Petroliere bruciano nello stretto di Hormuz, nonostante Trump, in quella clinica per alienati che si chiama Casa Bianca, dichiari che gli Usa abbiano il controllo totale di queste porte di ferro del petrolio dove tuttavia nessuna nave americana è presente, visto che la gloriosa flotta con le toilette intasate si tenga ben lontana non solo dallo Stretto, ma dalle coste iraniane. Però non è questo ciò di cui voglio parlare, anche perché subentra una certa stanchezza a riferire tutte le idiozie di cui è capace il milieu occidentale, mentre le sue mura di Gerico si sgretolano. È piuttosto un’altra dichiarazione fatta nella conferenza stampa in cui The Donald si è appuntato da solo la medaglia della vittoria in puro cartone da pacchi; qualcosa che appare molto più significativa per descrivere i tempi in cui viviamo. Alla domanda di un giornalista su cosa direbbe a quegli americani che hanno difficoltà a pagare il carburante e i generi alimentari adesso che i prezzi sono alle stelle, l’ineffabile Trump ha risposto: “siete dei falliti, è la cosa migliore che potesse capitarvi, se avete delle difficoltà in questa economia, vuol dire che siete dei perdenti”.
Eccola la parola magica che in America ( e purtroppo ormai anche in Europa) rappresenta l’alfa e l’omega della vita: essere vincenti o perdenti, una prospettiva antropologica che più rozza non potrebbe essere, ma che si adatta magnificamente a una società che fa della disuguaglianza il suo motore e la sua essenza. E che a forza di essere ripetuta è diventata la parabola del neoliberismo, meglio ancora il suo strumento più affilato perché di fatto libera la società da ogni possibile responsabilità e la mette sulle spalle dei singoli che sono portati a colpevolizzarsi. È stampata sulla medaglia infame dello sfruttamento che sull’altra faccia ha una fasulla esaltazione del merito. In una società capitalista l’unico reale merito è per l’appunto il capitale che falsa le posizioni di partenza e con questo elimina quasi totalmente la possibilità di una vera gara. Purtroppo la dualità vincenti- perdenti è stata talmente introiettata che Trump può permettersi di ribadirla in piena campagna elettorale, senza temere di rischiare più di tanto. Non ha importanza che sia stato proprio lui, con la subornazione a Israele, con il suo cinismo da miliardario coniugato a visioni pseudo evangeliche, con il suo narcisismo patologico e con la sua scarsa conoscenza delle cose, a creare difficoltà a milioni di americani e ai cittadini dei Paesi amici che non sono altro che ascari con il fez: la sua micro coscienza sempre immacolata per incapacità di comprendere, gli permette di dire che è colpa loro se non ce la fanno.
In alternativa possiamo pensare che simili dichiarazioni in periodo elettorale siano un segno di crollo mentale di fronte a responsabilità che si fanno sempre più gravose e con il terrore della sconfitta in Iran. Può essere… in fondo quale scoperta potrebbe esser più destabilizzante per un personaggio come Trump che quella di essere un perdente? Ah sì un loser, ossia l’ offesa più cocente per un americano e insopportabile per un americano ricco? Così le sue intemperanze verbali, con questa sua sindrome di Tourette geopolitica, lo portano ad accusare gli altri di ciò che egli stesso ha paura di essere. La lingua batte dove il dente duole: il Washington Post sostiene che il presidente nei suoi twitter ha usato la parola loser 170 volte solo nel mese di settembre, lasciando intendere che una qualche ossessione stia scavando nella sua mente. Del resto ha anche usato 156 volte la parola weak, ossia debole, 222 volte dummy, ossia stupido e 183 volte il sinonimo stupid. Oddio è quasi un autoritratto.


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