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Il Curatore Fallimentare

arcurino Anna Lombroso per il Simplicissimus

Giuseppe Conte ha nominato super commissario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia, in qualità di “figura tecnica e non politica”, incaricato di  gestire, da  sottosegretario ad hoc che farà capo al presidente del Consiglio,  soprattutto la fase del post emergenza,.

E siccome è stato sottolineato che da lui ci si aspetta molto in futuro, nella fase postbellica,  “per rafforzare la distribuzione di strumenti sanitari e impiantare nuovi stabilimenti”, non è detto che finita l’epidemia, gli verrà dedicata una statua, come ad un’omonima starlette, che però non figura tra le sue parentele illustri tra ex mogli e  mogli vigenti.

Peccato, che con quel curriculum brillante merita davvero appropriati riconoscimenti: nel 1986, nello stesso anno della sua laurea alla Luiss in Economia e Commercio, è già magicamente all’IRI per occuparsi delle aziende del gruppo che si occupano di telecomunicazioni, informatica e radiotelevisione. Nel 1992 passa in Pars, di cui diventa Amministratore Delegato solo due anni dopo. È partner responsabile italiano di Telco, Media e Technology nel 2001, mentre dal 2002 è in Amministratore Delegato in Deloitte. Ma è dal  2007 che spicca il voto assumendo ancora una volta il ruolo di Amministratore delegato di Invitalia, poltrona che gli viene riconfermata più volte anche negli anni successivi visti i folgoranti successi nella gestione delle misure di agevolazione che lo Stato propone alle imprese e negli interventi per la reindustrializzazione delle aree in crisi.

Non mi sono nemmeno presa la briga di virgolettare tutti gli encomi entusiastici che ho citato e che accomunano la stampa oggi che plaude alla felice scelta. Felicissima, anzi,  se molto opportunamente invece di selezionare un superpoliziotto o un manager collaudato nella protezione civile, il presidente Conte ha dato la preferenza a un “curatore fallimentare”, come confermano la natura e le performance delle varie società nelle quali è approdato sempre ai vertici e riportandole, cito ancora ad “alti standard di visibilità”. E che, per quelli che non sono abbonati al Sole 24 Ore, ricordano la vocazione e le mansioni dell’indimenticato protagonista di Pretty Woman, da addetti all’acquisizione di aziende per poi cannibalizzarle, per comprarle per conto di istituzioni statali mettendoci un bel po’ di soldi pubblici, per poi farle marcire in modo da rivenderle a dinamici licenziatori e delocalizzatori.

Per dir la verità gli agiografi oggi impegnati nel ritrattino del commissario non si sprecano con gli esempi celebrativi: ho riperticato qualche dichiarazione in perfetta sintonia con la paccottiglia cara a Calenda o anche a Barca jr., ad esempio in merito alla conversione del Mezzogiorno in Smartland, impegno così appassionatamente visionario in assenza di rete, fibra banda larga e nemmeno cellulari, da garantirne la totale irrealizzabilità. E infatti si deve a lui il lancio nel 2015 del programma Smart&Start Italia della sua agenzia governativa Invitalia, che “sostiene la nascita e la crescita delle startup innovative ad alto contenuto tecnologico per stimolare una  nuova cultura imprenditoriale legata all’ economia digitale, per valorizzare i risultati della ricerca scientifica e tecnologica e per incoraggiare il rientro dei «cervelli» dall’estero”, seducente iniziativa che a guardare il test effettuato da virus sulle opportunità del telelavoro, della telescuola, della organizzazione del settore sanitario, perfino della programmazione della vendita e delle consegne di prodotti alimentari ordinati online non pare abbia mostrato applicazione e dato conferme incoraggianti.

Va forse meglio, per capire la selezione effettuata, andarsi a vedere il brand/obiettivo della cultura del management di queste agenzie, che ricordano da vicino il talento di quelle di rating, soggetti ed enti incaricati di valutazioni (e interventi) neutrali e oggettivi, che operano invece al servizio del capitalismo, in veste di portavoce e portaordini di un mercato finanziario integrato.  Così si capisce meglio che si tratta degli “attrezzi” meglio perfezionati del liberismo, di soggetti deputati a attuarne il fondamento,   l’illimitata circolazione internazionale dei capitali, autorizzati a  entrare e uscire liberamente da un Paese, con la possibilità di delocalizzare qualsiasi produzione, delegati a richiamare quelli esteri con ogni sorta di blandizie,   agevolazioni fiscali, leggi ad hoc,   sussidi   pubblici, quei sostegno cioè che qualcuno ha definito l’assistenza all’imperialismo delle  multinazionali, legittimate a prendersi il bottino e scappare.

E per capirne di più basta pensare all’azione intrapresa da Prodi per smantellare l’Iri in modo da avviare un vasto programma di privatizzazioni, in festosa coincidenza con l’affiliazione all’Ue, basta  ricordare che si è saputo e taciuto sul fatto che i quattrini che Invitalia offriva a Fca per favorire la riconversione all’ibrido, erano invece impiegati per giocare alla roulette del gioco d’azzardo finanziario, o rammentare la prestigiosa operazione che aveva portato la Rolls Royce a insediare uno stabilimento a spese di Invitalia  a Avellino, o rammentare la pompa con la quale il governo Renzi prima e Gentiloni avevano magnificato il pacchetto di contratti di sviluppo per il quale erano stati stanziati un miliardo e mezzo, pari  al 75% del budget iniziale, mentre nulla si è saputo per la necessaria riservatezza del restante 25, a conferma che la vocazione e il compito attribuito all’agenzia di “proprietà” del Ministero dell’Economia – già solo questo la dice lunga  a dimostrare la sua esenzione al controllo almeno parlamentare – creata durante il governo D’Alema,  accusata dalla Corte dei Conti di elargire stipendi troppo alti a fronte di un rosso vertiginoso, sotto la dizione di attrattore di  investimenti esteri, è quello di invitare, lo dice il nome stesso,  parassiti e speculatori forestieri, mentre poi le risorse sono italianisssime doc ed escono dai nostri portafogli.

Direte che non sono mai contenta, ma se penso alla svendita della costa sarda in cambio di una clinica extralusso per magnati e sceicchi in vacanza, se penso alle indecenti disparità di costo delle attrezzature sanitarie e degli investimenti in strutture e servizi che hanno beneficato gli apparati regionali, se penso che le startup ingegnose e alacri di cui si favoleggia non sono riuscite a produrre una mascherina, lasciando il campo libero all’aggiotaggio e alla sciacallaggine delle industrie e dell’Europa, non mi sento rassicurata che i destini dei salvati siano affidati a un guardiano dei valori e degli interessi della peste da ben prima del coronavirus.


Piccole cronache dall’epidemia

epid Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dicono le statistiche che l’età media dei residenti veneziani, Terraferma compresa, si aggiri intorno ai 50 anni.

Ma chiunque si sia preso la briga di visitare la città, non a settembre durante il Festival, non a maggio quando inaugura la Biennale, non a luglio quando cade la festa del Redentore, che commemora peraltro la fine di una pestilenza, con doverosa erezione di un tempio, non a febbraio durante i Carnevale, ha potuto verificare che i coraggiosi resistenti all’espulsione hanno un’età ragguardevole. Così fino a ieri chi si avventurasse per strada sfidando le restrizioni di contrasto al virus ne avrebbe incontrati molti, in fila davanti ai caffè a numero chiuso, ai bacari dove ci si consola con lo spritz delle 10 di mattina, alle farmacie che si sono munite di lastre di plexiglas definite dagli indigeni barriere antisputo, che per una popolazione anziana rappresenta un irrinunciabile luogo della socialità: ci si fa leggere il risultato delle analisi, ci si fa misurare la pressione, si scambia una chiacchiera con altri clienti che presentano analoghe patologie.

Deve essere circolata la voce che sono il target a rischio, non a causa del virus, ma della conseguente  selezione che li escluderà necessariamente dai trattamenti salvavita, destinati a altri segmenti di pubblico più meritevole per età, previsione di vita, contributo al bilancio del Paese. Per carità succedeva anche prima, anche prima dell’epidemia e anche prima che venisse richiesto a gran voce da personalità governative e autorevoli esponenti di  prestigiose istituzioni, ma che adesso venga proclamato trovando tacito consenso,   ha suscitato una ribellione generazionale.

Così li vedi circolare audacemente, a scopo dimostrativo della loro irriducibile giovanile baldanza e della loro capacità di sopravvivere all’abbandono consigliato a congiunti da un sistema che aveva già pensato a farne dei molesti sopravvissuti nella loro città passibili di sfratto, espropriati di servizi cui hanno contribuito in tutta la loro vita con tasse e lavoro, vanno in giro spericolatamente tutti dotati di carrello per la spesa o sacchetto del supermercato vuoto in sostituzione di una autocertificazione, a testimoniare che sono fuori spavaldamente  per fare la spesa, secondo le prescrizioni governative.

Invece   l’autocertificazione già da ieri serviva ( in certi casi anche lo scontrino virtuale della spesa non ancora fatta)  a insegnanti e lavoratori che percorrevano il Ponte della Libertà, fermati dai militari dell’operazione Strade Sicure, mitra imbracciato, che fermavano i mezzi pubblici stipati all’infuri dellarea di sicurezza dell’autista,    per controllare che si trattasse abilitati a andare nel posto di lavoro e non di irresponsabili gitanti che approfittavano della inattesa vacanza. Lo stesso succedeva alle porte di Roma e di altre città, mentre altre forze di sicurezza erano impegnate a sedare tumulti fuori da Carrefour o da Conad, presi d’assalto come i forni nei Promessi Sposi.

Così da oggi le “autorità” comprese del fatto che ogni incidente della storia pare destinato a diventare un fenomeno di ordine pubblico, nel condannare le esuberanze della marmaglia che pare geneticamente incapace di attenersi ai comandi e alle regole, sono passate a provvedimenti più estensivi e severi, a evidente scopo pedagogico.

Rispondendo così alle tante obiezioni venute anche dalle forze dell’ordine  che si erano addirittura  premurate di licenziare le loro “che nascono nell’interesse della comunità e non dei bisogni del singolo”, ispirate alla semplificazione che come si sa è un principio che trova d’accordo tutte le forze in campo, trattandosi  di solito di scorciatoie, aggiramento di misure scomode, licenze accordate per non penalizzare redditività e libera iniziativa.

Sotto l’ombrello salvifico del “tutti a casa” hanno infatti indicato quello che non si poteva già fare, quasi tutto, salvo lavorare e ammalarsi, e le poche deroghe: non è permesso uscire per una passeggiata, o per andare a trovare un amico, tanto che la popolazione più avveduta pare abbia già provveduto a segnalare in chat secondo una certa indole alla delazione presente nella nostra autobiografia nazionale, il vicino trasgressore che cazzeggia per strada.

Le visite ai genitori anziani sono consentite solo per portare loro assistenza nel caso siano malati, mentre è severamente vietato l’affettuoso e temerario conforto. Era ancora tollerato che si esca rasente i muri per approvvigionarsi di generi alimentari, cui viene concesso si aggiunga l’acquisto per la sostituzione della “lampadina fulminata” e niente di più. Particolare comprensione viene dedicata ai possessori di animali domestici, che potevano “uscire il cane” come ormai direbbe anche la Crusca, perché nel rispetto delle necessarie distanze, almeno un metro, la stessa prevista per chi ostinatamente voleva fare jogging al tempo del colera, attività moralmente più perdonabile dell’andare a spasso senza meta, tanto è vero che si erano visti vigili intransigenti redarguire isolate mamme solitarie che avevano condotto i figli in smunti giardinetti urbani.

Ma non bastava: la creatività di un popolo di navigatori e poeti in certe fasi rappresenta un rischio, e per contrastarlo pare obbligatorio istituire la figura superiore di un valido spiccia faccende, un Wolf  che metta un po’ di ordine in attesa della cui individuazione  è necessario andare per le spicce.

Ecco fatto: fino al 25 marzo, negozi al dettaglio, bar, ristoranti chiusi.  Supermercati aperti ma con ingressi contingentati, ambulatori dei medici di base e di analisi aperti al pubblico, al contrario dei pronto soccorso che hanno altro da fare che accogliere eventuali infartuati, così come case di riposo e hospice. Buone notizie per i fumatori invece: le tabaccherie saranno aperte in veste di esercizi di pubblica utilità, anche nella loro veste di distributori di gratta e vinci, come gli autogrill a beneficio di proprietà che hanno dimostrato il loro istinto a prodigarsi per la collettività, limitate invece le passeggiate fisiologiche col cane a percorsi sotto casa.

Chiese aperte per la preghiera ma vietati a matrimoni e funerali, mentre non si sa nulla dei battesimi. Mentre il personale precario dei pony, dei fattorini, quello che lavora presso l’aborrito Amazon viene promosso a colonna insostituibile e benefattore della società, ci sarà una certa severità per quanto riguarda altri uffici: chi ci lavora dovrà certificare di essere costretto alla presenza, in considerazione del fatto che non si è adeguato alle opportunità offerte dallo smart working, come ha fatto ad esempio l’Inps che grazie alla rivoluzione informatica ha costretto centinaia di migliaia di pensionati a diventare nativi digitali  per ottenere in tre o quattro mesi i due pezzi di Pin, indispensabili per ogni proceduta.  Le poste così come gli altri servizi di sportello, dovranno praticare lo scaglionamento oculato di chi per sua insipienza non si è ancora attrezzato per i pagamenti online, e ogni comune infine deciderà come agire in materia di trasporto pubblico, limitando le corse allo “stretto necessario”.

A leggere i nuovi comandamenti si capisce meglio l’identikit del “commissario” tanto auspicato, più poliziotto che manager, anche se a guardare il curriculum dei candidati, ci sia da ritenere che costituisca titolo di merito per le mansioni di protezione civile un piglio militaresco che ha riscosso indulgenza per legittimi bisogni virili. Servirà qualcuno che abbia i requisiti per mantenere l’ordine facendosi strada tra  misure governative universalmente accusate di essere pasticciate, tardive  e troppo poco rigide ma al tempo stesso lesive dei principi costituzionali e dunque potenzialmente oggetto di ricorsi e  impugnazioni, come ha osservato Carlo Nordio che non ha perso occasione per riservare ammirazione al popolo cinese, benchè, ha osservato, se non fosse intriso dell’ideologia comunista e collettivista avrebbe forse evitato la diffusione dell’epidemia.

Perché tocca anche sentire che ci si preoccupa dell’incompatibilità costituzionale di certe misure, ma si invoca uno stato di eccezione con annesso esercizio di poteri straordinari per poterle applicare senza contestazioni anche a “costo dell’impopolarità”. Altro fantasma che viene evocato a intermittenza, benchè non abbia mai preoccupato nellu governo e nessuna maggioranza, visto che non esiste praticamente più quella verifica dell’efficacia costituita della elezioni, ormai ridotte a sigillo normale di liste e candidature precostituite, che i programmo sono un arcaico avanzo del passato, perché una volta eletti i decisori possono rivendicare che non hanno i mezzi per agire per via di voragini di bilancio, di vincoli imporsi e accettati supinamente, sicchè popolare è un termine all’indice per la sua contiguità con il deplorato populismo e impopolare va a definire qualcosa che esplicitamente si commette volenti o nolenti contro i cittadini.

Eh si, il contagio c’è stato, quello della accettazione acritica dello stato di emergenza che esonera dalle responsabilità di passato e presente, così se osi richiamarle insieme alla obbligatorietà di considerare una unica lezione che dovrebbe venire da questo accidente è che quella che ci mostrano come una piccola apocalisse che segna una frattura col passato, sia non ripristinarlo con le sue tremende disuguaglianze e le sue iniquità, passi da disfattista a sciacallo. Ma anche quello per il quale si alza come un coro non abbastanza muto che chiede l’uomo forte, come se non bastassero le regole forti anzi ferree, che avrebbero facile esecuzione solo in un tessuto sociale non devastato come il nostro,  dove alla cancellazione dei servizi e dei diritti ha corrisposto quella del senso di responsabilità e della solidarietà.

A proposito, è concesso alle edicole di restare aperte per garantire l’informazione. E’ una misura opportuna: in tempi di carestia vien buono un uso improprio della stampa in forma cartacea, acquistata con regolare autocertificazione.


Ussita, terremotati e gabbati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

«È stato un terremoto fortissimo, apocalittico, la gente urla per strada e ora siamo senza luce, vi prego lasciateci lavorare…. è venuta giù anche la facciata della chiesa,  si è  spaccato il terreno…».  Parlava così il sindaco di Ussita Marco Rinaldi dopo la nuova forte scossa delle 21 e 18 del 26 ottobre quando decise di dichiarare il comune di 400 anime e le frazioni “zona rossa” implorando gli abitanti di andarsene per non rischiare la pelle:  « sono crollate tante, troppe case. Il nostro paese è finito». E ieri ha comunicato con una lettera di dimissioni che sono finite anche le speranze di ricostruirlo quel paese. La sua è una scelta irrevocabile che trae origine da un decreto esecutivo del Gip di  Macerata  che ha ordinato il sequestro del camping «Il Quercione», dove dopo le scosse  erano state posizionate 5 mobil house e un prefabbricato in legno, che conservano mobili e pochi beni di abitanti ospitati da mesi  da amici e parenti o in strutture alberghiere, che anche là casette di legni promesse non sono mai arrivate. Il motivo della decisione dle Gip? Le strutture del campeggio, peraltro già sottoposto a sanatoria,  sono state realizzate in un’area protetta all’interno del Parco dei Sibillini e quindi in area non edificabile. «Ma tutta Ussita è in area protetta – ha detto Rinaldi – questo significa che la ricostruzione non si farà mai».

Si susseguono nel silenzio generale gli schiaffi appioppati senza vergogna né ritegno ai paesi colpiti dal terremoto: riffa per l’attribuzione delle casette fantasma, assegnate tramite estrazione dal bussolotto resa necessaria dall’impotenza dichiarata a “”contrastare fenomeni di corruzione e malaffare”, ordinanze di demolizione e sanzioni comminate a chi ha cercato di arrangiarsi dotandosi di camper comprati coi risparmi e considerati abusivi perché non congrui alle linee guida ricostruttive indicate dalla gestione commissariale, ritardi inspiegabili perfino nella rimozione delle macerie a mesi e mesi di distanza come hanno denunciati i sindaci accorsi a esprimere solidarietà al primo cittadino di Ussita, il rinvio al mittente di camper abitativi e scuole prefabbricate frutto della mobilitazione di comuni, enti, cittadini e organizzazioni umanitarie.  Per non parlare di scelte strategiche che avrebbero dato la priorità al restauro di chiese e edifici monumentali, gli stessi che dopo le prime scosse non erano stati messi in sicurezza, decisioni che fanno sospettare che il Centro Italia investito dal sisma sia condannato allo stesso destino di città d’arte, la conversione in musei a cielo aperto, in parchi tematici svuotati di attività e abitanti, offerto alla rete delle multinazionali del turismo, a cominciare da quello religioso. Un dubbio questo che ha già avuto troppe conferme: i quattrini stanziati sono irrisori e offensivi rispetto a altre destinazioni scandalose ad esempio in esposizioni principesche, armamenti fasulli, crociate, air force one, contributi per l’appartenenza alla Nato, salvataggi di banche criminali e così via, la nomina di un commissario “dalla faccia pulita” grazie a una selezione del personale basata su criteri mediatici più che su una esperienza di successo delle cui gesta abbiamo avuto informazione quando ha dichiarato  impotenza e inadeguatezza, il ripetersi non casuale di quanto era avvenuto in Emilia Romagna dopo il sisma del 2012, con l’abbandono alla solitudine, alla neve, alla rovina di piccole imprese, aziende agricoli e allevamenti, quel tessuto produttivo di straordinaria qualità che ha nutrito a ragione il mito della cultura alimentare e gastronomica italiana.

Tutto congiura nel far temere che non si voglia arrestare un processo che rischia di diventare  il più grave e irreversibile problema demografico-territoriale  del nostro Paese  dove ormai quasi il 70% della popolazione si addensa lungo le aree costiere e la Valle padana, mentre il centro si svuota, colpito e minacciato dall’eventualità che si possano verificare  altri eventi catastrofici con danni incalcolabili non solo in vite umane, non solo per la perdita di cultura, memoria  e paesaggio, ma per le ripercussioni sull’economia nazionale. Allora bisogna diffidare dei richiami alla “massa in sicurezza” come se ricostruzione e prevenzione si esaurissero in strategie e opere ingegneristiche e come se lo Stato potesse limitarsi alla funzione di ente erogatore e come se la politica potesse ridursi a organismo di controllo burocratico degli interventi.

Nelle geografie da ricostruire invece, non solo non si sono portati i cantieri provvisori, non solo non si sono attratti investimenti, non solo non si sono instaurati regimi eccezionali di sostegno e facilitazioni per mettere in grado la popolazione di riprendersi e ricrearsi   il tessuto produttivo, nuove relazioni sociali, servizi, oltre a nuovi modelli abitativi da affiancare alle ristrutturazioni, ma si sta favorendo l’esodo, l’espulsione, la frattura con le memorie di ieri e le speranze di domani, da ficcare in una borsa prima dell’esilio.

Viene buono per il ceto dirigente più imbelle e malavitoso che abbiamo espresso in questa nostra amara e iniqua contemporaneità, usare le denunce degli amministratori locali e attribuire la colpa alla burocrazia, perorando la causa di una auspicabile e generalizzata semplificazione. Peccato che quella che si augurano quelli che vivono davvero uno stato di emergenza sia diversa da quella di chi intende le crisi e le urgenze come occasioni favorevoli per eludere controlli, smantellare organismi e poteri si sorveglianza e vigilanza, introdurre regimi e misure eccezionali, generare diffidenza nei confronti del controllo e della gestione pubblica per promuovere il passaggio all’egemonia del settore privato, delle rendite speculative, dello strapotere finanziario.

Basterebbe in fondo non chiamarla più semplificazione, ma buonsenso, basterebbe attribuire ai sindaci invece del Daspo che serve a lusingare istinti da sceriffi, le competenze per sottrarsi alle cravatte del pareggio di bilancio e per investire nella riappropriazione del territorio e dei diritti di cittadinanza, assistenza, istruzione, assetto urbano, incoraggiamento di attività sostenibili.

Qualcuno nei giorni, lunghi e interminabili, del sisma nel Centro Italia, ha ricordato che dopo il terremoto che colpì Calabria e Sicilia nel febbraio del 1783   lasciando dietro di sé uno sciame sismico che durò anni, il re di Napoli, Ferdinando IV, prese una iniziativa che oggi parrebbe sovvertitrice, trovando il tacito consenso del papa di allora, Pio VI: grazie a alcune ordinanze speciali sotto forma di  dispacci reali abolì gran parte dei conventi e monasteri esistenti in regione, confiscò i beni immobili di proprietà degli enti ecclesiastici incamerando  il patrimonio ecclesiastico nella “Cassa sacra” da impiegare   grazie alla messa in vendita dei beni, per finanziare l’opera  di ricostruzione, “profittando, come scrissero gli storici dell’epoca per  formare un nuovo sistema di cose… e un piano generale del suo ristoramento” .

E chi l’avrebbe detto che avremmo finito per invidiare i sudditi dei Borboni?

 

 

 

 

 


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