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Sinistra letale

fratAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte abbiamo sentito dire, come promessa o come minaccia, che la fine dell’economia produttiva, la trasformazione delle imprese in azionariati in accidiosa attesa dei dividendi, la finanziarizzazione con le   acrobazie e i trucchi del gioco d’azzardo, le mutazioni intervenute nel lavoro, manuale e intellettuale, che rende meno agevole il ricorso all’esercito industriale di riserva, la stessa globalizzazione e l’instabilità indotta dai movimenti migratori voluti e provocati, ma alla lunga ingovernabili,  avrebbero portato il capitalismo al suicidio.

Quante volte abbiamo sentito dire che il sistema non avrebbe saputo gestire la sua «strategia del caos», che doveva innervare tutto dalla geopolitica all’esercizio quotidiano del dominio di potere sulle singole esistenze, né contrastare la crisi del suo insostenibile «modello di sviluppo» che sta devastando il pianeta, mettendo in discussione  la supremazia della «civiltà» superiore, dei «valori» della predazione economica e del consumo coatto di merci, della condanna bellica e morale delle vittime della guerra economica e militare, indicate come sudditi da schiacciare e «rifiuti» da conferire nelle discariche della schiavitù. E si sarebbe data la morte.

Invece a tragica dimostrazione della immonda e ingiusta superiorità dei padroni che a differenza dei proletari di tutto il mondo, sanno unirsi e sopravvivere ai danni che provocano, a suicidarsi se pure nella forma visibile delle loro rappresentanze, sono gli sfruttati. Stanno vincendo gli istigatori come ai tempi delle antiche rapine coloniali con tanto di missionari al seguito, come racconta Elias Canetti in Masse e potere a proposito dell’autodistruzione degli Xosa, grazie alla cancellazione dell’identità e della coscienza collettiva, all’abiura del valore attribuito a libertà e responsabilità personale e comune.

Non so bene come ci stiamo “sacrificando” sull’altare delle divinità dello sviluppo, del benessere, dell’ordine, (ne scriveva ieri il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/05/31/la-sinistra-lemming/ )se come gli Xosa condannati per non aver accolto di buon grado le magnifche sorti e progressive portate loro dall’occupazione manu militare della modernità, o come i lemming di Disney. Certo a leggere le dichiarazioni post elettorali dei vinti della sinistra incarnati efficacemente da un cartone animato si capisce chi ha aiutato gli istigatori, che si rivolge così “a tutti quelli che sono oggi interessati a costruire un’alternativa a questa destra“.

Rispetto”, dice Fratoianni, “l’entusiasmo del Pd, non lo contesto perché ho il senso della misura, ma se immagina un’alternativa concreta non può limitarsi alla riproposizione di schemi vecchi. Tanto meno il centrosinistra. Serve rivolgersi ai 5 Stelle e favorirne il cambio di prospettiva. Per tirarlo dentro questo campo. Costruendo uno spazio di discussione in una prospettiva diversa. Perché questa alternativa abbia gambe serve un lavoro sociale per riconquistare tutti quelli che sono andati a destra e che hanno smesso di votare..… pretendo che il programma sia il nostro. Ma si devono porre al centro i diritti e le libertà, lo dico a M5S. E i diritti sociali, il lavoro, la distribuzione della ricchezza, la protezione di chi non ce la fa, e questo lo dico al Pd”.  Eh si, lo dice al Pd e perfino a Calenda perché “se il tema è la costruzione di un’alternativa la discussione si fa tra diversi”.

Qui non parliamo di eutanasia, qui certi soggetti e certe liste più che del dottor morte si accreditano in veste di killer spietati per i quali l’alternativa desiderabile è costituita dall’alleanza funzionale al sistema e al suo establishment delle socialdemocrazie che hanno introiettato l’ideologia neoliberale, abiurando la rappresentanza delle classi subalterne, quelle di Gad Lerner, immeritevoli di attenzione perché se la sono voluta e se la vogliono ancora votando Salvini, per prendersi il dolce carico di quella della borghesia transnazionale sempre più ricca e sempre più esigua, insieme al configurarsi “nuovo” di movimenti anche antichi  che si sono esonerate dei contenuti e delle aspirazioni antagoniste per limitarsi alle rivendicazioni di alcune categorie e gerarchie di diritti, perdendo ogni afflato antiautoritario e anticapitalistico, perché nella loro citta del Sole  non c’è posto per conflitti  economici, di genere e etnici, meno che mai di classe. Il che spiega bene la preferenza accordata alle visite ufficiali di Greta piuttosto che ai picchetti davanti alla Whirpool o alla lotta dei tarantini, cittadini o dipendenti ugualmente traditi dal compagno Vendola oltre che dal futuro sodale Calenda.

E tanto meno c’è posto per il populismo, tantomeno per quello di sinistra indegnamente competitivo, quello di Sanders e Corbyn, di Podemos o Melenchon, oggi visti come visionari velleitari e irrealistici sediziosi ma che fino a poco tempo fa sarebbero stati annoverati tra posati, pragmatici e pure prudenti socialdemocratici con le loro modeste proposte di redistribuzione del reddito, reintegrazione del Welfare, nazionalizzazione di comparti e attività strategiche, controllo delle banche centrali, e così via.

Ogni tanto un interprete di Marx ci ricorda l’ammirazione riservata al modo di produzione capitalistico che nasceva dalla convinzione che la sua accelerazione potesse propiziare e avvicinare la transizione al comunismo, ma anche per la potenza (ora sappiamo, irresistibile) con la quale è capace di espandersi.

E figuriamoci se con tutto comodo e anche in nome di interessi di classe e personali, la sinistra anche prima di quelli che l’hanno ripudiata come velenoso ostacolo alla costruzione democratica, non si è fatta possedere dalla stessa venerazione grazie allo stravolgimento semantico per il quale il capitalismo è diventato sinonimo di progresso e la globalizzazione il volto nuovo dell’internazionalismo, e la tecnologia il totem da adorare perché ci libererà dalla fatica, dalle malattie, in una società beata e civile nella quale le relazioni, tutte, sono equilibrate, soddisfacenti, feconde, regolate come saranno, dal mercato. Come se il mercato combinato con la tecnologia non abbia già mostrato il suo vero volto con le bolle dei titoli delle imprese digitali prima ancora di quelle immobiliari, con il controllo su lavoratori e cittadini, con le illusioni del successo del casinò finanziario.

Compostamente proprio come dei Veltroni qualunque certi rimasugli cercano di contenere l’ira e il disprezzo per la marmaglia il cui voto dovrebbe probabilmente essere limitato, per offrire un diritto/dovere già arbitrario a chi sostiene le élite che interpretano i principi cosmopoliti e multiculturalisti che è doveroso esportare e imporre anche con le armi, sul grossolano localismo dei “subalterni”, degli “sdentati” come li chiamava Hollande, dei dementi” (la definizione è di Bifo).

Eh certo, non si sono accomodati su un seggio nella fortezza, dove andare di tanto in tanto a fare i turisti per caso, ma ho il timore che gli abbiamo concesso la certezza di stare sempre dalla parte di chi vince, che non importa se non è quella giusta.

 

 

 

 

 

 

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Sudditi contenti

sudditi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non stupitevi se per una volta affermo che queste prossime lezioni europee hanno una loro importanza. Non politica, per carità: si tratta di un evento insignificante per le nostre esistenze di cittadini, nella loro qualità di ratifica notarile della resa e dell’assoggettamento,  garantito dalla cerchia di candidati che sono stracontenti dell’Europa così com’è e quelli – non più ammirevoli – che vanno a meritarsi lauto compenso e benefits per trastullarsi saltuariamente con un’altra Europa impossibile.

Mentre invece potremmo apprezzarle in quanto costituiscono un validissimo test per disegnare l’identikit perfetto del suddito ideale che, per dirla con Hannah Arendt, che purtroppo ha meno fan di Fusaro,  non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più.  E per riconoscere quindi l’idealtipo che incarna le vittime volontarie del paradosso della debolezza, che accettano le regole e gli imperativi  imposti anche se illegittimi, sentendosi però libero perché gli viene concesso di deprecarli.

Sono quelli che abitano a buon diritto le geografie delle nuove classi disagiate, ma che si illudono si tratti di un temporaneo e breve incidente della storia e perciò di vergognano delle unghie sporche rappresentate da qualche segreta incursione nel populismo, in attesa di riaffermare la propria paternalistica appartenenza a ceti superiori, più acculturati e autorevoli, minacciati da una plebe di ignoranti e maleducati.

Sono loro che dopo che per secoli dai salotti di Diderot e Galli Della Loggia hanno decantato la bellezza della democrazia, la possibilità concreta di pensare con la propria testa e perciò contare con ognuno dei propri voti, oggi non proprio sommessamente guardano all’opportunità di  selezionare i target elettorali secondo svariate e ingegnose forme di discriminazione, laurea in testa, delimitando il diritto/dovere ai cittadini più “informati”, magari equipaggiati di diploma di neo-antifascismo, di neo-ambientalismo, di neo-antirazzismo, di neo femminismo e così via. In modo che si perfezioni l’ossimoro grazie al quale il suddito vota entusiasticamente per l’imperatore e per i suoi scherani, persuaso senza sollevare dubbi e obiezioni che la verità propinata da palazzo reale sia quella buona, contro le false verità contro le quali  i detentori delle forme innovative di relazioni umane e socialità decidono il doveroso ostracismo neanche la rete fosse l’Atene di Pericle, in maniera che a monte venga effettuata la necessaria selezione della balle da somministrare alla massa.

Non diversamente da Salvini e Borghezio si sono convinti o fatti persuasi di appartenere una civiltà superiore, contro i cinesi che ci hanno rubato l’idea degli spaghetti, che pure avevano tanto sorpreso già Marco Polo e Matteo Ricci, contro l’Islam incompatibile con i nostri valori di rispetto per le donne che non si toccano nemmeno con un fiore, contro gli sparatori nei cine di Aurora, magari con pistola Made in Italy, fatto salvo il diritto a tenere un’arma per legittima difesa.

E così quelli che deridono la non poi folta schiera di terrapiattisti, credono ciecamente  alla partita di golf sulla luna dei padri pellegrini dell’Apollo 11, quelli che mettono la foto di Impastato sul profilo votano il partito che ha tolto la presidenza dell’Ente Parco dei Nebrodi al suo tesserato sfuggito a un attentato della mafia per aver imposto i protocolli di legalità, quelli che stanno con Greta per l’ambiente ma anche con Calenda per le imprese e lo sviluppo, quelli che hanno votato per la sacca di resistenza contro i diktat europei e adesso non sanno più farne a meno, quelli che non vogliono sentirsi dire che sono radical chic ma hanno estratto al pashmina dalla naftalina insieme al progetto insensato di una “riforma” di quella autorità costituita con trattati internazionali che si sovrappongo alle costituzioni nazionali con l’intento di demolirle, che hanno votato No ma adesso votano Si a un’Unione che ha dichiarato fuori legge le Carte nate dalla resistenza, troppo intrise di arcaici valori e principi “socialisti” che ostacolano mercato e sviluppo.

Eh si sono quelli che sbraitano contro gli sbirri che menano i manifestanti No-Tav per risarcire il ministro orbato del pupazzetto di Zorro e dei militanti del Pd orbati del palco del Primo Maggio usurpato, ma danno la preferenza alle madamine che esigono la pronta consegna di Prime.  Quelli che canzonano i lettori degli oroscopi ma affidano il loro destino al Nostradamus della Bocconi, che fa previsioni sullo spread con algoritmi che hanno meno probabilità di prenderci delle lune e degli scendenti di Branko, perché non danno fiducia all’idraulico o al meccanico, ma continuano a riservarne ai “settemestieri” comunitari specializzati in crimini contro l’interesse generale. Quelli che mai rinuncerebbero alla libertà di passeggiare in centro, all’apericena nei dehors, al flash mob per sostenere Lucano e contro il ministro felpato di fuori e dentro di ferro, ma che si sono compiaciuti per la ragionevole difesa del decoro cittadino officiata dei sindaci Pd e dal loro mai abbastanza rimpianto ministro.

Ma anche quelli che pensano che tutto il bene può venire solo dal basso, dall’agire libero e spontaneo delle particelle elementari di cui è costituita la società, meglio se impreparate e inadeguate perché così sarebbero meno condizionate, meglio se profane e inesperte perché così dimostrerebbero di non essere esposte a contagi e corruzione, quando è dimostrato che bisogna essere attrezzati e armati fino ai denti di sapere, conoscenza, insieme all’indipendenza, per contrastare una concezione che colloca l’economia e il mercato al centro del mondo, subordinando alle loro esigenze l’intera gamma della vita sociale e imponendo lo status di merci liberamente scambiabili sul mercato alle persone, al lavoro, alla terra, alle creazioni artistiche, alla memoria, all’aspettativa del futuro, ai diritti.

Eccolo il suddito ideale, non occorre un test dell’Espresso per sapere se siete posseduti dal suo stesso virus.

Basta che vi chiediate se credete davvero che non si possa vivere e scegliere e volere qualcosa di diverso da questo che vi propongono, se pensate davvero che non c’è altro per voi e i vostri figli di lavori precari, dove diritti e garanzie si devono difendere in forma individuale in un corpo a corpo senza difese e speranze, dove la casa, la famiglia, l’espressione di talento, vocazioni e perfino desideri sono un lusso concesso a pochi, dove la cabina elettorale è diventata l’ufficio postale nel quale è obbligatorio timbrare la propria consegna a autorità imposte e indiscusse, cui delegare e offrire in pegno aspettative, garanzie e diritti in cambio di una imitazione della sicurezza e della sopravvivenza. Se da chi vi assicura che sta facendo tutto questo per voi non comprereste una macchina usata, non fatevi affibbiare la loro democrazia di seconda mano.

 


Rea Ilva

Ilva: fumi come teschio,menzione per fotografa tarantina

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se qualcuno ricorda una delle più sfrontate lezioni di realpolitik, impartita da Blair quando dichiarò che in Iraq c’erano stati abusi, crimini, errori, “cose che non si dovevano fare”, ma grazie alla democrazia, venivano riconosciute e la gente poteva lamentarsene. Abbiamo capito che anche gli ultimi arrivati al governo hanno appreso l’insegnamento, quando Luigi Di Maio a Taranto ha “messo la faccia” come avrebbero detto quelli del Pd e  ha fatto qualche pubblica ammissione di sbagli commessi e ritardi. Si tratta di atti certamente lodevoli che starebbero a dimostrare la crescita della sua statura di statista come ha prontamente rilevato qualche entusiasta commentatore deliziato dalla sua “ compostezza, irriducibilità e anche un rigore sconosciuti”.

Perché invece restano però tutti gli interrogativi in sospeso, resta la sostanza della tragedia, resta quella pesante eredità che dimostra la riluttanza del nuovo a scardinare l’immondo edificio criminale del passato. Resta impunita una classe dirigente che ha cambiato collocazione istituzionale o elettorale grazie a vari giri di poltrone, e che negli anni si è macchiata come ha sancito la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dei reati di violazione degli articoli  8 (diritto al rispetto della vita privata) e 13 (diritto ad un rimedio effettivo) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, autorizzando la prosecuzione delle attività industriali nonostante le diverse decisioni giudiziali che ne evidenziavano la pericolosità per ambiente e salute.

A Taranto, centraline installate o no,  in funzione o  casualmente spente, si registrano incrementi preoccupanti delle emissioni di polveri sottili, di quelle ultra sottili e un aumento degli idrocarburi policicli aromatici cancerogeni. I Riva si godono il riposo degli ingiusti, salvati dai vari livelli di governo, nessuno escluso: siamo ancora in attesa della sospensione per via di decreto o per inserimento in quello Crescita, della impunibilità per i vertici dello stabilimento. Ancelor Mittel prosegue indisturbata nella produzione compresa quella di ricatti e intimidazioni, promossa da un accordo cappio siglato dal candidato di + Europa Calenda che lo vanta nel suo programma elettorale quale intervento salvifico per 10 mila famiglie di operai tenuti per il collo grazie  all’assunzione di ognuno dei lavoratori tramite contratto individuale a fronte dell’esubero di 3000. A dimostrazione che il nuovo anche per via di indemoniati  alleati, non è in grado o non vuole disfarsi del prima, si tratti di Triv, Tav,  Tap, Muos, discariche, come fossero camicie di forza nelle quali costringere qualsiasi rispetto della volontà popolare e dell’interesse generale. E a conferma che nel calcolo di guadagni e perdite non vengono mai annoverati i più di 500 morti in fabbrica per incidenti, le migliaia di contagiati dai veleni dentro e fuori Taranto, la compromissione irreversibile di piante, terreni, aria, acqua a chilometri e chilometri di distanza e, perchè no?  quella della dignità di una popolazione che ogni giorno ancora viene costretta a scegliere tra fatica e cancro, tra salario e salute, tra sottomissione e dignità.  Tutto questo in una regione che paga il prezzo di una narrazione: la retorica dello sviluppo, mascherando dietro una falsa solidarietà nazionale le pressioni di un colonialismo assistenziale che considera territorio e cittadini  come laboratorio di un esperimento di sfruttamento ad opera di imprenditori e manager avidi, di tecnocrati aziendali e amministratori “progressisti”, che hanno realizzato una trasformazione della cittadinanza in clientela taglieggiata e blandita, una conversione aberrante della quale il sindacato è stato complice consapevole.

Non si capisce che cosa dobbiamo ancora aspettare per chiudere “questa” Ilva ex Riva, ora Arcelor Mittal, il cui piano di acquisizione della fabbrica era stato considerato poco credibile dalla gestione commissariale così come quello di risanamento e che ora si sta fondendo con la tedesca TyssenKrupp, sempre quella,  sia pure con un progetto di nazionalizzazione che più passa il tempo e più si rivela utopistico anche se nei fatti l’Italia ha bisogno di siderurgia . Quanti morti e quali costi dobbiamo ancora subire per capire che non si tratta di un tema locale magari da affrontare con un referendum cittadino come si vuol fare con tutte le controversie scabrose, perché è invece la punta di un iceberg, la più vergognosa, affiorata dal mare di altri siti avvelenati e avvelenatori, proprio là, in un’area di 125 chilometri quadrati, lungo 17 chilometri di costa, comprendente il mostro e le sue discariche ma pure la raffineria Eni, le due centrali termoelettriche ex Edison passate all’Ilva, la centrale Enipower, la Cementir, due inceneritori, la discarica Italcave, una delle più grandi basi navali militari del Mediterraneo, l’arsenale militare ed altre piccole e medie aziende.

E poi quanti altri: la discarica di Bussi e i veleni riversati nel fiume Pescara, la Centrale Porto Tolle (danno ambientale, stimato dall’ Ispra intorno ai 3 miliardi di euro); l’Ex Pertusola Sud per la produzione dello zinco dismesso nel 2000 (anche qui danni per 3 miliardi di euro nell’area di Crotone) o il Petrolchimico Priolo (per il disinquinamento ci vorrebbero 10 miliardi); la Chimica Caffaro di  Brescia ( l’Ispra stima un danno di almeno 1,5 miliardi di euro); le centrali di Brindisi, area Sin ( danno di 3,5 miliardi); l’area frusinate a sud di Roma (un miliardo il danno provocato da diverse industrie nella Valle del Sacco, tra cui la Caffaro, colpevole anche del rischio delle lagune di Grado e  Marano, calcolato in un ,miliardo) ); il Fiume Toce e il Lago Maggiore (la Syndial dell’Eni è stata condannata a pagare quasi 2 miliardi di euro per averli contaminati); Cogoleto, una delle zone  più inquinate d’Italia, dove l’ex stabilimento Stoppani per trattamento del cromo ha comportato sconci per quasi un miliardo e mezzo di euro.

Quanta altra Italia dobbiamo veder morire di tossine letali, compresa la complicità con una classe padronale da parte di uno Stato che non ha saputo controllare nemmeno le sue imprese, e di governi e amministrazioni comprate in cambio di consenso e prebende, prima di pensare che le bonifiche sono un onere a carico degli inquinatori come vorrebbe una legge disattesa e derisa, oltraggiata e vanificata tramite altre leggi di segno opposto, nazionali e regionali, come la famosa “antidiossina” prontamente svuotata di portata e significato proprio per consentire all’Ilva di uccidere indisturbata, come il Codice ambiente subito invalidato per quanto concerneva le emissioni dal successivo Milleproroghe.

Quante altre morti renderanno credibili e autorevoli le rilevazioni delle emissioni usate come pelli di zigrino perfino da Vendola che con il suo piglio lirico ebbe la faccia di tolla di rivendicare i “comuni valori cristiani” che condivideva con i Riva e pure con la Marcegaglia, quella degli applausi ai killer della Thyssen diventata poi l’attachée della multinazionale francoindiana, mentre correva sul filo del telefono  la demolizione della autorità scientifica del direttore dell’Arpa, quando si intimidivano i giornalisti e altri se ne compravano, quando si sbeffeggiavano perfino gli amici di partito che osavano far proprie le analisi indipendenti dell’Arpa.

Quanti altri delitti verranno consumati ai danni del territorio e dell’ambiente prima che si riveda l’Aia, Autorizzazione integrata ambientale, e più in generale, che si pensi a ridare forza ai processi di valutazione della pressione sull’ambiente delle produzioni  che i precedenti governi hanno impoverito e limitato in favore delle aziende.

E quanti altri soldi nostri dobbiamo impegnare per salvare oltre alle banche criminali anche le aziende criminali, in attesa di altri misfatti prossimi che si stanno consumando e  si consumeranno nei gioielli di famiglia conservati, come la sorella dell’Ilva, l’acciaieria di Trieste, svenduti a prezzo di favore, chiusi con i loro delitti sepolti che però continuano a mietere vittime, esportatori delle stesse consuetudini a corrompere e ammorbare ben oltre i confini nazionali.


I pisapippi e l’Emirato di Milano

zipipAnna Lombroso per il Simplicissimus

Mi par proprio di sentirlo: ma dai, è troppo, così mi imbarazzate e poi chi glielo dice agli Amici della Scala, che già mi rimproverano di eccesso di accondiscendenza, salvo qualche repulisti in stazione Centrale, nei confronti degli stranieri.

Eh si, il sindaco Sala che come gli è già successo con incarichi e appalti opachi e infiltrazioni mafiose all’Expo, si è accorto con un certo ritardo della esagerata donazione che i sauditi hanno offerto alla Scala, una prima tranche di tre milioni di euro per entrare tra i soci fondatori del teatro. «Non per i diritti umani, perché non esiste una black-list governativa e perché il Cda non reputa l’Arabia Saudita un Paese con cui non si debba collaborare», ribadisce il Sindaco, che rimanda al mittente, il principe-ministro Badr dell’Arabia Saudita, il lauto contributo, inaccettabile, a suo dire, per mere questioni procedurali che però denuncerebbero la volontà della controparte di assumere un ruolo di gestione nelle scelte del prestigioso luogo della cultura milanese e italiana, esuberando da quello di generoso mecenate. Resta la volontà di continuare a collaborare, vedi mai, così come la fiducia del sindaco, catapultato sulla poltrona di primo cittadino su mandato della divina provvidenza, nei confronti della sovrintendente così sprovveduto da aver creduto nei politici, sic, che cambiano idea un giorno si e un giorno anche.

Eh si, devono essersi trovati spiazzati dall’atteggiamento del lombardo più autorevole del governo, che prima guarda all’Arabia Saudita come a un partner desiderabile e poi lo infila nella lista nera degli indesiderabili. Mentre invece avranno guardato con sollievo alle nuove aperture nei confronti dei più scatenati shopping victim che da anni fanno acquisti vantaggiosi in quel di Milano, grazie alla benevola disponibilità di un susseguirsi di giunte comunali fotocopie della gestione Moratti, quella che ha dato il via alla penetrazione del Qatar – prima malvisto dai governi in carica in qualità di petrol-monarchia finanziatrice del terrorismo, oggi diventato ambito “socio” commerciale, generoso compratore, munifico sponsor –  che ha occupato militarmente la capitale morale sul gradino più elevato delle gerarchie della finanza immobiliare più assatanata.

Ma quello che più ha contribuito alla trasformazione di Milano in terreno di conquista per i predatori del deserto e non solo, è stato Pisapia, al quale era stato attribuito un ruolo salvifico, quello della rottura col passato, quello della discontinuità sulla quale avevano scommesso i tanti pisapippi (la società civile di architetti, fotografi di moda, Pr, arredatori, stilisti, chef ), che oggi rialzano la testolina in presenza del tandem del rinnovamento, oggi  terzetto, l’araba fenice che risorge dalla cenere forte della empatia oltre che dell’unità di intenti: denigrazione del voto popolare sul referendum, abiura di mandato e tradizione “di sinistra”, sviluppismo delle Grandi opere intorno al buco con l’utopia del cemento intorno, europeismo scatenato, esecutivi (nazionali e locali) rafforzati con la riduzione del potere parlamentare rispetto a governo e sindaco, attenzione speciale “per chi innova, investe e produce”, Riva o Arcelor Mittal compresi.

Aveva fatto un gran brutta fine quel sogno, quando l’audace sindaco preferì tirarsi fuori dalla partita dell’Expo, lasciando il giocattolo già avvelenato nelle mani degli affaristi, dando luogo a uno dei più indecenti intrecci di interessi illeciti e di atti corruttivi  che l’intervento della magistratura ha marginalmente arginato. O quando ha manifestato la stessa apatica inerzia nel contesto della istituzione della Città Metropolitana nel corso della quale è stato consolidato il processo di trasformazione di Milano in città vetrina svuotata dai suoi abitanti spinti a forza nelle cintura metropolitana. Peggio ancora è andata per le speranze accese con 5 referendum consultivi che non erano un  piano di governo della città, ma ne fornivano indirizzi, e spente quando nessuno dei pronunciamenti ha trovato attuazione. O quando il voto su uno di quei 5 referendum, quello sulla piantumazione di  verde pubblico, è stato tradito tagliando centinaia di alberi sani, ultimo residuo polmone della città, per far posto ai cantieri della linea 5 del metrò. O quando con la privatizzazione-finanziarizzazione di A2A sono stati collocati ai vertici  soggetti  che hanno incrementato le falle di    una delle ex municipalizzate più indebitate d’Italia grazie a progetti dissennati come la centrale a carbone in Montenegro e l’integrazione in A2A della gestione dei rifiuti, per aumentarne la quota da incenerire.

Ed è ancora niente rispetto all’ideale di città perseguita dalla giunta Pisapia in totale continuità con la gestione Moratti, su cui spiccano i grattacieli che nemmeno Dubai interpreta più come monumenti alla modernità, tanto che cerca di appiopparli a noi, con la mega-sede di Unicredit progettata da Cesar Pelli (230 metri di altezza) o il Palazzo Lombardia, 161 metri, progetto di Pei-Cobb-Freed e Partners, prodotto della megalomania di Roberto Formigoni, in una foresta di torri tirate su  senza un piano particolareggiato del Comune e per iniziativa liberista e irregolare di società immobiliari, banche, presidenza regionale. O rispetto ai regali fatti al Qatar nell’ambito di quella che è stata definita una “Jihad” virtuale, immobiliare e finanziaria con l’acquisto a prezzo scontato del 40% dell’area di Porta Nuova, inteso a edificare quasi 300 mila metri quadrati del centro città, nei quartieri Garibaldi-Repubblica, appena oltre la cerchia monumentale dei Bastioni spagnoli. O se pensiamo allo strapotere concesso alla finanza immobiliare anche grazie allo sciagurato accordo di programma sugli Scali Ferroviari improntato a criteri di deregulation che trasformano l’urbanistica in negoziato privato tra amministrazione e imprese i cui appetiti vanno appagati, in questo caso spalmando in maniera pressoché indifferenziata 670.000 mq di superficie di cemento, per terziario, commercio, residenze di lusso e ricezione alberghiera per il turismo aziendale. O con l’autorizzazione nel Piano di Governo del Territorio a quello che viene definito il “mix funzionale libero” con cui si permette al privato piena libertà di intervento su tutto il tessuto consolidato della città.

E mentre i dati evidenziano una sorta di boom edilizio nel centro metropolitano, le tendenze rilevate sul fronte demografico segnalano la continua emorragia di popolazione a Milano  e una crescita robusta dell’hinterland, segno evidente che è in corso una espulsione degli abitanti per sostituirli con avventizi, per convertire il patrimonio residenziale in uffici, sedi di imprese e banche, grandi firme, residence e hotel.

A guardare a Milano, dove si è già consumato dietro a qualche battibecco di facciata, il sodalizio  tra Pd e Lega, a guardare al Lazio, a guardare a Taranto, c’è da preoccuparsi pensando all’Italia che potrebbe essere  nella futura età del “meno peggio”.


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