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Taranto, veleni e balocchi

polveAnna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa una tromba d’aria ha sollevato  le polveri dell’ex Ilva facendo precipitare una pioggia di carbone sul quartiere Tamburi di Taranto. Il Comune, cittadini,  le associazioni ambientaliste – i soliti disfattisti – pretendono laserrata immediata dell’azienda, in aperta polemica con il governo che manda in visita pastorale il sottosegretario Turco, seguendo l’esempio di  Servola,  chiudendo l’area a caldo ed avviando la riconversione.

Mai contenti, viene da dire. Che poi, ammettiamolo,  una suggestiva tempesta di particelle rosse si colloca perfettamente nel disegno di rinascita di Taranto, a forza di son, lumière, giochi d’acqua come in uno di quei luna park con scivoli, ruote panoramiche, cascate artificiali, con, sullo sfondo, pudicamente, quella Foresta Urbana, concessione magnanima in veste di compensazione offerta dagli immuni e impuniti assassini che si sono avvicendati. E perché no? Una possibile vocazione termale grazie al recupero di quei 4 milioni di tonnellate di fanghi, oggetto della auspicata “bonifica”.

Ci ha pensato il governo con il sostegno dei parlamentari pugliesi che proprio non ne possono più di doversi occupare dell’annosa e mai risolta vicenda dell’azienda metallurgica obsoleta e incompatibile con un sistema economico nel quale le produzioni sono arcaici lasciti del passato, insieme a lavoratori che non sanno convertirsi a nuove frontiere più smart.

Con impeto creativo si è infatti concordato di fare di una città martire dell’avidità di profitto criminale,  la prossima e promettente capitale del turismo ionico, grazie prima di tutto ai Giochi del Mediterraneo 2026:  290 milioni di euro di investimento (il Governo ne metterà a disposizione circa 100, cui altri se ne aggiungeranno quando i ritardi e le trastole avranno trasformato anche questo evento “di interesse generale” in una emergenza da gestire con fondi e misure eccezionali), 65 impianti che dovranno ospitare le gare, maschili e femminili, di 23 diverse discipline sportive.

E difatti l’operazione non sorprendentemente verrà affidata a un soggetto commissariale, in questo caso l’Autorità Portuale con nuove competenze eccezionali e poteri straordinari. E che ha già ottenuto la ratifica del passaggio  dell’ex-Stazione Torpediniere dalla Marina Militare alla sua amministrazione, che provvederà al recupero delle  motonavi Adria e Clodia, rimorchiatori della Marina e del relitto del fu Vittorio Veneto, che si voleva adibire a nave museo. E  che, si legge sulla stampa locale in estasi,  ha scelto quella “location” come la più favorevole  per la nascita dell’Acquario la formidabile attrattiva in concorrenza con Genova, “in grado di convogliare un fertile   traffico di visitatori”, facendo dimenticare la triste reputazione della città industriale e magari occupando in veste di animatori quei 3000 esuberi sul piatto della bilancia della trattativa con Arcelor, dalla quale sono stati esclusi gli enti territoriali.

Chi in questi mesi avesse nutrito l’illusione che i fallimenti criminali dei privati e delle regioni, a cominciare da quelle che aspirano a una maggiore autonomia proprio per appagare gli appetiti imprenditoriali nei settori della sanità, dell’università della scuola, potessero configurare un nuovo ruolo programmatore e realizzatore dello Stato, di fronte alla prospettiva della resa incondizionata all’Europa, alla definitiva cessione di sovranità che condiziona l’elargizione secondo una partita di giro degli stessi quattrini che siamo tenuti a versare in cambio dell’esecuzione di “riforme-ghigliottina”, ancora più accelerate e drastiche rispetto alla Grecia, saprà che tutto sarà peggio di prima, che il vero patto del diavolo è già stato sottoscritto.

E non serviva questa emergenza a farcelo scoprire.

Bastava appunto guardare a quell’azienda, a quella città, a quei lavoratori e cittadini che  in 50 anni, hanno assistito all’inserimento forzato dell’acciaieria nel loro territorio, a una produzione intensiva che ha prodotto, si, acciaio e lavoro, ma anche devastazione, malattie, inquinamento, ricatti, per diventare  un maledetta ferrovecchio da quando con un tozzo di pane la famiglia Riva se lo aggiudica seppellendo sotto i suoi profitti   prontamente dirottati in conti offshore, una vergogna nazionale fatta di cancro, corruzione, intimidazioni e correità.

Bastava guardare al susseguirsi di cedimenti dei governi alle pretese, ai ridicoli “piani industriali”  dei vari sciacalli cui ha addirittura concesso immunità, che vertono sempre sulla fatale e ineluttabile riduzione degli addetti, sulla cortina di oblio da stendere come un sudario sulle colpe del passato e pure del presente e del futuro, in cambio delle promesse di continuare la produzione, come d’altra parte è confermato dai contenuti  di un accordo stipulato  tra la stessa Arcelor Mittal e il Governo siglato nello scorso mese di Marzo, del quale da mesi i sindacati  non vengono ufficialmente messi a parte. Prima della pioggia rossa, Conte aveva “rassicurato” tutti con la conferma del coinvestimento pubblico accanto al privato, grazie all’incarico  affidato nella partnership a  Invitalia, società del Mef della quale – casualmente – è amministratore delegato quel Domenico Arcuri messo a capo della task force  dell’emergenza Covid, un nome, una garanzia per prestazioni eccezionali. In quell’occasione il Presidente del Consiglio ha omesso di far luce sul “nodo occupazionale” ancora irrisolto: ArcelorMittal  prevede il taglio di 3.200 addetti, con la riduzione dei dipendenti a 7.500.

Che si tratti di una farsa dietro la quale si è consumata e si consuma una tragedia, è chiaro:  Taranto e l’Italia post pandemica dovranno accontentarsi del male minore, che va sotto il nome di  “ambientalizzazione” dello stabilimento, ottenuto con la riduzione della produttività, mobilitazione di risorse a carico del pubblico – circa un miliardo? e licenziamenti – il Governo sarebbe  disposto a un accomodamento con un tetto  di 1800 “esuberi”.

Eh si, di questi tempi ci si deve rassegnare alla rinuncia anche in una città dove per veder morire vecchi e ragazzini non occorreva aspettare la peste, che era già in casa.

Quante volte mi è capitato negli anni di scrivere che l’unica soluzione per l’azienda e per la città era risanare   e nazionalizzare. Quante volte però insieme ad altri più autorevoli ma altrettanti inascoltati osservatori, ho sottolineato che se quella è una produzione strategica per il Paese allora vale la pena di salvarla e con essa il futuro dei suoi dipendenti e la posizione del paese nel mercato, affetto da sovraproduzione ma non del tutto saturo.

Quante volte abbiamo sentito dire che si tratta di un’ipotesi che ha cittadinanza solo nel regno dell’Utopia, perché uno Stato ridotto già al fallimento per indebitamento non può sobbarcarsi i costi di un’azienda in perdita (come se Grandi Eventi e Grandi Giochi non lo fossero)  anche se sappiamo che si tratta di uno dei comparti dove sono state più insane, insicure e soggette a corruzione, speculazione, influenze borsistiche,   le politiche di sviluppo industriale, se, per fare un esempio, è caduto il silenzio   sull’indagine della  Guardia di Finanza che indagato  sull’abitudine inveterata  dell’azienda di acquistare  a prezzi maggiorati le materie prime di lavorazione  per poi svendere il prodotto finito a prezzi stracciati ad altre aziende del gruppo Arcelor-Mittal.

Il fatto è che ormai siamo egemonizzati e colonizzati dal pensiero neoliberista, così non è più possibile compiere una scelta politica, sociale e etica che rischi di confliggere con i comandi e gli appetiti del “capitale” e del padronato.

Così bisogna accettare i suggerimenti dell’Impero del Male Minore, quello che impone di scendere a patti con banditi, criminali e mafiosi, che pensa che l’occupazione si tutela incrementando i contratti a termine e precari, quello che legittima i governi a pararsi dietro a vincoli accolti come un alibi, per dichiarare impotenza o rendersi correi di alleanze opache e oscene con multinazionali malavitose.

È quello che ha tolto poteri e competenze allo Stato e allo stato di diritto, persuadendo interi popoli che è doveroso il sacrificio dei beni, del talento, della dignità per mantenere livelli di sicurezza, anche sanitaria, elementari, al di sotto della vita e appena assimilabili alla sopravvivenza, che spinge alla rinuncia su larga scala di vocazioni, beni comuni, risorse, cui è meglio abiurare perché costano, perché sarebbero immeritate, perché fanno cassa.

Non per noi, per i quali ben che vada è assicurata quella da morto, come sottintende uno slogan che campeggia sulle strade di Roma: c’è chi bara e chi non bara.

 

 

 

 


L’elemosina dopo il furto

fra Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una multinazionale operante nel settore della produzione e lavorazione dell’acciaio se la dà a gambe dal sito che ha acquisito a prezzo stracciato, restituendo alla gestione commissariale con cui ha negoziato   l’acquisto, anche la proprietà dei lavoratori che ha  licenziato e poi riassunto in modo da imporre nuovi contratti capestro e da licenziarne un buon numero nelle maglie della trattativa opaca condotta col governo locale, pavido e assoggettato, che non ha voluto assumersi la responsabilità di nazionalizzare l’impresa.

C’è da giurare che i becchini del colosso che si chiama Arcelor Mittal, siano pronti a fare lo stesso quando metteranno le mani sulla Essar Steel India, decotta e in bancarotta, per assicurarsi una posizione strategica in quell’area, in vista dei poderosi investimenti governativi nel settore delle infrastrutture. Se le cose non andranno come vogliono, se operai ancora più tiranneggiati e ricattati di quelli del precedente investimento non saranno disposti a barattare la vita con il salario, se i competitor locali  sapranno spuntare appalti e concessioni più favorevoli da paesi sorprendentemente meno  docili e malleabili di altri che avevano dimostrato la loro appartenenza a una civiltà superiore colonizzandoli per secoli, è probabile che anche in quel caso non tanto ipotetico il colosso metallurgico provvederà a caricare sui lavoratori degli oneri materiali e morali del rischio di impresa.

È uno dei frutti avvelenati della supremazia del profitto imposta anche sul piano “culturale”, grazie al rafforzamento del mito dell’efficienza, della produttività e dei benefici per la collettività che solo la  proprietà e la gestione privatistica dell’economia saprebbero assicurare, tanto che il declino e le svendite dei beni comuni sono state preparate per accreditare questa convinzione abbassando sempre di più la qualità dei servizi e innalzando i loro costi, in modo che la loro concessione a imprese private si accrediti come l’unica strada ragionevolmente precorribile.

Che poi, quando poi la verità viene a galla, quando le aziende diventano carrozzoni clientelari o alleanze mafiose per la realizzazione di interventi e grandi opere che dissanguano i bilanci statali senza offrire adeguate prestazioni, quando dimostrano che il business che porta più profitti è l’inefficienza, sono i ritardi o l’impiego di materiali scadenti, quando i nodi vengono al pettine  allora fanno come l’Arcelar Mittal, trasferendo il rischio di impresa sulla cittadinanza. Che lo sconta e lo paga sia in qualità di lavoratori dipendenti compresi quelli beneficati dal familismo, a meno che non si tratti di impunibili e impuniti manager e dirigenti, ma soprattutto in qualità di cittadini.

E c’è un concorso attivo di soggetti, le imprese, le banche finanziatrici, i governi, il cartello criminale europeo che per avvilire ancora di più e ridurre la sovranità, condanna gli interventi statali come fossero indebiti aiuti a entità parassitarie, che indirizza investimenti e risorse per sostenere le cupole finanziarie o le aziende non più produttive convertite in azionariati seduti al tavolo verde del casinò in  indolente e accidiosa attesa di godersi le rendite  di bolle e   fondi compresi quelli imposti ai lavoratori  secondo il nuovo uso che permette di sfruttarli due volte come lavoratori e come clienti e assicurati.

E dire che i soldi per l’Ilva o per Venezia o per il ponte di Genova o per i terremotati ci sono eccome anche senza andare a toccare l’intoccabile sistema della fiscalità, anche senza attuare il meccanismo redistributivo più intoccabile ancora garantendo   servizi e assistenza alle fasce meno abbienti della popolazione attraverso il prelievo di risorse nei confronti dei soggetti più facoltosi, perfino senza liberarsi ex abrupto – pare sia impossibile – dei vincoli  europei da Maastricht al Fiscal compact.

Basterebbe stornare risorse da interventi inutili e dannosi, da opere di risanamento a posteriori per investirle in  manutenzione, basterebbe rovesciare il tavolo di chi chiede risarcimenti per le sue malefatte, esigendoli invece, basterebbe chiudere la borsa e non onorare più i debiti contratti 70 anni fa e ingiustificatamente con la Nato, basterebbe non salvare banche assassine, chiamando in funzione di presenza salvifica il loro protettore dall’estero, ora in attesa di nuovo incarico. Che non accada non è certo casuale: i vincoli, l’impossibilità a riprendersi competenze e poteri ceduti, l’assoggettamento al “realismo” che si misura nel trincerarsi dietro la minaccia di sanzioni e risarcimenti onerosi, in realtà molto meno gravosi nel medio e lungo periodo della diabolica perseveranza nel realizzare interventi sbagliati, è un alibi diventato sistema di governo.

Così la strada più facile è sostituire il governo con l’elemosina, la solidarietà à con la carità, la redistribuzione con le mancette. In nome della dichiarata impotenza, a fronte della dissipazione di circa 8 miliardi, della trasformazione di una città in area cimiteriale, anche grazie a un turismo che accorre festoso a fare atto di presenza durante catastrofi e calamità, convertite in folclore e che si compiace della speranza di essere gli ultimi a godersi lo spettacolo prima dell’affondamento di Atlantide, si avvia la pesca di beneficenza, la raccolta fondi, l’appello ai prodighi sms.

Uno dei più attivi nel promuovere sottoscrizioni è il ministro Franceschini: “il mondo, ha dichiarato, deve sapere l’entità del disastro. Serve un impegno enorme dello Stato e di tutti i cittadini”. Intendendo i cittadini del pianeta. Chiamati a riparare i danni, a contribuire, a collaborare, a mettere pezze e cerotti dove quelli come lui hanno prodotto ferite e morte. Perché ci sarebbe da chiedere al contrito ministro appartenente alla cerchia degli eterni sorpresi dagli accadimenti, tutti annoverabili a fenomeni naturali e imprevedibili, come mai avendo coperto il delicato incarico sulla prestigiosa poltrona sulla quale siede oggi, nei governi Letta, Renzi e Gentiloni, non abbia avuto contezza e conoscenza dei problemi della città unica al mondo e patrimonio universale,   impegnato in festosa sintonia con il sindaco, oggi commissario straordinario,  a promuove e incentivare il turismo,  in controtendenza con altri tesori mondiali che guardano a Venezia come a un modello da non ripetere, come infausto laboratorio di oltraggio e consumo dissipato.

Sarebbe da chiedergli in veste di promotore della riforma del ministero dei Beni Culturali, e di profeta di quella religione che officia i riti del mercato, sacrificando arte, bellezza e monumenti da cui estrarre  soldi come fossero giacimenti, quali criteri e requisiti sovrintendono alla loro gestione, salvo una dichiarata preferenza per un personale esperto di marketing e vendite, che investimenti svengono mobilitati per la manutenzione ordinaria dei beni comuni, quali strumenti di controllo vengono esercitati su biblioteche, musei, pinacoteche, conservatori, se può succedere che vengano esposti a rischi prevedibile e irreversibili, come appunto è accaduto per la Querini Stampalia, per il Conservatorio Benedetto Marcello, i cui tesori sono stati travolti dall’acqua. Tesori di serie B si direbbe, rispetto a quelli di serie A, i luoghi di culto già oggetto di risarcimenti a nostro carico, per via della loro attrattività turistica e della cura sempre riservata all’ospite non pagante ma influente di là dal Tevere, il più esperto in materia di elemosine, purché si tratti di riceverle, e di doveri ma solo quelli da rispettare col padreterno,  e non di quelli in capo ai cittadini di uno stato democratico.


Ilva, l’industria dell’impunità

Ilva-ecco-come-l-impianto-puo-tornare-a-vivere_h_partbAnna Lombroso per il Simplicissimus

ArcelorMittal, nella lettera ai commissari dell’ Ilva, informa di essere in procinto di “cede” i 10.700 dipendenti che un anno fa aveva assunto dalle società del gruppo in amministrazione straordinaria, riaffidandoli ai commissari, e quindi allo Stato, dai quali l’aveva preso in carico l’1 novembre 2018 dopo la gara di aggiudicazione vinta a giugno 2017, il via libera dell’Unione Europea a maggio 2018 e l’accordo con i sindacati al Mise a settembre 2018.

La decisione, a detta della multinazionale che giudica il contratto “risolto di diritto” per “sopravvenuta impossibilità ad eseguirlo tanto che in via  di ulteriore subordine  ne chiederà la risoluzione giudiziale per i gravi inadempimenti delle concedenti e/o per eccessiva onerosità della  prestazione”, sarebbe effetto del venir meno dello scudo penale per l’attuazione del piano ambientale e del rischio di spegnimento dell’altoforno 2 per motivi di sicurezza, teatro di un incidente mortale a giugno 2015, oggetto di un intervento della Magistratura, ma soprattutto del clima di ostilità che rende impossibili il proseguimento dell’attività.

E chi l’avrebbe detto che qualche ordine del giorno di associazioni e partiti “antagonisti”, qualche post di oscuri blogger, sarebbe stato definito “clima di generale ostilità”.

Perché invece la sfera del consenso in appoggio all’azienda, all’attuale gestione e a quelle precedenti, alle misure governative che si sono succedute, alla maggior parte delle autorità regionali e locali che si sono impegnate a inquattare analisi, indagini o a manometterle persuase da una lobby che si è infiltrata negli organismi di controllo sanitario e ambientale, è unanime. A cominciare dalla stampa ufficiale che grida allo scandalo, non contro aziende criminali, macchè, ma contro chi ha avuto la dissennata impudenza di sospendere grazie al Dl imprese  l’immunità, e pure l’impunità, “rendendo impossibile, fattualmente e giuridicamente, attuare il piano ambientale in conformità alle relative scadenze, nonché al contempo proseguire l’attività produttiva e gestire lo stabilimento di Taranto come previsto dal contratto, nel rispetto dell’applicabile normativa amministrativa e penale” aprendo così, cito testualmente,  una “fase di incertezza per i dipendenti dell’Ilva, a partire dagli 8.200 dello stabilimento siderurgico di Taranto, più altri 3.500 addetti nell’indotto, per i mille dipendenti di Cornigliano, a Genova e per i 680 di Novi Ligure”, mettendo in forse la certezza di entrare, loro e i famigliari, nelle statistiche dell’incidenza del cancro e su quelle del disastro ambientale di interi territori e pure su quelle relative al cambiamento climatico per via delle emissioni di gas serra.

Inutile dire che a protestare per la cavillosa prepotenza “politica” sono scesi in campo i sindacati tutti che avevano sottoscritto «con grande fatica un accordo, il 6 settembre 2018, che da un lato l’azienda e dall’altro il Governo potrebbero far diventare carta straccia»,  condannando “un’azione politica e aziendale che ad un anno di distanza cambia le carte in tavola e agevola negativamente la congiuntura non favorevole dell’industria italiana”, confermando una volta per tutte che a forza di cedere al ricatto, caposaldo delle politiche industriali e della cultura di impresa, si è persa perfino la possibilità di scegliere tra posto e malattia, tra salario e salute, tra condanna a morte dell’azienda o condanna a morte dei lavoratori, perché chi paga ha il diritto di far lavorare solo chi è disposto ad accettare cancro per sé e concittadini, la prenotazione a una “morte bianca” in un altoforno, la cancellazione di garanzie e prerogative, la fine della solidarietà e coesione sociale sacrificate per tenersi l’unico diritto concesso, quello alla fatica.

E figuriamoci la bassa cucina del “confronto” parlamentare come sguazza in questo fango avvelenato, tra Salvini chiaramente affetto da disturbi della memoria breve e in cerca di guadagnarsi la simpatia di sfruttatori, inquinatori, speculatorie e assassini di ieri e di oggi, che prima avevano considerato poco affidabile la sua indole protesa solo alla ferocia irrazionale e bestiale, Renzi e Calenda e Gentiloni autori dell’ultimo misfatto, per non parlare del “prima”, degli anni di protezione dei Riva, dello zelo nel sotterrare reati e fanghi, delle  concessioni in forma di legge per esonerare da responsabilità penali, amministrative e “ambientali” o dell’ “oggi”, quando nessuno degli attori vuole l’unica cosa che si dovrebbe fare,  quella nazionalizzazione per la quale esistevano e esistono le condizioni, il solo strumento che permetterebbe di fare investimenti produttivi, di risanare l’ambiente, di dare un futuro al lavoro, di restituire competitività a un settore strategico per il paese.

C’è qualcosa che rende tragicamente speciale  questo caso, rispetto ad altri e rispetto ad altre province dell’Impero. Perché abbiamo oltrepassato tutti i limiti di “decenza”, perché non si tratta più di piegare le leggi  alla legge del più forte  per i suoi interessi privati, perché è finito il tempo nel quale si adottavano 30 tra decreti, indulti, condoni, “lodi”, per risparmiare a un puttaniere le manette e salvare la reputazione democratica di un golpista malfattore.

Adesso si normalizza un regime di illegalità, si beffa la giustizia,   si dimostra che l’economia è definitivamente incompatibile con la legge, si deride chi è morto, chi si è ammalato, una città diventata martire, in nome delle necessità di tutelare un padronato criminale e di salvare al faccia dei suoi kapò, demolendo a un tempo lo stato e lo stato di diritto.  

 


Ilva, costituzionalmente immune

il   Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da ieri è all’esame dei giudici costituzionali l’immunità penale e amministrativa del “commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati”, dei vertici passati e presenti, quindi, dell’Ilva, attribuita loro con una legge del 2015.

La questione è stata sollevata dal gip di Taranto che ha rilevato “un contrasto della norma con numerose disposizioni costituzionali, in primis il principio di uguaglianza” introducendo una “irragionevole disparità di trattamento» rispetto alla generalità delle altre imprese.

Ad aprile Di Maio, in visita pastorale a Taranto, si era impegnato con quella determinazione verbale assertiva che gli era cara, promettendo che in base a Dl Crescita l’immunità sarebbe scaduta il 6 settembre. Provvidenzialmente per lui la crisi l’ha risparmiato dall’obbligo di mantenere la parola data e dunque  in base alle disposizioni vigenti assassini trascorsi e quelli che ne hanno raccolto il testimone saranno esentati dalle responsabilità sino al completamento del piano ambientale, ad agosto 2023, in modo che con tutta tranquillità abbiano la licenza di commettere reati penali e amministrativi giustificati dalla necessità di adempiere  “alle migliori regole preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro”, che, si vede, senza quel benestare  non potrebbero essere ottemperate.

Come scrissero i giornali allora, e non solo il foglio rosa confindustriale, Arcelor Mittal  reagì legittimamente contestando quella speciosa questione “in punta di diritto”, così la definirono,  che rischiava di  compromettere il rilancio dell’ex Ilva acquisita dal colosso siderurgico che aveva posto come condizione preliminare alla riconversione ambientale dell’acciaieria   il mantenimento delle «tutele legali» previste dal decreto Ilva concepito dall’ esecutivo guidato da Gentiloni.

Così, come ormai avviene di frequente, la politica demanda e delega le scelte che non ha il coraggio di fare, scegliendo la strada della “legalità” percorsa e officiata nei tribunali non sapendo percorrere quella della legittimità e della giustizia.

D’altra parte non c’è da stupirsi, in ogni cessione, privatizzazione e svendita di una impresa è sempre stato allegato alla strenna il gadget dell’impunità, appunto per mettere in condizione l’acquirente di non essere penalizzato neppure per incauto acquisto della roba sottratta a noi, di godere di un regime di placet e autorizzazioni eccezionali dovute per essersi accollato un peso morto, un ramo secco, una cattedrale nel deserto, beni comuni lasciati in stato di abbandono e colpevole trascuratezza proprio per permetterne il conferimento a prezzi stracciati.

L’Ilva ne è un simbolo:   quando acquisì  l’Italsider di Taranto, a Prodi che ne promosse la vendita e che l’aveva definita un gioiello, Riva, rispose di rimando che si accollava un “ferrovecchio” al  prezzo di poco più di 2 mila miliardi di lire, per una valutazione complessiva della società di circa 4.000 miliardi di lire, secondo quanto rese noto l’Iri, 1.500 miliardi di debiti, a fronte di un fatturato di 9 mila miliardi e 11.800 dipendenti).

Da vero padrone delle ferriere ha instaurato un regime tirannico (ebbe due condanne per discriminazione), impose turni e condizioni di lavoro inumane, fece di Taranto un città martire contaminando la fabbrica e la città con emissioni, reflui, rifiuti nocivi, seppelliti dentro e sotto al fortezza avvelenata e provocando migliaia di malati e centinaia di morti, traendo profitti miliardari (in lire e poi in euro) che ha indirizzato verso remoti paradisi fiscali, mentre non ha mai investito in tecnologia, sicurezza, sostenibilità,   beneficando degli aiuti dello Stato italiano per farle contribuire alla catastrofe infrastrutturale e ambientale, senza impegnare un quattrino per modernizzare e risanare gli impianti.

Il tutto, illustrato icasticamente nelle indagini della magistratura di Taranto all’atto del sequestro nel 2012  come “disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose”, con la benedizione delle stirpi illuminate dei Dini, dei Ciampi,dei Prodi e di certi loro delfini immeritevoli perfino delle loro nequizie, i Calenda, che hanno  smontato e sfasciato l’Iri,  tolto al governo il controllo sulla Banca centrale, per rinunciare a ogni responsabilità e funzione di gestione del patrimonio comune, industriale, infrastrutturale, dei servizi e culturale, per cederlo ai privati facendoci relegare nei bassifondi sfigati e umilianti dello “sviluppo”, e con il tacito o fragoroso assenso di amministratori locali e regionali, organismi di controllo e vigilanza che pensarono bene di ritoccare il termometro per dire che nessuno aveva la febbre.. o il cancro.

Non ci resta che sperare in un pronunciamento della Corte che stani i ricattatori,  quelli dell’accordo infame: tutti licenziati da riassumere dopo aver fatto fuori i molesti “esuberi”, quelli dell’ambientalizzazione farlocca con la copertura dei parchi minerari in cimiteri perenni e avvelenatori.

Non si resta che sperare che dalle intimidazioni passino ai fatti e che si disfino dell’acquisizione avida e perciò scriteriata, in modo da arrivare naturalmente all’unica soluzione possibile, l’assunzione da parte dello Stato del diritto e del dovere della gestione degli impianti, la mobilitazione di investimenti perché proseguano nell’attività senza inquinare e ammalare avvelenare la città. Se è vero come è vero che l’Italia ha bisogno della siderurgia, se è vero, come è vero, che altri Paesi dimostrano che è sano, profittevole, giusto, salvare i propri gioielli, siano banche o imprese, e tenerseli cari come si deve fare con un bene comune, come la Commerzbank, come la Opel, come la Peugeot, e se è vero come è vero  che è possibile bonificare i territori e riconvertire un impianto siderurgico da  9 milioni di tonnellate, come a  Duisburg, se si costringono perfino imprese dai trascorsi criminali (in quel caso la Thyssen-Krupp ) a rispettare le regole, che possono perfino rivelarsi  più redditizie dei delitti se uno stato di diritto sa come rendere fertili le pene.


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