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Grecia: per l’Fmi ci vorrebbe San Patrignano

crisi-grecia4In anni ormai passati le cronache del dolore spesso riportavano le storie di persone che volevano liberarsi dalla schiavitù della droga, ma che venivano travolte dall’astinenza ed erano comunque disposte ad ogni cosa pur di procurarsi il flash; nei momenti di lucidità si maledivano, nel paradiso artificiale si benedivano. Ed è per questo che negli anni ’80 la società italiana trovò nei mezzi di costrizione e nelle catene di San Patrignano la soluzione facile e ideale del problema, appoggiando e foraggiando Muccioli, appena uscito da un tentativo di carriera come santone e messia.

Ma non c’è necessariamente bisogno di sostanze chimiche per indurre assuefazione e schiavitù, bastano i pregiudizi, gli orientamenti culturali, i monconi di idee, bastano gli ormoni naturali che l’organismo secerne a creare paradisi artificiali. E’ un po’ quello che sta accadendo al Fondo monetario internazionale, membro eminente della troika, il quale nei propri report si danna per gli errori, ma appena scende in campo non riesce a placare i propri istinti animali e la propensione ai massacri di popolo.

Già due anni fa il capo economista di questa malemerita banda bassotti del denaro, fece mea culpa riconoscendo che ad ogni diminuzione di spesa pubblica corrispondeva un diminuzione del pil nella misura di 1 a 1,3. Ciononostante e come se nulla fosse la prescrizione dell’Fmi rimase quella di abbattere la spesa pubblica, sacrificando il welfare. L’acido lisergico del liberismo non lascia scampo alla distorsione percettiva del resto necessaria a sostenere e credere unica e universale una visione reazionaria e medioevale della società.

Oggi ci risiamo: il Fondo deve riconoscere di aver completamente sbagliato i propri calcoli sulla crisi greca: il debito pubblico è andato molto al di là delle stime, il sistema bancario, oppresso da un’enorme massa di crediti inesigibili, è molto più fragile di prima, il pil che avrebbe dovuto diminuire di un massimo del 5% per poi riprendere a correre, è crollato del 17%, la disoccupazione che si pensava contenuta a un massimo del 15% è arrivata al 26%, come dato puramente statistico e cioè escludendo i disoccupati scoraggiati che nemmeno più si iscrivono alle liste e infine le vendite di beni pubblici hanno dato risultati molto lontani dalle attese.

Nonostante questo nel 2014 si è cercato di imporre un nuovo giro di vite, impostato sulle medesime e fallimentari ricette e solo la mancata elezione del nuovo presidente della Repubblica e il conseguente ravvicinato ricorso alle urne hanno evitato un rinnovato bagno di sangue economico. Naturalmente tutto questo è servito a garantire le banche private tedesche e francesi, non certo ad aiutare la Grecia, perà il fatto che all’ammissione di errori non segua una correzione di rotta né ad Atene, né altrove in Europa, conferma ancora una volta che le ricette sono fondamentalmente politiche e che le tesi tecnico – economiche non sono altro che un velo sempre più succinto alla lotta di classe al contrario.

Ecco perché se Syriza e Tsipras – catalogati nel novero della sinistra radicale – dovessero vincere le elezioni e poi cadere nella trappola delle mezze misure, limitandosi a contrattare qualche allungamento dei termini di pagamento, non farebbero che porsi a sinistra della troika che governa Atene come i trenta tiranni, ma di fatto a destra degli stessi documenti dell’Fmi che denunciano l’assurdità delle ricette e rivelano la loro natura di proposizioni politiche. Purtroppo anche dopo i ricatti e i fallimenti di un quarto di secolo non c’è ancora nessuno in grado di legare al letto l’Fmi e impedirgli di sniffare la droga dei ricchi. C’è invece caso che a San Patrignano ci vadano quelli che senza idee chiare e distinte, cerchino solo degli aggiustamenti marginali dentro una nefanda logica sostanzialmente condivisa.

 

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