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Archivi tag: Concita De Gregorio

Bulli e Pupe

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una impresa bellica dalla quale gli Usa escono sempre vincitori è quella contro la verità.

Condotta anche con armi potentissime: ipocrisia, riconducibile ad una interpretazione travisante del puritanesimo, sicché la bugia sul crimine sarebbe più disdicevole del crimine stesso, alterazione di fatti e perfino di immagini, oblio, in modo che sia lecito decifrare la storia per metterla al servizio del presente, anzi, come disse Napoleone: governare monarchicamente l’energia dei ricordi, rimozione, come nel caso delle torture inflitte dagli eroici soldati in Iraq, o delle energiche correzioni ai rapporti governativi dai quali c’è l’uso di cancellare dati e perfino definizioni poco accettabili e maleducate, come indigenza, fame, inquinamento, vennero contrastate proibendo l’uso dei videotelefonini, con i quali riprendevano le loro performance, impiego illimitato dell’eufemismo, nel quale l’America è maestra tanto da diffonderlo universalmente nel contesto  di quelle che, grazie a questa efficacissima figura retorica, ha chiamato “esportazioni di democrazia”, “rafforzamento istituzionale di paesi terzi”, “interventi si sostegno”, “missioni di solidarietà”, che d’altra  parte è ormai accertato che hanno saputo colonizzare anche il nostro immaginario. Insieme, ovviamente alla menzogna, da che mondo è mondo a disposizione del potere e oggi ancora più necessaria alla costruzione del consenso laddove la propagandata trasparenza del villaggio globale risulta essere essa stessa un ben confezionato inganno planetario.

Ma l’ipocrisia, ah l’ipocrisia è quella che funziona meglio, al servizio di religioni e movimenti, di regni e chiese, di tiranni e padroni, ma anche di gente comune che si sente autorizzata a impiegarla largamente per placare sensi di colpa e coprire viltà, per legittimare conformismo e sostituire comodamente il moralismo alla morale, per accreditare un’immagine di sé socialmente accettabile e rassicurare i regimi sull’accettazione degli stili di vita imposti come modelli etici e promessi come migliori dei mondi possibili.

Nel caso in questione, quello che stamattina occupa le prime pagine dei giornali, ne abbiamo davanti varie declinazioni, con un candidato che finalmente dà libero sfogo a istinti belluini, maschilisti e sessisti,  troppo a lungo repressi, in ossequio alle leggi del politically correct quello che fa sì che sia riprovevole molestare le colleghe sul posto di lavoro e più che mai le sottoposte, mentre deve essere approvato in nome della guerra al terrore il bombardamento di donne inermi in Siria, Libia, Iraq, e un competitor, la cui fama è legata al suo uniformarsi allo stereotipo femminile di moglie comprensiva, indulgente, tollerante delle corna, assimilate a una malattia della quale attendere l’auspicata guarigione col rientro nel talamo e nel  regole del bon ton, moderno aggiornamento de la piasa, la tasa e la staga in casa, possibilmente Bianca, però, obiettivo ambizioso  e premio concessole a scopo di risarcimento. Insomma una di quelle Grandi Donne, che piacciono alle bruttine stagionate, alle fan della Litizzetto o della Concita, che si sprecano contro i puttanieri senza preoccuparsi dei golpisti, a quelle che si sentono vendicate dal piatto freddo di una carogna in quota rosa e, peggio ancora, rappresentate da ministre, dirigenti politiche, presidente, imprenditrici, che hanno fatto dello scimmiottamento aberrante di modelli virilisti la loro cifra di successo.  Ma che piacciono anche ai maschi:  anzi sono sicura che Hillary sotto sotto, è la donna ideale anche per Trump, fascista quando lui, sessista quanto lui, bellicosa, cinica, spregiudicata  più di lui, ma, a differenza delle sue e di un popolo di ex mogli, capace di indirizzare la sua insaziabile avidità in ambiti più accettabili per un tycoon  della pretesa di alimenti principeschi, di voraci contratti pre-matrimoniali, di pruriginose memorie post divorzili. Sono certa che piace anche al Trump de noantri che di lei non direbbe mai che è più bella che intelligente e che rimpiange di non aver promesso alla sua ex first lady una degna successione, che gli avrebbe risparmiato tanti guai.

Ho però il sospetto è che la pubblicazione delle esternazioni del magnate a uno dei suoi magnaccia possa essere una sapiente trovata elettorale, per conquistarsi il consenso della maggioranza dei maschi  e forse anche di qualche donna, per mostrarsi com’è e come vorrebbero ammettere di essere in tanti: meschini, cialtroni, prepotenti, retrivi, volgari, vizi permessi, anzi necessari, come tutto ormai,  solo ai potenti.

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Giornalisti al top… secret

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da certe cene tra amici sarebbe consigliabile andarsene per ultimi: così non resta nessuno a malignare o tagliare i panni addosso.
Ma ci sono casi invece nei quali invece andare via prima permette di fare gustose rivelazioni su chi è rimasto. Oggi, quando mi sono trovata a commentare prima de il Simplicissimus il singolare comportamento professionale e l’approssimazione deontologica con la quale l’ex direttrice dell’Unità ha trattato il caso di un autorevole dirigente del Pd che alle ultime elezioni regionali sosteneva l’avversaria del suo candidato, sono stata accusata di essere la solita pruriginosa frustrata, invidiosa della carriera carismatica di una ben più brillante collega. A conferma appunto che certe loquacità tardive, certe rivelazioni postume, che hanno solo l’effetto di delazioni ormai inutili, continuano a avere successo anche dopo la caduta del governo dei cialtroni, che ben rappresentava una derisoria ostilità collettiva per doveri, morale, competenza e professionalità.

Ai vecchi tempi nei quali tutti volevano il bavaglio forse perché così avevano un alibi materiale per stare zitti, uno degli slogan che mi infastidì di più fu quello che suonava: stampa libera, il diritto di informare. La De Gregorio appassionata di diritti più che di doveri, ne ha dato una interpretazione restrittiva, ritenendo che esista una tacita licenza e una civile tolleranza relativa a tempi, nomi, tempestività e puntualità. Come dire ho una notizia e devo essere libera di tenerla nel salvadanaio degli scoop e decidere come, dove, quando semmai divulgarla. Si deve essere questo che si intende per libertà di stampa.

Forse – in fondo tutti teniamo famiglia – per qualcuno questa inclinazione al disvelamento a posteriori è una specie di assicurazione contro i licenziamenti: meglio tenerseli nel giornale, che se li cacci poi chissà cosa vanno a raccontare. Insomma, ma per carità non sarà certo questo il caso, la detenzione di informazioni è una specie di bomba a orologeria, una minaccia a babbo morto, un avvertimento educatamente minaccioso, secondo quella esplicita contiguità di molte attività con la mafia.
Eh si il berlusconismo non è finito: non perché ha radicato, quanto perché ci assomiglia troppo nella smania giocondamente provinciale di essere ammessi al potere, siano politici nostrani che sgangherati cancellieri, di conoscerne segreti e tic, di imitarli e ammirarli per poi irriderli e sbeffeggiarli se cadono in disgrazia o se cambiamo padrone.

E il potere lo sa, degli arcana imperii rivela solo quello che gli fa comodo far sapere, regola l’ammissione ai suoi retroscena scegliendo i più ambiziosi e vulnerabili alla corruzione del suo contagio. Somministra piccole “esclusive”, concede gentili favori, elargisce segmenti oculati di informazione, mostra letti sfatti per nascondere campi di battaglia, persuade con le buone maniere dell’autorevolezza per celare il brutto muso dell’autoritarismo.
Fossi la candidata trombata da sempre schierata nella condanna ai complotti dell’informazione di regime, suonerei le trombe dell’apocalisse contro chi non ha denunciato la cospirazione. Ma per che chi ha scelto di dormire sonni dorati non è arrivato il “quando” per svegliarsi.


Antagonisti da talk show

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Né con lo stato né con le BR. È uno slogan che conserva il suo fascino tra gli accidiosi. Più ferocemente armati di pregiudizi e conformismo.
Anche i bambini sanno che non occorre schierarsi con l’antagonismo professionale o con la provocazione sterile oppure con restaurazione ottusa e repressione torbida. Sarebbe sufficiente stare con la democrazia, con i diritti e con al legalità.
Ma le scelte chiare, quelle che costringono e scaturiscono dalla riflessione, dalla interpretazione dei fatti e degli eventi non sono premiate dall’auditel che invece sta molto a cuore al parterre dei talk show, come ieri sera alla Sette che applicando potere sostitutivo del servizio pubblico trasforma anche le piazze in teatrini prevedibili e improvvidi.

Così per non stare con la violenza degli incappucciati ma nemmeno con le istituzioni “sputtanatissime” e poco eleganti, per non stare con i subdoli infiltrati che rovinano le estatiche riunioni del bel paese in strada, ma tanto meno con la celere che mena a comando ma anche di sua iniziativa, cornuti a mazziati e senza benzina, per essere flessibili disincantati e moderni tant’è stare con Berlusconi, con l’irrisione dello stato di diritto, con il disprezzo di quella noiosa e arcaica legalità, con la violenza in doppiopetto che tanto mica colpisce chi vive nelle certezze contigue al potere e nei privilegi di una elegante iniquità. Si è più comodo difendere i precari visibili, quelli che fanno le ospitate, legittime per carità, trascurando che ormai qualsiasi lavoro è precario quando sono stati rovinosamente travolti diritti e conquiste in nome di una presunta e ostentata necessità disuguale, nei call center come a Pomigliano.

E è più realistico non fidarsi dello Stato, delle istituzioni traballanti. Ed è più “normale” incrementare anomalia perché l’illegittimità costume di pochi diventi licenza per tutti. Così si vede l’ex direttrice dell’Unità, si si proprio il giornale fondato da Antonio Gramsci, enunciare con tutta tranquillità che i suoi figli – inopinatamente partecipanti alla manifestazione del 15 – sapevano che sparse sul percorso c’erano le santabarbara dei black bloc, che conoscevano lo loro collocazione in piazza San Giovanni, ma si sono ben guardati dal denunciarne la presenza alle autorità preposte alla sicurezza e tanto meno agli organizzatori della manifestazione. La fiera mammina interrogata in materia si è mostrata sorpresa per la sfrontatezza del quesito: in fondo i suoi figli hanno applicato la tradizionale omertà esemplare di un senso comune che copre le malefatte per poterne compiere di analoghe.

Come la Marcegaglia che minacciata va a lamentarsi e chiedere protezione al capobastone di chi la intimidisce, mica dal magistrato: certe questioni si sa è meglio risolverle in famiglia, magari sacra e unita. E poi se in rete circolavano queste informazione perché la polizia non sta su Facebook a fare intelligence? Mica si aspetteranno che i cittadini facciano il loro dovere? Il dovere è appannaggio di chi è pagato per questo, poco, ma in fondo Pasolini è morto e la legalità anche e se scelgono di fare gli sbirri, devono avere il gene della violenza.

E, solo apparentemente dall’altra parte della barricata mediatica, Pace un reduce senza scrupoli e senza memoria diceva più o meno le stesse cose, avvilendo il nostro comune scontento e la nostra generale collera, perché al cinismo sono aperte molte strade e spesso un sicuro futuro e allora si può guardare il mondo appoggiati al davanzale, senza farsi male.
Ecco quel realismo che ha sotterrato l’utopia, quella concretezza che ha spento le idee, quel disincanto che annega rispetto delle regole e amore per la democrazia in una palude di rispettabile indifferente uniformità con la lesione della civiltà, della legalità, delle ragioni degli altri, ecco devono farci inorridire. Perché sono la vera antipolitica, sono il rifiuto della partecipazione e del riconoscimento in valori comuni, sono la rappresentazione di una realtà più cinica e arida e avida di quella che noi stessi viviamo.

Una volta si diceva che i ricchi sono diversi da noi, oggi più che mai la mutazione aberrante riguarda i pochi che vivono in privilegi caldi e sicuri, in certezze consolidante dalla contiguità col regime, che non si guardano intorno però, perché tutto per loro è una minaccia, tutto rappresenta un rischio per i loro pacifici e garantiti appannaggi.

La loro paura deve farci paura perché è quella che fa circolare diffidenza sospetto e violenza, perché preferisce non capire perché la comprensione potrebbe alimentare i loro timori, che mette le cuffiette in modo che l’artificiale armonia di un jingle pubblicitario copra il grido della collera. Che è velenoso, è cattivo, è irragionevole ma che bisogna stare a sentire prima che travolga tutto nella sua furia. Come sta a sentirlo e si interroga l’unica presenza viva e pulita, che ieri sera parlava di onestà, di integrità e di futuro, con quella faccia un po’ così, Landini, sorpreso che gli chiedessero se non aveva paura di essere scavalcato a sinistra dagli antagonisti, sconcertato che si pensasse alla crisi economica come a un gara per l’affermazione di una leadership. Si era una presenza normale, familiare e sensata in una realtà nemica, anomala e dissennata, che magari non ha bisogno di eroi, ma di gente per bene, si.


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