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Archivi tag: Amnesty international

Minniti lancia il Daspo delle idee

imageSarà per il gran caldo, ma questo Paese comincia a puzzare in maniera insopportabile: la sua lenta decomposizione iniziata molti anni fa dalla testa politica ormai coinvolge gli organi vitali. Peccato che non vi sia una ghiandola pineale cartesiana che congiunga al corpo fisico l’etica, l’intelligenza e il buon gusto perché in questo modo avremmo una facile diagnosi di atrofia con prognosi infausta. Non si è ancora spenta l’eco della strenua battaglia per la libertà di opinione condotta a suon di Salvini, Grillo e Mentana sulla vicenda del fascismo balneare, che si rimane basiti dal silenzio su una vicenda molto più significativa e meno folkloristica che riguarda appunto l’inconsulta applicazione del reato di opinione su fatti ben più importanti di una spiaggia nera.

Un silenzio che rimbomba sulla denuncia contro l’avvocato Gianluca Dicandia reo di aver criticato nel corso di una manifestazione a Roma i decreti Minniti e Orlando: esprimere un’opinione in merito significa incorrere nel “vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate”. Pensate un po’, solo per aver detto: “È importante denunciare secondo me oggi, a due mesi dall’entrata in vigore del primo dei decreti che porta la firma di Minniti e Orlando, il fatto che i rifugiati, i richiedenti asilo, sono destinatari di norme allucinanti, norme che eliminano qualunque tutela e qualunque possibilità per i migranti di stare nel nostro paese in un modo degno”. Qualunque cosa si possa pensare di questa tesi, peraltro più volte enunciata pubblicamente anche da altri, rimane il fatto, questo sì, davvero scandaloso, che criticare civilmente e  senza alcuna parola offensiva un provvedimento governativo diventa di per sé un vilipendio.

Del resto queste parole così dissacratorie nei confronti di chi gli ha recentemente aumentato di un’elemosina gli stipendi,  hanno indotto subito la polizia a identificare questo turpe individuo che parla contro buana Minniti, visto che Orlando in quanto ectoplasma non è configurabile come soggetto giuridico. Il tutto fa parte di ‘un’opera di intimidazione degna del più bieco stato di polizia eppure visto che qui non si trattava di ricostituenti o di esaltazioni che riguardassero il pelatone in orbace, i nostri  acuminati libertari hanno pensato bene di soprassedere e di apporre sulla vicenda il sigillo del silenzio più assoluto. Del resto se avessero azzardato una qualche reazione nei confronti di questa enormità degna dell’Uganda, sarebbero entrati in contraddizione: se è lecito ricostituire o comunque inneggiare al fascismo perché se ne dovrebbero fustigare le manifestazioni più plateali?

Così la Repubblica vilipende se stessa con atti inconsulti e lo fa per giunta anche in maniera grossolana e così manifesta da rendersi ridicola wordwide, visto che la manifestazione incriminata era stata organizzata da Amnesty international. Ci si deve chiedere da quando esprimere un’opinione comporta un’identificazione da parte delle forze dell’ordine? Queste ultime sono diventate le detentrici della verità? Non sono domande retoriche perché l’episodio ha risvolti estremamente inquietanti: quando i poliziotti sono andati ad identificare Dicandia, la gente presente alla manifestazione ha protestato e a questo punto gli uomini in divisa non solo hanno voluto identificare anche le altre persone, compreso Riccardo Noury, responsabile di Amnesty, ma hanno anche chiesto loro a  di dissociarsi dalle parole pronunciate dall’avvocato. In base a quale presupposto giuridico le forze dell’ordine hanno mandato di chiedere a qualcuno di dissociarsi su parole pronunciate da altri nel corso di iniziative pubbliche? Qui siamo ben oltre quel fantasma della sicurezza che è ormai il totem con cui si danno colpi alla democrazia, siamo oltre a uno spiacevole e tracotante sconfinamento di compiti, siamo ai metodi delle dittature.

E questa non è un’opinione, è la realtà

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Servilismo inNato

  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gli Usa? ci hanno colonizzato anche l’inconscio, si lamentavano due attempati e disillusi ex fricchettoni protagonisti di un film di Wenders. E Susan Sontag in una conferenza tenuta poco prima di morire aveva emesso una sentenza definitiva: gli Stati Uniti sono la peste che contagia il mondo e di quella peste l’Occidente sarà il primo a morire.

Pare che da noi gli infetti dal mito dell’american way of life, continuino a essere malati e contenti. Se avevamo sperato in un sia pure lento riscatto da un’egemonia sempre più compromessa da una crisi partita da là e dilagata proprio come un morbo grazie a bolle, fondi, derivati, a quei giochi d’azzardo dove vince sempre il banco, sempre più appannata da missioni “esportatrici di democrazia” segnate da insuccessi anche militari, beh, ci siamo sbagliati. La fascinazione che l’impero esercita è la stessa dalla Dc, a Veltroni, a Renzi, che non perde occasione per vantarsi, purtroppo anche in inglese, di relazioni privilegiate. E non si tratta solo di soggezione a un modello di vita, di consumi, culturale, che restituisce brillantezza a Nando Mericoni, nemmeno di prestarsi, e è già infame, a fare da intendenze che seguono, pronte però a sparare, a ruoli di ottusi vivandieri, a offrire il nostro territorio, e è già autolesionista, come trampolino di lancio o come zona di sperimentazione per sistemi velenosi di comunicazione. No, con, il Ttip verremo serrati in una gabbia di norme e obblighi  che subordina le industrie europee alle multinazionali statunitensi grazie a un sistema di facilitazione di “scambi atlantici”,  che renderebbe possibile il marketing bellico sia pure nelle maglie del pareggio di bilancio, in modo da assolvere gli obblighi dovuti all’influente e prepotente partner maggioritario, stringendo un vincolo indissolubile finanziario, energetico, economico, militare che ridurrà la decantata globalizzazione al sigillo anche simbolico sul dilemma impossibile “o con gli Usa o contro gli Usa”, lo stesso nodo sbrigativamente sciolto a colpi di spada, l’arma convenzionale preferita, con  guerre, repressioni, cannoniere molto convincenti, saccheggi e limitazione della democrazia e dei diritti che dovrebbe garantire.

E non occorre essere sospettosi per indovinare che dietro alle promesse di futura e radiosa prosperità per le due sponde dell’Atlantico, si nasconda l’intento non recondito di sciogliere definitivamente improbabili alleanze tra Ue e Russia e di arginare l’espansione della Cina, il fantasma  contro il quale è necessario unirsi per contenerne l’imperialismo commerciale, in modo che   luna e l’altra metà dell’Occidente non perdano terreno “ formando un insieme nei campi della ricerca, dello sviluppo, del consumo e della finanza. In caso contrario le nazioni d’Oriente, guidate dalla Cina e dall’India, supereranno l’Occidente in materia di crescita, innovazione e reddito – e infine, in termini di proiezione di potenza militare”, come ebbe a dire Obama in una delle sue performance propagandistiche in favore di telecamere italiane.

Eh si, avevano ragione i due reduci dei riti di passaggio on the road, ci hanno colonizzato tutto. Tanto è vero che da anni è tramontata la stella polare antimperialista, solo i più “datati” ricordano le manifestazioni contro il Patto Atlantico, anche quelle finite tra le vecchie polverose paccottiglie del secolo breve, mentre trova nuovo fulgido protagonismo lo scontro di civiltà, che restituisce interamente la sua funzione di guardiania alla Nato. E quel che peggio è che questa astensione generalizzata dalla critica, questo remissivo assoggettamento ne accredita, oltre a quello militare e poliziesco, anche il ruolo “morale” e pedagogico, lo stesso che rivendicano ormai di assolvere governi nazionali espropriati di sovranità, che spacciano soprusi, repressione, autoritarismo, lesione di garanzie e diritti come necessarie misure anche educative, prese per il nostro bene.

Tanto è vero che con sollievo la stampa ci rassicura. Dopo la richiesta giunta da Germania, Turchia e Grecia, la Nato ha acconsentito benevolmente ad inviare “senza indugio” una forza militare per pattugliare quel tratto di mare che separa la Turchia dalla Grecia, da cui transita la maggior parte dei migranti in arrivo in Europa. Lo aveva annunciato Obama al termine di un colloquio con il nostro influentissimo Mattarella: “Abbiamo parlato a lungo del problema dei profughi e dei migranti, che ha un impatto terribile sull’Europa e sull’Italia in particolare ….. Questo non è un problema solo dell’Europa ma un problema globale, che mette sotto pressione gli Stati Uniti e il rapporto transatlantico”.

Per una volta la missione non verrà travestita da intervento umanitario, in fondo siamo in piena guerra di civiltà e l’obiettivo primario deve essere quello di contrastare il rischio terrorismo. Si tratterà, ha messo in chiaro il segretario generale Jens Stoltenberg, di svolgere attività di intelligence, ricognizione e sorveglianza, ampliando l’area di intervento già dispiegata  grazie all’operazione antiterrorismo alleata nel Mediterraneo, la cosiddetta Active Endeavour, decisa dopo l’11 settembre, le cui finalità sono soprattutto di sorveglianza e formazione e che potrebbe in prospettiva ”trasformarsi in una operazione marittima a tutto tondo, che comprenderebbe anche la protezione di infrastrutture e la difesa delle attività marittime”, che la Nato mica è incaricata di gestire flussi migratori, né di provvedere alla ricerca e salvataggio in mare dei profughi. Mentre avranno ragione Medici senza Frontiere e Amnesty International, ritenendo che dei compiti istituzionali assolti con sbrigativa efficienza facciano parte azioni di chiusura delle vie di fuga, respingimenti illegali, deportazioni.

Contento quel cuoricino della Merkel, inorridita e “orripilata dalle conseguenze umanitarie” dei raid russi su Aleppo  e sulla pressione di nuovi fuggiaschi. Contento Erdogan  che ha già avvertito l’Ue: se non proteggete i miei confini vi mando tutti i profughi in bus in Europa, e che intanto si succhia i suoi 3 miliardi.  Contenti gli Usa che occupano definitivamente oltre al nostro immaginario e alle nostre coscienze sporche, anche quello che una volta si chiamava Mare Nostrum.

 


Bombe sull’ospedale: parte la gara di “disonesty international”

konduz2-1000x600Le parole sono come pietre e la verità o quanto meno il tentativo di verità dovrebbe essere come una montagna che sbarra il passo al contrabbando delle menzogne. Ma oggi le parole sono sfuggenti, dal significato sempre incerto e la verità è diventata liquida come uno stagno dove le bugie affondano e risalgono a seconda delle occasioni. In queste settimane abbiamo visto foto precedenti l’intervento russo in Siria essere spacciate come effetto dell’attacco dei caccia di Mosca, mentre una bufala già smascherata due anni fa, le immagini del fotografo Caesar, che riprendevano presunte vittime del “tiranno Assad” sono tornate sui media maistream e nella considerazione del potere occidentale.

Anche la memoria è diventata liquida e dopo un mese, dentro una tempesta di informazioni che ci colpisce e diventa già solo per questo assoluta disinformazione, anche le balle più clamorose possono essere recuperate se fa gioco. Lo stagno della verità è ormai colma di liquami. Ma forse il massimo livello lo si è raggiunto con Amnesty international, ormai vero e proprio succedaneo del vecchio Usis, che se ne vien fuori in contemporanea  con la denuncia di stupri di gruppo e di caccia all’uomo a Kunduz, da parte dei talebani. Poco credibile perché lo stupro non fa per nulla parte della cultura talebana e la denuncia puzza lontano un miglio: una cosa che potrebbe attagliarsi molto meglio al signore della guerra uzbeko Dostum, presente anch’egli a Kunduz non nuovo ai massacri e in un rapporto sempre ambiguo con gli Usa e la Nato.

Comunque sia, è davvero straordinaria la coincidenza cronometrica fra la denuncia di Amnesia International e la notizia del bombardamento di mezz’ora dell’ospedale di Medici senza frontiere, sempre a Kunduz. Un evento vergognoso, qualcosa che nemmeno Goering avrebbe osato, ma tutt’altro che frutto di errore visto l’accanimento e la precisione del tiro sul corpo principale dell’ospedale, un avvertimento nei confronti degli operatori umanitari in Afganistan. E infatti il contrasto tra la versione Nato, ovvero Usa, e quella di Kabul rende evidente che non si tratta affatto di una tragica svista, l’ennesima peraltro che in totale porta a 19 mila vittime ufficiale e probabilmente a dieci volte tanto quelle reali: la prima come al solito parla di danni collaterali mentre il governo afgano sostiene che in quell’ospedale venivano curati anche 10 o 15 terroristi, il che avrebbe di fatto giustificato l’attacco aereo. Siamo alla follia e all’idiozia, ma tutt’altro che nascoste visto che già in passato i signori della guerra americani avevano espresso la loro  insofferenza per Emergency e l’aiuto medico umanitario in generale, cercando di sloggiarlo dal Paese quasi che fossero dei complici del “nemico”.

Certo non ci si fa bella figura, specie verso le proprie stesse opinioni pubbliche, abituate a pascersi nella convinzione della loro umanità ed ecco che si aprono i “giacimenti” informativi creati per fare da contraltare: le false fosse comuni nei balcani, le ami di distruzione di massa in Iraq, le stragi col gas in Siria, l’aereo abbattuto in Ucraina, le immagini sospette di fotografi misteriosi che rispuntano fuori quando Assad viene sostenuto da Putin o i report di trepidanti associazioni umanitarie a senso unico, persino le uccisioni girate in studio. Dopotutto i cattivi devono essere sempre gli altri e per questo esistono ampie complicità. Mai che vengano pubblicati i dati embedded di fotografie e riprese (parametri di scatto, data, ora e posizione), mai che si cerchi di operare un qualche controllo, anche di sola verosimiglianza, sulle notizie che giungono dalle fonti “accreditate” le quali vengono decretate vere per definizione. Se non accade è perché semplicemente si fa parte del gioco e non si è spettatori.

 

Il dubbio non ha posto nella modernità e anche l’intelligenza non se la passa proprio bene.

 


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