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I violenti del “mondo di sopra”

Batman-Arkham-Knight-1Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma adesso non eravamo tutti rassicurati dalla sentenza della Cassazione? Non vi sentivate più sereni nelle vostre comode e  case ora che ci hanno reso noto che a Roma non c’è la mafia? Invece ecco che arrivano Calenda e Salvini, Mentana, Feltri e perfino la Perina promossa a libera pensatrice in quota rosa, a  comunicarci che è infetta, preda della criminalità, terreno di scorrerie di bande organizzate, che perciò costituisce una minaccia di tremendo contagio  per il paese, Capitale morale compresa, che peraltro vanta il non invidiabile primato di prima in classifica per numero di reati denunciati e per l’aumento di oltre il 10% rispetto al passato per quelli di produzione, traffico e spaccio di droga.

E che, dunque, dopo l’ultimo tragico evento: l’assassinio di un giovane – ahi, ahi sospetto però di sovranismo –  accorso a difendere la ragazza, deve essere affidata ad alte autorità, a poteri commissariali eccezionali per ripristinare condizioni di legalità e decoro, contrastare il rischio di pestilenze  e  guerre del pane  – è il piccolo Enrico del Cuore a dirlo, proponendosi trasversalmente come candidato alla poltrona in Campidoglio, oltre che per ridurre lo strapotere dei sindacati come ha mostrato di saper fare lui a Taranto e in altri 161  tavoli di crisi aziendali.

Si dimostra così che, sia pure detronizzato, il grande impresario del music-hall della paura vive e si è impossessato senza fatica di altri corpi, non di cervelli sempre scarsi,  che va in scena non solo al Papetee o su Twitter,  ma si produce in giornali, nei talkshow, nella rete dove si nutre la percezione del terrore un tanto al metro, si alimenta l’ideologia dell’emergenza post-immigratoria per far vedere che il vero pericolo è l’invasione interna e l’occupazione militare di periferie, dove nessuno dei commentatori ha la ventura di andare, da parte dei poveracci spinti sempre più giù, dei violenti ai quali sono state fornite armi virtuali e concrete e proposti nemici più deboli sui quali si può infierire, tutti fenomeni da controllare con pugno di ferro, poteri straordinari, potestà speciali e carismatiche.

In barba alle statistiche e alle rilevazioni di dati reali, l’intento è quello di persuaderci che siamo vittime innocenti di esodi di malviventi e terroristi e esposti alla loro indole trasgressiva e alla loro ferocia, combinata con  quella di qualche indigeno, con tutta probabilità esasperato dalla loro presenza o impreparato a vincere le sfide dalla modernità con dinamismo imprenditoriale, ambizione e tenacia, insomma,  matto o sfigato.

Non conta che  i reati continuino ad essere  in calo con una flessione che prosegue dal 2013  (sarebbero in aumento solo quelli informatici benchè non vengano annoverate le balle  ufficiali e non, raccontate in rete), che la leadership del crimine sia detenuta  non dalla Capitale ufficiale, ma da quella morale, seguita da Rimini e Firenze mentre l’ultima in graduatoria secondo le rilevazioni del Sole 24 Ore sarebbe Oristano, a smentire stereotipi e luoghi comuni sull’efferato banditismo. Non conta che le statistiche confermino che rispetto a Parigi o New York Roma sia un’oasi della pacifica e armoniosa convivenza e che non possa essere assimilata a altre megalopoli fantascientifiche, come ha ricordato perfino il capo della Polizia Poco contano i rinfacci sulle risorse destinate a incrementare il numero delle forze dell’ordine, incaricate da anni della repressione dei molesti, degli sgraditi alla vista e alla reputazione, dei dissidenti, più che al controllo del territorio, che tanto  la parola d’ordine è favorire un rafforzamento autoritario delle figure e delle competenze di sindaci in modo da farli assomigliare sempre di più a sceriffi e potestà, anche grazie a leggi elettorali che hanno ridotto l’ingombro della partecipazione democratica.

Conta invece che da anni istituti di studi ben collocati nelle “scienze sociologiche e strategiche” mainstream, organizzazioni che analizzano i conflitti – le più esperte visto che di solito sono al servizio di quelli che li generano –  insieme a Banca Mondiale, Fmi, Onu, parlano di guerre prossime o meglio già cominciate, a “bassa intensità” le definiscono, che hanno e avranno come teatri le città, dove si consumano le più tremende disuguaglianze, dove  bidonville e favelas (che qualcuno ha chiamato le discariche dell’eccedenza) minacciano  come orde barbariche e animali feroci le eleganti dimore arroccate sulle alture, le prestigiose sedi di industrie e istituzioni, le torri di cristallo che svettano verso il cielo specchiano una modernità dove il lusso più futile e dissipato è contornato  da squallore,   inquinamento, escrementi e sfacelo. E dove le  “case” abitate dagli strati più poveri del proletariato urbano crescono come funghi velenosi su suoli d’infimo valore e  marginali, zone golenali, acquitrinose o contaminate da scarichi industriali: siano le favelas di São Paulo   e di Rio de Janeiro  col rischio di frane e smottamenti, siano le callejones di Lima costruite in buona parte dalla Chiesa cattolica, colosso immobiliare,  che sprofondano  al primo temporale, siano le bidonville di Nuova Delhi, che ospitano un milione di straccioni, mentre a Bombay un milione e mezzo di persone, pur avendo un lavoro, dorme  sui marciapiedi, che si tratti  della capitale della  Mongolia, assediata da un villaggio di tende, o di coperte stese a coprire povere cose, in cui vive mezzo milione di ex allevatori scampati a espropri e fame; o del Cairo, dove le tombe dei Mamelucchi sono abitate da un milione di persone, mentre un altro milione di cairoti dorme sui tetti.

E siccome rifiuti urbani attraggono quelli che vengono considerati rifiuti umani, altrettanto indesiderabili e che è necessario sottrarre alla vista della gente perbene, Quarantena a Beirut, Hillat Kusha a Khartoum, Santa Cruz Mehehualco a Città del Messico e la “Montagna fumante” a Manila  sono le sterminate discariche dove trovano riparo i più disperati  indigenti che trovano sostentamento nell’immondizia.

In quello che eravamo abituati con sufficienza a chiamare Terzo Mondo e così e sarà così in maniera sempre più epidemica e diffusa ovunque, se in tutte le città, grandi e piccole, nelle megalopoli già predisposte per diventare necropoli, abitate da occasionali  ospiti dei grandi cimiteri della giustizia e della civiltà: banche, uffici di multinazionali, centri commerciali, ma anche nelle capitali dell’arte e della cultura, la politica dell’abitare è ridotta a negoziato impari di governi e amministrazioni che contrattano consenso, voti, prebende, “compensazioni” miserabili con costruttori e immobiliaristi, coi promoter  delle più nefaste bolle finanziarie, per  espellere i cittadini dal luogo sono nati e vissuti, costringendoli a lasciare le case “dentro le mura- perlopiù simboliche” e spostarsi “fuori”, in spazi residuali, in non-luoghi, in “zone grigie”, in junk space,  in appositi dormitori, mal collegati da reti di trasporti  vetuste, sprovvisti di servizi, brutti in posti brutti, che quindi si meritano oltraggi aggiuntivi alla cancellazione della memoria e dell’appartenenza anche imponendo “altri”  ancora più indigenti, ancora più molesti, ancora più feriti, dai quali è doveroso risparmiare le geografie dello sfarzo e del privilegio.

E cosa volete aspettarvi dai servitori in livrea dello stesso sistema che provoca i danni, li “denuncia” per incolparci e sa agire solo con la forza e la repressione, se non pretese di innocenza e invocazioni di forza, autorità e costrizione? Strumenti che paradossalmente penalizzano le due città che coesistono in uno stesso luogo, quella dei ricchi e quella dei miserabili, Parioli e Bastogi, Vomero e Forcella, San Babila e Giambellino, i ghetti del lusso, controllati e difesi da vigilanti e sistemi di sicurezza che trasformano i fortunati in reclusi spaventati e rabbiosi e i recinti della miseria  coi loro reticolati veri o virtuali e i loro prigionieri intimoriti e incolleriti. Chi ha seminato violenza oggi teme la violenza che ha generato e che li minaccia, quella dei  “gatti in tangenziale”, di chi da sempre è confinato nelle geografie  del malessere dove l’unica voce che arriva dai palazzi è quella del più trucido, dove i condannati alla marginalità si sentono traditi tanto da consegnarsi a Forza Nuova che rivendica di avere in pugno cinque o sei quartieri, tanto da volersi rivalere  su quelli che vengono conferiti nelle discariche umane del benessere, vite nude senza documenti e fissa dimora, scarti mandati dove ci sono già altri scarti.

Il trailer dell’horror che si sta girando in Cile ci insegna che bisogna aver paura della paura dei potenti e combatterli prima che abbiano la meglio su di noi.


Caramelle di cemento

cittaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Forse dopo aver lavato i panni in Arno avrebbe voluto chiamarlo Rinascimento Urbano il suo piano  per far rinascere i quartieri delle nostre città. Invece si è accontentata, più modestamente di Renzi o del suo norcino reale Farinetti che volevano ripristinare i fasti medicei anche in salumeria,  di Rinascita Urbana, e speriamo non faccia la fine del glorioso periodico comunista.

Porta questo titolo il programma dotato dello stanziamento di un miliardo annunciato appunto dalla Ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli che si propone di  “migliorare la qualità dell’abitare, attraverso diverse azioni, come la rigenerazione degli edifici, il sostegno alle famiglie in affitto, i cantieri nei piccoli comuni”.

Lo so già, mi direte che non mi va mai bene niente, quando ricordo come una populista qualunque che un miliardo è una cifra ridicola rispetto agli 8,6 che servono per la tratta principale della   ferrovia Torino-Lione, o rispetto ai  27,8 miliardi di dollari (1,3% del PIL) di spese militari, o ai 5,5 miliardi di euro del Mose. Lo so già, mi direte che sono avvelenata contro i Salvini in doppiopetto e tailleur di questo governo che con toni meno accesi e maniere apparentemente meno cruente sviluppano l’ideologia dello sfruttamento e della speculazione.

E’ proprio vero, avete ragione quelli come me si sentono sempre in trincea se nulla cambia nemmeno la superficie o gli slogan e le parole d’ordine ispirate dall’istigazione ad accontentarsi di briciole, di distrazioni tramite giochi e passatempi costosi: il nuovo stadio di Milano è un’operazione immobiliare da 1,2 miliardi di euro, le Olimpiadi del 2026 a guardare quelle di Torino che hanno prodotto un indebitamento mostruoso della città produrranno una voragine certa, di promesse e doveri, prima di tutto quelli che ci impegnano a completare a nostro carico nefandezze già avviate, per salvare con la reputazione i profitti degli imbroglioni delle cordate imprenditoriali e politiche bipartisan.

Immaginate se si può credere al miliardo sventolato dalla Signora Bonaventura per sanare il paradosso italiano per il quale  da oltre mezzo secolo si costruiscono troppe case e non ce ne sono mai abbastanza per chi ne ha bisogno. Se si può credere al suo “programma pluriennale innovativo per la riqualificazione e l’incremento dell’edilizia residenziale pubblica e sociale e per la rigenerazione urbana”, pensato “per far rinascere interi quartieri nelle città medie e grandi”, se chiama in campo le regioni come soggetti co-finanziatori insieme all’apporto  di  risorse private, come quelle di Cassa depositi e prestiti e i fondi privati che si occupano dell’abitare.

Figuratevi se possiamo fidarci di quei partner occasionali e delle loro referenze: le regioni appunto, che grazie al susseguirsi di misure governative speciali con Berlusconi, Letta, Renzi e al di là delle forzature operate con la legge Polverini nel Lazio (sottoposta una un lifting trascurabile e beffardo da Zingaretti) o Cappellacci in Sardegna, operative anche dopo la loro gestione, in Veneto e Lombardia, in testa alla graduatoria del consumo di suolo, sono autorizzate a dettare norme autonome sugli spazi da destinare agli insediamenti residenziali, a quelli produttivi, a quelli riservati alle attività collettive, al verde e ai parcheggi,  cancellando gli standard urbanistici ed edilizi, cioè tutte le prescrizioni riguardanti i rapporti tra spazi pubblici e spazi privati, tra volumi edilizi e spazi aperti.

Pensate proprio che  si impegneranno per il volonteroso recupero e risanamento del patrimonio  pubblico e privato? quando occasione è buona per aumentare la massa di volume edilizio commerciabile, quando vengono concesse a prezzo  stracciato aree a immobiliaristi e costruttori, per costruire un impianto sportivo (come sta succedendo a Roma, a Milano e a Firenze) cambiandone per un maligno incantesimo la destinazione d’uso  trasformandole in terreni edificabili e permettendo ai promotori  un indice di edificazione doppio di quello di qualsiasi cittadino.

O quando per il perseguimento di standard qualitativi architettonici, energetici, tecnologici e di sicurezza sono consentiti interventi in deroga alle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali, comunali, provinciali e regionali, ivi compresi i piani ambientali dei parchi regionali, permettendo in nome del contrasto al consumo di suolo la realizzazione di quei grattacieli che ormai sono sorpassati a Dubai ma piacciono al terzomondo interno arraffone e arruffone dei sindaci di Venezia e Milano, o l’edificazione di falansteri abbandonati prima di essere finiti sulla Cristoforo Colombo e in altre zone dell’hinterland romano, o la realizzazione di quartieri dormitorio “a 20 minuti da Piazza San Pietro”, sprovvisti di infrastrutture e servizi, dove confinare sempre più vaste a varie tipologie di cittadini di serie b, per lasciare il centro storico alla speculazione dei ricchi e spietati, favorendo  quel processo di sostituzione feroce che si chiama gentrificazione e che viene promosso con il vuoto normativo, l’urbanistica ridotta a pratica negoziale tra comuni e privati, l’allargamento della maglie per agevolare le operazioni opache dei grandi immobiliaristi che svuotano gli stabili per offrirli a nuovi residenti Vip.

O quando in nessuna città d’arte, ma anche in centri grandi e piccoli, non si è mai provveduto a un censimento efficiente ed efficace dell’edificato storico, a quello del patrimonio abitativo pubblico e della natura, censo e qualità degli “affittuari” ( resta nella memoria il messaggio forte dell’onesto Marino, che poi si limitò a istituire una commissione di studi)alla composizione della cerchia degli inquilini Ater, catalogabili nella categoria furbetti del quartiere.

Oppure dovremmo affidarci ai fondi, quelli delle bolle di mattone,  segnate dall’intreccio tossico  fra rendita, speculazione immobiliare, finanza, pubblica amministrazione e  governi locali  che per fare cassa hanno infatti inventato la “zecca immobiliare” continuando a concedere sempre più estesi diritti edificatori e consumando con voracità risorse territoriali preziose, quella che sta alla base della bassa qualità delle nostre città, della loro perdita di vivibilità, del  paradosso della povertà nell’abbondanza, con i grattacieli in costruzione e i senza tetto nelle favelas, con le vertiginose quote  di invenduto/sfitto ormai patologiche, con gli abitanti espulsi dai centri storici per far posto a avventizi di lusso, a hotel, uffici finanziari, grandi firme uguali a Milano come a Riyad grazie agli stessi opulenti padroni e investitori.

Eh si, proprio non ci credo alle promesse della fatina della calce, che porta come garanzia e referenze la riffa in piazza per le casette temporanee ai terremotati del Centro Italia.

 

 

 

 

 

 

 


Vizi Capitali

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se ricordate quando a proposito di Panorama e Espresso si diceva: “un settimanale al prezzo di due”, per indicare testate che,  sia pure su fronti solo apparentemente avversi, erano indistinguibili per preferire lo scandalo e l’intrattenimento all’informazione, per i titoli sferzanti in memoria degli slogan della belle époque del Mondo e dei marpioni di Via Veneto.  Non è cambiato molto, anche se adesso la “critica” anticonformista piazza in copertina al posto di immagini femminili scollacciate a corredo dei test sotto l’ombrellone, dallo scambio di coppie al voto di scambio, la faccia della sindaca di Roma in veste di virago, di strega cattiva, imbruttita dagli effetti speciali, gli stessi che invece ingentilivano la squinzia delle banche.

Vanto un lungo curriculum di critica a Virginia Raggi sindaca ma certo viene voglia di difendere perfino lei e la sua amministrazione a vedere la qualità dei suoi detrattori e dei contenuti – dal programma di Giachetti in poi – esibiti  dall’opposizione.

L’accanimento strabordante nei confronti della prima cittadina della Capitale non può nascondere che il Pd, capofila dello schieramento del partito dei sindaci, non voleva più esprimere un suo candidato per una città fallita e talmente oltraggiata da non saper più rialzare la testa, tanto è vero che il suo uomo di punta era impresentabile non per magagne morali, ma per una serie di vizi che erano poi quelli dell’organizzazione di appartenenza, incompetenza, inaffidabilità, incoerenza, inadeguatezza rappresentati in maniera paradigmatica da un compitino elettorale che esibiva come uniche credenziali due grandi interventi: nostalgia di olimpiadi e pervicace sostegno allo Stadio.

La morte lenta di Roma, di Venezia, di Firenze, di città d’arte e non, che poi ogni nostro borgo ne ha il carattere, della stessa Capitale Morale:  indagini giudiziarie, appalti opachi, pogrom non solo amministrativi contro gli immigrati, cacciata dei residenti dal centro storico per far posto alla residenzialità delle multinazionali del turismo e della finanza immobiliare e bancaria, buche,  appalti opachi, svendita a emirati e chi più ne ha più ne metta, è la medesima storia di devastazioni fisiche e morali del territorio, di un declino che ha segnato il passaggio da città pubbliche a città privatizzate, avvenuto di pari passo con la cancellazione delle regole dell’urbanistica e della pianificazione.

E dire che siamo il Paese che ha dato forma a un principio formidabile e imitato anche altrove, quello degli standard edilizi, che assegnavano non solo virtualmente a ogni cittadino una superficie minima di suolo su cui realizzare i servizi di cittadinanza: istruzione, verde, cura, per garantire elementari diritti personali e collettivi. Ma siamo anche nel Paese dove chi ha cercato di praticare questo principio, Olivetti, La Pira, Petroselli, è entrato nel Pantheon sfoggiato in campagna elettorale proprio da chi ci ha espropriato dei diritti fondamentali: scuola, cultura, casa, lavoro, dai “riformisti” che hanno approfittato del doppio nodo che stringe alla gola le nostre città, la pressione della finanza speculativa e  la mancanza di risorse, per legittimare i condoni (il primo è di Craxi nel 1985 cui seguono i 2 di Berlusconi, prima dell’avvento dell’era delle deroghe urbanistiche prodrome dell’urbanistica contrattata avviata dalla legge Tognoli che inventa i Consorzi di imprese addetti alla divisione degli appalti pubblici). E poi per deviare gli oneri urbanistici che dovrebbero servire a realizzare opere di interesse generale verso la gestione delle spese correnti, per imporre quelle leggi di rapina che danno priorità strategica ai centri commerciali, avvilendo le piccole imprese commerciali e artigianali, o alle grandi opere, indirizzando a obiettivi megalomani forieri di malaffare e corruzione i fondi da impiegare per la tutela e il contrasto al dissesto idrogeologico,  alimentando la rendita fondiaria, l’urbanizzazione cioè dei terreni agricoli in non singolare coincidenza con le varie bolle immobiliari, fino all’innominabile Sblocca Italia (quello che stanziava 112 milioni di euro per combattere i mali del territorio e  4 miliardi per le Grandi Opere), oggi adottato nella sostanza dal decreto Sblocca Cantieri, o ai Piani Casa regionali che prevedono deroghe anche ai criteri di salvaguardia del paesaggio, consentendo ai privati di ridisegnare il volto delle città per rispondere a esigenze incompatibili con l’interesse generale.

Pare che il passaggio da metropoli a necropoli vada di concerto con la conversione delle utopie in distopie, delle mani per la città che avevano firmato le riforme urbanistiche di realizzazione di alloggi pubbliche, o quella sanitaria e scolastica, e le prime nazionalizzazioni dei primi governi di centro sinistra, diventate presto le mani sulla città infiltrate e occupate dalla combinazione in una sola cupola delle mafie esplicitamente criminali e di quelle neoliberiste, concordi nella pretesa di costruire per massimizzare i profitti mentre non si investe più nulla per assicurare il normale funzionamento di servizi, trasporti, manutenzione.

I sindaci di Roma, sostanzialmente fallita nel mese di aprile di 5 anni fa, hanno di volta in volta contribuito al suo  dissesto e all’accumulazione, calcolata in quella data, un lustro fa, di 22 miliardi di debito. Ma mica era il solo comune in bancarotta: in quello stesso anno erano già 180 e gli ultimi dati parlano di più di trecento, uno su dieci in Sicilia, Campania, e Calabria, la maggioranza delle città italiane è indebitata, compresi i centri colpiti dai terremoti, così nessuna amministrazione è in grado di investire per rispondere ai bisogni della comunità, nessuna programma più opere pubbliche, parchi, linee di trasporto, mentre paradossalmente si concorre, a Milano come a Roma, alla realizzazione di infrastrutture “di servizio” e collegamento per interventi privati promossi a azioni di interesse generale, come dimostra il caso degli stadi di Roma e Firenze.

Le due “capitali” sono caratterizzate da una quantità di stabili e vani per uffici vuoti: a Milano la costruzione dei nuovi grattacieli in zona Porta Garibaldi promossa dal fondo sovrano del Qatar con un immenso flusso finanziario ha innalzato il valore degli alloggi, costringendo migliaia di famiglie a trasferirsi nell’hinterland.  A Roma dove sono ben più di 100 gli stabili occupati da senzatetto  e dove il fabbisogno di alloggi stimato è intorno ai 10 mila,  dove, tanto per dirne una,  per realizzare la Nuvola si sono spesi 400 milioni cedendo il patrimonio immobiliare collettivo dell’Eur mentre le torri del Ministero delle Finanze e il velodromo olimpico venivano demoliti per far posto a iniziative azzardate e scriteriate, dalle gare di Formula 1 a quartieri di prestigiosi uffici. Così ora la Cristoforo Colombo è ora un lungo itinerario di stabili vuoti in attesa dei fasti promessi da imprese immobiliari che ne dovevano farne la Wall Street de noantri.  Ma non stanno meglio le aree dove sono stati costruiti alloggi, come a Terrazze del Presidente a Acilia,  come a Tor di Quinto, a Borghetto lungo la Cassia, l’ex Centro Direzionale Alitalia della Magliana,  come a Monte Stallonara alla Pisana, o Castel Verde sulla Prenestina dove insediamenti e  quartieri vivono “fuori” dalla civiltà, con strade mai finite, illuminazione pubblica carente o assente, allagamenti e disagi.

Se in tre anni avevamo diritto a risposte  dalla sindaca di Roma, avevamo però diritto anche a domande dall’opposizione, che non vuole darne perché significa mettere in discussione un modello di città che copia quello adottato per le banche criminali e le imprese speculatrici, che, quando falliscono, creano una bad company  messa in mano a gente fidata su cui far confluire i debiti, come è successo con Patto per Milano per il flop dell’Expo, o con l’invenzione di Roma Capitale cui è succeduto il piano di rientro di Marino, costati a noi cittadini un aumento delle tasse e il taglio di una grossa fetta di spese sociali,  e come sta accadendo e succederà in gran parte delle città “sofferenti”.

Lo Stato, le imprese pubbliche, le amministrazioni minate dalla corruzione, dall’incapacità, dalla speculazione, dal voto di scambio vengono ridotti in miseria passando dalla crisi all’opportuna emergenza, per essere intimoriti, minacciati, commissariati e ricattati fino allo sfinimento in modo da consegnarsi ragionevolmente alla cupola privata, siano sceicchi o emiri, siano prestanome oscuri o nomi altisonanti (anche Soros ha espresso interesse con un suo Fondo per il nostro patrimonio immobiliare pubblico), siano le solite cordate di costruttori e immobiliaristi esperti in appalti opachi, che entrano e escono dalla porte girevoli dei tribunali, siano imprenditori molto indebitati esperti in castelletti e giravolte che si trascinano nel brand le banche cravattare,  tutti uniti per spolpare l’osso, quello che rimane dopo le alluvioni, quelle vere e quelle di cemento, dopo le frane, quelle vere e quelle dell’impalcatura dei diritti di cittadinanza.


Barbarie & Bruttezza

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Anna Lombroso per il Simplicissimus
Una donna di 75 anni madre di un giovane malato viene sfrattata dalla casa della Celestia (quartiere veneziano a vocazione residenziale) dove abita da più di 50 anni. Non è un’inquilina morosa: il vecchio proprietario non riusciva a pagare il mutuo e l’immobile all’asta se lo è aggiudicato qualcuno già in possesso di due appartamenti a uso turistico nello stesso stabile e che pare voglia allargare l’attività imprenditoriale con un nuovo B&B. Un presidio di associazioni e cittadini ha ottenuto un breve rinvio, ma il prossimo 26 luglio la task force di ufficiale giudiziario, padrone di casa con legali tornerà all’attacco con il barbaro rituale dello sgombero coatto e avrà la meglio.
Questo racconto tratto da una storia vera, si direbbe nei film, è dedicato a chi pensa che il proliferare di case vacanze, B&B, camere in subaffitto sia un successo, una conquista, una tappa necessaria nel cammino verso l’uguaglianza, che lo sia stare tanti pigiati stretti magari in punta di piedi a spintonarsi per guardare un’opera d’arte, che lo sia convergere tutti nello stesso punto nello stesso momento per fare del ponte di Rialto, della Torre di Pisa, di Santa Maria Novella, lo sfondo per il selfie. È dedicato a chi è convinto che sia doveroso rinunciare alla tutela, alla qualità, alla salvaguardia dei diritti in nome del profitto e della “libera iniziativa”, a chi ci vuole persuadere che Venezia, Firenze, Siena, sono patrimonio universale di tutti i cittadini del mondo, salvo dei veneziani, dei fiorentini, dei senesi, a chi ritiene obbligatorio in tempo di crisi piegare regole e abiurare a prerogative per consolidare quella economia di risulta, (la definiscono benevolmente sharing-economy, l’economia dello scambio, che assume in questo frangente sempre più i tratti della shadow-economy, l’economia ombra, che di condivisione ha poco e molto ha invece di rendita deregolamentata) perlopiù opaca e che promuove a manager dell’accoglienza figli che non trovano una strada e si improvvisano affittacamere dell’abitazione di famiglia, o i cui genitori investono sfrattando l’inquilino e destinando il bilocale a improbabile casa vacanza, come apprendiamo dalle interviste a concorrenti dei telequiz o dei talent show che si vergognano di essere “disoccupati”.
Qualche tempo fa il sindaco di Venezia, quello che ha promosso la brillante operazione che ha portate negli ultimi 2 anni all’espulsione di 1600 veneziani dalla loro città, si è offeso quando la sua omologa sindaca di Barcellona ha lanciato la sua iniziativa di contenimento del mal turismo con lo slogan; non vogliamo diventare come Venezia.
È lecito invece consigliare a Brugnaro, a Nardella, ai sindaci delle città d’arte e pure a quelli che loro malgrado stanno subendo la conversione di borghi sconvolti dal sisma in parchi tematici, nei quali i pochi residenti resistenti sono retrocessi a ciceroni, osti e figuranti, di diventare come Barcellona. Dove si stanno realizzando i quattro capisaldi di un piano che mira a alleviare la pressione turistica, dare risposta alle esigenze dei cittadini, garantire il diritto alla casa ed evitare l’uso della città solo a fini turistici. Nel 2015, quando si era deciso di bloccare i posti-letto per i turisti, con il congelamento di tutte le nuove licenze, erano circa 158 mila, circa un 10% degli abitanti complessivi di Barcellona, tra alberghi, bed & breakfast, ostelli e alloggi turistici. Il piano speciale del turismo stabilisce che questa quota complessiva di posti-letto non possa essere superata, dividendo la città in tre zone: nella zona 1del centro storico è prevista una diminuzione, perché hotel chiusi o alloggi turistici dismessi non saranno rimpiazzati. Nella zona 2, quella ì della griglia urbana ottocentesca sarà mantenuto il numero di posti-letto turistici attuali, sostituendo quelli che verranno meno. Nella zona 3, infine, i posti-letto turistici potranno crescere, rimpiazzando quelli “dismessi” e spalmando così i servizi turistici su tutto il territorio.
Il fatto è che l’over-tourism, l’hosting diffuso, semplificabile con la sigla del più famoso portale, Airbnb,è una delle forme che ha assunto la finanziarizzazione anche se i protagonisti sono perlopiù singoli cittadini e famiglie che nel sistema economico attuale restano spesso soggetti fragili e non fondi di investimento che sconfinano nella criminalità, perché l’impatto sui sistemi locali e sui legami sociali della condizione urbana è altrettanto devastante. A Firenze che si pone al secondo posto in Europa subito dopo Parigi per numero di alloggi offerti su Airbnb in rapporto al numero dei residenti, con la cifra mostruosa di ben 9226, per la maggior parte interi appartamenti solo nel centro storico e con 1.800.000 le presenze in B&B nell’anno passato, il 93,8% degli acquisti immobiliari entro le mura ha finalità di investimento: il mercato è orientato nettamente sulle case-vacanza ossia su case sottratte agli abitanti. A Venezia l’allarme viene dall’assessore competente: in centro storico, tra strutture ricettive di vari tipo, ci sono 47.229 posti letto per 25.400 camere. E si parla solo di quelli emersi e denunciati. Tanto che il lungimirante Brugnaro ha deciso di favorire un piano per alleggerire la pressione sul centro storico, con provvidenze e facilitazioni per chi apre un’attività di accoglienza turistica in terraferma. Di modo che possiamo star sicuri che la Serenissima ( secondo la profezia di Guccini: la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia la vende ai turisti) sarà popolata solo di visitatori frettolosi.
A Berlino si è registrata negli scorsi anni una sempre crescente carenza di abitazioni e di conseguenza una crisi nel settore degli affitti. Circa l’85% dei berlinesi affitta una casa o una stanza di questa, e il canone richiesto è aumentato in media del 71% dal 2009. Il governo ha reagito aumentando le tasse sulle seconde case e introducendo un permesso ufficiale obbligatorio per l’affitto di notti nel proprio appartamento ai turisti, aprendo una sorta di registro delle camere affittate su Airbnb. L’esito è stato quello di recuperare più di 8000 appartamenti per i residenti regolari dal 2014, quando sono state approvate queste nuove regole, ma l’emergenza non è affatto finita.
Le città perdono così la loro identità, la memoria di sé e con essa il loro futuro: a Bologna il rapporto tra numero di bar/ristoranti e popolazione è ormai di 1 a 37, un numero estremamente sproporzionato che ha come rovescio della medaglia la chiusura di tutta una serie di altre attività che potrebbero essere maggiormente utili ai residenti locali. O a Lisbona, dove secondo uno studio ci sono 9 turisti per ogni abitante e dove settori lavorativi direttamente collegati al turismo, sono diventati i principali settori di impiego della città, con contratti – dove esistono – caratterizzati dalla precarietà e dal ricatto.
Il paradosso è che con l’alloggio “mordi e fuggi” che si mangia il diritto alla casa il gioco non vale la candela: secondo una ricerca effettuata dal Ladest, il Laboratorio dati economici storici territoriali dell’Università di Siena dati sugli introiti dei singoli host di Airbnb registra una curva dei guadagni per la quale una percentuale decisamente esigua, circa il 5%, guadagna significativamente dall’affitto turistico mentre il restante 95%, ne ricava poco o persino meno di quello che riceverebbe con un canone di locazione annuo tradizionale. Mentre la sottrazione di alloggi agli abitanti produce vere e proprie migrazioni dal capoluogo ai comuni confinanti, che determinano una pressione abitativa e una richiesta di servizi non governabili dalle amministrazioni esistenti, dai trasporti alla gestione dei rifiuti, dai servizi all’assistenza e all’istruzione.
L’anno prossimo saranno 50 anni dall’imponente sciopero generale indetto dalle tre confederazioni sindacali nazionali in tutta Italia per sancire il diritto alla casa e a una città dei cittadini. Era novembre e è lecito pensare che non sia una casualità che a distanza di meno di un mese siano scoppiate le bombe di Piazza Fontana. Da allora ogni anno si è registrato un successo della speculazione, della concessione di spazi e beni alla rendita e al profitto, dell’esproprio e della rinuncia. E torna di attualità la profezia secondo la quale le trasformazioni delle città moderne sarebbero da metropoli a melagopoli, da megalopoli a necropoli.


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