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Casematte da ricchi

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se visitando il profilo su Facebook di qualcuno degli operosi e rispettabili trevigiani che hanno avuto i mezzi e la fortuna di aggiudicarsi un appartamento nel nuovo quartiere residenziale di Borgo San Martino, l’insediamento immobiliare più ambito negli ultimi mesi e le cui vendite, malgrado il settore sia investito da una crisi gravissima, vanno a gonfie vele, leggeremmo riprovazione e condanna per il muro di Trump a coronamento della distopia xenofoba disegnata da Clinton e consolidata nel modo ipocrita e strisciante collaudato dal Premio Nobel.

È probabile che scopriremmo una contemporanea interpretazione del mantra ambientalista di tanti anni fa: pensare globalmente e agire localmente, capace di dispiegare tolleranza, ragionevolezza e  perfino solidarietà guardando il mondo dal davanzale, e di praticare diffidenza, sospetto, rifiuto rendendo inattaccabile quando non offensivo quello stesso davanzale, se si spiega così il successo dell’apparato di fortificazione poderosa messo in atto nel compound della pingue provincia trevigiana: un’alta cinta muraria, un sistema di videosorveglianza con codice di accesso, dispositivi a tutela della privacy ma soprattutto della massima sicurezza. L’immobiliarista che si vanta di aver replicato oggi i modelli urbanistici delle città murate  del passato, 38 in Veneto, da Marostica a Ciitadella, da Monselice a Castelnuovo, si inorgoglisce per aver mutuato dall’America una sperimentazione che “ coniuga il concetto di sicurezza e quello di privacy, elementi che sono percepiti in questo momento in testa alle priorità”.

E d’altra parte ben prima delle grandi invasioni e degli esodi biblici, il sogno americano si è equipaggiato per salvaguardare proprietà e tranquillità di chi ha dall’attentato anche solo visivo di chi non ha e ostenta miseria e degrado invece di prestarsi ad essere invisibile, tanto che in testa agli investimenti domestici dei residenti dei ghetti di lusso c’erano proprio le spese per la protezione personale e del proprio domicilio, tra vigilantes, guardianie, fili spinati con opportuna elettrificazione, muri illuminati tutta la notte, allarmi, apparati dentati che salivano dalla strada  per forare le gomme di inopportuni visitatori, e così via, a conferma che la calda corrente di ottimismo umanistico che spirava nell’impero aveva bisogno che la felicità privata fatta di edonismo, benessere, spreco e opulenza aveva bisogno di essere salvaguardata con ogni mezzo, da chi la minacciava.

 

Figuriamoci oggi che chi attenta in virtù di empie, inique e generalizzate disuguaglianze, il numero di chi, sempre di più,  per il semplice fatto di esistere mette a rischio beni e serenità dei pochi, sempre di meno, siano immigrati, siano marginali, siano clandestini, siano “diversi, siano nuovi poveri spaesati e ipoteticamente aggressivi in posti che non sono più loro.  I clandestini, i profughi, gli irregolari funzionano a dovere per tirar su muri e far reclamare difesa personale, giustizia sommaria, possesso di armi, per rafforzare le competenze di sceriffi locali, per autorizzare emarginazione, rifiuto, repressione, ma ci vuol poco a estendere misure eccezionali a chiunque sia altro dai bravi cittadini, probi e operosi legittimati a tutelarsi illimitatamente.

La pensano così istituzioni globali: Fondo Monetario, Banca Mondiale, organizzazioni appendici al servizio dell’impero che da anni mettono in guardi sul rischio della futura guerra permanente. Che altro non è che una delle declinazioni di quella già in atto, quella di classe alla rovescia, ricchi contro poveri, sullo scenario sempre più cruento e sanguinoso delle città. E che impone nuove strategie, nuove forze di polizia, nuovi armamenti per allargare il fossato che divide palazzi, fortezze, castelli da bidonville che si estendono minacciosamente, da favelas sempre più inquietanti e sobbollenti di malessere, da slums e periferie teatri di lotte tra straccioni che potrebbero trovare sfogo in insurrezioni, saccheggi, incursioni, come d’altra parte è successo e succede anche nelle province e nei feudi europei.

E siccome nei palazzi, nei castelli, nei fortini, nei quartieri residenziali sempre meno ridenti perché l’autodifesa comporta bruttezza, inferriate, muri, steccati,  vetri oscurati, i generali elaborano le loro tattiche a suon di apparati bellici, ma anche con i tradizionali strumenti dell’esproprio, dell’alienazione dei beni comuni, del sacco del territorio e della speculazione, della dissipazione del denaro pubblico in opere inutili e dannose in favore di corruzione e profitto, sarà bene  sottrarre il governo delle città al destino di pratica contrattuale praticata per appagare avidità proprietarie, reimpossessarsi delle scelte che riguardano tutti, prima di essere cacciati fuori, esclusi e perseguiti per la colpa di voler ridiventare cittadini.

 

 

 

 

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Sceriffi e muratori

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai anche la deplorazione e la condanna si declinano ed esprimono  a vari livelli, secondo gerarchie e potenza articolate su scala territoriale. Chi ha manifestato il suo sdegno per il muro contro gli immigrati avviato da Clinton e adottato da Trump, pare sia autorizzato a  chiudere un occhio sui muretti nostrani, accolti come fossero quello di Alassio, quelli di paese su cui stanno appollaiati gli studenti che fanno sega a scuola, addirittura ben visti se vengono “legalmente” tirati su sotto casa a protezione del proprio orticello o dal giardinetto pubblico minacciato dall’invasione, dall’esodo biblico, dalla barbara occupazione di  “illegali” sfaccendati quando non impegnati a offrirsi come manovalanza della criminalità, tollerati purché invisibili e periferici in qualità di affetti alle pulizie, raccoglitori di pomodori, muratori.

Ieri il sindaco di Gorino ha solidarizzato con sindaco Pd di Vitulano che aveva chiuso la strada di accesso al centro di accoglienza con una barriera a suo dire simbolica, a dimostrazione, sostiene, che “il suo paese non ne può più”. Non siamo razzisti, ha rivendicato, però… Però, quell’incipit che prelude a “i rom rubano”, a “i negri puzzano”, a “degli arabi non puoi fidarti”, “gli ebrei sono taccagni”, “terroni sono indolenti” e che anticipava “gli italiani sono fannulloni, mafiosi, imbroglioni”, frase questa presto rimossa dalla memoria di quei cittadini che plaudono il “via di fatto” del sindaco per essere stati, loro e un tempo,  emigranti laboriosi e integrati.

Sul fronte immigrazione questa leva di sindaci che riecheggia l’atteggiamento di quello che si era autoproclamato podestà d’Italia passando da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi, interpreta al meglio  e applica la strategia europea disegnata  nell’Agenda europea sulle migrazioni  poi ripresa come ispirazione che ha innervato tutti i provvedimenti che ne sono seguiti: isolamento dei paesi di “frontiera” dal resto dell’Unione, riduzione dei diritti per le persone in cerca di protezione, muri austriaci, tedeschi, ungheresi, francesi per impedire gli spostamenti interni dei richiedenti asilo, la farsa che in 1 meno di un anno ha ricollocato 5.290 persone su 160.000, le sospensioni  dello spazio Schengen, un paese, la Grecia, convertito in una campo dove confinare  senza via di scampo i profughi e oggi l’accordo Ue, Mogherini, e governo italiano, Minniti, per sigillare il Canale di Sicilia, rendendo il Mediterraneo un lago amaro e avvelenato.

Lamentano di essere stati lasciati soli i sindaci e hanno ragione, quelli dei territori sconvolti dal terremoto e pure quelli che si sottraggono all’impegno doveroso, civile e democratico, di contribuire  all’accoglienza di gente che avrebbe scelto di passare di qui, porto insicuro ma meno mortale di altri, che nessuno vuole, che grazie a alleanze frettolose quanto irresponsabili, potrebbe essere rinviata al mittente, terre senza diritti, senza istituzioni, senza vita.

Non è un caso: uno Stato senza più sovranità, provincia remota e poco considerata di un impero e occupato da esecutivi sempre più prepotenti e dirigisti che hanno esautorato non solo il Parlamento ma anche quegli stadi intermedi e mediatori, dai sindacati agli organismi di vigilanza e controllo,  li usa a vario titolo come cuscinetti e come parafulmini, delega loro competenza di negoziazione, con rendite, poteri proprietari e padronali, avendo fatto del territorio terreno di scambio e da depredare, li autorizza a esercitare autorità e autoritarismi, incaricandoli di gestire da imprenditori o propagandisti, e grazie alla vicinanza, più che alla rappresentanza, con la “pancia”, degli umori della paura, dei rigurgiti dei campanili, delle sostanze tossiche del revanscismo.

Proprio in questi giorno sono stati premiati per questa funzione particolare con l’elargizione di competenze potenziate in materia di sicurezza. Perfino con un Daspo per varie tipologie di trasgressione contro proprietà, decoro, ripescato da quelli che hanno vanificato l’omologo sportivo, rimuovendo quelle barriere dello stadio che avevano tanto avvilito società sportive, tifoserie violente e pure i fascisti che hanno fatto dei gruppi ultrà un target per la selezione del loro personale politico.

È proprio l’ufficializzazione dell’arbitrarietà esercitata da vari sindaci sceriffi, quelli che da anni vorrebbero armare i vigili, che delegano polizia private e volontari pelosi come la carità, che applicano ai bus l’emarginazione contro cui si è battuta Rosa Parks, che recintano le panchine perché non diano ricetto agli stranieri, che danno la precedenza negli asili ai locali, che respingono come un pericolo di contagio donne e bambini.

E c’è da tenere che sarà l’autorizzazione a agire tramite repressione e limitazione delle libertà e dei diritti contro tipologie di reati e crimini che diventano tali solo quando sono commessi dai reietti, dagli emarginati. O dagli arrabbiati, dai critici, dagli oppositori: se da tutta Italia si è alzato un coro contro gli empi facinorosi che disonorano cultura e libri, mentre si tace sulla sorte delle nostre biblioteche e si è trattato come una simpatica ragazzata il furto con destrezza  del patrimonio dei Girolamini, per non dire del furto di istruzione pubblica perpetrato ai danni di scuole e università. Se si chiudono piazze a lavoratori che protestano ma le si aprono a occupazioni meno pacifiche di aziende e “mecenati”, a differenza degli ateniesi che hanno detto no alla concessione dell’Acropoli per una sfilata di moda.

Se la svolta proibizionista prende di mira prostitute, facinorosi, violenti, imbrattatori di muri,  per tutelare le «zone di pregio artistico dei centri urbani, quelle più interessate dai grandi flussi turistici», ma anche balordi, mendicanti, poveracci, accattoni molesti, matti che parlano da soli per dar sfogo alla loro disperazione, per salvaguardare decoro e bon ton, allora in molti rischiamo l’esilio dalle loro strade e piazze e campi, proprietà esclusiva e protetta di chi li ha ridotti così, stranieri in patria.


Inquinamenti di governo

160952129-366c596f-0772-4ca6-8195-b828e8fefd9bLa montagna produce topolini ciechi, segno di un totale distacco dalla realtà accompagnata dall’incapacità e dalla non volontà di intervenire su di essa in modo efficace per il terrore di disturbare il manovratore economico. Così cadono davvero le braccia quando per contrastare l’inquinamento delle città dovuto essenzialmente ai sempre più frequenti fenomeni estremi innescati dal cambiamento climatico, il ministro Galletti e i comuni se ne escono con un editto risibile: sconti sui mezzi pubblici e riduzione della velocità delle auto a 30 chilometri ora.

Ora visti gli enormi ritardi che il sistema politico affaristico ha accumulato nella costruzione di metropolitane, i fondi inesistenti per rinnovare e incrementare parchi bus vecchi e inquinanti come non mai oltre che insufficienti, la misura sembra una presa in giro perché non è tanto il prezzo del biglietto che induce all’uso dell’auto, ma la carenza di mezzi particolarmente acuta nelle periferie, la gestione innominabile delle linee di pendolari e infine tutta un’urbanistica e una modellazione sociale pensata in funzione dell’auto. Così come è una presa in giro l’idea di diminuire la velocità dai 50 ai 30 chilometri orari che per la quasi totalità delle auto in circolazione significa in realtà  consumare di più usando marce basse: l’effetto è il contrario di quanto si riscontra ad alta velocità.

Già a me hanno sempre fatto pena di provvedimenti di stop alle auto o alle targhe alterne che sembrano fatte apposta per stimolare l’acquisto di veicoli nuovi, quasi sempre esclusi da queste provvedimenti, piuttosto che a frenare davvero l’inquinamento: un modo per rendere difficile la circolazione della vecchia auto dei poveracci e garantire al suvvista in grana di andare dove vuole. Il fatto è che tra riscaldamenti, permessi, taxi, circolazione di grandi mezzi diesel rappresentati dai bus  e dal traffico commerciale  con le sue migliaia di camion e furgoni, i risultati sono sempre modesti e praticamente inesistenti qualora vi siano lunghi periodi di “stasi” atmosferica. Sempre poi che le centraline di rilevamento siano sistemate in modo corretto, il che naturalmente non è garantito.

Come immaginerete io non sono un catastrofista, di quelli che dicono sono state ammazzate migliaia di persone non si in base a quale calcolo ( vedi nota) e non c’è dubbio che l’inquinamento delle città sia oggi solo una frazione di quanto non fosse 40 o 50 anni fa (a Londra per una crisi di smog negli anni 50 morirono nel giro di un mese 8 mila persone) a causa della progressiva deindustrializzazione e al trasferimento in Asia dei grandi complessi manifatturieri. Ma sono abbastanza realista da ritenere che se davvero si vuole intervenire occorre che lo stato, anzi gli stati nelle loro varie articolazioni investano massicciamente eliminando gli ostacoli alla realizzazione in tempi tecnici e dunque onesti di nuove linee metropolitane, acquistando nuovi mezzi pubblici alimentati a gas,  rispolverando le linee tranviarie, dando consistenti contributi per la trasformazione a gas o a elettricità dei riscaldamenti, legiferando per aumentare al massimo il contributo delle energie rinnovabili, eliminando completamente bollo e iva dai veicoli elettrici o ibridi purché questi ultimi siano pensati per un minor inquinamento e non per aggiungere cavalli elettrici ai motori a combustione interna come comincia ad accadere, aumentando il carico fiscale sui veicoli diesel, cercando di contenere lo spostamento delle persone da una zona all’altra delle città, per esempio istituendo un meccanismo premiale per il telelavoro.

Insomma si dovrebbe fare ciò che oggi è definito impossibile e negativo perché aumenta gli investimenti pubblici, diminuisce il gettito, aumenta l’occupazione strutturata e non quella volatile, rende difficili se non impossibili le privatizzazioni  e soprattutto ribalta il dogma fondamentale del pensiero unico per cui è il mercato, nelle vesti dei grandi gruppi finanziari ed economici che impone le sue leggi ai poteri pubblici (il Tttip è un capolavoro in questo senso). Dunque il parto di un miserevole e stento topolino non è tanto causato dalla cialtroneria del ceto politico, quanto dalla sua subalternità e dall’impossibilità di prendere provvedimenti che vadano contro le filosofie imposte dalla guerra di classe al contrario.  Davvero è proprio tutto questo che costituisce la parte più letale dell’inquinamento, la pmi della vita politica e sociale.

Nota Al contrario di quanto non si pensi le polveri sottili esistono e in grande quantità (il 94% del totale) a prescindere dall’attività antropica e sono dovute a polvere, terra, incendi, eruzioni vulcaniche, sale marino alzato dal vento, microorganismi, pollini e spore, erosioni di rocce e polvere cosmica. Certo il pericolo maggiore viene dal “particolato carbonioso” frutto tipicamente della combustione di motori e caldaie che si concentra nelle città e agisce in sinergia con gli ossidi di azoto e la Co2. Ma i calcoli vanno fatti con attenzione e non con la leggerezza dei catastrofisti.

 


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