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L’urlo di Ravel

corbis_42-18768678.630x360Oggi volevo occuparmi di economia  e in particolare delle clamorose ultime prese di posizione di Krugman sul New York Times, ma ne sono stato distolto da qualcosa che proprio non riesco a digerire: ieri sera accendo la Tv per prepararmi a fare un qualche tour di notiziari e come sempre in accensione capito sul primo canale Rai dove è in pieno svolgimento l’Eredità, un quiz che dura da non so quanti anni perché ci casco sopra da una vita, almeno nella fase finale, quello della parola da indovinare o meglio da intuire  e che viene ferocemente odiato dai canali berlusconiani per questioni di audience. Incoccio su una serie di domande fatte agli ereditieri prima della fase finale di una difficoltà appena superiore a quella sul colore del cavallo bianco di Napoleone e rimango raggelato quando a uno dei concorrenti viene chiesto quale opera del 1928 è la più famosa del musicista Maurice Ravel. La risposta è quasi scontata per una persona anche di cultura medio bassa, non fosse altro che per sentito dire, ovvero il Bolero, ma il concorrente risponde l’Urlo di Munch che non è nemmeno un brano musicale, bensì un quadro e appunto di tale Munch, circostanza che gli deve sfuggire. Certo a uno può anche non venire in mente il Bolero e può non aver mai visto l’Urlo nemmeno guardando i Simpson, ma mischiarli in un assurdo potpourri di superficiali cataloghi mentali riflette molto bene la modalità contemporanea dell’analfabetismo. Non ho mai amato Sgarbi, ma in questi casi, che peraltro sembrano essere frequenti, si sente proprio la mancanza di uno che cominci ad urlare Capra! Capra! e che espella all’istante un simile concorrente.

Si fanno continuamente sciocche polemiche sui quiz truccati, ignorando che questo tipo di trasmissioni – come ogni cosa nelle televisioni – sono truccate all’origine perché i curatori conoscono i punti di forza e di debolezza dei concorrenti e possono agevolmente modulare le domande per scegliere  sia i vincitori che l’entità delle eventuali vincite. Non è un sistema perfetto e automatico, ma sufficiente per avere il controllo: tenere i concorrenti che fanno audience o sono raccomandati , liberarsi di quelli non telegenici o antipatici e soprattutto contenere al minimo le spese.Tuttavia ritengo che per una televisione pubblica sia semplicemente immorale distribuire soldi in un quiz di cultura generale, sia pure di orientamento canzonettistico e fumettistico, di fronte a concorrenti che mostrano simili abissi di ignoranza. Se poi come nel caso di ieri si tratta di quello che sbaraglia gli avversari ancora peggio: come è possibile che possano essere ammesse persone con lacune, voragini di questo tipo? A cosa servono le selezioni, oppure esse sono fatte all’unico scopo di vedere cosa sanno o non sanno i concorrenti e buttarli così allo sbaraglio, senza curarsi delle figuracce che faranno fare loro, senza minimamente tutelarli giusto per avere carne al fuoco? Parrebbe proprio di sì e si tratta di un sistema, come dire, autofertilizzante, perché più basso è il livello più tenderà ad abbassarsi col tempo, visto che  anche le persone meno acculturate penseranno di poter  impunemente partecipare.

Magari sono io un tipo strano: quando studiavo facevo il filo a una bellissima ragazza che miracolosamente  sembrava apprezzare la cosa, e forse per questo, per sostegno sentimentale, mi chiese di assistere al suo esame di letteratura italiana e magari dopo festeggiare, però quando il docente le chiese di fargli un esempio di barzelletta lei esitò e disse “ma davvero?” “Si, signorina mi faccia un esempio di barzelletta”. E lei : “ne conosco poche, ma ecco …  si, questa. Siamo a Londra…”  ” No signorina – fece il prof – qui siamo all’esame di italiano”. Prese il libretto e quasi glielo buttò addosso. In effetti la barzelletta è un tipo di metrica destinata ad essere musicata e l’esempio più noto è quello di Lorenzo il Magnifico : ” Quanto è bella giovinezza/ che si fugge tuttavia/ chi vuol esser lieto, sia:/, di doman non c’è certezza”. Non era in realtà molto difficile, la domanda era stata fatta proprio per aiutarla, anche in considerazione del notevole balconcino, ma insomma da quel momento in poi la Daniela smise di interessarmi.  E probabilmente, visto che la cultura è un dimenticare le cose non essenziali, mi ricordo la barzelletta  proprio per questo episodio anche se questo tipo di metrica popolare è ancora oggi inconsapevolmente alla base delle canzonette. Qualche anno dopo, come assistente a filosofia teoretica, osai contestare agli esami uno che aveva confuso l’estetica trascendentale kantiana con l’estetica come scienza del bello che semmai fa parte invece della Critica del Giudizio. E’ curioso che poi sia finito a fare il giornalista scrivendo montagne di cazzatine, ma ho raccontato questo episodio perché se si cerca sul web, questo equivoco è diventato il must della sub incultura internettiana.

Dunque fatta la tara delle mie assurde manie rimane il fatto che ci sono comunque dei limiti a cominciare dai presentatori che pronunciano qualsiasi lingua come se fosse inglese, ignari di qualsiasi altra cultura, per finire a concorrenti che dimostrano il fatto che non c’è bisogno di alcuna cultura, nemmeno di un’infarinatura, per vincere un quiz di cultura generale e magari regalare loro i nostri soldi, estorti sulla bolletta elettrica, per mantenere in piedi un gigantesco circo massimo di privilegiati che per di più ci uccidono di pubblicità. Il messaggio è chiaro: rimanete ignoranti e passivi, così avrete l’urlo di Ravel, ma anche qualsiasi altra cazzata liberista ( una di queste è tema della sparata di Krugman). Siate superficiali, siate ignoranti tanto potrete avere egualmente successo. Quanto poi ad essere affamati ci penseremo noi, vedrete.

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Vi chiedimo di togliervi dalle scatole

gasparriUn errore può scappare e difatti più prima che poi scappa a tutti. Ma c’è errore ed errore e la clamorosa svista di Gasparri twitterante riguardo alla candidatura di Giorgia Meloni  “a suo tempo le chiesimo la disponibilità” è troppo grave per non inserirla in un contesto di degrado che sembra coinvolgere sinergicamente la città e il personale politico che di fatto ne tesse i destini e la progressiva svendita. Certo Gasparri non è noto per essere un’aquila, ma da uno stagionato sessantenne che per giunta si ammanta della tessera di giornalista, che è stato persino condirettore di un giornale, benché si trattasse del Secolo d’Italia, non ci si aspetta l’impossibilità di coniugare il verbo chiedere.

Francamente tra la disonestà di fondo di una destra che è stata parte attiva se non preminente del disastro e la negligente, distratta etica istituzionale del marinismo di centro sinistra, la scelta non è entusiasmante, però non è di questo che voglio parlare quanto dell’analfabetismo di ritorno che ha consentito a un Gasparri ( ma è solo un nome fra tanti) di assumere per molti anni responsabilità di vertice. Non c’è dubbio che una delle cause della progressiva caduta di democrazia cui assistiamo – e non solo da noi – stia anche se non soprattutto nel ritorno dell’analfabetismo che di fatto comprime e deprime la diffusione e il confronto delle idee demandando tutto alla televisione, ossia al più semplice, elementare e last but not least controllabile dei media che di fatto e in maniera sempre più evidente agisce da grande fratello.

Non è un discorso generico: qualche hanno fa uno studio europeo fece emergere una realtà da brivido: solo in Italia abbiamo 2 milioni di analfabeti totali, 13 milioni di semianalfabeti in grado di leggere sillabando e di scrivere poco più della loro firma e altri 13 milioni di analfabeti di ritorno, ossia di persone che pur sapendo leggere e scrivere non sono in grado di comprendere uno scritto di media difficoltà e dunque non leggono nemmeno le istruzioni per elettrodomestici. Certo è un bello scacco a quella società della conoscenza che si profetizzava, ma è ancor più allarmante perché diverse ricerche hanno dimostrato che non esercitando determinate facoltà si finisce per regredire e perdere ciò che si era acquisito, che è appunto quello che accade. Mi permetto di aggiungere anche un quarto tipo di analfabetismo che chiamerei eidetico e che coinvolge sia la massa analfabetica, sia una buona parte di quelli che sono alfabeti funzionali, ossia sanno agevolmente leggere e scrivere anche se lo fanno quasi solo in relazione alle faccende pratiche o quotidiane: la mancanza di abitudine a confrontarsi con le idee le porta ad acquisire come spugne ciò che viene accumulato dal mainstream senza alcuna significativa capacità critica e a sostenere a spada tratta ciò che pensano di pensare, non riuscendo però in nessun modo ad argomentare e dare un senso a ciò che esprimono. Essi sono la dimostrazione della spontaneità naturale del conformismo. Messi alle strette in uno scambio  concludono con un  argomento infantile e spaventoso assieme: “io la penso così” coinvolgendo il loro primordiale diritto ad esistere come parte essenziale della dimostrazione.

Non so se la rete sia in grado di superare queste tendenze visto che per molti si tratta di un semplice pantografo dell’ego, ma ad ogni buon conto si nota una certa differenza di capacità fra i giovanissimi, abituati a leggere e scrivere, sia pure in un contesto di lingua povera se non ideogrammatica e gli appartenenti alle due generazioni perdute di questo Paese, quasi 40 anni ormai in cui l’evoluzione è stata intesa come omologazione. Ovvio che la pratica e l’idea stessa della democrazia sono entrate in crisi, visto che si tratta di un sistema politico dinamico in cui è insista l’idea di stessa di scontro e confronto: il capitale ha buon gioco nel disseccarne le fonti.

Ma comunque sia è evidente la ragione per cui Gasparri e la torma di suoi pari può chiesere e ottensere il voto con le quattro squallide chiacchiere che ripropone da trent’anni oltre che con il praticantato di servizio alla corte di reo Silvio nel contesto di una politica divenuta clientela. Dovremmo chiesire che si tolgano dalle scatole, ma mi sa che occorrerà imponerlo prima o poi.


Confessioni di un analfabeta della realtà

11813874-U10202588228233MpF-U10202599190746L9H-359x260@LaStampa-NAZIONALEIeri, per evitare lungaggini e lentezze in apertura, ho provato a costruirmi un piccolo browser con l’acceso diretto ai siti che frequento di più e con un logout automatico, visto che mi scordo sempre di farlo. Un giochino ( è davvero molto semplice in realtà) per far passare il caldo del pomeriggio che mi è perfettamente riuscito nonostante il fatto che non avessi mai visto un terminale prima dell’83 e un personal computer prima del ’90. Insomma sono un tardivo digitale salvato grazie alla curiosità dallo snobismo salottiero per cui era intelligente tenersi alla larga dai computer e far sapere di non capirne una minchia, salvo poi discettare sull’alfa e l’omega dell’universo digitale dopo l’esplosione del fenomeno internet, quando la moda del sociologismo più trito era quella di premettere che non si frequentava la rete, ma di poterne e doverne parlare in virtù delle proprie rendite di posizione.

Per anni si è parlato di analfabetismo digitale, quando esso è facilmente superabile, mentre si affermava invece un’analfabetismo della realtà che ha finito per uccidere ogni visione del mondo e reso invece possibile ogni più futile argomentazione. Che ha portato in coma lo spirito critico, sostituendolo con la tifoseria da curva. Che in sostanza ha reso tutto televisione e comunicazione che parlano di un mondo da loro stessi costruito nel quale ci aggiriamo smarriti. Ciò che salta agli occhi nelle miriadi di talk show o di articoli non è tanto la sovrabbondanza di opinioni senza fondamento, di asserzioni apodittiche e improbabili allo stesso tempo, nemmeno la totale ed evidente incompetenza della solita compagnia di giro cui non viene mai chiesta ragione delle affermazioni pronunciate, nemmeno l’evasività e lo sfacciato pappagallismo bulgaro, ma il fatto che si tratta di un reality che ha qualche punto di contatto superficiale con la nostra esperienza, ma ne è distantissimo come una recita a soggetto. Come in certe soap nostrane i personaggi fingono il Natale quando è Natale e le vacanze quando è estate, ma per il resto vivono di una propria surreale narrazione.

Così mentre per vent’anni si è seppellito il ragionamento sotto il peso semantico – emotivo degli slogan, adesso le nuove ragioni vengono addirittura costruite sugli slogan arrivando alla barbarie di dire che bisogna sfasciare la Costituzione per avere la grande soddisfazione di sapere chi ha vinto il giorno dopo le elezioni. Una delle peggiori cazzate del berlusconismo è divenuto il leit motiv del guappo di Firenze e dei suoi innumerevoli tiracoda che non sanno o fingono di non sapere che per quarant’anni abbiamo saputo il giorno dopo che aveva vinto la Dc e questo in un sistema proporzionale quasi puro. O che la salvezza del Paese deriva dallo zero virgola qualcosa in più o in meno del deficit o che l’attività legislativa è frenata dal Senato quando poi si sostiene che uno dei guai del Paese è anzi la sovrabbondanza di leggi e normative. Antinomie e sciocchezze delle quali non ci accorgiamo perché prima ancora di essere delle balle, sono elementi costitutivi del paesaggio, visto le opinioni stesse si fondano su questo nulla.

La stessa cosa avviene per l’Europa e per l’euro: quanti si accorgono che l’agonia della moneta unica viene artatamente prolungata per favorire l’inevitabile fuoriuscita dal sistema secondo modalità di destra, sia in senso istituzionale che economico oltre che per salvaguardare gli interessi delle banche e del sistema finanziario? Non è facile districarsi e del resto ricordo di essere stato io stesso un fan dell’euro negli anni ’90. Mi pareva una buona idea e di certo non mi ero andato a leggere il trattato di Maastricht, pensavo che la banca centrale europea avrebbe potuto agire come un qualunque istituto di ultima istanza, sia pure con qualche limitazione e che la moneta forte avrebbe potuto innescare un processo virtuoso di crescita per il sistema industriale italiano che sarebbe stato costretto a cercare competitività nell’innovazione e nella qualità. Solo dopo il primo anno di entrata in vigore della  moneta unica, di fronte alle sfacciate bugie dell’Istat riguardo all’inflazione,  ho scoperto l’orrenda verità: è cioè che Maastricht in pratica era una trappola mortale che toglieva ogni autonomia di spesa al Paese e dunque anche ogni progettualità politica, che eravamo in sostanza nelle mani di una banca. Ero stato in effetti un analfabeta della realtà, una vittima e un carnefice al tempo stesso della comunicazione che comunica solo se stessa.

 


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