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Le truppe del Mi Piace

 

Renzi-sorridente-600x400Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma allora avevano ragione.

Ma allora esiste davvero un complotto orchestrato contro verità e buonsenso e condotto a suon di balle, sussurri, avvertimenti trasversali, intimidazioni.

Ma allora è giusto istituire una commissione parlamentare d’inchiesta e redigere rapporti periodici con cadenza quindicinale,  supportati scientificamente da un algoritmo della verità predisposto all’uopo dall’enfant prodige degli spioni, allo scopo di smascherare e mettere alla gogna le trovate balzane e le insidiose menzogne fatte circolare in rete, per rimbambire la massa beota, incline a farsi turlupinare.

Ieri uno dei congiurati è uscito allo scoperto e ha pubblicato con sfrontata tracotanza nel social network più amato dagli italiani una invereconda bufala, per “difendere” l’organizzazione della quale fa parte dall’accusa di essere stata promotrice – dopo aver favorito la cessione della sovranità dello Stato in materia economica- della consegna del Paese  al crimine finanziario, con il salvataggio dei suoi casinò e grazie all’impunità dei loro croupier malandrini , facendo  vincere anche in futuro il banco e la roulette truccata, in Toscana, in Veneto, che il procuratore antimafia ha definito la “lavatrice” dei soldi sporchi proprio in virtù del clima favorevole all’infiltrazione mafiosa, creato da un sistema bancario  opaco e dominato da cerchie spregiudicate.

Abbiamo sempre detto: il tempo è galantuomo, ha avuto la faccia di tolla di scrivere su Facebook, la Commissione di Inchiesta sulle banche lo ha dimostrato anche in queste ore. Il PD è stato accusato per anni, oggi sono in tanti che dovrebbero chiederci scusa: non eravamo noi il problema. Ma adesso non vogliamo riaprire polemiche: quello che è accaduto sia di insegnamento per il futuro e si aiutino famiglie e piccole imprese ad avere accesso al credito.

Il fatto è che fake ha un forte carattere onomatopeico, richiama lo scoppiettio della bomboletta puzzolente lanciata in mezzo alla gente da qualche teppista e suona meglio dei termini più bonari e domestici, bufala, patacca, balla, frottola, storia, fandonia, invenzione, panzana.

Quello che  è più bizzarro  e avvilente è che qualcuno si goda quei miasmi, che si compiaccia di quegli afrori e si complimenti con bullo che l’ha fatta scoppiare. Perché vi stupirà ma mentre c’è gente che si suicida perché le hanno estorto con l’inganno i sudati risparmi e i  figli non hanno tribune parlamentari dalle quali difendere l’immagine di padri poco noti accusati di essere stati posseduti dall’avidità, mentre si autorizzano in maniera definitiva e bipartisan i più indecenti conflitti d’interesse, mentre si dice che i soldi ci sono ma per salvare le banche, non quelli per salvare le vite dei terremotati, dei malati, per garantire istruzione e cura, per assicurare la tutela del territorio, per riscattare una città e i suoi lavoratori avvelenati e mazziati, si, vi stupirà, ma in calce alla esternazione del cazzaro convertito in sacerdote della verità un tanto al metro, si possono scoprire,  sotto la foto profilo con l’imperturbabile sorriso, ben 975 condivisioni e leggere ben 1341 commenti all’ora nella quale scrivo.

Ora, fatto salvo quel centinaio di possibili prezzolati, di ipotetiche truppe cammellate del “mi piaciare”, comprate con una gita premio alla Leopolda o in qualche stazione deserta ma ben presidiata dalla forza pubblica, fatto salvo un  duecento invettive troppo educate,  significa che ci sono più gonzi dei profeti dei rischi delle scie chimiche e dei propagatori delle cure del cancro tramite bicarbonato. O, più verosimilmente, che resta viva e vegeta una fazione irriducibile di soggetti ispirati da micragnosi interessi privati i più mediocri e miserabili, di cheerleader e ultrà da curva sud a caccia di autografi di star da idolatrare sia pure stonate e in disarmo, ben rappresentati da imperterrite santanchè e  accaniti razzi, di gente che è così drogata dalla possibilità di avvicinare i potenti ed esserne illuminati di luce riflessa, da voler salire a tutti i costi perfino sul carro del vinto, mutuando rabbia schiumante e linguaggi e slogan da stadio o da “boia chi molla”, sei tutti noi, va avanti così, stirali, falli neri, non mollare, Matteo.

Direte, ma sono pochi.

Sono pochi ma sono un campione demoralizzante di elettori e simpatizzanti dell’establishment che più ha saputo colpire nel mucchio, di quel “gruppo” di servi sciocchi incaricato di cancellare ceto medio e stadi intermedi: parlamento, sindacati, informazione, controllori e soggetti di vigilanza, per renderli impotenti e ridurre spazi critici. Ci  saranno anche i “punitori si se stessi”, qualcuno  più spaventato da un ignoto forse migliore preferendogli un noto brutto e cattivo ma conosciuto. C’è certamente quella categoria di famigli e valletti, amministratori e loro contigui, clientes, e pure un bel po’ di precari che sperano in qualche lavoretto interinale all’ombra dei palazzetti di provincia, di sedotti dalle promesse di start up  e carriere manageriali in B &B a spese di papà e mamma.

Ma c’è da sperare che via via sicuramente si è ridotta la cerchia dei pochi – anime ancora belle? – che avevano maldigerito la Bolognina, che aveva sofferto il Lingotto e la professione di slealtà veltroniana e la ripulsa di valori e mandato di sinistra, che aveva preso Repubblica per un fronte anti berlusconiano, che aveva paura del voto inutile nel timore di consegnarsi alla destra, ora che nelle mani della destra c’è cascata davvero.

Parafrasando Brecht se non è venuto il momento di sciogliere il popolo – che ci stanno già pensando loro – è arrivato quello di sciogliere il Pd.

 


La “vita straordinaria” dei sottoccupati

Cane PurinaSarà capitato anche a voi nella parossistica valanga di spot per fregare agli italiani gli ultimi spiccioli di tredicesima sopravvissuti a bollette, mutui ed Equitalia, di vedere la pubblicità  di un cibo che dovrebbe “aiutare il tuo cane ad avere la vista straordinaria vita che sogna”. Quale sarà per Fido una vita straordinaria e davvero la immagina? Non lo sappiamo. Anzi la frase è completamente priva di senso, ma è semplicemente l’applicazione della miserabile retorica neo liberistica al migliore amico dell’uomo, una forza di trascinamento che in realtà non solleva il cane all’altezza del padrone, ma riduce quest’ultimo sulle quattro zampe dell’essere per il consumo. E infatti anche gli uomini hanno i loro padroni che li tengono alla catena dandogli quattro  crocchette e stimolandoli a sognare una vita straordinaria.

In effetti questa droga dei soldi, del sogno e del successo che viene distribuito a piene mani dai bugigattoli mentali e televisivi made in Usa,  proprio per compensare la sempre più vistosa disuguaglianza sociale, è una lotteria messa in piedi per avvalorare le nuove forme di sfruttamento. Uno su un milione diventa miliardario, gli altri diventano tutti più poveri: questo è il casinò delle start – up e  del mettersi in proprio: la roulette gira incessante mentre aumenta la capacità di sfruttamento che viene poi legittimata dalla speranza nella “vita straordinaria”.  Naturalmente per asseverare questa visione, che spazza via qualsiasi idea di diritto sul lavoro, non si esita a mentire e a mentirsi: secondo la Freelancers Union d’oltre atlantico sarebbero 54 milioni gli americani che si impegnano in un entusiasmante lavoro indipendente. In realtà un diverso studio, assai più serio delle cazzatine da yuppismo del terzo millennio e pubblicato dall’Huffington Post, questa cifra scende a 18 milioni, in calo tumultuoso rispetto solo allo scorso anno, più di un milione e mezzo.

La differenza fra le cifre è semplice e illuminante: i freelancers arruolano nel novero degli startuppari in via di arricchirsi e di staordinariamente vivere, tutti quelli che per tirare a campare svolgono un lavoro secondario, saltuario, pagato quattro soldi e totalmente privo di tutele: sono i “tassisti” di Uber, le baby e dog sitter, lavoratori a progetto, commessi temporanei, vigilanti per qualche notte, insomma tutto il mondo della sotto occupazione cresciuto immensamente dopo la crisi e la caduta dei salari medi. Per il resto i cimiteri delle start – up sono ormai affollati ( ce n’è persino uno on line qui )  perché pochissime hanno successo e la vita media della nuova via al lavoro è di dodici mesi, ossia la durata del finanziamento. Dopodiché, gravati dai debiti, senza potere contrattuale si va a prendere un salario sempre più modesto. Non si tiene conto del fatto che calando le retribuzioni, precarizzando il lavoro, diminuendo l’occupazione reale, cala anche la domanda di servizi cala sia di quelli essenziali, figurarsi poi dei gadgets che poi rappresentano la quasi totalità delle idee poste in campo.

Un vero peccato che la specie umana sia così ampiamente onnivora che è quasi impossibile trovare un cibo in scatola che ci aiuti a vivere la vita straordinaria che sogniamo. Ma forse i sogni degli uomini sono più complessi e migliori di quelli dei nostri padroni.

 


Povero Stato, è diventato ludopatico

imagesAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non lamentiamoci. Dopo tante umiliazioni possiamo vantarci di essere in vetta a una hit parade che annovera Paesi industrializzati ed emergenti: siamo quarti nella classifica dei perdenti. Insomma su ogni bambino che nasce pesa non solo la sua quota personale di debito pubblico, ma anche i circa 430 dollari l’anno che i cittadini del mondo ci rimettono giocando   ai videopoker, con le macchinette, partecipando alle lotterie, grattando e perdendo, al casinò reale o virtuale,  per  un volume complessivo di 24 miliardi di dollari, su un giro d’affari complessivo di 488 miliardi di dollari. In testa alla graduatoria degli sfigati si collocano gli americani, non contenti di aver scommesso sulle bolle immobiliari, con 142,6 miliardi di dollari persi  nel 2014, segue   la Cina con 95,4 miliardi e al  terzo posto, molto distanziato, il Giappone con 29,8 miliardi.  L’Italia dunque si piazza al quarto posto per poco, secondo le rilevazioni  della società di consulenza britannica H2 Gambling Capital,  con 23,9 miliardi di quattrini bruciati ogni anno.

Abbiamo capito che per il governo questo primato è irrinunciabile: così la  legge di Stabilità prevede che tra le risorse su cui deve contare il Paese per mettere il segno “più” ci siano i proventi del gioco d’azzardo incrementati da 22 mila nuove installazioni. L’ambizione è sempre quella di far meglio di Berlusconi che si era accontentato di regalare una sanatoria ai biscazzieri e un   “premio di produttività” per il 2011, come riconoscimento delle loro performance e dell’elevato  “livello di servizio raggiunto”.

Se n’è accorto perfino il Corriere che con uno sdegnato articolo di Stella sottolinea l’incoerenza non sorprendente del croupier di Palazzo Chigi, che da sindaco e poi da segretario di partito si era pronunciato contro la piaga dell’alea.  E quindi esprime tutta la riprovazione per le misure in itinere, compreso il rinnovo delle attuali concessioni per i punti di raccolta delle scommesse in scadenza, forse tramite gara, che potrebbe servire a rottamare vecchi patron, accontentandone di nuovi. Interrogandosi sulla deplorevole iniziativa del governo che vuole trarre profitto da quella che, secondo la Consulta Nazionale Antiusura,  è diventato negli anni della crisi una delle cause principali dell’indebitamento di famiglie e imprese e imponendosi come una delle principali matrici del sempre maggior ricorso all’usura. Ma dimenticandosi nel suo investigare che per anni e forse anche oggi – magari potrebbe essere un terreno di indagine per giornalisti di punta che hanno fatto fortuna denunciando la “casta –  dietro le pimpanti sigle dei signori dell’azzardo c’è di certo la criminalità organizzata, ci sono imprenditori che investono nelle bische, oltre che per il vantaggioso giro d’affari, per allargare il brand dell’evasione e del riciclaggio, ma ci sono stati anche correnti di partito, leader e prestanome per la politica.

E siccome il gioco d’azzardo è indecente, iniquo, infame ma legale, la loro presenza è stata poco pubblicizzata per un’ultima  istanza di decenza, molto opaca, ma non certo clandestina, ci voleva poco a indovinare di chi erano “amici” e grandi elettori  i Corallo a un tempo famigli di parlamentari del Pdl e di Nitto Santapaola, a svelare i legami tra la Codere e l’Unipol di Consorte.

Insomma quello è un business che può competere con quello della corruzione, con la differenza che uno è largamente impunito l’altro invece è legale, quindi impunibile,  anzi encomiabile perché partecipe del cammino verso l’uscita del tunnel.

Peccato che in un tunnel nero, sempre più nero ci sono milioni di italiani: in media, oltre un euro su dieci che le famiglie spendono normalmente è drenato verso qualcuno dei modi di scommettere, puntare, ricercare denaro come “ricompensa” e gratificazione. E che il gioco d’azzardo s’inserisca dunque, potenziandone gli effetti, nel cerchio vizioso della crisi fiscale dello stato, esasperando la riduzione delle entrate pubbliche, esacerbando i “consumi dissipativi”, indirizzando le vittime, tutte appartenenti, come ha rilevano la Commissione Antimafia nella sua ultima relazione sul tema, ai ceti più “deboli”,  verso l’usura, quando non addirittura costringendole – proprio come accade con la droga – al proselitismo o a entrare nelle schiere della manovalanza criminale.

E dire che  la “promozione”  dell’azzardo, che lo Stato sostiene e incrementa, nonostante che i ricavi  erariali siano sempre più esigui,  malgrado sia ampiamente dimostrato che “in termini di risorse, consuma molto di più di quanto porti alle casse pubbliche ”  era nata all’insegna di uno di  quegli “equivoci” che hanno dato luogo alle operazioni  più disastrose degli ultimi decenni. Il gioco legale e sicuro è stato pubblicizzato come impegno sociale attivato nel 2004 con una serie di investimenti del Monopolio, per “sottrarre  spazio alla criminalità che propone clandestinamente scommesse, sale da gioco, slot machine e varie altre forme di azzardo in aperta sfida allo Stato”. Man mano che la marea tossica montava, poche voci si sono alzate a smascherare l’evidente   “sinergia  tra legale e illegale”, quello che la Consulta  prevedeva già nel 2000, l’affermarsi cioè di un “tandem  tra il legalizzato e il criminalizzato: il successo delle operazioni di marketing del primo finisce per riflettersi sull’espansione dell’altro, in un’interazione che è già stata rilevata, almeno dalle correnti più critiche del pensiero economico e sociale, per altre forme di “nocività” generatrici di lucro (tabagismo, consumo di stupefacenti)”.

La Corte Costituzionale era stata profetica, salvo l’omettere tra le forme di nocività, quella   commistione tra l’apparentemente e diversamente legale e l’esplicitamente criminale che si gioca nel casinò finanziario globale e della quale siamo vittime  proprio come se fossimo davanti a una macchinetta truccata che ci farà perdere sempre.


Fallimento, l’ultimo “bene comune”

imageAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Azione speculativa illecita volta a provocare variazioni artificiose dei prezzi delle merci al fine di ricavarne un rapido e grande profitto”. O anche: “delitto commesso da chiunque diffonde notizie false o pone in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione di strumenti non quotati, né in corso di quotazione (art. 2637 c.c.). Qualora le condotte indicate abbiano ad oggetto strumenti quotati o in corso di quotazione si configura la fattispecie di manipolazione del mercato di cui all’art. 185 del d. lgs. n. 58/1998 (Testo unico finanziario)”.

Deve averla fatta proprio grossa il vertice della Banca popolare di Vicenza (700 sportelli da Nord a Sud, 120mila soci, 5.500 dipendenti,  molte ombre sulla gestione tanto che dal dicembre 2014 è passata sotto il controllo della Bce)  se la principale accusa mossa agli indagati per lo scandalo, scoperchiato con non sorprendente ritardo, riguarda un reato – l’aggiotaggio – che sa di antico come l’abigeato, quando  azioni che lo configurano vengono compiute da decenni alla luce del sole, favorite da stati, organi di controllo, agenzie di rating, sdoganate da “studiosi” e economisti,  legittimate da provvedimento eccezionali finalizzati al salvataggio di istituti di credito o da misure indirizzate a dare liceità a speculazioni e transazioni opache, praticate da governi, enti locali, in una commistione e integrazione perversa con i sacerdoti della finanza, o meglio con gli illusionisti e i bari del  suo gioco d’azzardo.  Però c’è anche l’accusa di sottrazione alla vigilanza, colpa grave, quella sì,  che ha richiesto da più di un anno  l’intervento  del cane da guardia europeo,  e che probabilmente costituisce il vero crimine economico,  ipotizzando che un banchiere abbia deciso di farsi gli affari suoi con una partita di giro grazie alla quale gli stessi azionisti hanno comprato azioni della banca,   per giunta perdendoci un grosso malloppo che ha costretto il management a chiedere ai soci tre miliardi per ricapitalizzare,  e cercando una tardiva redenzione grazie all’entrata in campo di  un salvifico consorzio di collocamento con 5 joint global coordinator: BNP Paribas, Deutsche Bank AG, London Branch, J.P. Morgan, Mediobanca e  UniCredit.

D’altra parte nello spazio immateriale della finanziarizzazione, nel suo grande casinò globale sono i signori del credito a farla da padrone, quelli delle banche ma anche quelli di una rete sempre più estesa e sempre più opaca, rappresentata dall’accesso diretto,  di imprese, azionariati, consumatori,  al mercato finanziario, mediante una serie di strumenti gestiti da un sistema “ombra” aggressivo fino al crimine, di intermediari,   che si valuta ormai grande come quello bancario e che con esso  interagisce, perché  ambedue si sono liberati da vincoli, leggi, regole e perché sono parimenti dotati di una vita eterna, grazie al moto perpetuo di debiti nuovi che saldano i debiti scaduti.

Però le banche non falliscono, falliscono i risparmiatori, magari  falliscono gli stati e i comuni,  che frequentano la bisca finanziaria a farsi spennare attratti da guadagni facili e persuasi da biscazzieri  affini, amici, ben vestiti, dai modi disinvolti degli uomini di mondo. Stato, comuni ci sono andati per puntare sui derivati per esempio, prodotti finanziario il cui prezzo “deriva” dal valore di qualcos’altro di immateriale e nascosto, il cosiddetto “sottostante”, che potrebbe essere il prezzo del greggio, del rame, o un tasso di interesse, o un indice azionario, valutario, o quello di un’obbligazione. E quello che investe il giocatore illudendosi di avere entrate immediate senza fatica, altro non è che una scommessa rischiosa, che come sempre succede nelle sale da gioco, favorisce la roulette e premia il banco. Così non ha stupito, ma nemmeno ha avuto grande eco la notizia riportata dal Sole 24 Ore in aprile secondo il quale nei primi mesi del 2012, il ministero dell’Economia aveva pagato all’esattore del casinò, in questo caso  Morgan Stanley, la somma non irrisoria di  oltre  3  miliardi di euro,   che il buco dei derivati  potrebbe assommare a 42,06 miliardi di euro, e che le perdite reali già subite nel quadriennio 2011-2014 ammontano a 16,9 miliardi, tanto che senza la corsa dissennata alle scommesse legali “nel 2014 il debito pubblico sarebbe stato di 5,5 miliardi più basso”.

Eh si possono fallire Stati, esautorati e espropriati della sovranità, e comuni al tracollo per via di nodi scorsoi e  incompetenza. Ma le banche si salvano, si salverà anche la Banca di Vicenza come è successo per il Monte dei Paschi, si salvano malgrado evidente incapacità, spericolata indole alla speculazione più trucida, licenza totale di “deviare” dalla mission di essere al servizio dei risparmiatori, come possono fare i soggetti interamente privati, che possono sfuggire a sorveglianza e controllo dello Stato, ridotto a onlus, ente benefico cui ricorrere in condizioni di emergenza, se siamo l’unico paese europeo nel quale lo Stato non ha mai voluto – o potuto? – entrare nel capitale degli istituti in crisi. A cominciare dal fallimento sfiorato di Unicredit, quando governo e opposizione levarono gli scudi contro un ingresso pubblico   nel capitale della banca. No, perché l’ingegnoso sistema in vigore prevede che invece lo Stato impegni risorse nostre socializzando  le perdite, destinando  a più riprese prestiti sotto forma di bond : i Tremonti bond e i Monti bond, addirittura imponendo per legge nel decreto  «Salva Italia» la garanzia dello Stato italiano su tutte le obbligazioni bancarie di nuova emissione. Che tradotto per noi diventati tutti cattivi pagatori, significa che se una banca fallisce, i suoi sottoscrittori di titoli di credito  potranno ricevere dallo Stato italiano il corrispettivo del danaro a suo tempo investito in obbligazioni di quella banca.

Così l’unico bene comune che resta inviolato è il fallimento. Ne spetta una fettina a tutti noi, neonati compresi, proprio come il debito pubblico, quindi non lamentatevi di essere nullatenenti.

 

 

 


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