Archivi tag: complottismo

Paranoici e schizofrenici

Uomo-riflesso-in-uno-specchio-rottoAgli inizi degli anni 70, quelli in cui il neoliberismo cominciava a farsi strada e a sovrapporsi al capitalismo di matrice keynesiana, il commediografo Neil Simon scrisse Il prigioniero della Seconda strada che in anni successivi divenne celebre per l’omonimo film con Jack Lemmon. La storia dal finale aperto o per meglio dire elusivo racconta di Mel Edison, dirigente di un’azienda pubblicitaria, licenziato dopo molti anni di attività per una delle crisi cicliche dell’economia, che comincia a pensare a un complotto diretto contro di lui e contro la classe media americana. E’ la prima volta, almeno che io sappia, che la sindrome del complotto viene tematizzata a livello personale e riferita direttamente a uno stato di depressione e disordine mentale. Certo, a mezzo secolo di distanza, potremmo pensare che i disturbati erano quelli, compresi noi spettatori degli anni ’70, che compativano il povero Mel il quale non faceva altro che proiettare in un oscuro disegno diretto da qualcuno, le tendenze e le logiche che cominciavano a farsi strada nelle società occidentali.

E probabilmente da allora che un fattore paranoico è sempre stato associato al complottismo, una categoria spuria nella quale non entrano come sarebbe corretto solo le tesi più stravaganti e assurde, ma tout court ogni interpretazione diversa da quella imposta dall’informazione ufficiale, che dagli anni ’70 ad oggi si è concentrata in pochissime mani secondo le distopie  complottiste in voga negli anni ’80. E tuttavia in una società malata, non certo per qualche virus, alla paranoia che trova il suo placebo o la sua catarsi proprio nello smascheramento del disegno e dei suoi burattinai , non si contrappone quello che potremmo chiamare uno stato di equilibrio e di sanità mentale, bensì una patologia assai più grave : la schizofrenia. Essa è evidente soprattutto in quelli che potremmo definire i ceti colti, ossia la massa di manovra intellettuale del potere che  è costretta a lacerarsi tra la narrazione per la quale viene richiesta una recensione favorevole, anzi ubbidiente e i dati disponibili. La cosa è più che mai evidente in questa vicenda dell’epidemia dove mentre è fin troppo chiaro dalle cifre e persino dalla confusione  ad hoc delle cifre che si è di fronte ad una radicale enfatizzazione di una sindrome influenzale volta ad ottenere mutazioni sociali, peraltro talvolta anche esplicita,  il ceto colto è costretto a rimuovere il principio di realtà e l’evidenza dei fatti e negare assolutamente non tanto l’esistenza congiure e complotti che sono la fase ingenua e in certo senso primitiva del dubbio, quanto l’azione di dinamiche e strategie intrinseche al sistema, l’azione di gruppi di potere in concorrenza tra loro, manovre occulte e condizionamenti e insomma tutto ciò che fa parte della normalità sociale. Esso crede solo al virus e non fa una piega nemmeno quando gli uomini di scienza sui quali hanno giocato tutta la loro posta, dicono che è una disdetta la fine dell’epidemia perché così non si può fare un vaccino e si perdono miliardi.

La sola apertura di un qualche strappo nella tela, la comparsa di un’incoerenza, il sospetto di una manipolazione sono in grado come nello Jenga di far crollare tutta la costruzione ed è per questo che non vengono tollerate defezioni: esse, purché circoscritte, non sono molto pericolose per la narrazione globale, ma sono rischiose per l’instabile equilibrio dei singoli abitanti delle torri d’avorio date loro in concessione dal potere. Il ceto colto, ad onta della sua stessa ragione di esistenza, ha bisogno di risposte cognitive rassicuranti, di appoggiarsi e dare appoggio alle tesi ufficiali o se del caso alla divulgazione scientifica, anche quando essa non è palesemente in grado di dare risposte coerenti . Esso pare voler ignorare ciò che sa benissimo, che le informazioni e le conoscenze non vengono da un qualche iperuranio, ma sono fabbricate dentro le dinamiche sociali in atto, sono dunque sempre orientate  a interessi, strategie e non sono aliene da mistificazioni e fraintendimenti. Per questo quando Giorgio Agamben, sulla base dei dati concreti, ha scritto dell’invenzione della pandemia, non ha aperto una doverosa discussione, ma è stato assalito dalla muta elkaniana di Micromega in nome di una Scienza con tanto di S maiuscola che finora ha proposto decine di visioni differenti.

Ciò che emerge da tutto questo è che paradossalmente l’anticomplottimo appare più rassicurante e credibile del complottismo proprio nella misura in cui è cognitivamente più compromesso e più distante dalla razionalità. Il paranoico viene immediatamente riconosciuto perché la sua reazione è più basica, più arcaica e la sua difesa consiste appunto nella esternazione delle sue tesi. Lo schizofrenico invece può rimanere nascosto dentro la sua separazione per anni, fino a che, come nel caso di questa pandemia a scopo di mutazione sociale, non non sfodera lo stiletto griffato per asserire la natura criminosa del dubbio e dell’argomentazione. Del resto se solo ci si riflette un po’ anche un bambino comprende che una giusta dose di dietrologia è un’atteggiamento più sano di fronte alla negazione totale di qualsiasi cosa non faccia parte dell’apparenza narrata. L’eccesso certo è patologico, ma lo anche di più l’eccesso opposto, ed è anche più pericoloso  quando impedisce  la discussione su temi che riguardano il potere e rende il mondo cognitivamente più primitivo e disarmato.

Mel Edison supera la sua sindrome complottista crogliolandosi nel pensiero di seppellire sotto una palata di neve il vicino che lo aveva insultato, ma se fosse stato lucido come vorrebbero certi personaggi, avrebbe negato di essere stato licenziato o magari avrebbe ritenuto sacrosanta la sua espulsione dal lavoro. La palata di neve se la sarebbe tirata da solo che oggi appare come l’atteggiamento più normale e responsabile.


Cia e teoria della cospirazione

ffddfUna grande parte dei tentativi di censura della libertà di informazione che accompagnano lo svuotamento della democrazia in tutto l’occidente derivano dalla teoria della cospirazione che via via è stata demonizzata per tradursi  in fake news e successivamente in guerra al cosiddetto odio, secondo una scala discendente che da peccato veniale di ingenuità e magari tema di ridicolo diventa via via espressione di devianza rispetto alla verità ufficiale e poi vero e proprio reato. Quindi non è sorprendente che questa guerra guerra strisciante alla libertà abbia avuto inizio dentro la Cia dove appunto è stata coniata l’espressione stessa teoria della cospirazione. Una cosa che è venuta alla luce con gli atti ufficiali agli atti resi pubblici grazie al  Freedom of Information Act: negli anni ’60, c’era un crescente scetticismo nel pubblico americano sui risultati della Commissione Warren i quali sostenevano che un sicario, Lee Harvey Oswald, era l’unico responsabile dell’assassinio del presidente Kennedy quando molti sospettavano coinvolgimento di personaggi e gruppi di alto livello. Nel tentativo di controllare il danno, la Cia inviò nel 1967 un promemoria segreto a tutti i suoi uffici  chiedendo loro di inviare messaggi ai media per ridicolizzare e attaccare questi critici e spacciarli come irrazionali sostenitori della “teoria della cospirazione”.

Fu un calco, un modello che poi si è diffuso a tutti i campi e a tutte le vicende significative perché poteva facilmente arginare le posizioni critiche senza darsi la pena di controbatterle con argomenti concreti sui vari aspetti delle questioni  e semplicemente investendole in blocco con il sarcasmo di un’espressione che non distingue analisi serie da inutili fantasie, mette nel medesimo tritacarne le obiezioni al rapporto ufficiale sull’attentato delle torri di New York dalle teorie rettiliane. Non era certo una cosa nuova, essa era stata incubata negli anni della guerra e il successivo maccartismo per raggiungere poi anche i livelli di ambigua teorizzazione con Karl PopperLeo Strauss che in modi quasi opposti furono i difensori della ntuta mistico sociale della verità ufficiale. Il primo (salvo cambiare poi opinione  negli ultimi anni) riteneva impossibili le cospirazioni di alto livello sostenendo che sarebbero difficili da attuare data la fallibilità degli uomini: ciò che potrebbe sembrare una cospirazione è in realtà dovuto ai singoli attori che perseguono i loro obiettivi personali che è poi ancora oggi l’argomento principe di ogni subdolo debunkeraggio: è impossibile che le cose siano andate diversamente da ciò che narra l’ufficialità della cronaca perché altrimenti sarebbe venuto fuori dato il numero di persone coinvolte.  Niente più di un ragionamento circolare, di una tautologia fattuale molto lontana dalla realtà concreta e spesso basata su automatismi mentali arcaici.  Il secondo, ideologicamente più importante in questa storia, riteneva invece che  le cospirazioni guidate dall’élite fossero assolutamente necessarie e benefiche, una cruciale difesa contro l’anarchia o il totalitarismo (se esse stesse non lo evocassero) , ma la loro efficacia ovviamente dipendeva dal fatto che gli occhi indiscreti delle masse ignoranti non le vedessero. Il suo problema principale con le “teorie della cospirazione” non era che fossero sempre false ma che spesso potevano essere vere e, quindi, la loro diffusione era potenzialmente distruttiva per il corretto funzionamento della società. Quindi, per autodifesa, le élite devono sopprimere attivamente o, almeno, ostacolare la ricerca non autorizzata sulle presunte cospirazioni.

Poiché questi due intellettuali sono entrambi tra gli eminenti rappresentanti del pensiero liberale e conservatore del ‘900, è facile vedere come il controllo dell’opinione sia in realtà consustanziale al sistema. In in questo senso l’argomento popperiano rivela la sua inconsistenza perché se indizi e particolari vengono ignorati dai media, allora la cospirazione di gruppi potenti e in grado di controllare l’informazione, specie quando essi fanno sistema, diventa perfettamente possibile e secondo Strauss auspicabile.  Prendiamo ad esempio la russofobia che oggi è certamente più virulenta  di quanto non fosse nei confronti dell’Unione Sovietica negli anni ’70 e ’80:  secondo i media americani ed europei , praticamente a canali unificati, viene presentata un’idea della Russia sostanzialmente intenta a sovvertire e condizionare  i regimi occidentali così che siamo costantemente bombardati da storie di presunte cospirazioni russe costruite su una base fattuale inesistente o addirittura completamente ridicola. Per non parlare dell’enfasi di carattere ideologico – geopolitico che circonda il coronavirus cinese che finora ha provocato più o meno un centesimo dei morti che fa la normale influenza non globalmente ma i ogni singolo Paese occidentale. Ma i topolini, cioè tutti noi, non possono uscire dal labirinto in cui sono stati messi dal martellare dell’informazione.

La creazione di Internet e la vasta proliferazione di media alternativi, ha in qualche modo alterato i rapporti di forza informativi della comunicazione verticale e nell’attesa di poter completamente controllare anche  questi nuovi media la vecchia teoria e pratica della cospirazione si è tramutata in quella molto più volgare e sospetta delle fake news e infine in quella dell’odio per cui non aderire alla verità che viene dall’alto diventa  anche umanamente intollerabile, frutto di irrazionale violenza e tale da poter essere punito dalle leggi senza suscitare l’impressione che i pubblici poteri vogliano tappare la bocca ai cittadini. Per qualche anno la censura è stata affidata a soggetti privati e non istituzionali – ammesso che vi sia ormai una qualche sostanziale differenza, come Facebook, Amazon, Google e compagnia bittante, ma ancora non basta: la libertà d’espressione diventerà tra poco solo un complottismo.


Con la luna di traverso

viaggio_sulla_lunaCon tutto quello che succede perché occuparsi ancora della vera o presunta conquista della luna? Bè intanto perché i suoi riflessi sono ancora presenti e fanno parte di un identik autocelebrativo dell’impero come dimostra il film presentato a Venezia sull’impresa dell’Apollo. Poi perché in questa particolare  questione  detta del complotto lunare emerge, per contrasto con la complessità degli argomenti a favore dell’una o dell’altra tesi, una caratteristica fondamentale del pensiero unico, quella di piallare la criticità del pensiero per affermare il principio di autorità: ciò che si dice dall’alto e che viene ripetuto e ritenuto vero deve per forza essere vero e dunque chiunque lo contesta è sostanzialmente un demente che va curato.

La questione delle missioni lunari truccate e avvenute in realtà in uno studio televisivo e fotografico ben piantato sulla terra, ha caratteri fondamentalmente diversi da altri complottismi, come quelli sull’autodistruzione delle torri l’11 settembre: qui abbiamo intanto alcuni fatti fondamentali e innegabili come la scomparsa dei progetti del modulo lunare e delle telemetrie di volo, alcune incongruenze temporali nelle trasmissioni, foto impossibili mentre i difensori della effettiva conquista della luna arrancano nelle spiegazioni e spesso ne danno di false o errate. Chi voglia approfondire l’argomento può vedersi il docufilm di Massimo Mazzucco sulla questione, “American moon” fatto molto bene perché dà la parola ai nemici del complotto, per poi mostrarne errori o deliberati depistaggi. Sostenere che i progetti del Lem siano stati distrutti per liberare spazio in archivio o le riprese e le telemetrie siano andate perse perché i nastri sono stati riutilizzati visto il loro costo (in realtà 300 dollari dell’epoca per un’impresa che è costata oltre 20 miliardi) fa un po’ ridere e mostra assieme ad altre affermazioni di sconcertante ingenuità, un atteggiamento più fideistico che razionale. Rimane da capire come mai a un anno dalla conquista della luna tutto il progetto fosse ancora in alto mare per poi invece realizzarsi miracolosamente in pochissimo tempo, perché il direttore della Nasa James Webb che era stato un fervente sostenitore della missione, il suo vice Seamans e l’astronauta Walter Schirra probabile comandante dell’impresa diedero le dimissioni a pochi mesi dal coronamento di ciò per cui avevano lavorato per un decennio, come mai gli astronauti siano passati indenni dall’attraversamento delle fasce di Van Allen, che oggi la Nasa considera uno dei principali ostacoli all’esplorazione spaziale e a nuove missioni lunari, nonostante i progressi tecnologici che ci sono stati nel frattempo. Infine come mai vengano considerate prove certe elementi che potrebbero essere stati facilmente acquisibili da sonde automatiche, come peraltro fecero i sovietici, oppure “fabbricabili” o ancora rintracciabili sulla terra stessa. .

Insomma ci sarebbero da discutere e da esaminare molte cose, ma qui si verifica una singolare inversione, perché è la parte che sostiene l’effettiva realizzazione dell’impresa lunare che appare come la meno razionale e tutta collegata al principio di autorità. Per la Nasa dovrebbe essere abbastanza facile dimostrare l’effettiva realizzazione delle missioni Apollo, ma invece esternalizza la propria difesa a buffoni televisivi o a debunker magari a pagamento, salvo ogni tanto uscirsene fuori con qualche altra prova più o meno consistente, come se da una parte considerasse inutile discutere argomenti che non si discutono e dall’altro invece sentisse un bisogno di “provare” cose che dovrebbero essere scontate. Qui non si tratta di stabilire se la conquista della Luna sia effettivamente avvenuta o sia stata solo simulata, ma di prendere atto che non se ne può effettivamente discutere perché la secondo ipotesi non può nemmeno essere presa  in considerazione: sarebbe una bestemmia epocale contro il potere geopolitico Usa e il principio di autorità. Allora argomentazioni pienamente legittime e spesso più consistenti delle spiegazioni ufficiali  vengono fatte rientrare  nell’universo folle ed equivoco del complottismo, come se questo bastasse ad annullarne gli argomenti, ma soprattutto i dubbi evidenziati dal contesto storico e politico. In effetti non possiamo prendere in considerazione l’ipotesi di essere stati ingannati in maniera così radicale: se anche i massimi responsabili della Nasa e di Washingron, tecnici e astronauti superstiti  ci venissero a dire che l’impresa lunare fu un inganno, mostrandoci lo studio e i mezzi nel quale esso è stato perpetrato, non potremmo crederci lo stesso. E diventeremmo complottisti al contrario dicendo che sulla luna ci siamo andati davvero, ma qualcuno vuole depistarci.

In termini minuscoli è quello che sta accadendo col crollo del ponte Morandi attorno al quale stanno nascendo leggende che chiamano in causa una distruzione controllata sulla base di filmati disponibili e del misterioso black out delle telecamere di sorveglianza che si è verificato proprio prima del crollo. Probabilmente si tratta di fantasie che in maniera ingenua e narrativa razionalizzano il vero complotto ossia quello  con cui i governi italiani hanno concesso a Benetton una gigantesca rendita su infrastrutture di base create con i soldi di tutti, chiudendo poi occhi e orecchie sulla manutenzione.

Può darsi che si sia andati davvero sulla luna, può darsi che non potendo sopportare un fallimento, si sia contemporaneamente messa in piedi una simulazione da utilizzare in caso di disastro o anche per diffondere immagini migliori ( in effetti alcuni anti complottisti spiegano in questo modo le incongruenze nelle foto), può farsi che la luna sia ancora vergine. L’importante è riuscire a sopportare la verità qualunque essa sia.


Post verità o Post Cia ?

images (1)Il 2007 da quale ci separano poco più di dieci anni sembrano già un altro universo. In quell’anno Le Monde Diplomatique, ancora per poco giornale di riferimento a livello europeo, pubblicò un lungo articolo pieno di interviste e di autorevoli citazioni in merito al cambiamento di strategia inaugurato dal presidente Reagan. Articolo che è possibile leggere qui nella sua versione integrale ma di cui facciò in questo post un riassunto stringato, : “lran, Cile, Nicaragua … Dal 1950, le guerre “sporche” condotte dalla Central Intelligence Agency (CIA) sono emerse regolarmente nelle cronache e a volte sono state tema di scandalo negli stessi Stati Uniti d’America. Suggerendo la creazione della National Endowment  for Democracy (NED) , il presidente Ronald Reagan ha conferito a Washington uno strumento meno visibile e meno controverso rispetto alla CIA, ma il cui obiettivo rimane lo stesso: destabilizzare, con il finanziamento delle loro opposizioni, i governi non amichevoli”. 

Intendiamoci sulla carta si tratta entità senza fini di lucro con obiettivi particolarmente virtuosi: promuovere i diritti umani e la democrazia. Ma già 8 anni dopo la creazione della Ned lo storico Allen Weinstein, primo presidente di questa piovra globale dichiarò al Washington Post: “Molto di quello che facciamo oggi, la CIA lo stava facendo clandestinamente venticinque anni fa.”  Del resto non era difficile capirlo visto che la Ned fin dal primo momento ha goduto di consistenti fondi (200 milioni nel 1984) del Congresso di Washington sotto forma di una sovvenzione concessa attraverso l’Agenzia di informazione degli Stati Uniti. Ma i finanziamenti semiufficiali che oggi arrivano a 800 milioni sono solo una parte dei fondi occulti che si riversano attarverso una fitta di rete di fondazioni fantasma e società che esistono solo sulla carta.

Nei primi anni la Ned si limitò a far parte dell’arsenale della Guerra Fredda e ad operare in questo campo con in primo piano la concessioni di enormi aiuti e finanziamenti a Solidarnosc, ma con la caduta dell’Urss cominciò la sua espansione globale e l’interferenza, grazie ai dollari, alle nascenti ong e ad alcuni “specialisti,  nei processi sociali, economici e politici di  novanta paesi in Africa, America Latina, Asia, Caraibi. Europa orientale. Come ha scritto nel dicembre del 2006 il ricercatore Gerald Sussman sul Montly Review  “la Ned e altre organizzazioni americane si presentano come partecipanti alla costruzione della democrazia, ma stanno agendo meno brutalmente della CIA mentre le forme di manipolazione elettorale in cui oggi si impegnano sono manifestazioni di messa in scena morale e drammaturgia politica”. Fare un elenco completo delle sole  “operazioni” di cui ci sono le prove certe sarebbe lunghissimo, ma vale la pena citare il coinvolgimento in Nicaragua in aiuto di Violeta Chamorro, candidata a Washington e proprietaria del quotidiano indipendente La Prensa , che diventerà presidente nel 1990, oppure i 36 milioni di dollari (una somma gigantesca per Haiti) distribuiti per sostenere il candidato Marc Bazin, ex funzionario della Banca Mondiale oppure, vicenda particolarmente attuale, le azioni “silenziose” messe in atto fin dal 1998 contro il Venezuela: l’avvocato statunitense Eva Golinger ha scoperto nei documenti ufficiali che tra il 2001 e il 2006 oltre 20 milioni di dollari sono stati donati da NED e Usaid a gruppi di opposizione e media privati ​​venezuelani e ancor prima, nell’aprile del 2002, il New York Times  aveva rivelato pochi giorni dopo il fallito colpo di stato contro il presidente Hugo Chávez, che il budget della NED per quel paese era quadruplicato alcuni mesi prima di questo tentativo di rovesciare il bolivarismo su ordine del Congresso americano. Questo per non parlare delle centinaia di milioni di dollari spesi per cercare di abbattere il regime cubano. E così per decine di altri posti e Paesi Italia compresa, vedi ad esempio la relazione conclusiva dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro, presentata un mese fa e passata sotto unanime silenzio (qui per chi vuole i particolari).

Tutte queste considerazioni non le ho messe per dimostrare l’acqua calda, ma ad un o scopo ben preciso: dopo la fine dell’Urss la Ned capì due cose: che l’informazione  e il possesso dei suoi mezzi era vitale e che non si poteva sempre agire da fuori dando così l’impressione di voler interferire, ma che occorreva far nascere e far cresce nei vari Paesi organismi, fondazioni, think tank, onlus il cui scopo era agire ” in armonia con i bisogni e gli obiettivi fondamentali della globalizzazione economica e del nuovo ordine internazionale “ . Così la Ned decise di ospitare (è un eufemismo ovviamente)  la segreteria del Centro per l’assistenza internazionale ai media, ma anche di finanziare in maniera consistente alcune organizzazioni giornalistiche tra cui Reporters sans frontieres ( che ammette di essere così indipendete da essere finanziata persino da Center for a Free Cuba) e cominciò a sostenere la formazione di organizzazioni similari e gemelle anche altrove:  Diritti e democrazia in Canada, Westminster Foundation for Democracy in Inghilterra, lo Swedish International Liberal Center, la Fondazione Alfred Mozer in Olanda e quella ci interessa più da vicino la Fondazione Jean Jaurès in Francia. Si tratta di un network che comprende un grandissimo numero di organizzazioni apparentemente non governative, ma che fanno capo alla Ned, ovvero di un centro di controllo che per l’ex funzionario del dipartimento di stato William Blum, testimone a conoscenza dei fatti, serve a “trasferire le molte attività detestabili della CIA a una nuova organizzazione il cui nome suona bene. La creazione del NED è un capolavoro di politica, pubbliche relazioni e cinismo”.

Ora è da notare che la Fondazione Jean Jaures, creata nel 1992, è integralmente fake in tutto, persino nel nome che si rifà al socialismo di cui in realtà esprime il momento di dissoluzione ideologica, ma con i medesimi obiettivi della Ned, alla quale del resto è ufficialmente legata, ha recentemente pubblicato una sorta di indagine sul complottismo in Francia e sulla post verità esalatata dal medesimo le Monde che 11 anni fa pubblicava il pamphet che è stato riassunto nel post. Poca cosa: l’indagine non fa che ribadire nel modo più trito e banale le teorie sul “sentimento complottista” che sono spuntate come i funghi all’inizio della campagna contro le fake news e che in sostanza hanno la propria radice nell’ottusità conformista: la loro fallacia sarebbe dimostrata dal fatto che chi crede a qualche idea di complotto è tendenzialmente portato ad accreditare teorie alternative un po’ in tutti i campi, rivelandosi così in sostanza come un disadattato. E deve essere vero pensate un po’ che Galileo dava non solo credito a Copernico, ma persino aderiva ad ogni follia anti aristotelica sulla meccanica. Certo ci vuole un coraggio da leoni o una vigliaccheria di bronzo per farsi paladini di una verità che non può essere detta, pensando che le chiacchiere possono sormontare la memoria e la realtà.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: