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Archivi tag: buonismo

Giro di Walter

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio vero che a volte per interpretare certi fenomeni della politica servirebbe la psicoanalisi.

Altrimenti come si potrebbe spiegare quel grido salito dal basso al genetliaco del Pd, prontamente ripreso da cronisti nostalgici dei bei giorni nei quali erano munificamente ammessi tra gli invidiati  famigli der Cocacola ai concerti di Elton (John), a esclusive passeggiate sui Fori con Tom (Cruise), alle tribune d’onore a acclamare Francesco (Totti), quell’acclamazione solo apparentemente sorprendente: arridatece Walter!, se non la riconducessimo a patologie sociopatiche, a inclinazioni sadomaso, a dinamiche regressive, a compulsioni tipiche del carattere distruttivo bel disegnato da un altro Walter, Benjamin.

Un commentatore nel compiacersi della candidatura ha definito Veltroni non il papa bianco e manco il cavaliere nero di Proietti , bensì il “cavaliere bianco” richiamato dalla sua Africa di via Salaria, densa di eccezionali prestazioni creative, a salvare un Pd ridotto all’osso, senza circoli, senza sezioni, senza iscritti e pure senza elettori, soprattutto senza idee se non quella fissa e irrinunciabile di conservarsi qualche rendita di posizione, in qualità di “padre nobile”, di “faccia spendibile”, di icona del molle e curiale piacionismo da recuperare dopo l’eclissi in favore di sfacciata e aggressiva spregiudicatezza.

Ma forse dovremmo invece ricorrere alle maschere della commedia per ritrovarli tutti; il paesano furbo che si è arricchito truffando i gonzi, il sempliciotto che si fa raggirare pensando di poter approfittare di qualche briciola lasciata cadere dall’improvvisato signorotto, il vecchio prelato o il borgomastro in ritiro che riappare apparentemente ritroso ma intenzionato a accanirsi sui pochi resti del banchetto e a prendersi qualche tardiva vendetta secondo l’uso di Sansone.

Certamente la figura più oscura, quella davvero affetta da una qualche patologia complessa a smentita di chi l’aveva liquidato come bullo senza futuro, come grullo senza sostanza, è quella di Renzi, che con un colpo da maestro avrà pensato di praticare quella eutanasia che il suo partito tra gli altri ha negato a cittadini che volevano morire con dignità in patria. E mena l’ultimo colpo a un partito che gli pesa come la palla di ferra alla catena del carcerato nelle vignette, ostacolando il suo accomodarsi senza legami, senza responsabilità, senza opposizione o critica seppure ininfluente, in qualche ruolo da killer della sovranità, della democrazia, del lavoro, della partecipazione e del popolo, di quelli che costruisce il vero ceto dirigente: impero, multinazionali, finanza, banche, lobby. Per dispiegare la sua propensione per l’affaccendarsi senza idee e senza costrutto, soprattutto senza dover rendere conto a nessuno intorno e più in basso di lui.

Il guizzo d’ingegno, non nuovo, è di tenersi alle spalle mandando avanti qualcuno a fare il becchino. E chi meglio di quel partito l’aveva fondato già morto. Così fluido da essere “liquido”, così nuovo da poter tradire tradizione e mandato del passato, così vuoto da poter contenere e rappresentare tutto e il suo contrario, così moderno da potersi disfare di certi arcaici orpelli come l’appartenenza “a sinistra” rinnegata in sede istitutiva tramite intervista a quotidiano estero – più per globalismo che per pudore.

Chi meglio di uno che il populismo lo ha interpretato e cavalcato, anteponendo la comunicazione alla progettualità, l’appagamento ludico alla tutela dei diritti, l’informazione sommaria e imparaticcia all’istruzione e alla cultura, preparando il terreno a una generazione di gente che schifa la laurea poco dinamica rispetto all’esperienza alimentata da viaggi nella vera patria ideale, cementata da volontariati formativi in festival e kermesse. Quella stessa che sa riesumare il vilipeso buonismo per motivi elettorali, come da tradizione e costume del padre nobile che oggi rivendica lo ius soli, dimentico di essere stato il sindaco che prima del suo congedo, segnato da frettolosi accordi con rapaci costruttori, radeva al suolo campi rom. Lo stesso che ha scelto una fabbrica retrocessa a archeologia industriale per la edificazione di un partito che ha scelto di farsi promotore della dissoluzione del lavoro.

Si ci vorrebbe davvero la psicoanalisi per interpretarli. O forse la vecchia psichiatria quella della contenzione, della camicia di forza e dell’elettrochoc. Che servirebbero per ex premier, aspiranti premier, ex leader, aspiranti leader, quelli che vanno, quelli che tornano. Ma occorre soprattutto per chi li ha votati e li voterebbe, per chi li sta a sentire, per chi crede alle loro farneticazioni e per chi senza crederci spera di trarne vantaggio. Vien buono un antico proverbio: manicomio xe scritto per fora.

 

 

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Igor il Terribile…e altri demoni

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Inafferrabile, misterioso. Invincibile, invulnerabile, implacabile. Talmente invisibile a forze dell’ordine, soldati e droni che tutti  lo vedono invece materializzarsi d’improvviso, perfino, è successo ieri, a Roma alla Piramide. Tanto che un passante ha chiamato il 113: mi pare proprio che quell’uomo che si aggira vicino alla metro sia lui, il famigerato killer di Budrio.

È una pacchia per tutti l’oscuro, indecifrabile figuro che incarna tutti gli stereotipi e le icone negative della nostra saga contemporanea: ferino, sanguinario, una belva come vogliono che sia lo “straniero” che più impazzire e impazzare liberamente grazie allo scriteriato buonismo. Un delinquente recidivo risparmiato da una giustizia amministrata da imbelli comunistoidi, come sostengono tutti quelli secondo i quali la giustizia va amministrata in modo da punire solo i miserabili, risparmiando gli eccellenti che se trasgrediscono lo fanno in nome di crescita e interesse generale. Fantomatico e imprendibile, così da diventare una star per il sensazionalismo d’accatto di talkshow e dirette che ne fanno l’immaginetta devozionale del male, dotato un appeal superiore a quello di notabili grigi, di malfattori scialbi, messi in ombra da una personalità così estrema e appariscente. Attrezzata con balestre, archi e frecce come uno di quei ribelli della foresta di Sherwood, tanto che potrebbe suscitare emulazione e comunque ammirazione magari in zone geografiche che hanno espresso apprezzamento militante per il banditismo locale.

È una pacchia davvero, questa crudeltà e malvagità di importazione, un serbo? Un siberiano? Un transilvano? Capace di tagliare una gola con la roncola, che si contrappone alla nostra domestica mitezza e che contrasta con quell’indole bonaria e gentile che caratterizzerebbe, lo dicono tutti gli inviati che ciondolano in queste ore nelle terre del Delta del Po, le operose e laboriose popolazioni locali, costrette a astenersi da lavoro e ballo liscio in balera per via della minaccia del babau. Tanto che si contende il primato con i due uomini neri, uno ancora più nero dell’altro forse perché viene dall’Est, che popolano l’immaginario delle nostre paure. Quella ferocia che, tanto per aggiungerci quel po’ di immancabile pepe della “maledizione del Web”, si è dispiegata anche in rete, sui social, dove la bestia disumana avrebbe pubblicato link più inquietanti dei rituali gattini e foto più allarmati degli agnellini tra la braccia di un risaputo criminale.

È una pacchia anche per chi ritiene giustificabile anzi necessario uno stato d’emergenza continua, che piano piano ci alleni a restrizioni e riduzioni di “normalità” e libertà, impegnando forze dell’ordine e militari come non si impiegano per altre crisi che rientrano nell’ordine innaturale delle cose, inondazioni, valanghe e sismi e che in questo caso autorizza l’impiego di migliaia di uomini, forze speciali, Ris, soggetti a imitazione delle serie tv anche quella di importazione, ma che non incoraggiano la fiducia in chi dovrebbe contrastare con successo altre tipologie di lupi solitari come lui o organizzati che sia. Tanto da far sospettare che non lo si voglia poi prendere quel killer spietato, in modo da mettere in scena ogni giorno e ancora il telefilm della caccia al bandito, matto e senza scrupoli, assiduo protagonista del potente copione della distrazione di massa.

È una pacchia anche per quella sociologia un tanto al metro che ha insinuato il dubbio di una carica positiva di questa “emergenza”. Come ha sostenuto qualche brillante commentatore quando ha sottolineato che Igor il terribile sta facendo sì che la gente riscopra la qualità umana di parlarsi tra sconosciuti, di stringersi in temporanee amicizie, dettate dalla paura dal sospetto, dall’opportunità di difendersi insieme dagli “altri” diversi e quindi ineluttabilmente pericolosi. Come se le nuova forma di coesione sociale e di solidarietà potesse essere  questa, l’asserragliarsi in una fortezza e guardare fuori con timore al destro che potrebbe popolarsi di tartari feroci in agguato. Proprio, insomma, come fa l’Europa, coi suoi muri veri e virtuali, oer tenere fuori qualche raro potenziale Igor e tanti poveracci che non hanno trovato nessun Robin Hood a difenderli.

Quello è certamente un assassino, un maledetto ferino e squilibrato. Fa paura certo, anche perché ci ricorda che ferocia e follia albergano in ognuno e possono accendersi d’improvviso come una fiamma che incendia ragione e umanità. Ma fa paura anche chi lo usa per dar fuoco a altre micce, quella del sospetto, del rifiuto, della cieca ubbidienza, del razzismo,  della sopraffazione esercitata per uscire dall’ stato di inferiorità cui ci stanno condannando.

 


Matteo & Matteo, società per cattive azioni

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Esuberante fino all’incontinenza (ha fatto della velocità e del dinamismo marinettiano la sua cifra), megalomane fino alla dissipatezza più arrogante e scriteriata (stanno per piovere su 4 milioni di noi i volantini per il si con l’epica di governo in vista dell’auspicato plebiscito), sgargiante e ilare fino alla volgarità (le sue smorfiette e i suoi ghigni hanno superato i mostruosi record del Cavaliere), il presidente del Consiglio più gradasso – ma solo con noi – degli ultimi 150 anni ha scoperto morigerata compostezza, sobria moderazione, costumata temperanza. Tutto va bene, tout va très bien: è ora di smetterla con gli allarmismi, non c’è da temere la troppe volte annunciata invasione, l’esodo biblico minacciato non ci sarà e comunque abbiamo strategia e strumenti per contrastare l’emergenza.

In  una delle peggiori settimane di sempre, secondo i dati dell’Onu: tre naufragi, 65 corpi recuperati, 700 dispersi almeno 40 dei quali bimbi – e pensate che lutto reale e virtuale se fossero stati “occidentali”, bianchi, europei, una strage che secondo l’Unicef va chiamata con suo nome: “genocidio” – la sorprendente e inattesa ragionevolezza di Renzi ha lo stesso grado di credibilità del  chiassoso e scomposto uso politico della paura dell’altro Matteo. Il secondo rema con vigore e col vento propizio nel mare tempestoso della percezione popolare della minaccia di accadimenti unici, inattesi, imprevedibili ed eccezionali: orde barbariche alle porte della vulnerabile Europa, rischio islamico, pressione della violenza fanatica  capace di imporre usi, costumi, tradizioni incompatibili con la “civiltà”, come se quello che succede fosse un fatto anomalo e non preventivabile, mai presentatosi prima e quindi impossibile da contrastare e non – come invece è – un fattore sistemico e ricorrente riassumibile nel fisiologi spostamento di intere popolazioni dalle zone più esposte e interessate a conflitti e catastrofi climatiche e quindi più disagiate, a quelle privilegiate, intoccate da conflitti, salvo quello sempre più cocente ma mai davvero ammesso, di classe.  Tanto che milioni di profughi si muovono   dall’America centro-meridionale verso gli Stati Uniti, dall’Asia sud-orientale verso l’Australia; dall’Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa e altri milioni nel silenzio globale scappano dalla guerra e dalla morte sicura verso Pakistan, Giordania, Iran, Libano, paesi nei quali si conta un numero di immigrati che sfiora una percentuale di quasi la metà della popolazione.

Il primo, il Matteo ancora presidente, invece parla la lingua dell’aritmetica, dei dati confortanti; con   i 170 mila arrivi del 2014, i 140 mila del 2015  e i   47.740 migranti del 2016, solo  il 4% il più rispetto allo stesso periodo del 2015. Si avvale della scelta di “equità” del suo ministro al Viminale: un’ugualitario e armonico tetto di 70 immigrati per ogni provincia italiana, sia Trieste, Monza, o Prato, sia Roma, Milano, Bari. Tranquillizza i cattivisti e si compiace coi buonisti, che perfino il ferino Juncker ha deciso di allinearsi sulla proposta italiana di aiutarli a casa loro con il trasferimento  burocratico, ottuso e  miserabile, della strumentazione finanziaria applicata alla disperazione  tramite il migration compact.

E tutto beato dell’approvazione imperiale tace sulla contropartita: la pressione esercitata sull’Italia perché mostri la sua soggezione e ubbidienza, come e più della Grecia, istituendo nuovi hotspot e altri centri di accoglienza, altre strutture di polizia  per identificare, controllare e recludere i migranti, in modo che- magari in lager inumani e vergognosi, non lascino il Paese risparmiando la pingue Europa che pensa di non meritarli, non ne vuole più, li accolla al suo Sud più affine e spinto verso analoghe disperazioni, tanto che spetta al Mezzogiorno italiano fungere da laboratorio dell’inciviltà occidentale: ai quattro Cie già aperti – Lampedusa, Pozzallo, Trapani e Taranto – se ne dovranno aggiungere altri, guarda un po’, a Mineo e Messina,  e poi  uno in Sardegna e uno in Calabria, che mica li vorrete nella capitale morale, o nella operosa Val Padana, o nella Capitale già investita dal traffico, dai rifiuti, dalla mafia che ha già saturato il mercato con brand della cooperazione nel settore.

Così bischero da non tenere conto nemmeno delle nuove consapevolezze raggiunte dal G7, solitamente piuttosto tardo nell’accorgersi di quel che succede intorno alle tenute padronali, Renzi persegue il suo vaneggiare come se l’adozione e la replica dell’approccio “economicistico” e finanziario al fenomeno, come se i casi di successo molto citati a proposito dei nostri investimenti in sviluppo, quello  di Eni e Edf,  multinazionali  competenti  in danno ambientale e morale,  rappresentassero la soluzione per quello che considera un incidente e non un destino che inciderà sulle nostre vite e il nostro futuro nei decenni a venire.

E come se non ci fosse altra strada che attuare su scala globale sfruttamento, depredare e saccheggiare dentro e fuori dai confini, esportare corruzione e clientelismo, corollario indispensabile di export, internazionalizzazione e sforzo bellico, quello che promuove profittevoli commerci e produttive  ricostruzioni, per fermare la fuga, addomesticare la disperazione, concludendo accordi opachi con sanguinose dittature, comprando la cooperazione di tiranni in modo che reprimano all’interno speranza e aspettativa di salvezza, secondo prassi già sperimentate e fallimentari.

Perché per lui, come per i suoi superiori, la ricchezza è rappresentata solo dallo sfruttamento, dal profitto, dall’accumulazione. Quando  gli immigrati tornati in patria hanno aiutato noi a casa nostra, lasciando all’Inps  3 miliardi di contributi versati e non riscossi. E quando di miliardi se ne aggiungeranno molto probabilmente altri 12. Quando perfino spalando lo sterco che non raccogliamo noi, sono quelli che nessuno vuole a dimostrare che potrebbero essere loro quelli che ci aiutano a pulire e rimettere in piedi un posto un tempo bello, sempre più sporco e oltraggiato.

 

 


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