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Sanificati ma sfrattati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Su dai, ditemi che è un miserabile espediente retorico denunciare che ci sono cittadini che proprio non possono rispondere agli inviti e alla raccomandazioni delle autorità, in risposta alle quali continua a campeggiare sui social “io resto a  casa” al posto di je suis…., come rivendicazione di responsabile spirito di abnegazione esercitato stando sul sofà o davanti al pc, mentre i paria possono e devono esporsi al gran male come fanno da nove mesi.

Ma sì, lo ammetto, è proprio un meschino artificio, ma qualora il pc vi servisse solo per il lavoro agile – avendolo ancora – o per ruggire e abbaiare dal desk, vi informo che secondo quanto accertato dall’ufficio legale dell’Unione inquilini, nella scorsa settimana  sono state depositate Tribunale di Roma  100 richieste di convalida di sfratto al giorno. 

Anche nella Capitale, dopo  Messina, Firenze, Bologna, la bomba “casa” sta esplodendo malgrado i tribunali abbiano in qualche caso rigettato le istanze di “rilascio” degli appartamenti abitati da inquilini “morosi” causa Covid, che non avevano ricevuto gli ammortizzatori sociali e il cosiddetto “contributo affitto”.

Così  ogni settimana per 500 famiglie romane inizia il tempo dell’incertezza. Sono 500 illustri sconosciuti che non ricevono il trattamento speciale, dovuto eh, che ha invece salvato  l’Istituto storico italiano per il Medioevo, grazie all’intervento della Sindaca che ha impugnato la sua stessa decisione di mettere per strada il prestigioso ente culturale reo di non aver onorato un debito di oltre 24 milioni. Magari non sarà vero, magari l’Istituto ha ragione di sospettare che l’incauto provvedimento sia stato motivato per alloggiare nelle vetuste stanze  l’Archivio Storico Capitolino.

Fatto sta che l’istituzione culturale, punto di riferimento di studiosi e studenti, stava per subire la stessa sorte di migliaia di meno illustri locatari: essere sbattuto fuori senza un’alternativa.

La sindaca Raggi in questi cinque anni, durante i quali abbiamo sentito ripetere ossessivamente il solito mantra a proposito dei danni irreparabili del passato, lo stesso che in forma bipartisan ripetono anche i sindaci al secondo mandato e per dir la verità anche i presidenti del consiglio di governi che portano lo stesso nome accompagnato dal numero 2, si è fatta interprete di una consuetudine che riguarda tutte le emergenze in questo Paese.

Senzatetto, sfrattati, occupanti diventano subito un problema di ordine pubblico da risolvere con l’intervento muscolare delle forze dell’ordine. E se per un po’ è riuscita a guadagnarsi qualche grammo di consenso impugnando la nota ordinanza di Veltroni promotore dell’augusta donazione in forma di comodato offerto a Casa Pound, si è capito che la continuità era garantita, senza nemmeno il proliferare di commissioni di studio promosse dal Sindaco Marino a compensazione della indecente repressione attuata con il distacco di luce e acqua e inflitta agli abusivi delle rive dell’Aniene straripato e di altri “baraccati”, mentre lui contrattatava le Olimpiadi e lo Stadio e alzava il fitto di associazioni a carattere sociale.

Non va meglio altrove:  nel 2019 Firenze aveva toccato un record con  576 sfratti eseguiti con forza pubblica, cui si stanno per aggiungere oltre 900 convalide  e oltre 3000 richieste di esecuzione a settembre.

Di Milano abbiamo pochi dati grazie al riserbo della stampa che non è solita fare un torto al sindaco Sala, a parte una ricerca della Caritas datata settembre che riporta che in cinque mesi di Covid 19,  oltre 300 persone hanno perso la casa, tra immigrati e giovani coppie. Intanto al Lorenteggio il braccio di ferro tra la Reale Immobili e gli affittuari di sei palazzine che la proprietà voleva liberare per “valorizzarle” è momentaneamente sospeso,  a differenza di quello tra i nuclei famigliari di anziani e il Fondo Investire Sgr, che ha acquistato da Unipol il caseggiato di Via Pila.

E non fa ben sperare la reazione dei reduci delle maggioranze silenziose meneghine  alla decisione di un giudice che ha imposto la rinegoziazione del contratto di locazione di un ristorante, con tanto di atti dimostrativi e minaccia di rappresaglie contro i soliti magistrati rossi.

Risalgono a maggio le ultime statistiche sul numero di senzatetto: sarebbero 50 mila in Italia, per difetto però,  2.700 nella sola Milano. Le associazioni di avvocati di strada e le onlus di aiuto alimentare raccontano che agli homeless  e ai pittoreschi clochard della rimpianta normalità se ne sono aggiunti di “nuovi”, i lavoratori precari che con il lockdown hanno perso con il reddito incerto anche un tetto sulla testa, alcuni dei quali   sanzionati per aver trasgredito le regole sanitarie.

Ma c’è un mondo di mezzo che si colloca tra chi ha un posto dove stare con tutte le disuguaglianze prevedibili, e i barboni che offendono il decoro e macchiano la reputazione delle città.

È quel ceto che negli anni si è arrangiato, si è conteso accrocchi di baracche e ricoveri con i “clandestini, hanno preso possesso di alloggi tirati su grazie alle “opportunità” offerte da bolle, fondi, acrobazie speculative, mai finiti né rifiniti e rimasti vuoti.  Calcoli di due anni fa avevano censito che nei 74 mila alloggi popolati della Capitale si erano insediati oltre 10 mila abusivi (per sgombrarli tutti ci vorrebbero 50 anni) ai quali si sono aggiunti quelli che non hanno fatto fronte alle rate del mutuo, quelli cacciati dagli stabili del centro (si ricorda il palazzetto di S.Giorgio al Velabro i cui residenti, normali famiglie capitoline, sono stati sfrattati per far posto alla libera iniziativa privata delle dinastie Fendi) in nome della doverosa sostituzione profittevole, chiamata gentrificazione, e ora i  nuovi “senzatetto” del Covid, quelli che non possono pagare l’affitto ma nemmeno le bollette delle utenze, quelli che con la prossima fine del blocco dei licenziamenti si troveranno senza lavoro e senza alloggio.

E chissà in che categorie collocheranno le new entry gli istituti gestori, Ater e Patrimonio di Roma Capitale, che hanno in passato provveduto a classificare   gli abusivi in categorie: occupante con sentenza definitiva, sanatoria senza requisiti, utente abusivo, utente con domanda di voltura non accolta, utente con domanda di sanatoria incompleta, utente revocato e utente con domanda di sanatoria non accolta.

Intanto le case delle rendite e delle società finanziarie restano vuote (secondo un conto a spanne solo a Roma sarebbero 100 mila) trasformandosi in quella scheletrita archeologia immobiliare che fa da quinte teatrali lungo la Cristoforo Colombo come in tutte le periferie cittadine, intanto quelli che hanno messo in atto la miserevole speculazione faidate dei B&B e delle case vacanze pagano la loro distopia domestica eppure non si arrendono a mettere sul mercato gli alloggi tristemente vuoti, intanto le banche continuano a premere per partecipare a operazioni di “consumo di suolo” vergognose per rifarsi dei crediti imprudentemente concessi a una clientela poco affidabile.

E così si spiegano i corollari a stadi e interventi megalomani destinati a un terziario senza futuro, di uffici, centri commerciali e residenze di lusso, rivendicate come compensazione per il sacco di risorse pubbliche, cui non si sottraggono le archistar (se Renzo Piano alterna il progetto benefico del Ponte di Genova con un grattacielo insensato nel centro di Torino, sono altrettanto famosi quelli chiamati a dare lustro al Progetto Porta Nuova di Milano)  pronte a  firmare col sangue dei cittadini il patto coi diavoli della speculazione.

È paradossale eppure succede oggi che si proietti il trailer di un futuro ambientato dentro le mura di una casa, curata docilmente da donne che alternano il ménage domestico con il fruttuoso part time, dove il capofamiglia svolge il suo incarico professionale agile assicurando una disponibilità al servizio h 24, e i bimbetti ridenti vengono istruiti davanti allo schermo grazie alla pedagogia a distanza di solerti maestri. Oggi che la casa, quando c’è, è a un tempo tana e prigione. Per gli altri obiettivo irraggiungibile o perduto.


Sfruttatori, Sfruttati & Sfrattati

venAnna Lombroso per il Simplicissimus

La dura realtà della stentata “ripresa” ha fatto irruzione nell’immaginario di chi si era illuso che l’incidente straordinario rappresentato dall’epidemia offrisse una scelta tra tornare alla “normalità” preesistente o cambiare modello di sviluppo e stile di vita alternativi a quelli che hanno determinato il “contagio” globale.

E come al solito ci viene proposto di affidare la riparazione dei  danni del sistema finanziario e  di mercato al sistema finanziario e di mercato,  con l’ostensione perfino dei simulacri che proprio il Covid19 aveva  scaraventato giù dai piedistalli.

Infatti, come certe statue di influenti volute e tollerate, tardivamente contestate e che continuano a testimoniare di errori, colpe, delitti, certi miti resistono malgrado abbiano mostrato la loro natura ingannevole: si professa l’atto di fede e il credo nell’Europa generosa e solidale, si affida il governo dell’economia alle banche canaglie per la cui salvezza sono state consumate dissipatamente le risorse tolte alla sanità e all’istruzione, si confida nelle sorti progressive della digitalizzazione, fino a convincerci che possa rappresentare il motore della ripresa, della ricostruzione, dell’occupazione a dispetto del prevedibile fallimento di quello che si chiama il capitalismo delle piattaforme.

Eppure abbiamo visto siti che hanno rivelato la loro inadeguatezza strutturale non sopportando il numero degli accessi, o le grandi catene dello shopping online impotenti a soddisfare il surplus di ordinazioni.  Eppure abbiamo visto il flop dell’utopia tecnocratica in un click svelato dalla inidoneità fisica e culturale dell’apparato “produttivo” e didattico  a convertirsi allo smart working e alla didattica a distanza, confermando la discrasia  tra la potenza virtuale della cyber innovazione  e la sua concreta efficacia.

Che è poi la verifica sempre tardiva che gli strumenti dl progresso sono appunto mezzi, armi,  ed è il loro impego a essere decisivo e suscettibile di produrre cambiamento o effetti collaterali, alleviare la fatica o incrementare la servitù.

In un mio post di due giorni fa (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/06/16/tutto-il-male-vien-per-nuocere/) ho accennato  a Airbnb è diventata l’incarnazione dell’invito globale rivolto a nuovi straccioni a diventare imprenditori di se stessi grazie alla potenza salvifica delle piattaforme nell’era del capitalismo digitale, la success history della retorica delle start up.

La sua storia e quella dei suoi creatori è diventata leggenda come altre materializzatesi in garage, scantinati da dove si ergono le figurine pionieristiche dell’inventiva autarchica e le icone dell’ottimismo combinato con l’arrivismo, dell’entusiasmo mescolato con la spregiudicatezza.

E costituisce  anche l’adeguamento del sogno americano alle miserie morali delle bolle finanziarie quando le risorse della Silicon Valley individuano i nuovi territori da occupare, grazie all’innovazione tecnologica, in questo caso nelle città,  dove la app dei tre ragazzi di San Francisco, il posto dove gli affitti sono i più alti degli Stati Uniti, contribuisce allo svuotamento dei centri storici, alla loro museificazione, alla sottrazione di alloggi per potenziali residenti stabili e all’aumento dei canoni.

Come al solito al danno si accompagna la beffa: in questo caso rappresentata dalla rivendicazione firmata dai tre inventori  – Chesky, Gebbia e Blecharczyk – di aver creato più che un prodotto un’utopia realizzata all’insegna di quella economia collaborativa che si fonda sulla fiducia reciproca e sulla potenza egualitaria e redistributiva della rete, concretizzando l’ideale che “ogni comunità possa essere un luogo dove sentirsi a casa propria”. Mentre si tratta semplicemente dell’uso speculativo di una idea di condivisione che fa incontrare un profitto facile con la retrocessione del “cosmopolitismo” nuovo caposaldo della globalizzazione,  a consumo delle città, del patrimonio artistico e  paesaggistico, grazie a un turismo invasivo e dissipatore.

Un libriccino che procura un amaro godimento, a firma di Sarah Gainsforth, racconta proprio il miracolo Airbnb, città merce, prendendo a esempio Lisbona, circa 500 mila abitanti, che viene invasa dall’arrivo di 14 milioni di turisti ogni anno, la cui economia locale è stata stravolta dalla bolla dei subprime del 2008 e dove quartieri un tempo popolari come Alfama e Mouraria sono “in vendita”, dove le riqualificazioni (che contemplano il distacco delle azulejos, le preziose mattonelle azzurre destinate alle piscine dei resort della California e degli sceiccati)  consistono nello svuotamento di stabili per convertirli in residenze turistiche e dove i proprietari investono in ristrutturazioni per poi locare con affitti brevi così in pochi mesi nel corso del 2018 ben 22 mila alloggi del centro della città sono finiti sul Airbnb.

E se il successo dell’app era nato per appagare i ragionevoli appetiti di chi sperava di mettere insieme il pranzo con la cena mettendo un materasso in più in casa, affittando la stanza di nonna messa in casa di riposo, aprendo ai viaggiatore la casetta al paesello semiabbandonato, a Roma sono quelli che possiedono più di un alloggio in affitto a costituire il 56 per cento delle  offerte sul sito, a dimostrazione che l’affiliazione al sistema ha perso il carattere di espediente salva-sopravvivenza e è diventato un business profittevole per rendite, possidenti e imprese proprietarie e immobiliari.

Nella Capitale  l’intero mercato degli affitti viene stimato da Istat in 210.000 alloggi. Il primo gestore di alloggi è l’Ater Roma, con 48.000 appartamenti, il secondo è il Comune, che detiene 28.000 alloggi pubblici. Ma il terzo  è Airbnb, con quasi 19.000 appartamenti, sottratti al mercato ordinario,  ma contando anche le singole stanze si arriva a 30.000. E  se a  Venezia il 12% delle case nella città storica, è affittato a turisti tutto l’anno, le offerte sulla piattaforma hanno saturato il centro e così il mercato si è spostato su Mestre e Marghera dove il numero degli alloggi “brevi” è decuplicato, è  Firenze invece la città con la più alta concentrazione di stanze e appartamenti privati su Airbnb nel centro storico, il 18%.

Ormai è una banalità dire che l’Italia, che prima del Covid era la quinta destinazione turistica mondiale, con un volume d’affari di circa 172,8 miliardi di euro l’anno, il 10,3 del Pil, è destinata a diventare un grande parco tematico, proprio come immaginava il Terzo Reich che voleva farne il resort dei tedeschi ricchi. Per questo sarebbe opportuno ricordare che si dovrebbero frenale le pulsioni autonomistiche dei sindaci, quelli che brigano per allungare la lista di immobili pubblici messi in vendita per essere trasformati in strutture ricettive: a Venezia isole, palazzi, monumenti storici come il Teatro di Anatomia,  a Firenze dove la Cassa Depositi e Prestiti si impegna in qualità di vero e proprio istituto finanziario a vocazione immobiliare per sottrarre patrimonio pubblico agli abitanti come nel caso della vendita della Villa Medicea di Cafaggiolo.

Deve essere proprio un’ossessione toscana voler persuadere che ogni nefandezza, ogni oltraggio, ogni cedimento a interessi e lobby sia prodromo di un nuovo rinascimento. E infatti tra le molte utopie del ministro Franceschini c’è anche la promozione in grande stile un progetto a forma congiunta sua e di Airbnb: Italian Villages per espandere a rete anche nei piccoli borghi e di valorizzare l’iniziativa The Italian Sabbatical, che propone a quattro persone estratte da una selezione mondiale, di godere di un buen retiro, un soggiorno di tre mesi in provincia di Matera a Grottole, dove, l’hanno denunciato  Sunia e Cgil, non esistono più case in affitto per i residenti

E figuriamoci cosa succederà adesso che bisogna  promuovere l’attrattività turistica italiana dopo la pandemia. Già si può immaginare che i pesci piccoli che erano caduti nella rete, soffocheranno, mentre si salveranno gli squali, quelli più strutturati, comprese le agenzie che ormai usano Airbnb per offrire oltre al loro pacchetto di alloggi, anche iniziative ed eventi speciali come la Notte con Monna Lisa con visita esclusiva al Louvre, le serate con star della canzone,  la promessa die Gladiatori al Colosseo.

A dare una bella mano alla definitiva conversione del turismo in industria pesante alla stregua della metallurgia e parimenti inquinante, non c’è solo il mito secondo il quale ci si può improvvisare imprenditori di se stessi e guadagnare una certa libertà scegliendosi modi e orari della servitù, ma anche il rigetto dell’interpretazione aristocratica del “viaggio” e della scoperta, in regime di monopolio per élite acculturate e privilegiate.

Come se fosse una conquista stare pigiati in alloggi di fortuna, accatastati in stanzette cui mancalo gli elementari requisiti di pulizia e igiene, stiparsi davanti a un quadro, essere trascinati come mandrie instupidite per calli e ramblas. Come se fosse una giusta emancipazione usare le merci città a discapito di chi le abita, condannate a un destino di parchi di divertimento, in cui i cittadini interpetrano se stessi come figuranti che recitano tradizione, usi, servendo a tavola, trasportando valige, facendo i locandieri, che vanno a dormire altrove per tirar su la giornata.

Adesso potrebbe essere il momento buono per resistere a certe lobby, adesso che tre mesi di stanze vuote e prenotazioni cancellate almeno per un anno potrebbe aver mostrato che l’illusione di guadagni facili è fallace.

Basterebbe rimettere sul mercato i vani in più a disposizione dei residenti, basterebbe esigere che venissero adottate facilitazioni per chi contribuisce a tutelare l’identità e la civiltà di una città grazie alla tutela dell’abitare per chi ci è nato o ci vuol vivere per sempre collaborando alla conservazione e manutenzione dei beni comuni. Basterebbe esigere che gli istituti bancari, le casse di risparmio che abbiamo dovuto salvare dopo che hanno generosamente erogato a malfattori affini, concedessero finanziamenti agevolati a chi vuole restare a casa sua, a chi vuole mantenerla in buono stato, a chi vuole un tetto sulla testa dove risiedono i ricordi delle strade, delle voci, della gente, delle storie della sua città.

 

 

 

 


Tutto il male vien per nuocere

mani  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Niente sarà come prima, e va a sapere se è una promessa o una minaccia. Intanto ci vuol poco a capire che padronato, sfruttamento, repressione non sono andati in quarantena, al contrario il loro sistema di governo imperniato sulle disuguaglianze, ha trovato nuovo ossigeno.

Ormai accettare e uniformarsi a vincoli, controlli, distanziamenti rientra nell’ambito dei lussi che non tutti possono permettersi, a cominciare dai luoghi del “consumo” sociale:  ristoranti, caffè, bar, discoteche, palestre, hotel, teatri, cinema, gallerie d’arte, centri commerciali, fiere dell’artigianato, musei, musicisti e altri artisti, impianti sportivi,  sedi di congressi  e convention. Ma anche  trasporti pubblici, treni, compagnie aeree, multinazionali delle crociere, una quota cioè molto rilevante  della nostra economia.

E se barchini, pedalò, taxi acquei, osterie, localini sono già stati espulsi almeno a guardare il panorama di serrande mestamente tirate giù lungo le nostre strade, grandi alberghi, grandi armatori-corsari, grandi greppie a 5 forchette, grandi catene commerciali, si stanno attrezzando anche con l’aiuto di amministratori locali e di quegli istituti bancari che hanno come mission dare quattrini solo a quelli che li hanno già.

Si tratta di quelle élite che sanno approfittare delle emergenze e qualche volta favorirle, per lanciare nuovi brand, sanitari ad esempio, e che sanno mettere a frutto le “ricostruzioni”, entusiasti delle nuove frontiere tecnologiche largamente riconducibili al loro controllo nelle quali arruolano iper connessi disponibili a essere sorvegliati e sorvegliare aree di marginali ed esclusi, destinati a scendere sempre  più in basso nella scala sociale anche in qualità di ignoranti refrattari alla responsabilità personale e collettiva, incapaci per età o per istruzione a cogliere le sfide della modernità.

Poco importa che l’emergenza abbia rivelato la debolezza  strutturale   del modello organizzativo della piattaforme con siti web che non fanno fronte al numero degli accessi, catene di distribuzione impotenti a sopportare il surplus di ordinazioni, per non parlare del fallimento della didattica a distanza e dello smart working.

Meglio così, anche quello serve a selezionare tra chi merita di essere salvato grazie al reclutamento accondiscendente nell’esercito del caporalato online, donne soprattutto, come postula il ticket Delrio/Colao, addetti ai lavori alla spina che pensano di essersi guadagnati l’indipendenza decidendo orari e percorsi  della consegna della pizza, rider che aspettano la promozione a  manager –  la procura di Milano ha aperto un’indagine sui pony che cercano di subappaltare il servizio a altri più sfigati di loro, dando in outsourcing marchio, uso dell’account in cambio di una quota del “salario”, mancia compresa -, e chi invece come prodotto scadente, non è degno di sopravvivere e è meglio venga cacciato fuori del mercato.

Sono i fasti della tendenza in auge prima, durante e dopo il covid, che dovrebbe persuadere i proletari a imprenditorializzare la loro definitiva conversione in merce. Ma anche in quel caso a farcela sono i colossi, le piattaforme strutturate, la multinazionali digitalizzate e non, in grado di affrontare i costi dell’adattamento alle regole imposte dagli impresari dell’emergenza.

Basta pensare a quello che succede nelle città: è di oggi una indagine che dimostra che il prezzo degli immobili a Roma sta subendo un crollo prevedibile, e che racconta come molti che avevano puntato su quell’economia della rendita che nell’ultimo decennio ha cambiato il volto e l’identità dei centri abitati, piccoli e grandi, rappresentata dagli affitti a breve, dall’ospitalità turistica esentasse, stanno naufragando.

Mentre c’è da star sicuri che Airbnb, nato solo nel 2008, ma che è riuscito a occupare e stravolgere gli assetti urbani, facendo esplodere il prezzo degli affitti e il valore degli immobili e espellendo dai centri storici i residenti. Con l’effetto di frammentare relazioni sociali, mettendo in crisi il tessuto commerciale di quartiere,  alzando a dismisura il costo della vita, trasformando interi quartieri in scenari e quinte teatrali per mangiatoie, apericena, movide, birrerie, pub.

Che poi anche di quelli faranno la loro iniqua giustizia le disuguaglianze, cancellando le startup dell’intrattenimento e della gastronomia improvvisata, i localini dei ragazzi di buona famiglia che si sono messi al banco e ai fornelli, così come verranno puniti i piccoli proprietari che hanno ritagliato una fettina dell’appartamento per farne un B&B, quelli che si sono scoperti manager dell’accoglienza convertendo la masseria dei  nonni in Salento  e la casetta al paesello.

Verrebbe da dire che se lo meritano, se non fosse che a fronte di speculatori in grande spolvero, di possidenti che hanno saputo trarre profitto da leggi urbanistiche insensate che hanno permesso svuotamento di palazzi, cambi di destinazione d’uso, risanamenti che occultano la frammentazione e la alienazioni di patrimoni immobiliari di pregio, come di stabili di edilizia popolare, c’è una moltitudine di “vittime” della mitologia fondativa di quella che è stata definita l’azienda fondatrice della Silicon Valley – e è detto tutto – che li ha persuasi che mettendo un materasso in più o uno di quegli armadi con dentro il sofà cari a Stanlio e Ollio, si potesse diventare imprenditori si se stessi, grazie alle opportunità di una “economia collaborativa” e egalitaria che concede a chi affitta un modesto guadagno “sicuro” e offre al turista la realizzazione di un sogno a poco prezzo, a Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Lisbona, Istanbul, oggetti di un marketing delle città diventate merce di consumo, della loro storia convertita in brand.

Niente sarà come prima, e infatti per quanto riguarda l’uso turistico delle città c’è da scommettere che sarà “peggio”, perché la penalizzazione causata dalla pandemia e guardata teneramente dagli osservatori e pensatori come al desiderabile ritorno a una Arcadia dimenticata e come l’auspicio di una decrescita, per i poveracci condannati alle zolle, se percepiscono un reddito di cittadinanza,  mica per loro, esalterà gli istinti peggiori in tutti: l’avidità padronale, la cupidigia dei residenti affamati, l’indifferenza tracotante dei viaggiatori incuranti dei diritti degli abitanti: spendo e  pretendo.

E figuriamoci se in questa orgia bulimica di retorica non avrà spazio l’edificante retorica dei fondatori di Air che definirono così la loro vocazione: “al centro della nostra missione c’è l’idea che le persone siano fondamentalmente buone e che ogni comunità si un luogo dove è possibile sentirsi a casa”.

A pensare ai tanti in domicilio coatto pigiati in due stanze, a chi non ha fatto fronte all’affitto e tra qualche mese sarà sfrattato a norma si legge, ai senza tetto per strada o sotto un ponte, non quello sullo Stretto che ha altri beneficiari, agli occupanti abusivi oggetto privilegiato di norme di sicurezza molto deplorate  ma con uguale determinazione mantenute e rafforzate per motivi sanitari, viene da dire che proprio non c’è fine all’oltraggio condito per giunta dalla presa per i fondelli. Già questo dovrebbe bastare per cacciar fuori dal Palazzo gli Stati Generali convocati dal Re Travicello e autoproclamarsi finalmente popolo. (segue)


I sindaci del Rione Fallimento

ecco

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il 2019 è stato un altro anno record dei comuni sciolti per mafia dal 1991, quando venne approvata la legge che disciplina la materia.  Nel 1993 erano state 34 le municipalità commissariate,  21 nel 2017, 23 nel 2018, e  21 nel 2019: 8 in Calabria, 7 in Sicilia, 3 in Puglia, 2 in Campania e 1 in Basilicata.

E se la provincia più rappresentata è quella di Reggio Calabria con 6 Comuni, quasi il totale regionale, il dato più preoccupante è che molte delle amministrazioni sciolte sono “recidive”, al secondo o terzo provvedimento.

C’è da dire che se non sono mafiosi, i comuni italiani, piccoli o grandi, sono indebitati, già falliti o destinati alla bancarotta. Il  super-debito italiano assorbe il 7,9% della spesa corrente complessiva, cioè 63,98 miliardi su 812,6 (dati 2019), interessando da  circa trent’anni, più del 10% degli 8000 Comuni italiani., sull’orlo del tracollo economico.  E se il buco nero di Roma ammonta a 12  miliardi, in 1.883 piccoli Comuni, cioè nel 37,8% degli enti fino a 5mila abitanti, il “servizio” annuale al debito assorbe più del 12% della spesa corrente complessiva, così di ogni 100 euro di costi totali, dal personale agli acquisti, più di 18 finiscono in rate di interessi, che pesano per oltre 116 euro all’anno sulle spalle dei residenti.

Ben 592 amministrazioni locali hanno dichiarato il «dissesto finanziario», vale a dire sono state definite «incapaci di assolvere alle funzioni e ai servizi indispensabili» o non sono riusciti a far fronte ai creditori «con il ripristino dell’equilibrio di bilancio». Negli ultimi 4 anni 120 hanno  approvato una delibera di dissesto, pari a oltre l’1% complessivo, il 75% dei quali è concentrato in tre regioni, Campania, Sicilia e Calabria.

Una recente sentenza della Corte Costituzionale, che aveva già “bocciato” l’amministrazione di Napoli, per aver adottato accorgimenti illegittimi al fine di pareggiare il suo bilancio, ha messo fuori legge la norma che permetteva di pagare i debiti in 30 anni, fissando il limite a 10-20 anni:  nella lista dei condannati al flop certo, circa 130 città, tra le quali Palermo, Reggio Calabria e Messina e almeno 6 milioni di cittadini.

Nonostante questi standard di prestazione, i sindaci oggi rivendicano il riconoscimento di una maggiore autonomia, aggiungendovi la nuova declinazione in campo sanitario della massima che raccomanda di pensare globalmente e agire localmente, traendo insegnamento dalla  drammatica vicenda che ha attraversato il Paese, cito,  “per puntellare le fondamenta del sistema sanitario nazionale che verrà con le solide radici dei sindaci e delle comunità che essi rappresentano”.

Tutti d’accordo, da Sala a Gori, quello di Bergamo non si ferma, designato dal Pd come miglior sindaco, da  De Magistris a Raggi, impegnati nella repressione, coi costi che comporta in personale e misure aggiuntive ai decreti sicurezza tanto deplorati e alle ordinanze da sceriffi su panchine, muri, mense differenziate, tirate opportunamente fuori dai  cassetti di amministratori leghisti diversamente leghisti,  tramite  la polizia municipale incaricata dei nuove e originali forme di pubblico decoro tramite guanti e mascherine, per punire assembramenti ai Navigli, intemperanze di parrucchieri, impenitenti osti che non osservano le regole per il plateatico.

Vogliono più indipendenza dallo Stato centrale, meno vincoli, più libertà di gestione anche per quello che riguarda le aziende di servizio che con tutta evidenza non sono ai loro occhi sufficientemente privatizzate, anche se cercano di assolvere alla nobile missione di portare “acqua” agli azionariati e voti ai candidati.

Dà loro voce la coscienza critica della Gedi, MicroMega, che qualcuno vorrebbe chiamare MacroSega per quella inclinazione onanistica a  celebrare i fasti europei e del progressismo liberista, intervistando in contemporanea Appendino e Nardella. Non sorprendentemente uniti nel denunciare il patto di stabilità, pur sospeso a livello europeo, che ha ancora i suoi effetti sui comuni, imbrigliati da quelle norme, e dunque nel chiedere più poteri.

Appendino ricorda come Torino abbia dei soldi a bilancio per le infrastrutture “che possono essere immessi immediatamente nel circuito economico, ma abbiamo bisogno di procedure più snelle. Con le giuste risorse e i giusti poteri – un altro esempio – posso modificare il codice della strada per poter ridisegnare la mobilità sostenibile”.

E Nardella propone di “ridurre e accorpare le regioni, per dare più poteri ai comuni e far sedere i sindaci ai “tavoli che contano” in Europa”. Il sindaco del Giglio reclama la restituzione in veste di risarcimento della quota di sovranità ( in questo caso redenta e dunque moralmente accettabile a fronte del bieco sovranismo)  ceduta al governo nel pieno dell’emergenza, ma bisogna far presto perché  “  per il turismo il danno supera un miliardo di euro, considerando che in media Firenze conta 15 milioni di presenze l’anno e da mesi siamo praticamente a zero… Per quanto riguarda l’ammanco nelle casse, senza aiuti da parte dello stato dovremo registrare 180 milioni di euro di disavanzo”.

Mentre Appendino si preoccupa del riavvio “semplificato” dei cantieri: “a Torino abbiamo il progetto della seconda linea metropolitana che vale quattro miliardi ed è finanziato per un miliardo. Voglio poter mettere a sistema quelle risorse nel più breve tempo possibile. Per farlo, però, è necessario rivedere l’intero sistema degli appalti”.

Non c’è proprio speranza ormai, siamo condannati.

C’è stato un momento nel quale i casi di amministratori incaricati per elezione diretta hanno fatto sperare in una riarticolazione del potere a livello orizzontale, in modo da favorire a un tempo autonomia e partecipazione democratica al processo decisionale. Ci siamo avventurati a sperare in una Ada Colau in Laguna, lei che ha fatto della sua frase: non vogliamo finire come Venezia, il suo slogan contro la mercificazione turistica delle città, lei che ha detto che bisognava opporsi a quel “mondo capovolto” che ha consegnato la bandiera dei diritti sociali alle destre per accontentarsi del minimo sindacale delle battaglie “civili”.

Altri si sono illusi che la “pandemia” avesse benefici effetti antropologici e culturali, costringendo i ceti dirigenti a tutti i livelli a rivedere i modelli di sviluppo imperniati sullo sfruttamenti intensivo di uomini, territori, beni comuni e risorse.

C’è perfino chi ha sognato che la crisi sanitaria imponesse un ritorno all’arcadia della decrescita, sia pure obbligatoria, con le città d’arte vuote, un risparmio dei consumi dissipati, gli arcaici centri commerciali abbandonati come cattedrali megalitiche.

Macchè, il sistema di governo delle mance, delle elargizioni senza brioche, si declina a tutti i livelli. Per Torino dopo il declino dell’industrializzazione e l’eclissi del turismo accompagnato da Grandi Eventi e Operette invernali, le aspettative sono affidate al Welfare ristretto nei confini di “Torino solidale” coi buoni pasto e l’erogazione di assistenza aggiuntiva a reddito di emergenza e Bonus Inps in attesa di mettere insieme una grande coalizione per il lavoro e la casa. Per Nardella, c’è da sviluppare un’iniziativa che permetta una semplificazione per il trasferimento più rapido e diretto dei finanziamenti dall’Ue alle municipalità.

Qualsiasi sia la fidelizzazione aziendale a formazioni politiche, non viene messa in discussione l’appartenenza fatale e incrollabile all’Europa, l’atto di fede al Mes, comunque si voglia chiamarlo, ai prestiti per risanare la sanità da ripagare coi tagli alla sanità.

Non si recede dalla crescita e dall’occupazione consegnata al cemento e ai cantieri delle Grandi Opere, non si immagina un progresso che demolisca il sistema delle disuguaglianze quelle nutrite dai nuovi simulacri, le smart city, la digitalizzazione raccomandata dal guru dei telefonini in aperto conflitto d’interesse, della didattica a distanza e dello smartworking che permette l’emarginazione di lavoratori e lavoratrici dalla società, nega qualsiasi forma organizzata di difesa della sfruttamento.

La Ricostruzione consolida in tutte le declinazioni territoriali le vecchie e cattive abitudini, l’espulsione dei reietti e sommersi per favorire la costruzione di città ideali  del privilegio,  falegnami ed artigiani sostituiti dall’occupazione militare di merci a basso prezzo: mobili di Ikea o tutto a un euro  dalla Cina, tanto economici da poter essere effimeri e sostituiti, elettricisti obbligati dalle normative europee  adottate dalle grandi aziende a diventare assemblatori per loro conto di pezzi prodotti negli stessi posti e sovraccaricati di costi di certificazione, formazione, professionisti soffocati da piattaforme.

E poi uno sfrenato indebitamento che verrà ripagato con le solite procedure di socializzazione delle perdite, con l’aumento di tariffe e con tagli delle politiche sociali, con la resa entusiastica e definitiva al casinò finanziario che ha già contribuito all’indebitamento dei comuni tramite fondi, hedge, bolle e balle.

Mal Comune mezzo gaudio? No, catastrofe intera.

 

 

 


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