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La commedia dell’Iran

images (4)Il giubilo che si è scatenato dopo il raggiunto accordo di massima sul nucleare iraniano (naturalmente “storico” per media senza storia) ha qualcosa di patetico e grottesco insieme: è l’espressione di un autismo dell’occidente che sta ormai perdendo contatto con la realtà e che procede dentro una narrazione senza finestre come le monadi di Leibniz. Per l’Iran ovviamente si tratta di una buona cosa perché ammesso e non concesso che gli accordi vadano definitivamente in porto e vengano mantenuti nel tempo,  con la fine delle sanzioni si libera uno spazio economico di 800 miliardi di dollari e uno politico di enorme importanza, ma a noi cosa viene in tasca se non la fasulla  e inconsistente rassicurazione che l’Iran non avrà armi nucleari?

Probabilmente la dichiarazione di accordo arriva in un momento in cui l’Iran fa comodo contro l’Isis e simula una rappacificazione col mondo sciita, mentre i veri alleati degli Usa sono i sunniti e permette pure di controbilanciare in qualche modo il peso dell’Arabia Saudita, amica fin che si vuole, ma da tenere comunque a bada. Difficile calcolare quale sarà l’impatto sul caos a tutto tondo provocato in medio oriente. Ma non è questo il punto: il fatto è che tutta la vicenda iraniana è sostanzialmente priva di senso, una narrazione occidentale e imperiale che assieme a tanti altri eventi collabora ad aumentare l’odio e il disprezzo nei confronti di chi intende essere padrone assoluto. E dunque anche il rifiuto di categorie, idee, libertà, prospettive  che l’occidente stesso sta perdendo e contraddicendo, immerso dentro il pensiero unico e avido delle sue classi dirigenti.

Il cuore della questione è che non c’è alcuna ragione, né c’è mai stata, per la quale l’Iran non potesse avere un proprio programma nucleare secondo i criteri stabiliti e sottoscritti a suo tempo nel trattato di non proliferazione. Anzi quest’ultimo era costruito proprio sulla possibilità dei contraenti di poter accedere liberamente al nucleare per usi civili, senza che il rischio di una possibile estensione delle competenze acquisite al campo militare, potesse essere gestito in maniera strumentale, ipotetica, ostile.  A garantirlo, oltre alla lettera del trattato, era il mondo bipolare vicendevolmente interessato a lasciare nelle mani dei due principali antagonisti la gestione di un precario equilibrio. Ma finito quel mondo e divenuto l’Iran uno stato canaglia a causa della rivoluzione khomeinista, un buon alibi per Israele e una pedina di nequizie per gli Usa, ecco che si è innestata la “grande paura” per la bomba iraniana che da una parte aveva poco senso, ma proprio per questo suonava anche come interdizione tecnologica per tutto il mondo non occidentale. Non proprio qualcosa destinato a suscitare irresistibile simpatia per chi pretende che la periferia del mondo si adegui al modello di modernità dettato da Washington che nel frattempo ha spazzato via anche qualsiasi “deviazione” europea.

Così mentre andavano avanti i colloqui si è fatto finta di credere che i “sacrifici” all’Iran venissero chiesti da una comunità internazionale allarmata, mentre i Paesi non allineati che rappresentano il 70 e passa per cento della popolazione mondiale hanno sempre sostenuto il punto di vista dell’Iran. Un fatto che descrive benissimo l’autismo nel quale vivono le opinione pubbliche dell’occidente e che impedisce loro di comprendere davvero cosa si muova là di fuori e dunque anche di controllare cosa stiano combinando le loro stesse classi dirigenti, se gli interessi che esse portano avanti siano effettivamente le stesse dei cittadini come viene dato per scontato o questi ultimi vengano considerati come pedine da impaurire ed eventualmente sacrificabili.

E’ fin  troppo ovvio che se anche l’Iran avesse armi nucleari non potrebbe che usarle come deterrente, visto che un loro effettivo impiego costituirebbe la propria immediata e totale autodistruzione. Del resto la bomba è posseduta da un Paese assai più instabile come il Pakistan senza che qualcuno ci suggerisca di non dormire la notte per questo. Il fatto è che proprio la capacità di deterrenza iraniana è ciò che Usa e Arabia Saudita non vogliono per evidenti motivi. Mentre a Israele fa ombra anche il fatto che si sia raggiunto un accordo che mette fine, almeno per ora, a una possibile capacità di deterrenza di Teheran.

Ma insomma alla fine è proprio questo tipo di atteggiamento che alimenta uno stato di violenza generalizzata e anche la creazione di una guerra di civiltà utilizzata dalle classi dirigenti occidentali per sottrarre ai loro stessi cittadini la civiltà che si erano conquistati.

 


Della Grecia e del Denaro

ricchezzaNel 1932, nel pieno della terribile crisi economica che portò al nazismo, la cittadina austriaca di Wörgl, 10 mila abitanti e distante meno di 100 chilometri dal Brennero, viveva il periodo di sviluppo più intenso e straordinario della sua storia: furono ripavimentate tutte le strade, rifatto da zero il sistema idrico, costruite oltre 200 case, realizzato un ponte sul fiume Inn, creato un trampolino per il salto con gli sci e fu anche possibile sostenere centinaia di disoccupati con salari passati dal comune. Tutto questo durò 13 mesi fino a quando il governo centrale di Vienna non intervenne per rimettere le cose a posto e restituire il trono al capitale.

Ma cos’era successo? Semplicemente il sindaco della cittadina aveva voluto sperimentare le teorie di Silvio Gesell, un economista noto, ma emarginato dalle scuole di osservanza capitalistica, non marxista, almeno in senso statalista e abbastanza originale da aver elaborato una teoria che può apparire singolare rispetto al modo di vedere convenzionale, ma che in realtà è altrettanto valida rispetto a quella in cui siamo talmente radicati da non poter immaginare altro. Perché il denaro la cui accumulazione, resa possibile dalla sua natura di merce non deperibile, rappresenta in definitiva un rinvio di spesa, dovrebbe godere di un interesse positivo come è stato storicamente interpretato, determinando così la dittatura del capitale? Se l’interesse fosse negativo, cioè si perdesse qualcosa man mano che passa il tempo, tutti sarebbero spinti a spenderlo presto, dando luogo a un’economia molto più dinamica e non basata sull’accumulazione ( *vedi nota a fine post).

Gesell aveva anche studiato un modo per per permettere di applicare l’interesse negativo pur dentro le regole monetarie generali e al sindaco di  Wörgl bastò investire un capitale relativamente modesto di 5500 scellini delle casse comunali per dare inizio a un meccanismo virtuoso: la sola somma iniziale in tredici mesi venne spesa 416 volte creando 14 volte più occupazione rispetto alle regole standard. Dinamiche che si presentarono in tutti i luoghi di Germania e Austria dove vennero sperimentate e dove furono pure rapidamente soffocate.  Si pensò anche di attuarle negli Usa della grande depressione dove tuttavia furono fatte enormi pressioni su Roosevelt per impedire l’esperimento.

Ora cosa c’entra tutto questo con la Grecia o con gli altri Paesi in crisi dentro e fuori l’Europa? In via diretta e immediata poco se si prescinde dalle dinamiche pratiche delle valute locali nate a Volos, Patrasso, Corfù, Katerini che devono essere per forza di cose spendibili in fretta e non possono essere depositate: questo apologo si propone semplicemente di mostrare  come le strade obbligate, la sensazione di essere immersi in una realtà unica e immutabile, l’incapacità di trovare una via d’uscita dalle contraddizioni dei modelli, è frutto semplicemente dell’incapacità di uscire dalle trappole mentali e liberarsi delle egemonie culturali. “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”: molte cose diverse possono essere fatte, cose che magari nemmeno si immaginano o trovano spazio nel discorso comune, cose che i centri di potere non vogliono attuare perché antitetiche ai loro interessi, cose negate, pensieri  davvero proibiti al contrario delle modeste fantasie sessuali. Ci si ferma sulla soglia di euro o non euro, ci si ferma timorosi sull’uscio del piccolo territorio conosciuto dove i bracconieri del capitale fanno facili vittime.

E’ solo un invito ad aprire la mente.

(* NotaIn termini generali se l’ equazione  del profitto privato ( qualcosa di radicalmente differente dal guadagno che deriva dal lavoro) è P = D (denaro)   x   S ( saggio di interesse) ci sono due modi per eliminarlo o azzerare D (dunque la proprietà privata, almeno nella misura in cui diviene accumulabile, come fa Marx) oppure S come fa Gesell. E’ fin troppo chiaro che in un “accelerazione” del denaro e degli scambi c’è molto più posto per il merito che non per le rendite di posizione, mentre il potere bancario viene enormemente ridimensionato. Un vero veleno per le classi dirigenti e le oligarchie. 


Maestra avidità

 

Anna Lombroso per il Simplicissimus
«Per un minuto siamo rimasti immobili e muti davanti allo schermo. Non sapevamo cosa fare. Poi ho tirato su il telefono e chiamato la polizia». Adrienne Ives ha denunciato la figlia Chelsea, 18 anni, promessa e ambasciatrice delle Olimpiadi di Londra ripresa dalle telecamere mentre tirava un mattone contro un’ auto della polizia, durante i saccheggi della sommossa di Enfield. Senza tornare sui disordini di Londra, ai quali hanno partecipato oltre ai “dimenticati”, regolari ma senza vera cittadinanza, anche “inclusi” in questo caso vocati a un rampante successo, inebriati, secondo la confessione della ragazza, da un improvviso protagonismo.
Ho amici insegnanti che sono stati minacciati fisicamente da genitori di impenitenti “insufficienti” non ammessi agli esami, presidi ricattati da papà di leader del neo-bullismo, docenti sbeffeggiati dai genitori di coatti in nuce sorpresi a immortalare col cellulare le esibizioni in classe di aspiranti veline. Immagino quindi che la cultura omertosa e familistica cara alla nostra classe dirigente abbia talmente attecchito e fatto presa su tutti gli strati della popolazione da far guardare con sospettosa critica alla mamma inglese, come a una macchietta, un parodia delle spartane con lo scudo o sopra lo scudo o delle madri dei gracchi, considerate arcaiche e anche un bel po’ ridicole. Oggi figli passati alla leggenda per imprese eroiche verrebbero presi per iperattivi da consegnare a comprensivi terapeuti e – per fortuna se vogliamo – dalla rupe tarpea verrebbe buttato qualche educatore troppo esigente.
La severità non è più una virtù. E ci credo. Quando si lavora coi bambini e non solo si capisce subito che le parole non servono, che occorre l’esempio, che loro imparano da quello che sei e fai e non da quello che dici. È un concetto elementare e fondamentale, oggi difficile da praticare perché i modelli antropologici all’interno della nostra contemporaneità sono stati stravolti, irrisi in quanto arcaici.
I nostri “futuristi” – e a me tutto sommato non piace un granchè nemmeno Marinetti mentre continuo ad avere una certa ammirazione per il chiaro di luna – disdegnano memorie, trasmissioni di saperi e con esse le competenze che circolano attraverso riti di passaggio e scambio allargato di capacità maturate. Preferendo ad esse improvvisazione scambiata benevolmente per creatività, approssimazione spacciata per genialità, immaturità benvista come innocenza.
E d’altra parte meglio così verrebbe da dire a guardare grandi e piccoli vecchi che non sanno diventare adulti e i comportamenti delle classi dirigenti propositive solo di cattivi esempi. Il fatto è che i maestri, cattivi, sono il profitto e il mercato, che orientano tutto con una capacità pedagogica formidabile. Così non si impara da chi sa ma da chi mostra, persuade, convince, dalle tribune elettorale, dai salotti televisivi, dalle vetrine mediatiche e non, dai messaggi pubblicitari, con un tremendo e bestiale predominio della parola sui fatti, della comunicazione sull’informazione, dell’esibizione sul sapere, della superficialità effimera sull’approfondimento, dell’adesione sul pensiero critico. E dell’indulgente comoda tolleranza sulla severità e la responsabilità.
Non è possibile sperare di meglio da un sistema che è stato capace di rendere gli uomini schiavi facendo loro credere di non essere mai stati meglio, di fargli preferire la delega alla partecipazione, di persuaderli che è auspicabile essere consumatori e telespettatori piuttosto che cittadini e elettori.
A costo di essere meno liberi, a costo di stare isolati e soli ma al sicuro, a costo di rompere qualsiasi vincolo di solidarietà e coesione in cambio di una egoistica tranquillità. A costo di preferire il consenso all’obbligo di educare, l’ubbidienza a quello di ragionare, la dipendenza all’impegno di essere autonomi e di crescere creature libere. Quelli prima di noi hanno avuto un terribile esempio che ha offerto loro la possibilità di discernere tra bene e male: oggi viviamo il un dispotismo che fino ad oggi è stato blando, insinuante, addomesticato e addomesticante. Le vittime, i sommersi erano quasi invisibili, marginali, muti. Gli scoppi di collera erano bollati come disordine che turbava il nostro letargo. Quel tempo è finito, è finita la pacificazione del consenso e del consumo. È il momento della disubbidienza attiva, della ribellione pedagogica. È il momento di imparare e insegnare l’indivisibilità dei diritti, la inevitabilità della ribellione, la volontà della democrazia.

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