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La museruola

musAnna Lombroso per il Simplicissimus

Cosa dovrebbero dire gli armeni, i rom e sinti, gli ebrei, i nativi americani. ( a proposito, non a caso,  la recente furia iconoclasta ha preferito non mettere al bando Ombre Rosse, che tanto ha contribuito alla leggenda della furia feroce dei pellerossa colonizzati da assassini e criminali, altrettanto crudeli sfuggiti alla giustizia di società civilizzate)?

Se ormai la loro lotta contro la menzogna che ha messo in dubbio persecuzioni, genocidi e annientamenti – oggetto tra l’altro di gerarchie e graduatorie mentre ognuna avrebbe diritto a essere considerata speciale e non ripetibile – adesso, che nelle schiere di Irving, Faurisson, Dodik, Bernard Lewis -e altri 68 storici americani impegnati a disinfettare la storia turca dalla macchia dello sterminio degli armeni-  vengono  arruolati con Trump e Orban, Salvini,   la Meloni, un cantante simil-lirico ospite fisso di Sanremo, cui finora era stata concessa pietosa considerazione per via di una grave handicap, anche  tutti quelli che sollevano obiezioni e esprimono perplessità nei confronti della declinazione  del neoliberismo in controllo etico- sanitario, grazie al credo imperante che paralizza ogni istinto, salvo quello di conservazione e ogni razionale esigenza di certezze.

Quest’ultima,  paradossalmente, contrastata proprio dagli scienziati, per i quali fondamento irrinunciabile dell’azione dovrebbe essere il dubbio, e dunque la ricerca continua per dissiparlo, che ci obbligano invece all’atto di fede cieco nella loro persona più che nella loro disciplina.

Succede  da quando i cittadini  vengono divisi  tra chi, i responsabili e rispettosi degli altri, è disposto a rinunciare a condizioni normali di vita, rapporti affettivi e sociali, lavoro, godimento di cultura e bellezza nei luoghi deputati, espressione di convinzioni politiche  religiose, sacrificandoli in nome del rischio di ammalarsi, e quelli, inconfessati frequentatore di crapule e ammucchiate perfino in siti istituzionali,  che ostentatamente non indossano la mascherina e probabilmente non si lavano le mani dopo la pipì in segno di aperta ribellione.

La  divisione a monte, sia pure poco dichiarata e ammessa, era già stata effettuata tra quelli che, secondo una inammissibile lotteria, venivano estratto per restare a casa, protetti dal rischio in virtù di una estrema applicazione del principio di precauzione, salvi, anche se minacciato da altri pericoli su cui veniva consigliato di soprassedere, perdita del lavoro postuma, svalutazione delle mansioni, riduzione delle remunerazioni, effettiva cancellazione del diritto all’istruzione.

Loro, i primi, esentati e ammessi solo virtualmente alla realtà che continuava a svolgersi fuori, animata dagli “altri”,  i sommersi, milioni di lavoratori addetti a attività essenziali, costretti quindi a affrontare l’azzardo del contagio su bus/ metro /uffici /officine/ grandi magazzini/ fabbriche, inizialmente apprezzati alla stregua degli angeli in camice, poi subito rimossi: pony inefficienti, operai manifestanti in assembramenti scriteriati, facchini in ritardo sulle consegne, pastai renitenti a produrre penne rigate, dei quali non conosciamo il destino perché stranamente esclusi dalle torve statistiche dei malati e dei decessi, compresi quelli abitualmente liquidati come  morti bianche, che ce ne sono state eccome.

Io personalmente la mascherina la indosso, perché non mi va di avviare contestazioni con custodi dell’ordine pubblico ormai incaricati della repressione dei popoli dell’apericena, della movida, dell’invasione del centro sgradita a Galli Della Loggia in quanto offensiva di profilassi e decoro, dei costruttori di castelli di sabbia e degli atleti del racchettone, ma anche per la stessa forma di rispetto che da laica, atea e agnostica riservo al credo degli altri, perfino quando assume la forma della superstizione.

Sono convinta che non svolga alcun servizio, così come la retorica dei vaccini mi pare che abbia assunto le forme della credulità apotropaica se dobbiamo dar retta al “revisionismo” della Fda americana che sta ripiegando sull’ipotesi di un prodotto che prevenga le malattie, non le infezioni, o alle preoccupazioni di quegli appartenenti alla comunità scientifica non completamente assorbiti dal pensiero unico riconducibile a Gates, che ricordano che  servirebbero agenti in grado di  proteggere dalle malattie, non necessariamente dalle infezioni, e che tra l’altro, in alcuni casi, morbillo o pertosse ad esempio, producono l’effetto di far sviluppare forme lievi del morbo da cui dovrebbero proteggere, diffondendolo a altri.

Eppure,  automaticamente, sono e sono stata arruolata nelle schiere di negazionisti e complottisti: è proprio questo il grande successo registrato dallo “stato di emergenza” del quale nessuno pare osi mettere in dubbio la necessità:  integrare a forza critica e obiezioni nel concerto di borborigmi, versacci, sberleffi , del berciare della destra che occupa giornali e rete incarnazioni del  pericolo n.1, annoverando ogni dubbio e perplessità negli infamanti copioni dei rovinologi irresponsabili e maleducati.

Per mesi in vigenza del lutto, si è stati fermamente e unanimemente richiamati all’obbligo della compostezza, del rinvio doveroso del giudizio, perfino nei confronti degli amministratori imbelli e corrotti, perché sarebbe stato contrario al bon ton del dolore condiviso sollevare sospetti e accuse,   catalogabili perfino come razzismo alla rovescia, Sud contro Nord.

Per mesi l’invito era quello di non disturbare il miglior manovratore che ci potesse capitare, sostenuto perfino da inusuali appelli di intellettuali, procrastinando il più elementare processo democratico, quello della critica per non parlare della partecipazione, al “dopo”, applicando il metro delle sardine, che  fa preferire il condizionamento  educato, la dolce pressione e la  repressione garbata, l’asservimento sorridente e bendisposto al padronato, perfino le firme in calce ai trattati con tiranni  sanguinari, se la penna correa appartiene all’esecutivo di successo, alle inopportune e irrazionale veemenza della “destra”.

Se avevate creduto che la fine della fase più dura e energica, con l’avvio del rilancio, della ricostruzione post bellica, sarebbe stato reintrodotto l’esercizio libero della critica, per non dire della possibilità di intervenire nelle scelte che ci riguardano, vi sbagliavate.

Ed è questo che fa capire che se complotto non c’è stato, la gestione del covid ha davvero prodotto una sospensione della democrazia e dei diritti costituzionali, da quello allo studio, a quello all’assistenza e cura, oggi interrotto nelle strutture pubbliche, da quello alla mobilità a quelli del lavoro.

Può darsi che abbiano ragione, tra i costituzionalisti che di volta in volta, come tira il vento, assumono o perdono prestigio, magari sostituiti dalla Boschi in barchetta,   che garantiva con lo smantellamento della Carta la vittoria sul cancro, quelli che dicono che non c’è stato oltraggio alla Costituzione, laddove prevede poteri e misure eccezionali in particolari condizioni di pericolo per la società.

Ma che condizione particolare può concedere a un governo di non dare assicurazioni sul ristabilimento delle prerogative che garantiscono per tutti l’accesso all’istruzione? Che condizione anomala può permettere la normalizzazione della demolizione delle conquiste del lavoro frutto di anni di lotte, per rispondere alle pretese padronali?

Che situazione di crisi, non certo inattesa, può imporci di essere grati e consentire  a un potere sovranazionale dominato da una élite esterna e ostile di mettere a disposizione in forma condizionata e controllata i nostri soldi, intervenendo sulle modalità di spesa e sulle scelte degli investimenti, fino a prevedere che la disobbedienza a criteri e requisiti obbligati possano determinare l’intervento commissariale sulla natura e composizione dei governi nazionali?

Che accadimento speciale può realizzare l’egemonia della rinuncia e del sacrificio, l’opportunità della resa ai comandi in cambio di una imitazione della sicurezza e della sopravvivenza, quando sovranità e competenza sulla spesa e sulle scelte che riguardano le nostre vite sono state cedute a fronte dell’appartenenza in veste di partner poco graditi e per niente affidabili a un contesto che ci  depreda e ci disprezza?

Non sarà che la mascherina ha davvero una indiscutibile efficacia e finalità, anzi due? bavaglio e museruola?


Paranoici e schizofrenici

Uomo-riflesso-in-uno-specchio-rottoAgli inizi degli anni 70, quelli in cui il neoliberismo cominciava a farsi strada e a sovrapporsi al capitalismo di matrice keynesiana, il commediografo Neil Simon scrisse Il prigioniero della Seconda strada che in anni successivi divenne celebre per l’omonimo film con Jack Lemmon. La storia dal finale aperto o per meglio dire elusivo racconta di Mel Edison, dirigente di un’azienda pubblicitaria, licenziato dopo molti anni di attività per una delle crisi cicliche dell’economia, che comincia a pensare a un complotto diretto contro di lui e contro la classe media americana. E’ la prima volta, almeno che io sappia, che la sindrome del complotto viene tematizzata a livello personale e riferita direttamente a uno stato di depressione e disordine mentale. Certo, a mezzo secolo di distanza, potremmo pensare che i disturbati erano quelli, compresi noi spettatori degli anni ’70, che compativano il povero Mel il quale non faceva altro che proiettare in un oscuro disegno diretto da qualcuno, le tendenze e le logiche che cominciavano a farsi strada nelle società occidentali.

E probabilmente da allora che un fattore paranoico è sempre stato associato al complottismo, una categoria spuria nella quale non entrano come sarebbe corretto solo le tesi più stravaganti e assurde, ma tout court ogni interpretazione diversa da quella imposta dall’informazione ufficiale, che dagli anni ’70 ad oggi si è concentrata in pochissime mani secondo le distopie  complottiste in voga negli anni ’80. E tuttavia in una società malata, non certo per qualche virus, alla paranoia che trova il suo placebo o la sua catarsi proprio nello smascheramento del disegno e dei suoi burattinai , non si contrappone quello che potremmo chiamare uno stato di equilibrio e di sanità mentale, bensì una patologia assai più grave : la schizofrenia. Essa è evidente soprattutto in quelli che potremmo definire i ceti colti, ossia la massa di manovra intellettuale del potere che  è costretta a lacerarsi tra la narrazione per la quale viene richiesta una recensione favorevole, anzi ubbidiente e i dati disponibili. La cosa è più che mai evidente in questa vicenda dell’epidemia dove mentre è fin troppo chiaro dalle cifre e persino dalla confusione  ad hoc delle cifre che si è di fronte ad una radicale enfatizzazione di una sindrome influenzale volta ad ottenere mutazioni sociali, peraltro talvolta anche esplicita,  il ceto colto è costretto a rimuovere il principio di realtà e l’evidenza dei fatti e negare assolutamente non tanto l’esistenza congiure e complotti che sono la fase ingenua e in certo senso primitiva del dubbio, quanto l’azione di dinamiche e strategie intrinseche al sistema, l’azione di gruppi di potere in concorrenza tra loro, manovre occulte e condizionamenti e insomma tutto ciò che fa parte della normalità sociale. Esso crede solo al virus e non fa una piega nemmeno quando gli uomini di scienza sui quali hanno giocato tutta la loro posta, dicono che è una disdetta la fine dell’epidemia perché così non si può fare un vaccino e si perdono miliardi.

La sola apertura di un qualche strappo nella tela, la comparsa di un’incoerenza, il sospetto di una manipolazione sono in grado come nello Jenga di far crollare tutta la costruzione ed è per questo che non vengono tollerate defezioni: esse, purché circoscritte, non sono molto pericolose per la narrazione globale, ma sono rischiose per l’instabile equilibrio dei singoli abitanti delle torri d’avorio date loro in concessione dal potere. Il ceto colto, ad onta della sua stessa ragione di esistenza, ha bisogno di risposte cognitive rassicuranti, di appoggiarsi e dare appoggio alle tesi ufficiali o se del caso alla divulgazione scientifica, anche quando essa non è palesemente in grado di dare risposte coerenti . Esso pare voler ignorare ciò che sa benissimo, che le informazioni e le conoscenze non vengono da un qualche iperuranio, ma sono fabbricate dentro le dinamiche sociali in atto, sono dunque sempre orientate  a interessi, strategie e non sono aliene da mistificazioni e fraintendimenti. Per questo quando Giorgio Agamben, sulla base dei dati concreti, ha scritto dell’invenzione della pandemia, non ha aperto una doverosa discussione, ma è stato assalito dalla muta elkaniana di Micromega in nome di una Scienza con tanto di S maiuscola che finora ha proposto decine di visioni differenti.

Ciò che emerge da tutto questo è che paradossalmente l’anticomplottimo appare più rassicurante e credibile del complottismo proprio nella misura in cui è cognitivamente più compromesso e più distante dalla razionalità. Il paranoico viene immediatamente riconosciuto perché la sua reazione è più basica, più arcaica e la sua difesa consiste appunto nella esternazione delle sue tesi. Lo schizofrenico invece può rimanere nascosto dentro la sua separazione per anni, fino a che, come nel caso di questa pandemia a scopo di mutazione sociale, non non sfodera lo stiletto griffato per asserire la natura criminosa del dubbio e dell’argomentazione. Del resto se solo ci si riflette un po’ anche un bambino comprende che una giusta dose di dietrologia è un’atteggiamento più sano di fronte alla negazione totale di qualsiasi cosa non faccia parte dell’apparenza narrata. L’eccesso certo è patologico, ma lo anche di più l’eccesso opposto, ed è anche più pericoloso  quando impedisce  la discussione su temi che riguardano il potere e rende il mondo cognitivamente più primitivo e disarmato.

Mel Edison supera la sua sindrome complottista crogliolandosi nel pensiero di seppellire sotto una palata di neve il vicino che lo aveva insultato, ma se fosse stato lucido come vorrebbero certi personaggi, avrebbe negato di essere stato licenziato o magari avrebbe ritenuto sacrosanta la sua espulsione dal lavoro. La palata di neve se la sarebbe tirata da solo che oggi appare come l’atteggiamento più normale e responsabile.


Cia e teoria della cospirazione

ffddfUna grande parte dei tentativi di censura della libertà di informazione che accompagnano lo svuotamento della democrazia in tutto l’occidente derivano dalla teoria della cospirazione che via via è stata demonizzata per tradursi  in fake news e successivamente in guerra al cosiddetto odio, secondo una scala discendente che da peccato veniale di ingenuità e magari tema di ridicolo diventa via via espressione di devianza rispetto alla verità ufficiale e poi vero e proprio reato. Quindi non è sorprendente che questa guerra guerra strisciante alla libertà abbia avuto inizio dentro la Cia dove appunto è stata coniata l’espressione stessa teoria della cospirazione. Una cosa che è venuta alla luce con gli atti ufficiali agli atti resi pubblici grazie al  Freedom of Information Act: negli anni ’60, c’era un crescente scetticismo nel pubblico americano sui risultati della Commissione Warren i quali sostenevano che un sicario, Lee Harvey Oswald, era l’unico responsabile dell’assassinio del presidente Kennedy quando molti sospettavano coinvolgimento di personaggi e gruppi di alto livello. Nel tentativo di controllare il danno, la Cia inviò nel 1967 un promemoria segreto a tutti i suoi uffici  chiedendo loro di inviare messaggi ai media per ridicolizzare e attaccare questi critici e spacciarli come irrazionali sostenitori della “teoria della cospirazione”.

Fu un calco, un modello che poi si è diffuso a tutti i campi e a tutte le vicende significative perché poteva facilmente arginare le posizioni critiche senza darsi la pena di controbatterle con argomenti concreti sui vari aspetti delle questioni  e semplicemente investendole in blocco con il sarcasmo di un’espressione che non distingue analisi serie da inutili fantasie, mette nel medesimo tritacarne le obiezioni al rapporto ufficiale sull’attentato delle torri di New York dalle teorie rettiliane. Non era certo una cosa nuova, essa era stata incubata negli anni della guerra e il successivo maccartismo per raggiungere poi anche i livelli di ambigua teorizzazione con Karl PopperLeo Strauss che in modi quasi opposti furono i difensori della ntuta mistico sociale della verità ufficiale. Il primo (salvo cambiare poi opinione  negli ultimi anni) riteneva impossibili le cospirazioni di alto livello sostenendo che sarebbero difficili da attuare data la fallibilità degli uomini: ciò che potrebbe sembrare una cospirazione è in realtà dovuto ai singoli attori che perseguono i loro obiettivi personali che è poi ancora oggi l’argomento principe di ogni subdolo debunkeraggio: è impossibile che le cose siano andate diversamente da ciò che narra l’ufficialità della cronaca perché altrimenti sarebbe venuto fuori dato il numero di persone coinvolte.  Niente più di un ragionamento circolare, di una tautologia fattuale molto lontana dalla realtà concreta e spesso basata su automatismi mentali arcaici.  Il secondo, ideologicamente più importante in questa storia, riteneva invece che  le cospirazioni guidate dall’élite fossero assolutamente necessarie e benefiche, una cruciale difesa contro l’anarchia o il totalitarismo (se esse stesse non lo evocassero) , ma la loro efficacia ovviamente dipendeva dal fatto che gli occhi indiscreti delle masse ignoranti non le vedessero. Il suo problema principale con le “teorie della cospirazione” non era che fossero sempre false ma che spesso potevano essere vere e, quindi, la loro diffusione era potenzialmente distruttiva per il corretto funzionamento della società. Quindi, per autodifesa, le élite devono sopprimere attivamente o, almeno, ostacolare la ricerca non autorizzata sulle presunte cospirazioni.

Poiché questi due intellettuali sono entrambi tra gli eminenti rappresentanti del pensiero liberale e conservatore del ‘900, è facile vedere come il controllo dell’opinione sia in realtà consustanziale al sistema. In in questo senso l’argomento popperiano rivela la sua inconsistenza perché se indizi e particolari vengono ignorati dai media, allora la cospirazione di gruppi potenti e in grado di controllare l’informazione, specie quando essi fanno sistema, diventa perfettamente possibile e secondo Strauss auspicabile.  Prendiamo ad esempio la russofobia che oggi è certamente più virulenta  di quanto non fosse nei confronti dell’Unione Sovietica negli anni ’70 e ’80:  secondo i media americani ed europei , praticamente a canali unificati, viene presentata un’idea della Russia sostanzialmente intenta a sovvertire e condizionare  i regimi occidentali così che siamo costantemente bombardati da storie di presunte cospirazioni russe costruite su una base fattuale inesistente o addirittura completamente ridicola. Per non parlare dell’enfasi di carattere ideologico – geopolitico che circonda il coronavirus cinese che finora ha provocato più o meno un centesimo dei morti che fa la normale influenza non globalmente ma i ogni singolo Paese occidentale. Ma i topolini, cioè tutti noi, non possono uscire dal labirinto in cui sono stati messi dal martellare dell’informazione.

La creazione di Internet e la vasta proliferazione di media alternativi, ha in qualche modo alterato i rapporti di forza informativi della comunicazione verticale e nell’attesa di poter completamente controllare anche  questi nuovi media la vecchia teoria e pratica della cospirazione si è tramutata in quella molto più volgare e sospetta delle fake news e infine in quella dell’odio per cui non aderire alla verità che viene dall’alto diventa  anche umanamente intollerabile, frutto di irrazionale violenza e tale da poter essere punito dalle leggi senza suscitare l’impressione che i pubblici poteri vogliano tappare la bocca ai cittadini. Per qualche anno la censura è stata affidata a soggetti privati e non istituzionali – ammesso che vi sia ormai una qualche sostanziale differenza, come Facebook, Amazon, Google e compagnia bittante, ma ancora non basta: la libertà d’espressione diventerà tra poco solo un complottismo.


Con la luna di traverso

viaggio_sulla_lunaCon tutto quello che succede perché occuparsi ancora della vera o presunta conquista della luna? Bè intanto perché i suoi riflessi sono ancora presenti e fanno parte di un identik autocelebrativo dell’impero come dimostra il film presentato a Venezia sull’impresa dell’Apollo. Poi perché in questa particolare  questione  detta del complotto lunare emerge, per contrasto con la complessità degli argomenti a favore dell’una o dell’altra tesi, una caratteristica fondamentale del pensiero unico, quella di piallare la criticità del pensiero per affermare il principio di autorità: ciò che si dice dall’alto e che viene ripetuto e ritenuto vero deve per forza essere vero e dunque chiunque lo contesta è sostanzialmente un demente che va curato.

La questione delle missioni lunari truccate e avvenute in realtà in uno studio televisivo e fotografico ben piantato sulla terra, ha caratteri fondamentalmente diversi da altri complottismi, come quelli sull’autodistruzione delle torri l’11 settembre: qui abbiamo intanto alcuni fatti fondamentali e innegabili come la scomparsa dei progetti del modulo lunare e delle telemetrie di volo, alcune incongruenze temporali nelle trasmissioni, foto impossibili mentre i difensori della effettiva conquista della luna arrancano nelle spiegazioni e spesso ne danno di false o errate. Chi voglia approfondire l’argomento può vedersi il docufilm di Massimo Mazzucco sulla questione, “American moon” fatto molto bene perché dà la parola ai nemici del complotto, per poi mostrarne errori o deliberati depistaggi. Sostenere che i progetti del Lem siano stati distrutti per liberare spazio in archivio o le riprese e le telemetrie siano andate perse perché i nastri sono stati riutilizzati visto il loro costo (in realtà 300 dollari dell’epoca per un’impresa che è costata oltre 20 miliardi) fa un po’ ridere e mostra assieme ad altre affermazioni di sconcertante ingenuità, un atteggiamento più fideistico che razionale. Rimane da capire come mai a un anno dalla conquista della luna tutto il progetto fosse ancora in alto mare per poi invece realizzarsi miracolosamente in pochissimo tempo, perché il direttore della Nasa James Webb che era stato un fervente sostenitore della missione, il suo vice Seamans e l’astronauta Walter Schirra probabile comandante dell’impresa diedero le dimissioni a pochi mesi dal coronamento di ciò per cui avevano lavorato per un decennio, come mai gli astronauti siano passati indenni dall’attraversamento delle fasce di Van Allen, che oggi la Nasa considera uno dei principali ostacoli all’esplorazione spaziale e a nuove missioni lunari, nonostante i progressi tecnologici che ci sono stati nel frattempo. Infine come mai vengano considerate prove certe elementi che potrebbero essere stati facilmente acquisibili da sonde automatiche, come peraltro fecero i sovietici, oppure “fabbricabili” o ancora rintracciabili sulla terra stessa. .

Insomma ci sarebbero da discutere e da esaminare molte cose, ma qui si verifica una singolare inversione, perché è la parte che sostiene l’effettiva realizzazione dell’impresa lunare che appare come la meno razionale e tutta collegata al principio di autorità. Per la Nasa dovrebbe essere abbastanza facile dimostrare l’effettiva realizzazione delle missioni Apollo, ma invece esternalizza la propria difesa a buffoni televisivi o a debunker magari a pagamento, salvo ogni tanto uscirsene fuori con qualche altra prova più o meno consistente, come se da una parte considerasse inutile discutere argomenti che non si discutono e dall’altro invece sentisse un bisogno di “provare” cose che dovrebbero essere scontate. Qui non si tratta di stabilire se la conquista della Luna sia effettivamente avvenuta o sia stata solo simulata, ma di prendere atto che non se ne può effettivamente discutere perché la secondo ipotesi non può nemmeno essere presa  in considerazione: sarebbe una bestemmia epocale contro il potere geopolitico Usa e il principio di autorità. Allora argomentazioni pienamente legittime e spesso più consistenti delle spiegazioni ufficiali  vengono fatte rientrare  nell’universo folle ed equivoco del complottismo, come se questo bastasse ad annullarne gli argomenti, ma soprattutto i dubbi evidenziati dal contesto storico e politico. In effetti non possiamo prendere in considerazione l’ipotesi di essere stati ingannati in maniera così radicale: se anche i massimi responsabili della Nasa e di Washingron, tecnici e astronauti superstiti  ci venissero a dire che l’impresa lunare fu un inganno, mostrandoci lo studio e i mezzi nel quale esso è stato perpetrato, non potremmo crederci lo stesso. E diventeremmo complottisti al contrario dicendo che sulla luna ci siamo andati davvero, ma qualcuno vuole depistarci.

In termini minuscoli è quello che sta accadendo col crollo del ponte Morandi attorno al quale stanno nascendo leggende che chiamano in causa una distruzione controllata sulla base di filmati disponibili e del misterioso black out delle telecamere di sorveglianza che si è verificato proprio prima del crollo. Probabilmente si tratta di fantasie che in maniera ingenua e narrativa razionalizzano il vero complotto ossia quello  con cui i governi italiani hanno concesso a Benetton una gigantesca rendita su infrastrutture di base create con i soldi di tutti, chiudendo poi occhi e orecchie sulla manutenzione.

Può darsi che si sia andati davvero sulla luna, può darsi che non potendo sopportare un fallimento, si sia contemporaneamente messa in piedi una simulazione da utilizzare in caso di disastro o anche per diffondere immagini migliori ( in effetti alcuni anti complottisti spiegano in questo modo le incongruenze nelle foto), può farsi che la luna sia ancora vergine. L’importante è riuscire a sopportare la verità qualunque essa sia.


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