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20.000 tangenti sotto i mari

galAnna Lombroso per il Simplicissimus

A Roma il dindarolo, a Venezia invece la musina: si chiamano così i salvadanai a forma di porcellino  dove da bambini si infilavano i soldini di metallo e poi ci si compiaceva del concertino che facevano scuotendoli, con la promessa di gustosi consumi.

Abbiamo scoperto che la musina dell’ex presidente della Regione veneta, che agli occhi degli elettori si presentava come un dinamico e prodigo doge in terraferma, gioviale e intraprendente, era ben distribuita: investita in imprese e quote di società e in 14 immobili in Veneto e Sardegna con origine estera, o  nelle quote azionarie di un’azienda riconducibile a lui, o in conti correnti esteri tra cui quello attivo presso la Veneto Banka di Zagabria, sul quale erano stati versati, dopo vari trasferimenti dalla Svizzera, 1,5 milioni di euro.

Ad essere indagati, oltre a Galan,  sono i professionisti che hanno architettato la fuga dei capitali all’estero.  In totale, sono stati bloccati più di 12 milioni di euro, appartenenti a diversi presunti evasori fiscali che hanno utilizzato gli stessi canali di riciclaggio in un più ampio giro criminale in cui sono coinvolti commercialisti, imprenditori e grovigli di società offshore che arrivano fino a Panama.  A conferma che le varie tipologie di criminalità, mafie comprese, si sono aggiornate impiegando risorse umane specializzate, quei colletti bianchi addetti a ripulire e far circolare fondi sporchi  e proventi non dichiarati tra cui quelli del boss della mala del Brenta, il cui “commercialista” è stato condannato proprio in questi giorni, di un principe della valigeria e di un ciabattino di vip oltre che di svariati imprenditori e professionisti, immobiliaristi, albergatori, commercialisti, anche grazie ai preziosi consigli  di un finanziere di alto lignaggio, nipote dell’ex regina del Belgio Paola di Liegi.

Del gruzzoletto dell’ex governatore abbiamo appreso senza sorpresa che si tratta delle tangenti del Mose, messo nei guai dall’avidità. Il Mose e il suo Consorzio di gestione (ultimamente ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/04/02/obiettivo-2030-piu-che-mose-matusalemme/)   erano un format perfetto, pensato per promuovere illegalità, illeciti e corruzione a norma di legge. Bastava avere pazienza, entrare nel meccanismo di scatole cinesi societarie, incarichi resi trasparenti nel rispetto di procedure di urgenza,  sistemi per la concessioni di appalti e di mandati in regime di outsourcing e benefici e profitti sarebbero arrivati. Bastava applicare il modello così come era stato pensato, con un soggetto  unico che in regime di monopolio da un lato esegue dli studi e dall’altro realizza tutte le opere in laguna, assegnando i lavori alle stesse aziende consorziate tramite affidamento diretto e senza gara, perché i quattrini arrivassero e ne portassero altri in un moto perpetuo perché è sempre il Consorzio a sporcare e pulire, inquinare e risanare, scavare e usare i detriti per altre iniziative, “fermare” le maree e indirizzarne altre nelle vie d’acqua proposte per farci passare i condomini dei corsari delle crociere.

E ancora l’avidità ha incastrato i grandi accusatori che  hanno patteggiato nel corso dell’indagine madre sul Mose che aveva portato a confische per 24 milioni,  Piergiorgio Baita (ex amministratore delegato della Mantovani, società presente in tutte le cordate di grandi opere: si era aggiudicata perfino la piattaforma su cui erigere l’Expo, che è stata recentemente acquisita per riacquistare credibilità, dalla Coge Costruzioni Generali Srl con la cui etichetta e il conseguente risciacquo  proseguirà nella realizzazione del progetto veneziano), Claudia Minutillo (imprenditrice, ex segretaria di Giancarlo Galan), Mirco Voltazza, Nicolò Buson e Pio Savioli.

Per tirar su quattrini molti, maledetti e subito non si sono accontentai del favorevole regime di monopolio concesso loro, del controllo benevolo di controllori corrotti, della protezione della politica comprata, di leggi studiate per liberarli dai molesti lacci e laccioli della tutela della leale concorrenza, macché: hanno lucrato su materiali di cattiva qualità, hanno imposto rincari   record e costi extra, hanno agito sulla  tempistica per aggirare obblighi e sottrarsi alla vigilanza poco occhiuta, hanno cambiato i progetti in corso d’opera per gonfiare i conti, hanno obbligato a opere accessorie, hanno affidato incarichi di collaudo e soggetti esterni all’apparato statale (oltre 1,3 milioni di euro dal 2010 al 2012). hanno creato ad arte condizioni di crisi per ottenere licenze, con una così sgangherata sfrontatezza da richiamare l’attenzione degli inquirenti.

Eh si lo schema legal-criminale del Mose è stato compromesso dal “fattore umano”, da quel vizio, l’ingordigia, che qualcuno si augura farà implodere come un istinto suicida, il capitalismo finanziario che si avvita su se stesso nelle fattezze di quei mostri mitologici, un uruboro che divora la sua stessa coda.

E dire che si trattava di un meccanismo molto più sofisticato di Mafia Capitale, il modulo mafioso della Serenissima, che aveva perfezionato quello dell’Alta Velocità messo a punto all’inizio degli anni ’90, la prima volta che – in teoria – il capitale provato avrebbe partecipato finanziandola al 60% alla realizzazione di un’opera pubblica, grazie alla sottoscrizione di un patto tra governo, Ferrovie e Tav SpA e privati, Fiat,Eni,Iri cui viene dato l’incarico di realizzare le sei tratte previste. Più di 10 anni dopo, dopo innumerevoli giri di poltrone, inchieste, intimidazioni interne e esterne, ripensamenti, il governo Berlusconi mette mano unicamente alla tratta Milano-Torino affidata alla Fiat e che terminerà nel 2009  e che sarà costata 7,8 miliardi di euro per 125 km. per un totale di 62 milioni di euro a chilometro, contro o 16,6 della analoga linea francese.

E ciononostante si continua a voler replicare l’esperienza, così come non ci si arrende al fallimento malavitoso, alla vittoria dell’illegalità in un sistema, quello del Mose, che non la prevedeva, perché era stato pensato per legittimare il malaffare e l’opacità non mediante la violazione delle regole, ma adottando e applicando regole corrotte. Quando si mette a reddito il “non fare”, il rinviare,  lo sbagliare, l’aggiungere errore a errore, ostacolando, mettendo i bastoni tra le stesse ruote che con l’altra mano si provvede a oliare.

C’è da chiedersi cosa sia successo al Veneto operoso, locomotiva dello sviluppo del Nord pingue così simile al Belgio e all’Europa che si vorrebbe, quello dei distretti, quello dell’internazionalizzazione che si realizzava quando piccoli imprenditori dinamici  facevano da battistrada a aziende più strutturate, mentre a casa si incrementava il gruzzolo col lavoro nero delle mogli a cucire guanti, fare nottata sulla macchina da maglieria o a pedalare sulla Singer, e la mattina poi raccogliere il radicchio e metterlo nelle vasche perché diventasse la rosa di Treviso o Verona. Già allora c’era una concezione piuttosto spregiudicata della giustizia, quella regolata dalle leggi e quella degli imperativi morale, se quelli piccoli e grandi che partivano con la valigetta piena di calze di nylon come da tradizione, andavano a cercare posti dove trasferire i loro know-how, corruzione compresa, scegliendo quelli dove era più facile accaparrarsi permessi facili, inquinare senza conseguenze, pagare salari inferiori ai nostri, sfuggire a controlli e requisiti di sicurezza. E c’era anche una pretesa di superiorità – quella che ha fatto da impalcatura psicologica all’ideologia leghista – che alla resa dei conti ha mostrato i suoi limiti, se i saperi esportati, le conoscenze e i brevetti trasferiti sono stati fatti propri dai colonizzati, che hanno anche imparato subito a far valere i loro diritti proprio mentre i lavoratori italiano dovevano rinunciare ai loro, quelli sul posto di lavoro, quelli della salute in fabbrica e nell’ambiente.

Così c’è poco da stupirsi se felice Maniero è ancora un’icona trasgressiva, che con tutta evidenza popola  l’immaginario delle baby gang all’opera a Venezia e in Terraferma, in una regione che la camorra reputa essere una destinazione profittevole per l’export di rifiuti tossici, dove si vorrebbe sperimentare un’autonomia sotto forma di licenza dagli obblighi della coesione sociale – che dovrebbe esprimersi anche pagando le tasse a differenza della cricca sorpresa nei paradisi fiscali – per consegnare lo stato sociale ai soliti padroni in braghe o colletti bianchi, doppiopetto o coppola, che qualunque divisa indossino sono in guerra  contro di noi.

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Mose, l’Impero del fango

mose Anna Lombroso per il Simplicissimus

Voglio consigliarvi due piccole “vacanze intelligenti”, due weekend a Venezia il 29 e poi a Firenze il 6 e 7 ottobre, dove  si riuniranno i comitati che da anni si battono per realizzare la vera  grande opera,   di risanamento del territorio, di difesa del suolo e delle risorse, di contenimento del rischio sismico e idrogeologico, contro la distopia  megalomane e speculativa della Tav, del Mose, della sottovia che perforerà la città del Giglio, dell’allargamento irragionevole del suo aeroporto, e poi autostrade destinate a restare vuote, svincoli e rotonde, trivelle fino alla costruzione dell’unico Ponte sicuro, quello sullo Stretto, anche quello peraltro costato quattrini e oltraggi al buonsenso e alla legalità.

Giustamente il teatro scelto per la prima manifestazione è Venezia. Il cata­cli­sma giu­di­zia­rio che ha squas­sato Vene­zia e il Veneto 4 anni fa (pochi giorni orsono non è stata accolta la richiesta di patteggiamento per il più dinamico degli attori sulla scena, Piergiorgio Baita, tangentista a larghissimo raggio diventato testimone d’accusa) denunciò che il fango sul quale si erigevano le dighe mobili  schizzava dappertutto, riguardando le scelte di fondo: quella del sistema Mose, per la sua formidabile pressione e evidente incom­pa­ti­bi­lità con la natura stessa della Laguna di Vene­zia e con il suo deli­ca­tis­simo equi­li­brio eco­lo­gico e quella di affidare in con­ces­sione a un unico sog­getto pri­vato, il Con­sor­zio Vene­zia Nuova, l’incarico in regime esclusivo  di progettare, spe­ri­men­tare ed ese­guire gli inter­venti previsti, con ambedue i ruoli, controllato e controllore, e ambedue le funzioni, inquinatore e bonificatore, un mostro giuridico quindi che non aveva avuto precedenti ma che poi è stato copiato sia pure con minore efficacia, grazie all’egemonia culturale e politica dell’emergenza, che per contrastare  la rigi­dità del sistema delle garan­zie, la lun­gag­gine delle pro­ce­dure, la sovrab­bon­danza e a volte sovrapposizione di con­trolli, i lacci e laccioli, adotta come fosse una necessità anzi un dovere l’impiego di procedure eccezionali, il ricorso a commissariamenti,  l’applicazione di espedienti opachi e discrezionali. Allora lo scandalo assunse un significato allegorico, svelando  il nesso pro­fondo tra cor­ru­zione e grandi opere sicché più voluminosa, complessa e costosa è,  più è ineluttabile l’ubbidienza del deci­sore (il par­tito, l’istituzione, l’amministrazione) agli inte­ressi dell’impresa,  più è fatale e fisiologico ungere ruote, elargire tan­genti reali. E più si gonfia il progetto  più aumentano le risorse da far circolare nella cricca, regali, stipendi regolari, consenso, altre poltrone, collaudi, committenze e consulenze.

È così che si sono spesi 6000 milioni di euro per realizzare qualcosa che si sta rivelando anche inutile (il sistema di 78 paratie mobili chiuderà la porta alle maree eccezionalmente alte, da 110 centimetri a tre metri. Ma non potrà fare nulla per limitare i danni quando arrivano le «acque medio-alte», quelle tra gli 80 e i 100 centimetri, sempre più ricorrenti), per via del prevedibile aumento del livello del mare che i cambiamenti climatici già prevedono per il prossimo futuro, avvelenata per via del congegno  malavitoso e criminale che ha coinvolto politici, amministratori, imprese, magistrato alle acque, ministeri, guardia di finanza, corte dei conti e perfino ridicola e vergognosa, se il magnifico e superbo prodotto ingegneristico che l’attuale sindaco si voleva rivendere ai cinesi, è già un monumento avvilente di archeologia industriale prima di entrare  a regime, abbellita da interventi di maquillage affidati alla progettazione estetica dell’Università di architettura con tanto di passeggiate  e aree verdi, ormeggi e un muro «paraonde» costruito con i massi della diga demolita (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/03/14/mostro-in-mostra-ma-le-banche-scappano/).

E a giugno abbiamo saputo che sono occorsi altri  8,5 milioni per riparare il jack-up, la nave attrezzata da  50 milioni e ferma da 6 anni, pensata per trasportare le paratie  dalla Technital, l’azienda veronese del gruppo Mazzi progettista del Mose, e costruita dalla padovana Mantovani, azionista di maggioranza del Consorzio (l’azienda del succitato Baita), orfana di una gemella – la flotta ne prevedeva due con raddoppio della spesa, ultima notizia dal fronte delle disfunzioni, dai guasti e dei danni, con il rischio di cedimenti  strutturali per la corrosione elettrochimica dell’ambiente marino e per l’uso di acciaio diverso da quelli dei test (sono costate 250 milioni di un appalto senza gara “vinto dalla Mantovani, le cerniere che rischiano di non essere utilizzate), con i cassoni subacquei   intaccati dalla corrosione, da muffe, con le paratoie  già posate in mare che non si alzano per problemi tecnici e quelle ancora da montare, lasciate a terra, che si stanno arrugginendo per la salsedine nonostante le vernici speciali;  e con l’azione dei peoci, le  cozze, unici organismi viventi in un maestoso corpo morto.  

Non incoraggia certo la mesta previsione del provveditore  alle opere pubbliche del Triveneto Linetti, in rotta di collisione  coi commissari straordinari incaricati di vigilare dopo lo scandalo, ma che concorda con loro sull’entità del costo per completare il Mose:  “per finire l’opera sono già stanziati 221 milioni, a cui si dovranno aggiungere altri 70-80 milioni per la fase di avviamento. Poi ci sono i 400 milioni di residui. Complessivamente abbiamo altri 700 milioni di lavori. Ora dobbiamo solo essere autorizzati dal ministero a spendere una cifra tra i 70 e i 100 milioni, probabilmente più vicina ai 100, per pagare le imprese e rilanciare i cantieri”. Un altro capitolo  in bilancio riguarda la gestione-manutenzione che costerà 80 milioni l’anno, più altri 15 per la laguna, stando alle stime dello stesso Provveditorato. Cui si devono aggiungere  i lavori di manutenzione alle paratoie, alle cerniere… “Una voce, quest’ultima, tranquillizza Linetti, che però non supererà la trentina di milioni l’anno”.

Il Ministro Toninelli, che ha puntato il dito contro il Consorzio,  colpevole di «una sorta di paralisi da parte del soggetto tecnico operativo incaricato di realizzare l’opera per conto dello Stato: inadempienza ingiustificata e pericolosa rispetto ad un’opera marittima, che rischia di aggravare le condizioni di manutenzione», non ha lasciato dubbi. Comunque sia, il governo  vuole vedere l’opera finita, malgrado sia stata ridotta a una mangiatoia. E l’unico annuncio forte, anzi fortissimo, è che lui non presenzierà all’inaugurazione, ecco.

Tutti d’accordo dunque, 5Stelle e pure il Pd nei panni del deputato Pd Pellicani. Il Mose si deve completare. Anche se è inutile, anche se è stato e sarà una macchina mangiasoldi, anche se è stato e sarà con tutte probabilità un motore di interessi e affari opachi, anche se continua ad essere affidato a quel mostro giuridico impegnato in altre  ipotetiche nefandezze sempre costruite sull’acqua e sul fango. Pena, si direbbe, la riprovazione del mondo civile che invece guarderebbe con comprensiva indulgenza il crollo di un ponte, i terremotati all’addiaccio dopo due anni dal sisma, la conversione di ogni temporale in catastrofe alluvionale, lo stato del nostro patrimonio artistico talmente trascurato da imporne affidamento a privati e svendita.

Eh certo, che figura si farebbe ad ammettere che in Italia la corruzione è stato il motore delle decisioni, e che figura si farebbe a tornare sui propri passi, a considerare sia pure tardivamente quelle alternative che per motivi inconfessabili e ora evidenti non vennero considerate in passato, quelle indicate dalla grande scuola idraulica padovana –dipartimento di ingegneria idraulica, marittima, ambientale e geotecnica, che immaginano l’applicazione di una modellistica matematica – modelli bidimensionali a fondo fisso e mobile – applicata all’idrodinamica ed alla morfodinamica lagunare, più leggeri, flessibili e adatti a un ambiente così speciale.

Eppure l’alternativa c’è. Ma non piace, perché impone di “ripensare”. Anzi,  peggio, impone di “pensare”.

 

 

 

 

 

 

 

 


La banda degli onestini

pizzino su ZoggiaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Se volete un consiglio disinteressato, non prendetevi Davide Zoggia come commercialista. Meglio andare al Caf, meglio farsi la denuncia dei redditi da sé, con il libretto di istruzione che regala il Sole 24 Ore.
Perché o è corrotto – o almeno incline a comportamenti inopportuni spericolatamente disinvolti, o dimostra una inguaribile indole a ritenere che esista una cerchia, un ceto che non deve sottostare alle regole cui sono soggetti i normali cittadini, di legittimità o magari soltanto di eleganza e buona educazione, oppure è innegabilmente incompetente, superficiale, impreparato.
Tirato in mezzo nello scandalo Mose, grazie a un fogliettino – la cupola del Consorzio aveva raccomandato che fosse in carta commestibile, ingoiabile, mangiabile insomma come tutto in quel contesto – nel quale accuratamente erano annotate le somme messe generosamente a sua disposizione, come contributo elettorale e come emolumenti per due “consulenze” e affidato a una segretaria, si immagina ben remunerata per i suoi servizi eccezionali, che lo aveva conservato in casa degli anziani e ignari genitori, l’ex presidente della provincia di Venezia – non di Kuala Lumpur – poi responsabile organizzativo del Pd, che poi ha visto finalmente riconosciute le sue qualità con un bel posto in Parlamento, si discolpa sprezzante. Mica fa lo gnorri come i beneficati di Anemone, mica si proclama messo in mezzo a sua insaputa, macché, no, lui rivendica di aver fatto il suo lavoro di ragioniere “commercialista”, punto e basta.
Sembra proprio l’Ilva, sembra proprio l’Expo, sembra proprio l’inanellarsi di scandali, malversazioni, pastette e pastone che colgono tutti di sorpresa, che stupiscono perfino i protagonisti, che sconcertano indigeni e osservatori esterni per presenze e attori considerati universalmente custodi di integrità e moralità, anche quando hanno ostentatamente difeso interessi opachi o perlomeno discutibili.
Sarà difficile per Renzi, per Lotti, per la Moretti dichiarare che Zoggia non è iscritto al Pd, sarà difficile per Zoggia essere credibile nel proclamare che il Consorzio Venezia Nuovo, caso non unico di allegoria del conflitto di interessi e di competenza, fosse un cliente come un altro, o nel sostenere che nulla si sospettava sui comportamenti un po’ troppo spigliati e arditi dei suoi manager compreso quel Baita che non si era accontentato di Tangentopoli e faceva il bello e il cattivo tempo nella più potente e inviolabile cordata affaristica della città, la stessa della cui Provincia, lui, il Zoggia, era presidente. Che in fondo bastava leggere il Gazzettino, andare a comprare i carciofi a Rialto, bere un goto in un bacaro, prima di rivolgersi a così discutibili supporter per chiedere “legittimi” contributi elettorali o per farsi dare un’altrettanto legale consulenza.
Ma immaginiamo già la reazione di Renzi e dei suoi: in fondo Zoggia appartiene al vecchio non abbastanza rottamato, in fondo era già un notabile, presidente di una provincia dal 2004 al 2009, proprio gli stessi anni in cui ricopriva lo stesso ruolo a Firenze l’attuale premier, ma vuoi mettere la differenza. E poi ha avuto incarichi di partito con Epifani, la cui eclissi più oscura di quella dei Jalisse, è certamente meritata. E poi era bersaniano, proprio come la Moretti, si, ma vuoi mettere…
Soprattutto Zoggia ha una colpa, è nato qualche anno prima, caratteristica permessa solo a padri putativi, ministri precettori, finanziatori alle Cayman, sacerdoti del Made in Italy e grandi chef mediatici. Per il resto il pensiero forte è convinto che l’appartenenza generazionale alla gioventù, sia pure piuttosto elastica, sia condizione sufficiente a garantire moralità, onestà, integrità, trasparenza. Tanto da sdoganare sottosegretarie piuttosto discusse, purché nel fiore degli anni. O ministri incompetenti purché imberbi. Che in virtù di ormoni esuberanti, cellule fresche, muscoli allenati non possono essere biologicamente portati a furto, corruzione, malaffare.
Una volta era soprattutto la chiesa a agire con una manipolazione della scienza in modo da piegarla alle ragioni di un’etica di parte, adesso ci si mette anche il Pd. Che infatti sostiene addirittura che il problema non sono le regole, ma i ladri, categoria antropologica a se stante, minoranza, si fa per dire, facilmente individuabile e emarginabile, che se poi non è iscritta tanto meglio.
Così dopo aver elevato a icona simbolica della lotta alla corruzione un magistrato, come d’altra parte hanno imparato a fare aziende che li vanno a cercare come commissari – foglia di fico, partiti che vogliono sciacquare i panni, sindaci preoccupati dell’andamento di conti e appalti, Renzi pensa di aver fatto abbastanza. Imbalsamato nella stessa sede dell’ormai dimenticata CiVit, solo, perché la nomina degli altri consiglieri non ha trovato posto nella fitta agenda del governo, senza poteri speciali, mentre ogni giorno esplode una nuovo caso dirompente, a Cantone resta come gesto esemplare di dare le dimissioni e non prestarsi a coprire le ipocrite acrobazie di un governo decisionista che ha avocato a sé tutti i poteri per non decidere in materia di regole per conti cifrati all’estero, abrogazione della prescrizione dopo il rinvio a giudizio, introduzione del reato di intralcio alla giustizia, autoriciclaggio, ecc., oltre alle restaurazione e/o ampliamento e/o inasprimento per falso in bilancio, voto di scambio, aggiotaggio e tutto il repertorio dei crimini da colletti bianchi, che poi assomigliano così da vicino a quelli delle mafie, che il responsabile dell’Autorità dovrebbe conoscere bene.
Ma si sa le dimissioni non piacciono a nessuno, sono roba da disfattisti, da rinunciatari, da gufi, come l’autocritica, come l’assunzione di responsabilità, roba, avrebbe detto un tempo Berlusconi, da “comunisti”.


Mose Mosè, più bella cosa non c’è

Chioggia_BoccaDiPorto_mose-venezia-vela-veneta-velaveneta-cassoniAnna Lombroso per il Simplicissimus

35 arresti, 100 indagati, si concluderà miseramente nelle aule giudiziarie la leggenda della eccezionale opera di ingegnerai che doveva salvare Venezia dalle acque?

Stamattina ai veneziani vengono in mente – con una certa voluttà – quei film degli anni ’50, in bianco e nero, che mostravano una Serenissima percorsa da intrighi, fornaretti e dogi sleali condotti in catene ai sinistri Piombi e dimenticati là, a languire.

Eh si, perché insieme al sindaco Orsoni, (eletto nel 2010 nella coalizione di centro sinistra), arrestato per corruzione, concussione, riciclaggio, altre 34 figure di spicco della nomenclatura lagunare sono ai ceppi nell’ambito di una indagine avviata tre anni fa e un centinaio sarebbero gli indagati.

Più discusso del Ponte sullo Stretto, ma certamente più redditizio, il Mose “pigliatutto”il primo “modulo sperimentale elettromeccanico”era stato da subito, dal lontano 1988, quando ancora si chiamava progetto REA, Riequibrio e Ambiente, considerato innovativo, irrinunciabile, insostituibile – e adesso sappiamo perché – quando venne imposto dopo una selezione “formale”, visto che non c’erano alternative, effettuata nel 1981 dal Ministero dei Lavori Pubblici. Come per il Ponte, gran parte dell’attività del Mose è “progettuale”, “cartacea”, di anno in anno la conclusione dei lavori che dovrebbero salvare Venezia dalle acque, viene rinviata. E per fortuna verrebbe da dire, se a Chioggia durante le sagre del patrono rapper locali cantano sulla musica di Ramazzotti: “Mose-Mosè, più bella cosa non c’è”, cui fanno da contro canto i pescatori chioggiotti, persuasi per esperienza sul campo che quando le dighe del Mose saranno definitivamente incassate nelle bocche di porto manderanno all’aria quel poco di economia della pesca che ancora sopravvive.

È che “la più imponente e innovativa opera in costruzione oggi in Italia” come la definiva il sindaco in manette, ha suscitato dubbi e polemiche almeno da quando venne trionfalmente inaugurata in mezzo alle acque come tanti Cristi del CAF, dal Ministro De Michelis, dal Presidente del Consiglio Andreotti, dal Ministro dei Lavori Pubblici Prandini, che benedissero l’eccezionale progetto di “eccellente ingegneria”, senza curarsi di obiezioni, pareri tecnici, valutazioni contrarie. Nel 1989 il voto contrario del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici viene “cassato” da un pronunciamento del Consiglio dei Ministri. Il Governo Amato nel 1999 fa spallucce al parere negativo di Via emesso dalla Commissione del Ministero dell’Ambiente. Così come il succedersi di governi, da Dini a Berlusconi e Prodi, spazzano via i dubbi degli organismi tecnici e economici, sovrintendenze, Corte dei Conti, Commissione Europea. Fino alla beffa dell’istituzione di una Commissione ad hoc, voluta dal ministro “ossimoro” Baratta, che unisce in un’unica divinità ministeriale, ragioni ecologiche e esigenze costruttive, natura e cemento, Ministero dell’Ambiente e Ministero dei Lavori Pubblici, della quale fanno parte cinque “saggi super partes”, tra i quali Costa, poi sindaco e oggi abominevole uomo delle navi, soprattutto maxi, all’autorità portuale, il cinese Chang Mei e l’olandese Vellinga, contemporaneamente consulenti del Consorzio e chiamati a giudicarne operato e azione.

Ma si sa che il conflitto d’interesse da noi non fa paura. E nemmeno lo spauracchio delle inchieste giudiziarie. Il budget del progetto di massima che prevedeva un costo di 3200 miliardi di lire, lievita arrivando ora a una previsione di 5 miliardi e mezzo di euro, gestione e manutenzione esclusa, mentre le acque alte si ripetono senza la tradizionale frequenza stagionale, con punte eccezionali. Almeno quanto eccezionale è la decisione bi partisan di affidare ad un unico soggetto, il Consorzio Venezia Nuova appunto, le attività di progettazione, gestione, controllo dell’opera, cui si aggiungono altre competenze, compresa la bonifica e il ripristino ambientale degli eventuali interventi inquinanti posti in essere dagli scavi e dalla realizzazione delle dighe mobili.

Non a caso dopo alcune presenze scialbe ne prende definitivamente le redini il suo ideatore e fondatore, l’ingegner Mazzacurati, un vecchio leone indomabile nel fare affari, che ricorda il Cerroni delle discariche laziali, che estromette Impregilo, occupata su altri brand faraonici e sceglie come maggiore azionista la Mantovani SpA, impresa edile padovana presieduta da una vecchia conoscenza, anche delle procure, Piergiorgio Baita, già arrestato nel 1992 in piena Tangentopoli, finito in manette nuovamente nel settembre scorso, all’avvio dell’inchiesta. Ancora una volta come nel ’92, è probabile che Baita, dipinto come il compagno di merende di Giancarlo Galan, si sia salvato da una lunga lista di accuse a suo carico, parlando. E raccontando di fatture false, appalti opachi, finte consulenze, concessioni “esclusive” in ottemperanza alla moda imposta proprio da loro del project financing, un sistema pensato e applicato per favorire sempre gli stessi soggetti, sotto l’ala protettrice della Mantovani, presente ovunque: strade e autostrade, passante di Mestre,tram, ospedali, bonifiche, scavi di canali – chissà se si aggiudicherà malgrado tutto anche quello di Contorta, per favorire i nuovi corsari delle crociere – operazioni immobiliari, rigassificatori, darsene e speculazioni del Lido, sub lagunare.

Era stato sotto la gestione combinata di Galan e dell’assessore Chisso, il secondo in manette, mentre per il primo è partita la richiesta di arresto, che la Mantovani, e per suo tramite il Consorzio, diventa un monopolio: si aggiudica tra i finti mugugni del sindaco, l’arsenale e i suoi storici bacini di carenaggio, acquisisce la Thetis, la società di ricerca cui sorprendentemente viene affidata una direzione dei lavori, quelli appunto del Mose. E via via mette le mani su tutta la Regione, su tutte le opere, presenti, future, con una certa italianissima predilezione per quelle che non si faranno mai e che perciò sono ancora più redditizie, tra multe, rivalutazioni, sanzioni, stati d’avanzamento virtuali.

Dopo tanti anni di sospetti e esplicite dimostrazioni, una bella scrematura del malaffare veneto è stata fatta. Ma l’esperienza ci fa sospettare che non sia una resa dei conti: la città decapitata è sempre a rischio. Né Cacciari né Orsoni hanno pensato di fermare la faraonica macchina mangiasoldi. Lo farà mai un loro successore? Il soave presidente dell’Autorità Portuale, l’ex sindaco Paolo Costa, non si perita di narrarci che grazie al Mose, alle bocche di porto e allo scavo del canale Contorta Sant’Angelo, quello dove dovrebbero passare orgogliose le grandi navi, sarà possibile ricostruire la morfologia del bacino centrale della laguna. Come se l’agonia di quell’ambiente unico, dinamico, potente eppure vulnerabile, non si dovesse al Canale dei Petroli con le circa 4 mila navi che vi passano ogni anno – e il Contorta ne sarà la replica – agli effetti erosivi provocati dallo spostamento di migliaia e migliaia di tonnellate d’acqua innescato dal passaggio delle navi, all’indifferenza perversa di una classe dirigente che non ha fatto nulla di quello che faceva secoli fa la Serenissima, pulizia dei rii, rinascimenti, opere in una perenne azione di governo razionale di acque e territorio. Ma allora il rischio erano le maree d’acqua, ora sono quelle mefitiche e velenose della speculazione, della corruzione, che unisce tutti in una aberrante alleanza della quale Venezia è il teatro esemplare e dalla quale c’è da temere che non si salverà, come una moderna Atlantide.

 

 

 


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