni: sono state le compagnie a darsi un codice di comportamento scegliendo, dopo l’incidente della Costa e in attesa che le autorità si pronunciassero,  di posizionare a Venezia solo unità fino a 96.000 tonnellate confermando la volontà di dettare le regole al posto dei soggetti pubblici fino ad acquisire nel 2016 l’intera proprietà della Vtp, la società privata a partecipazione pubblica  incaricata di “governare ed incrementare il traffico passeggeri”, diventando di fatto  gestori e clienti del terminal passeggeri veneziano, un mostro giuridico che ha altri illustri precedenti nella Serenissima.

Adesso i combattenti Non Grandi Navi saranno imputati di aver prodotto un danno economico che avrebbe dovuto risarcirci di quello morale prodotto sulla nostra reputazione dall’aver permesso quell’affronto recato alla crescita, come se le navi da crociera fossero virtuose più delle petroliere della Schell,  come se i loro carburanti fossero più respirabili di quelli dei vecchi Concorde (in Europa 203 navi da crociera inquinano più di tutte le auto, 260 milioni, in circolazione), come se non fosse dimostrato dimostrato il pericolo prodotto dallo spostamento d’acqua  sulla idromorfologia lagunare, come se non fossero in discussione da anni il volume  e la tipologia di turisti che si riversano e occupano una città già drammaticamente desertificata  dall’espulsione di residenti e attività. E come se i proventi non fossero a unico beneficio non di Venezia bensì dei privati che con la privatizzazione dell’aeroporto di Tessera e grazie al regalo offerto a una enclave extraterritoriale (le navi) da gestire in regime di monopolio da compagnie  straniere – che hanno interesse a fare apparire pochi profitti in loco, per trasferirli all’estero – hanno creato e consolidato un polo che accentra e gestisce l’accesso navale e aereo, estraneo alla città anche se costruito con capitali pubblici.

Diceva il Marco Polo di Calvino: ogni volta che descrivo una cottà dico qualcosa di Venezia. Adesso potremmo dire che ogni volta che decsriviamo la morte di una città dobbiamo pensare a Venezia, al suo Arsenale dove di costruivano le navi che ne avevano fatto una trionfante potenza, davanti al quale sfilano i tetri condomini con i loro nuovi forzati.


Politica Spazzatura

inceAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non badate alle apparenze, il vero insider del Pd nel governo è Salvini. Proprio come nei romanzi di spionaggio la sua copertura è assicurata dalla deplorazione per i suoi comportamenti belluini, dalla condanna per le sue intemperanze da gran maleducato, dal biasimo per le sue impulsività brutali, che dovrebbero fare di lui un pericoloso ricercato da assicurare se non alla giustizia almeno alla  censura morale. Il Pd è ormai uno spettro i cui aderenti coincidono numericamente  con gli aspiranti segretari/becchini, ma nell’incarico riservato e sotto traccia dato al Buzzurro istituzionale, ha visto giusto perché il suo fascismo confonde sulla vera natura del totalitarismo, al cui servizio  il cosiddetto arco parlamentare si presta anche grazie alla ineluttabilità di scelte compiute dalle quali sarebbe impossibile tornare indietro.

Così se i 5stelle ci vogliono far digerire in nome della irrimediabile fatalità la Tap, la Tav, le Triv, il Mose, le Grandi Navi, e le Grandi Schifezze imposte dai governi precedenti, Salvini come per magia le trasforma  in opportunità doverose, proprio nello stile del più perfetto renzusconismo, come sta accadendo con gli inceneritori in Campania, che potrebbe diventare la regione pilota per l’esecuzione in grande stile e in tutto il Paese  delle strategie di “gestione” dei rifiuti dello Sblocca Italia dettate dalle stanze del partito delle discariche e degli inceneritori: grandi aziende (molte municipalizzate), grandi interessi e collegamenti  consolidati con i passati governi e frange influenti di quello attuale (anche se l’oscuro ministro Costa fa dei tentativi di impugnazione del famigerato decreto e Fico sbraita perlopiù inascoltato), c’è da star sicuri, con la criminalità.

Nel provvedimento, che dichiarava “strategici” e di prioritario  interesse nazionale trivellazioni petrolifere e infrastrutture per il gas, irrinunciabili proprio come l’alta velocità, qualche  metropolitana perfino sotto Piazza dei Miracoli, uno o più stadi, erano indicati come irrinviabili anche gli inceneritori, dando vita a una stridente contraddizione: da una parte si ribadiva la necessità di costruirne di  nuovi  per andare incontro a una presunta domanda insoddisfatta. Dall’altra si imponeva la liberalizzazione del  traffico di rifiuti da una regione all’altra  per  sfruttare  appieno il potenziale dei termovalorizzatori  oggi largamente sottoutilizzati e in forte passivo con pesanti ricadute sui conti delle società di gestione che hanno bisogno di importare rifiuti da bruciare, da qualunque parte provengano.

Anche allora, autorevoli esponenti dell’ambientalismo prestati alla compagine, compresi quelli di un’altra lega della quale erano stati prestigiosi dirigenti, fecero intendere che si doveva dire Si, si trattava di una scelta doverosa in presenza di un popolo riottoso che non si dedicava col necessario scrupolo alla differenziata e per garantire profitti e guadagni alle imprese di settore, aziende parapubbliche e cooperative, nel nome della green economy.

E a quello stesso verde, come i fazzoletti e le cravatte che inalberava nei pellegrinaggi sul sacro fiume, si ispira Salvini, che ha annunciato di voler collocare un inceneritore in ogni provincia della Campania e a chi dice no, peste lo colga sotto forma di malattie e roghi. Che poi la logica è sempre la stessa, quella degli untori che mettono la fonte del contagio o il vaso dei veleni, dove ci sono già, porcheria più porcheria meno, in modo da convogliarvi anche quelle che arrivano dall’operoso Nord, che la strada la conosce già per averla percorsa andando a rovesciare i suoi rifiuti tossici e nocivi in quelle che erano state campagne felici, convertite in terre dei fuochi.

Poco importa che si tratti di un braccio di ferro con gli alleati che vedono mettere in discussione uno dei loro capisaldi, poco importa se si tratti dell’ennesima dimostrazione di disprezzo nei confronti del sud parassitario. Importa invece che siamo di fronte a una di quelle scelte anche simboliche che denunciano come il capitalismo possa essere stupido e irrazionale fino all’autolesionismo, e che lo siamo anche noi se riteniamo di potergli affidare i nostri destini, il lavoro, la salute, l’ambiente.

Nel Nord esistono alti tassi di raccolta differenziata, ci sono inceneritori (circa 45, che  trattano però solo il 17,2% di RSU, e lo 0,7% degli speciali, e sono quindi  sottoutilizzati perché  gli enti e le comunità locali rifiutano l’eventualità di far conferire rifiuti provenienti dal Centro e dal Sud)  e discariche, ma la presenza di un mercato drogato e di infiltrazioni criminali ha favorito la transumanza colonialista di rifiuti speciali e tossici nei depositi clandestini del Mezzogiorno o saturando le discariche  “regolari”.  Da Roma – dove Marino si è reso responsabile di aver chiuso Malagrotta e la Regione guidata da un altro probo celebre, Zingaretti, si è resa responsabile di non mettere a punto un’alternativa, e non solo, partono i carichi di robaccia mista, controllati da organizzazioni quanto meno opache, costosi quanto irragionevoli, poiché i paesi di destinazione cui paghiamo il trattamento ci guadagnano lautamente con il recupero energetico.

Il fatto è che la soluzione della raccolta differenziata sarebbe quella ottimale, favorisce un incremento occupazionale oltre a standard di compatibilità ambientale elevati. Ma  non è la preferita dai signori dell’immondizia. Perché un inceneritore medio come quello di Parma, costa sui 300 milioni di euro e brucia 130.000 tonnellate l’anno, impiegando poche decine di persone, si tratta di impianti molto complessi e costosi da costruire e gestire con la conseguenza fisiologica che le spese si ripercuotono sulle tariffe: ogni tonnellata di solidi urbani  incenerita costa ai comuni, e quindi a noi, intorno a 150 euro. Per questo il brand è così redditizio soprattutto quando diventa emergenza e costringe a misure eccezionali, commissari e autorità speciali, localizzazioni estemporanee in zone che sono sempre le solite, le più bistrattate. Anche se un bell’inceneritore è previsto a Venezia e uno a Firenze (costo pari a circa 170 milioni di Euro, per smaltire 200.000 tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati annui), sempre per la legge della necessità sarebbero indispensabili per fronteggiare la crisi di un surplus di rifiuti originati da un turismo auspicato ma maleducato che non si adegua alle regole della differenziata. In nessuno dei due casi si pensa alle alternative praticabili, come ad esempio la ristrutturazione degli impianti di Trattamento Meccanico Biologico (TMB) finalizzati a recupero dei materiali e già presenti, operazione che nel caso di Firenze costerebbe intorno ai 5 milioni.

Ma a pensar male si fa bene e non è certo un caso che in coincidenza con lo Sblocca Italia sia nato il più robusto polo dell’incenerimento in Italia grazie alla fusione di due società, la Kinexia di Pietro Colucci, convitato eccellente alle cene di Renzi, e la Biancamano di Giovanni Battista Pizzimbone, compagno di merende  di Marcello Dell’Utri, che aveva a suo tempo rilevato le attività ambientali del gigante cooperativo Manutencoop, e sostenuto da un pool bancario disposto a sobbarcarsi i debiti dei due dinamici partner.

Anche oggi basterà seguire il tintinnare delle monete per vedere che faccia ha il fascismo che suggerisce gli slogan del   Rodomonte de noantri, per capire che i suoi veleni sono sempre gli stessi e sempre gli stessi sono gli intossicati.

 

 


Venezia, morti di turismo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Inutile chiedersi perché  ci immalinconissero quasi come una umiliazione collettiva quando apparvero anni fa a propagandare quelle nefande rivisitazioni vivaldiane tramite sintetizzatori e pianole elettroniche promosse addirittura a colonna sonora di Regate Storiche,  trasmesse a elevatissimi decibel per il godimenti dei mordiefuggi.

È che quei ragazzi messi  a patire il freddo in abiti di broccato, polpe  e crinoline a distribuire dépliant cercando clienti agli angoli delle strade, quelle desolate immaginette goldoniane  stavano proiettandoci il trailer sinistro del destino di una città che non aveva per fortuna voluto l’Expo del 2000 per trasformarsi in una squallida esposizione permanente, in uno di quei parchi a tema che retrocedono a  scenari e quinte   di cartapesta facciate e sfilate di palazzi  monumentali,  dove circolano quelli che erano gli abitanti ridotti ad umiliate comparse e avviliti figuranti in velluti  tarmati e lisi, in uno di quegli outlet della memoria e dell’immaginario, in uno di quei centri commerciali della cultura e dell’arte, senza più residenti ma solo inservienti e clienti.

È per denunciare questa trasformazione aberrante di Venezia, che venerdì veneziani di tutte le età hanno scelto in pieno Carnevale non un travestimento ma una maschera simbolica, quelle macchie nere su fondo bianco di un animale in via di estinzione minacciato a braccato  dalla violenta potenza del profitto e dello sfruttamento, sotto forma di interventi speculativi, di opere pesanti e rischiose, della mercificazione di paesaggio, cultura e storia convertiti in prodotti di consumo, proprio come le emozioni negate a cittadini di territori invasi, divorati e esauriti da invadenza e logorio, ma anche i visitatori resi passivi utenti di un rituale sempre uguale: arrivare, parcheggiare, comprare il biglietto, girare per il luna park e sostare per brevi istanti, quelli di un selfie, davanti alle attraction imposte dalla liturgia turistica, finalmente tornare alle auto, ai pullman. Insomma alla loro realtà.

Il fatto è che città come Venezia che hanno creduto di vivere di turismo, di turismo muoiono.  Anche prima di quello che potrebbe rivendicare di essere il peggior sindaco,  quello che vuole fare un nuovo porto offshore per le navi oceaniche, quello che pensa a una nuova Marghera con nel “waterfront grattacieli fino a cento metri con terziario e residenziale, tanti quanti ne vorranno i costruttori, alle spalle una zona industriale, sui canali la logistica”, quello che ha venduto l’aeroporto del Lido a 26 mila euro e ha privatizzato il Giardino di Papadopoli, solo per fare qualche esempio, anche prima con amministratori superboni e remoti, con altri esplicitamente ammanigliati, con commissari inutilmente autoritari, le invasioni turistiche ormai non più stagionali soffocavano la città.

Ma nel tempo l’allarme è stato addomesticato ad arte. Nell’88 uno studio condotto dall’Università di Ca’ Foscari e in particolare da Paolo Costa aveva fissato a 20.750 il numero di turisti “sostenibili”.

Poi Costa è diventato sindaco e dopo ancora presidente di quell’Autorità Portuale (ora torna nelle vesti di consulente influente del sindaco Brugnaro, come dire uno Schettino al management pubblico) che ha scelto come mission la promozione euforica delle crociere con categorico e doveroso passaggio in Bacino e ha rimosso il monito a conclusione del suo studio: troppo oltre quei 20.750 turisti, Venezia potrebbe non sopravvivere in quanto comunità urbana.

Così risale al 2009 una successiva analisi, considerata più “realistica”, commissionata dal Comune a un ente  che gli appartiene,  ha fornito sulla base di un modello matematico il dato della capienza massima della città: centocinquantamila persone. Tante sarebbe in grado di reggerne – fisicamente – Venezia,  tante ne possono   «camminare» tra Piazzale Roma e la stazione verso Rialto e piazza San Marco, lungo l’asse più frequentata della città. Oltre  il sistema  urbano collassa, diventa ingestibile. E aveva predisposto uno studio sui flussi cui per anni in troppi si sono riferiti, indicando in 21,5 milioni l’anno il numero di visitatori con una media di 59.189 giornalieri, secondo dati ricavati dai servizi di trasporto incrociati con quelli delle presenze alberghiere. Già c’era poco da crederci. Ma pensiamo a cosa è successo con il boom del turismo da crociera e alla sua incidenza se il report del Comune sul 2015 parla di 25 milioni di presenze “stimate” e se perfino l’inappropriato ministro “competente” Franceschini si è detto preoccupato dalla notizia che hanno gravitato nell’area Marciana di Piazza San Marco 27 milioni di persone.

È che è difficile una contabilità di passaggi, soste, pernottamenti  tra quelli che come marionette vengono trascinati per calli e campi e quelli che invece possono appartarsi nelle piscine del Cipriani, quelli che sfuggono a ogni controllo perché la crisi ha creato una economia sommersa di B&B e case vacanze, quelli che vengono vomitati per poche ore dai pullman e quelli che scendono per pochi minuto dai mostri marini, giusto il tempo per una foto e per sfiorare i pochi indigeni ormai molesti.

Ma comunque sono troppi. Sono troppi per una città così speciale e fragile e sono troppi perché la loro pressione è il segno del successo del disegno di cacciata dei residenti, della strategia di commercializzazione della città, di svendita del suo patrimonio monumentale e abitativo, di conversione delle sue botteghe e attività artigianali nei santuari del mercato, mall uguali qui come a Dubai, dell’espulsione di uffici pubblici diventati superflui, del rincaro di affitti e servizi promosso per favorire l’esodo, dell’espropriazione e alienazione anche dell’anima di una città che ha rappresentato un miracolo urbanistico, un prodigio di convivenza, un miracolo di mecenatismo e incoraggiamento di arti e mestieri.

Se non ci ribelleremo nulla verrà fatto per sospendere questo processo involutivo, che ci riguarda tutti non solo perché nell’immaginario Venezia è un bene comune, ma anche perché è un laboratorio osceno del destino che aspetta tutto il paese, con i paesi e i borghi investiti dal sisma condannati a svuotarsi per diventare anche quelli mete del turismo religioso, con la Sardegna svenduta agli sceiccati, con il Mezzogiorno abbandonato in modo che diventi merce deteriorata offerta a predoni variamente criminali, con Milano offerta a imprenditori intenti a svuotarla per convertirla in un grande centro direzionale di una economia immateriale e improduttiva. Le misure ci sarebbero: limiti alle presenze, controllo degli accessi e indirizzamento dei flussi,  decremento del turismo dei corsari delle crociere, vigilanza sulle forme illegali di ospitalità. Ma non bastano di certo se i veneziani non potranno riappropriarsi della loro città, ritrovare una vocazione che non sia solo quella servile di affittacamere e di ingordi quanto miserabili profitti, se non premieranno amministratori che vogliano sottrarsi agli imperativi padronali, ai gioghi del pareggio di bilancio, ai ricatti delle lobby.

Bene hanno fatto quelli dell’associazione ‘Veneziamiofuturo’ a scegliere il sagrato della Salute, la chiesa innalzata per celebrare la fine della tremenda epidemia. Oggi sono solo 54.600 i residenti nei sestieri, molti meno dei sopravvissuti alla peste del 1630 quando ci volle un secolo per tornare ai livelli di prima del terribile contagio, e pari al numero di quelli che sfuggirono alla falcidia  del 1348. Ma si vede che si trattava di flagelli meno cruenti.

 


Sorpresa. Il ministro contro le extension del Pd

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte le buone notizie sono così sorprendenti che uno resta stordito, sospetta   motivazioni opache dietro ad estemporanei sussulti di buon senso e di attenzione per l’interesse generale. Mi è successo quando il ministro dei Beni Culturali Franceschini – che periodicamente critico per le sue scelte, più o meno “libere”, in materia di impoverimento del sistema di vigilanza e tutela, per i criteri arbitrari di selezione del personale al vertice dei musei, per i silenzi colpevoli sullo Sblocca Italia e le sue ricadute su paesaggio, centri storici, beni comuni, per le sue “visioni” in materia di valorizzazione del Colosseo, per l’entusiasmo nei confronti della carità pelosa di improbabili mecenati – ha assunto una posizione ferma nei confronti della consegna irresponsabile di Venezia ai corsari delle crociere.

Può darsi dunque che, come a volte accade, la funzione pubblica, il ruolo istituzionale, orientino positivamente chi li esercita e gli impongano di rispettarne la dignità e le finalità di servizio. E anche se sarebbe preferibile che i rari no assumessero la forma di decreti, provvedimenti, misure, ci accontentiamo che il ministro, dispiacendo a tutta la platea degli Stati generali del turismo sostenibile a Portici, abbia bocciato la soluzione Canale Vittorio Emanuele, quella proposta dal sindaco di centrodestra Luigi Brugnaro e che in Laguna ha messo d’accordo Lega Nord e Partito democratico, la capogruppo dem in Regione Alessandra Moretti e Paolo Costa, il potente e prepotente presidente dell’Autorità portuale, sottintendendo che la sua contrarietà non si limita al nuovo scavo, che minaccia il già precario equilibrio del sistema lagunare,  ma si estende al criminale passaggio delle navi da crociera in laguna.

“Il turismo delle grandi navi a Venezia ci andrà comunque, ha detto Franceschini, ma mi chiedo se non abbia più senso utilizzare come hub il Porto Vecchio di Trieste. Dobbiamo andare avanti anche a costo di scontentare qualcuno”.

E la lobby degli scontenti si è fatta subito sentire, dalla trombata fresca di parrucchiere, promoter locale del Partito Unico anche per via di promettenti andirivieni che hanno caratterizzato la sua carriera, per fortuna resistibile, al neo sindaco, comunicatore dinamico e coattivo che emula su scala territoriale i fasti del cavaliere,  che però ha lasciato scadere i termini per la presentazione delle linee programmatiche dell’azione della sua giunta, iperattivo e cinetico in annunci scandalosi, ma letargico nell’avviare interventi concreti – e forse è meglio così, dal governatore Zaia che si ricorda di Venezia solo quando c’è da mungere, al presidente della Venezia Terminal Passeggeri, Sandro Trevisanato, che rintuzza che i “turisti vogliono venire a Venezia e non a Trieste …. dove non c’è niente da vedere…”, come invece vorrebbero i soliti disfattisti, da Celentano a Italia Nostra, da anarchici insurrezionalisti  screanzati che cercano di ostacolare il legittimo sfiorare San Marco di condomini alti più di 60 metri quando in città l’altezza media delle case non oltrepassa i 15, dall’anima nera Paolo Costa, presidente dell’Autorità Portuale   (nonché ex sindaco ed ex ministro delle Infrastrutture) che a un tempo si preoccupa dell’interesse del suo ente, delle cordate amiche che circolano intorno al vero padrone della città, il Consorzio Venezia nuova, quello dell’eterna “ammuina”, scava e riempi, in modo da fare lo stesso con le tasche dei contribuenti e con quelle degli imprenditori,  e di quelli  dei pirati delle multinazionali delle crociere, e ai loro rappresentanti, gli unici a beneficiare davvero del quotidiano attentato alla città, insieme alle corporate dei viaggi, che invece l’economia diffusa di Venezia è solo penalizzata.

Si, perché i continui richiami di questa cupola alle ricadute negative per i profitti della collettività cittadina  che deriverebbero dalla doverosa sospensione del transito delle Grandi Navi, si fondano su accertate bugie, statistiche dei polli, equilibrismi normativi di quelli usati per  fare legge la corruzione e per corrompere le leggi, grazie a regimi speciali, licenze e concessioni straordinarie, deroghe e incarichi diretti.

A sostenerlo non sono incalliti misoneisti, fan della decrescita, gufi moralisti, conservatori snob che pretendono di essere gli unici a comprendere la vulnerabilità della bellezza e dunque gli unici autorizzati a goderne. Da anni perfino l’Università di Ca’ Foscari, della quale fu un tempo rettore proprio Paolo Costa, mette a confronto introiti e danni:   a dar retta ai  numeri dati dalla cupola delle crociere,  ammonterebbe  a  435 milioni di euro   l’indotto totale del brand:  288 per acquisto di beni e servizi localmente; 147 per carburanti e altro. Ma per il Professor Tattara dell’Università l’indotto si riduce a  270 milioni, che comunque   non compenserebbero   i costi ambientali per la città, i suoi abitanti e la sua laguna, e che presentano un bilancio di  ben più di 320 milioni, sotto le voci emissioni, rifiuti, rumore, dislocamento delle masse liquide, vibrazioni e onde radar.  Per non parlare del rischio di incidente: nel corso degli anni la «Mona Lisa» si è incagliata davanti Riva degli Schiavoni, la «Haci Emine Ana» è finita in avaria contro i cantieri del Mose a Malamocco, la «Celebrity Solstice» e la «Carnival Breeze» hanno rotto gli ormeggi in Marittima per il vento.

Per non parlare della pressione sulla città. Fu sempre Costa, è perfino grottesco ricordarlo, a effettuare  nel 1988 un “modello lineare”  attraverso il quale si sarebbe potuto stabilire il numero massimo di visitatori che la città poteva accogliere. Il risultato fu che Venezia era piena come un uovo con 20.750 turisti al giorno, accalcati nelle calli, davanti a Carpaccio, in fila a San Marco. Sono passati 27 anni, quei 20.750 turisti al giorno, 7,5 milioni l’anno, che allora sembravano troppi, sembrano un numero ridicolo rispetto alle odierne invasioni, sul cui volume Costa passato ad altre competenze non si esercita ma che nel 2011 contavano circa 30,38 milioni, circa 83 mila presenze giornaliere. Naturalmente sull’apporto a questi calcoli approssimativi dei croceristi poco si sa. Quando occorre accreditare il loro contributo ai profitti turistici della città allora si esalta il numero di turisti imbarcati a Venezia nel 2012, 1.775.944 unità. Quando invece è preferibile sottovalutare il tremendo impatto su un tessuto urbano così vulnerabile, allora i numeri scendono, i forzati delle crociere si muoverebbero in invisibile e ubbidienti cortei che ordinatamente vengono irreggimentati verso la nave senza colpo ferire. E anche senza comprare,  né consumare niente, come sospettano gli esercizi cittadini esclusi dai decantati profitti, che vanno invece a compagnie internazionali di tour operator. E c’è da creder loro se perfino i dati ufficiali parlano di un crocerista su 4 che compra la palla di vetro con la neve o la maschera prodotta a Taiwan, se a vederli i crocieristi che si fanno i selfie con le spalle a San Marco, si capisce che la vera voluttà è stare lassù, guardare dall’alto le formiche veneziane, provare, con l’illusione temporanea del lusso, il delirio di onnipotenza della Serenissima ai loro piedi.

Ma come dicono i corsari e i loro inservienti, tutti vogliono andare a Venezia. E tutti hanno diritto ad andarci: che è come dire che tutti i tifosi del mondo dovrebbero esigere di assistere alle partite dei mondiali nello stesso stadio, che tutti i fan di Vasco Rossi devono stare nella stessa arena nella stessa sera a sentire Albachiara. E che la città più speciale del mondo, che è anche la più fragile,  è condannata a morte per garantire un illusorio egualitarismo in tempi e luoghi di disuguaglianze sempre più feroci.

Però consoliamoci, sarà un’emozione nuove fare il tifo tutti nello stesso momento per un ministro, con l’augurio che abbia la forza di continuare a dire quella piccola parola caduta in disuso, no.


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