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Magro che Colao

colao Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pensate a quanti dovremo riconoscenza per essersi prestati generosamente per la nostra sopravvivenza ai tempi del virus.

Non parlo ovviamente di medici, un centinaio è morto, esposto a contagi e infezioni non rare nei nostri nosocomi, né del personale paramedico, immeritevole, pare, di statistiche, costretto a prestazioni eroiche, dopo essere stati per anni bistrattati, umiliati, favorendo l’esodo verso strutture private.

Non parlo di chi è in trincea (il linguaggio bellico ci sta bene): milioni di lavoratori nelle fabbriche, alla guida di metro e bus dove viaggiano stipati altri lavoratori, funzionari negli uffici, commesse, cassiere delle catene di supermercati, magazzinieri della distribuzione, facchini e pony, senza protezioni e tutele, salvo il minimo elargito dai padroni grazie a una accordo unilaterale e non vincolante, obbligati a prodigarsi in modo che altri possano restare agli arresti domiciliari in una realtà parallela di confinamento, repressione e militarizzazione, ricattati dal bisogno di conservare il posto e dal miraggio che l’indispensabilità temporanea generi garanzie per dopo.

Parlo invece delle affaccendate autorità governative, scientifiche, tecniche, organizzative, sulle cui prestazioni è lecito sollevare qualche dubbio, ma che  sembrano trarre dalla infausta contingenza  una potenza superiore e una formidabile efficienza per assicurare la protezione della loro cerchia, la continuità della loro presenza e influenza, tra uomini d’ordine, uomini de panza, omminicchi tutti convertiti dalla stampa ufficiale in uomini di Stato.

Per garantir loro la nostra riconoscenza, dovremo farci largo tra le figurine Panini dell’album dedicate alle task force. Fino a ieri l’unico super commissario era Domenico Arcuri (ne avevo scritto quihttps://ilsimplicissimus2.com/2020/03/13/il-curatore-fallimentare/) incaricato in particolare di “rafforzare la distribuzione di strumenti sanitari e impiantare nuovi stabilimenti”, anche nel “dopo pandemia”, adesso il ruolo fiduciario di ministro della Postbellica, come fu a suo tempo Emilio Sereni nel 1945, con qualche differenza trascurabile per i plenipotenziari attuali, è stato attribuito a una sua fotocopia meglio riuscita, vantando minori esiti fallimentari, Vittorio Colao, una versione più severa, più “internazionale”, dei  Golden Boys della cupola economico-finanziaria al servizio dell’impero.

È lui, messo a capo da Conte, di un’altra task force  (presto saranno innumerevoli come i format delle autocertificazioni e come i comparti essenziali) che affianchi gli scienziati per “far ripartire l’Italia”, ripensando  i modelli di lavoro, l’organizzazione degli spostamenti, i regolamenti dei mezzi pubblici, che collaborando con il governo nel programmare con schemi nuovi la graduale riapertura del Paese, con suggerimenti di ogni natura, sociologici, psicologici, di economia del lavoro.

E siccome dovrà lanciare la Fase 2 “avvalendosi, è stato detto,  delle migliori strategie e competenze possibili”, affiancheranno Colao, tra gli altri,  Enrico Giovannini, economista, statistico e accademico italiano, ministro del Lavoro nel governo di Enrico Letta, ex Istat (magari, chissà, potremo avere qualche dato statistico decente sull’andamento dei contagi),  il presidente della Cassa depositi e prestiti, Giovanni Gorno Tempini,  Raffaella Sadun, docente di Business Administration alla Harvard Business School,  Enrico Moretti, italo-americano, docente di economia presso la University of California a Berkeley, Marianna Mazzuccato, professore all’Università di Londra in Economia dell’innovazione e del valore pubblico e fondatrice-direttrice dell’Institute for Innovation and Public Purpose, insomma quelli che i maligni potrebbero definire gli appartenenti al Gotha peracottaro da Wall Street alla City alla Bocconi.

E infatti è proprio da quella fucina che esce Colao, bresciano (è stata sottolineata la sua appartenenza all’area più “martoriata” dal Covid 19, a conferma che ci metterà “più cuore” nel governo del post emergenza, anche se il suo curriculum non ne conferma la presenza nel suo organismo rigoroso, austero e tetragono a emozioni e mollezze sentimentali), bocconiano,  che vanta referenze di successo, da Omnitel a Vodafone  , dove ha scalato tutti i gradi gerarchici fino a diventare l’Ad (a 17 milioni l’anno di stipendio).

Quelle che agenzie e giornali hanno, forse involontariamente, trascurato sono due prestigiose referenze  che dimostrano come la scelta di Colao sia perfettamente coerente e funzionale all’era che si sta preparando, quando arriverà il grande sciacallo, l’Eletto incaricato di replicare la sua grandiosa performance greca qui da noi.

Non sarà certo un caso quindi che la accurata selezione di un manager che combini rigore, austerità e spregiudicatezza abbia portato a scegliere chi ha iniziato la sua carriera prima in Morgan Stanley, come Siniscalco e Roscini,  e poi  in McKinsey come Corrado Passera e Alessandro Profumo.

Si, la Morgan Stanley, nata come banca d’affari   costretta dal Glass-Steagall Act che imponeva la separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento  a  operare solo come banca commerciale che sviluppa n quella veste le sue strategie velenose, fino al crack dei mutui subprime, che la travolge nella sua onda lunga insieme a Lemhan Brothers e Goldman Sachs,  per diventare nell’anno della crisi una holding bancaria. Si, quella Morgani Stanley i cui  derivati finanziari stipulati con il Tesoro tra il 1994 e il 2012 hanno comportato una perdita per l’Italia di di 3,8 miliardi, grazie all’applicazione di una serie di “clausole capestro” inserite nei suoi contratti speculativi e accettate dallo Stato Italiano, grazie proprio ai vertici ministeriali, da Grilli a Siniscalco e che, è il Sole 24Ore a elogiarne l’imprenditorialità, e diventata sempre più il nostro “main partner bancario internazionale”.

E che dire di McKinsey & Company, società di “consulenza manageriale e di strategia”, che focalizza la sua attività nel risolvere “problemi d’interesse per il top management di grandi aziende e organizzazioni” da anni al centro di attività investigative e inchieste, tra le quali la più nota condotta  dal Financial Times, alzava il velo sulle sue iniziative speculative  in grado di condizionare, più di governi e Borse, l’economia globalizzata, il mondo delle aziende multi- nazionali e quello della finanza.

E che dire ancora delle aspirazioni della nostra Cassa Depositi e Prestiti?  – il presidente, contiguo all’area che fa capo nel Pd a Franceschini.  non a caso fa parte della task force di nuova istituzione –  di collocarsi sulla stessa direttrice operativa della McKinsey, agendo come collocatore dei titoli di Stato, ma anche come «serbatoio» manageriale – replicando il ruolo che la società di consulenza ebbe venti anni fa nelle aziende private – per ruoli apicali di società pubbliche e istituti finanziari, proponendo in questa veste candidati eccellenti provenienti, ma sarà una coincidenza,  dal pantheon di JP Morgan, Merrill Lynch, Goldman Sachs, tanot per fare qualche nome: Palermo, del Fante, Nola.

La stampa estatica esulta per la nomina di un uomo ruvido, che avrebbe un difetto imperdonabile: l’onestà. Come a dire che non farà la cresta sulla spesa.

Contenti loro. È  che ci sarebbe molto da discutere ancora una volta sull’inflessibile morigeratezza di chi non ci sfila le banconote dal portafogli, ma si presta a fare il cane da guardia per chi ce l’ha già svuotato. Di chi non ha l’indole del ladruncolo ma partecipa del Grande Sacco, nell’interesse del totalitarismo economico e finanziario, per consolidare la vittoria della teocrazia ultraliberista.

Proprio vero niente sarà come prima perché sarà molto peggio, con il definitivo indebolimento delle capacità di intervento dello Stato, del governo e del Parlamento, in virtù del fiscal compact, anche grazie all’irruzione sulla scena, preparata da anni, del suo inventore e coautore  della Raccomandata a carico del destinatario con la quale l’Europa intimava alla sgangherata Italia, come misure improrogabili al fine di riconquistare la fiducia degli investitori, la “profonda revisione della pubblica amministrazione”, la “privatizzazioni su larga scala”, la “piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali” e poi la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, la riduzione dei salari; la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; l’applicazione di “criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità”, l’attuazione di “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali” e, vogliamo forse dimenticarlo proprio ora? i tagli alla spesa sanitaria.

E se  “la pandemia del coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche”, Draghi ha ridotto la sua Legge a un solo comandamento, perché il sistema bancario è Dio e lui il suo profeta, così nella sua chiesa a officiare, a far entrare i mercanti e a svuotare la cassetta delle elemosine, c’è un clero fedele e obbediente nei secoli.

Sarà mica un caso che Colao ha fatto la naja, e lo rivendica,  come carabiniere?

 

 

 


Il bon ton della violenza

Jourdain-Moliere Anna Lombroso per il Simplicissimus

Siccome sono sì, in collera, ma non sono posseduta da insani pregiudizi e da invidia nei confronti di quei bei faccini puliti, di quelle agili menti così impegnate nel sociale da chiamare lavoro anche l’andare in palestra e il prodigarsi nel volontariato, come hanno dichiarato i leader in dialoghi edificanti condotti da intervistatori toccati dalla loro gentilezza, alternata in regime di par condicio con beceri urlanti a pari merito di Auditel, ecco mi sento di dare qualche consiglio alle Sardine, ufficializzate dal quotidiano comunista con la S maiuscola, e che per qualche ora hanno patito quella censura in rete che esigono ragionevolmente per siti di beceri buzzurri, che, tanto per dire, io conosco bene per essere periodicamente oscurata, ma che dovrebbero chiedere a gran voce per chi calunnia e minaccia, protetto da prerogative di intoccabilità e in rigor di legge.

E infatti raccomando loro, come recita il proverbio, di guardarsi soprattutto dagli amici, dai fan, dalle majorette che li stanno promuovendo a movimento capace di incantare le masse, che grazie alla loro gentile carezza si trasformerebbero da lupi in agnelli, magari pure quelli con la A maiuscola per affinità di nascita, cerchia sociale, interessi per le cose divertenti, protezione della stampa cocchiera e di influenti padrini.

Per esempio,  proprio ieri un blog molto frequentato li appaia ad altro fermento che sarebbe stato capace di convertire i movimenti disordinati e dolenti dei milanesi in dinamismo creativo e partecipazione democratica. Scrive lo spericolato Christian Rocca direttore dell’Inkiesta, che le  Sardine sarebbero ” il modello civile e popolare contro demagoghi e babbei di destra e di sinistra”,  proprio come le madamine e soprattutto  come la Milano che scese in piazza contro i no Expo nel 2015.

E continua imperterrito sostenendo che il loro prototipo risale alla mobilitazione spontanea del 2 maggio 2015, a Milano, quando decine di migliaia di persone guidate dall’ex sindaco Giuliano Pisapia scesero istintivamente in strada per rimediare ai soprusi e alle violenze dei populisti no Expo e per difendere con orgoglio lo sviluppo e il progresso della propria città. La nuova Milano di cui tanto si discute in queste settimane, spesso in modo grottesco, è nata esattamente nel giorno di quella rivolta-civile-contro-la-rivolta-populista che è riuscita a disinnescare i ciarlatani, i mangiatori di fuoco e gli scappati di casa che dilagano altrove. Eccola, per esempio, una cosa che Milano ha restituito al paese”.

Non teme il ridicolo insomma l’avventato opinionista che più che un augurio lancia una minaccia, che fiancheggia come un Maroni o un Calderoli qualsiasi, per non parlare del nemico n.1, una indiscussa superiorità democratica e civile della Capitale Morale, ricicciando, come sempre in tempi di carestia, l’ineffabile Pisapia, sponsor sobriamente allupato della grande kermesse Expo, che sostenne con gli occhi foderati di prosciutto come si addice davanti a una “greppia” sull’alimentazione, fingendo di non vedere quali crimini si consumavano, economici, amministrativi, ambientali, penali, compresi quelli ai danni del buonsenso.

Borghese gentiluomo, dolcemente ritroso, teneramente inconsapevole anche quando si scopre qualche piccola ingenerosità nell’assegnazione di un alloggio alla sua signora, come la definirebbero i cumenda, Pisapia, uomo per tutte le stagioni di uno schieramento che con fierezza ha rinnegato l’appartenenza a una tradizione e a un mandato di difesa e rappresentanza degli sfruttati e che lo estrae dalla naftalina a ogni primaria, meriterebbe però il posto d’onore, da contendersi con quello attuale, di miglior sindaco neoliberista di Milano, superando Albertini e la Moratti, ai quali la parola riformista fa aggricciare la pelle, almeno quanto a me per l’abuso che se ne fa.

Intrisa di quei valori che proprio oggi magnifica come da mandato il rettore della Bocconi in attesa di Mattarella indicandoli nella  “milanesità, nella profondità, nell’autoreferenzialità positiva che ha portato questo ateneo a osare prima degli altri, a provare strade nuove e in alcuni casi a indicare una via bocconiana” – che è facile immaginare porti dopo Monti a Draghi, bocconiano ad honorem malgrado la macchia di essersi laureato con Caffè –  la carriera di amministratore di Pisapia comincia con una efficace campagna di accreditamento che convince gli elettori sulla possibile rottura con il passato, sulla discontinuità  con le scelte urbanistiche dell’amministrazione di Letizia Moratti. Quelle migliaia di persone in piazza  saranno poi invece delusi da quel Piano di Governo del Territorio, e da quel Piano delle Regole, che confermano la tenuta di un processo decisionale non partecipato (anticipatore delle farse odierne della consultazione tarocca dei cittadini sulle “rigenerazioni”) e che ha lasciato e lascerà spazio inalterato alla finanza immobiliare.

Sarà Pisapia a lanciare l’accordo di programma con Fs per il riutilizzo degli scali ferroviari, sulla falsariga di progetti analoghi, ex Fiera/Citylife ed ex Centro Direzionale/Porta Nuova, con analoghi effetti di densità speculativa nel quadro di una nuova Milano da bere,  che è riuscita nell’impresa di espellere fuori dalle mura oltre mezzo milione di milanesi, di stravolgere il tessuto abitativo per far posto a uffici di banche, multinazionali, a un commercio con l’ostensione dei prodotti che mostrano le vetrine di Dubai e Miami, humus e frutto della totale finanziarizzazione dell’economia e della società, e che ha i suoi monumenti sorti sulle rovine prodotte da quella che è stata definita una jüngeriana tempesta d’acciaio e cemento, mentre è tuttora priva di un depuratore ed è regolarmente per via dei fiumi Lambro, Seveso e Olona mai regimentati, tutelati e disinquinati.

Diventata la prima in Europa per consumo di suolo, trasformata nella capitale della cazzuola, grazie a costruzioni tirate su per iniziativa liberista e irregolare di imprese, istituti di credito, presidenza della Regione che chiede autonomia per proseguire nella sua folle megalomania incrociata con l’esigenza di appagare l’avidità costruttiva, non discusse e non controllate in alcun Consiglio pubblico, dove, in perfetta coerenza con i fasti bulimici degli sceiccati e degli emirati, molto presenti in città, si elevano grattacieli che specchiano sulle loro pareti di cristallo il volto osceno e irriguardoso del modernismo, si accredita per essere anche la città simbolo della gentrificazione, la sostituzione antropologica, edilizia e sociale degli abitanti e degli alloggi che via via hanno costituito il tessuto urbano, con avventizi, residenti temporanei ospitati nelle geografie del terziario e che vede nella “valorizzazione” dell’ex Citta degli Studi attraverso la messa a disposizione di quel patrimonio al libero mercato.

Chi volesse interpretare e rappresentare lo scontento dei cittadini espropriati, cacciati, dissanguati, ma spinti a sentirsi talmente intoccati dall’umiliazione e esenti dalla colpa di conoscere come unica forma di disubbidienza, l’evasione fiscale, dovrebbe prima di tutto contrastare chi la violenza l’ha esercitata in forma istituzionale, nel rispetto di leggi forgiate e adottate per favorire interessi privati, anche quando mostra una faccia pulita, modi garbati, abiti impeccabili e applica le regole del bon ton allo slogan del marchese del Grillo.


Pensioni: paese che vai infamia che trovi

poli525cIl primo nucleo di stato sociale propriamente detto  è nato con l’istituzione delle misure pensionistiche e risale al 1889 quando Bismarck varò la prima legge sulla previdenze per la vecchiaia. Così non stupisce anzi è simbolico  che il liberismo punti proprio sull’abolizione di fatto del trattamento pensionistico come coronamento della lunga lotta contro il lavoro e i suoi diritti. Diciamo pure contro la civiltà. Disgraziatamente per noi il capitalismo è astuto e se da una parte predica e costruisce l’atono internazionalismo dei ricchi agisce diversamente nelle singole realtà, trova le linee di minor resistenza nelle varie situazioni, s’innesta sulle retoriche locali.

Perciò da noi la rapina nei confronti dei pensionati, ad opera dell’ennesimo automa liberista fabbricato dalla Bocconi, università che fornisce al Paese consigliori da bocciatura e striptiseuses da 110 e lode, si tinge dei colori dell’equità. E’ giusto che le persone di oltre 55 anni e già espulsi dal lavoro abbiano almeno un minimo vitale, vale a dire 500 euro al mese? Chi mai potrebbe dire di no a provvedimento che rimedia ai danni prodotti dai precedenti bocconiani? Peccato che la regalia giunta dopo anni di discussioni infami e patetiche assieme non sia carico della fiscalità generale, ma solo degli altri pensionati, persino quelli che combattono contro la linea della povertà relativa, i quali si vedranno ridurre i propri assegni. Mica si può fare altrimenti visto che bisogna remunerare con cifre notevolmente superiori al minimo di Boeri, gli imprenditori per le assunzioni che farebbero comunque e che peraltro sono al palo.

Ci sarebbero milioni di considerazioni su un Inps che dovrebbe essere un ente di previdenza sociale, i cui contributi vengono però costantemente rapinati da compiti di assistenza che non gli sono propri, ma la cosa chiara in tutto questo è che la pensione non è più vista come un diritto per il quale si pagano bei soldoni durante la vita lavorativa, ma diventa una regalia che può essere ridotta a seconda delle necessità e del capriccio. Insomma non si tratta di un diritto, ma di una semplice e sempre più revocabile concessione.

Questa stessa realtà è espressa in altro modo negli Usa dove già la pensione è vista come un pericoloso indizio di socialismo. Del resto non hanno la Bocconi, ma Harvard che possibilmente è anche peggio come fabbrica di prestigiosi titoli ideologici da vendere ai rampolli delle classi dirigenti. Qui salvo che per alcune categorie tutelate e vista la frammentazione della vita lavorativa o l’impossibilità per un terzo degli americani di accedere a pensioni integrative private, la pensione della Social Security alle volte non basta nemmeno alla sopravvivenza arrivando a un massimo del 40% (dopo i 66 anni) rispetto al reddito medio degli anni lavorativi, il che per molti non è nemmeno sufficiente a pagare l’assicurazione sanitaria. Così si è sviluppato, dopo la crisi il fenomeno del lavoro e dello sfruttamento senile: tanto per fare un’esempio ad ottobre si sono creati 378 mila posti di lavoro per chi ha più di 55 anni mentre sono diminuiti di circa 35 mila per la fascia 25 . 54 anni. Il fenomeno è semplice da spiegare: si tratta di persone che cercano di raggiungere un livello di pensione che dia loro almeno il minimo vitale, che sono disposti per questo a prendere salari da fame, a rinunciare alle tutele e che non trovano eccessive difficoltà di adattamento visto che i job disponibili sono zero nel settore manifatturiero e molti invece nei servizi di basso o bassissimo livello. Per la grande maggioranza di espulsi con la crisi dal lavoro buono si tratta di arrivare almeno al 40% dopo i 66 anni. Per questo dal 2007 in poi si sono creati 7,5  milioni di posti, anzi posticini,  per ultra cinquantacinquenni e solo 4,6 milioni per le persone più giovani.

C’è da dire però che i sussidi necessari a una enorme fetta di pensionati che non ce la fanno non sono a carico della social security, ma di un istituto di assistenza diversa l’Ssi che si basa sulla fiscalità generale, proprio per evitare che siano solo i pensionati a supportare i pensionati. Se non altro lo sfruttamento non arriva all’inganno palese e si serve di altri armamenti retorici per il medesimo scopo.


Università: Madia, ma dai

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dovrebbero ribellarsi le pappagalline del premier, che ogni volta rinnova loro l’incarico di dire l’improvvido e smentirlo, di decretare l’inopportuno e sospenderlo. Ancora una volta è toccato alla più infilzata delle madonnine, la Madia, quella che confonde competenze e ministeri a cominciare dal suo, quella che alla sua prima elezione rivendicò orgogliosa  la sua ignoranza (e mai  come ora ci chiediamo da che cursus studiorum e da che università arrivi). Si dice che dobbiamo a lei l’emendamento al Ddl della Pubblica Amministrazione  presentato da Marco Meloni che proponeva di “superare” il “mero voto minimo di laurea quale requisito per l’accesso” ai concorsi pubblici introducendo la “possibilità di valutarlo in rapporto ai fattori inerenti all’istituzione che lo ha assegnato”. In parole così povere che le potrebbe capire anche la Madia, nasceva dall’intento di applicare criteri di selezione e valutazione della “autorevolezza” e qualità dell’università che ha rilasciato il titolo di studio.  E ancora a lei dobbiamo la quasi simultanea decisione di ritirare lo sconsiderato provvedimento che, a suo dire, nasceva dalla opportunità di scoraggiare le università telematiche, a smentire se stessa e tutta la retorica cara al governo, delle magnifiche sorti e progressive della virtualità, della banda larga, della formazione permanente tramite rete preambolo doveroso a precariati da svolgere in casa, quando la si ha, in modo da essere sempre più isolati, sempre più soli, sempre meno tutelati e sempre meno uniti da rivendicazioni comuni.

Anche noi, per dir la verità,  siamo inclini a sollevare dei dubbi:  su quelle di Tirana, sulla Bocconi che ha laureato non solo Sara Tommasi, ma anche Monti, per non dire della Facoltà di Economia che ci ha elargito la Fornero, ma anche sul San Raffaele che in via reale e anche in via virtuale combina spericolatamente e con pari dignità discipline filosofiche e scienze motorie, su vari laureifici per futuri manager  al servizio di azionariati rapaci, per comunicatori a colpi di tweet e per lobbisti spregiudicati e disinvolti.

È che per questa classe dirigente la mercatizzazione di tutto a cominciare dalla cultura che serve solo se si converte in merce commerciabile, è una tentazione irresistibile. Come fa parte della sua indole la promozione di disuguaglianze e il consolidamento di quelle che ci sono già. Infatti nulla ci è stato detto su quale organismo avrebbe dovuto – ma possiamo star certi che la proposta, come si dice a Roma, “riciccerà”, proprio perché è premessa di portare ciccia e profitto nelle solite tasche e di beneficiare delfini di dinastie abbienti ma indolenti – assumersi l’onere della valutazione e della prova degli atenei, probabilmente l’Anvur, Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, che tante prove ha già dato di inadeguatezza, arbitrarietà, approssimazione, o magari il Censis, per trovargli nuove collocazioni e ragioni di esistenza in vita, cui si deve una Guida, predisposta in collaborazione con la Repubblica, che redige opinabili e non sorprendenti liste di merito e demerito degli atenei pubblici e privati: così in testa svettano gli atenei di Bologna (97.8), Perugia (95.2), Siena (103.2), Camerino (95,8) e Milano (Politecnico – 97.0). Tra le private, invece, appaiono degne di nota la Bocconi (91.6), la Luiss (86.4) e l’università di Bolzano (104.2).

E basterebbe questa citazione dalla Guida a far capire che sarebbero quelli gli indicatori ispiratori della pensata governativa: collocare tra le università “buone” da preferire in previsione di una carriera dirigenziale quelle del Nord, quelle più grandi, quelle che sfornano a raffica più laureati da parcheggiare in onerosi quanto futili master, quelle private, in possesso dell’autorevolezza che viene da  testimonial sospetti, da generosi finanziamenti estratti dalle nostre tasche, dalla visibilità garantita dalla compagnia girovaga di opinionisti e commentatori chiamati a propagandare ideologie e teocrazie dello sfruttamento, come qualche giorno fa sottolineava il Simplicissimus qui https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/06/18/buona-scuola-una-minchia/.  E relegare tra le “cattive”, da impoverire e penalizzare fino alla morte,  quelle piccole, quelle di provincia, quelle del Mezzogiorno, proprio come accadrà presto per gli istituti scolastici grazie alla Buona Scuola.  Quelle che hanno conquistato attrattività grazie alle materie umanistiche, detestate in quanto aiutano a pensare, a vedere, a decidere, punite perché educano alla disubbidienza ed all’indipendenza, perché indicono ad aspirare a quella bellezza che non si deve vendere né comprare, come non dovremmo vendere le nostre anime a questi diavoli miserabili.


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