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Ce la siamo voluta?

Acqua-altaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non sono e probabilmente non sarò mai animata da amor “patrio”. Per citare una filosofa che ha il potere di accendere delle luci nella mia mente, come di tanti altri, non so amare una nazione, un popolo e nemmeno l’umanità, se è per quello, mi sento a fianco di persone, sono affezionata a luoghi e li rispetto e vorrei che tutti facessero altrettanto. A volte però provo un sentimento di amore per questa disgraziata Italia e non solo perché le persone per le quali provo compassione, condividendo dolore  e gioia, sono perlopiù diseredate, vittime, derubate, sfruttate. Sento una specie di gratitudine per questo paese e la sua storia perché ha ispirato e suscitato l’Italiana di Mendelssohn, “chiare, fresche e dolci acque”,  la Madonna dell’Arancio, migliaia di versi, migliaia di quadri, migliaia di note.

Ma stamattina sono posseduta da uno sciovinismo fanatico: vi ricordate quando intorno al declino veneziano si agitavano decine di associazioni, di intellettuali e damazze come quelle che vogliono salvare Roma, e fondazioni estere in ambascia per Venice in Peril come recitava lo slogan di una delle più autorevoli? Quando su Firenze ferita dall’alluvione convergevano giovani da tutto il mondo per dare una mano? Via via questa animazione solidale si è spenta, se perfino l’Unesco dopo i motivati allarmi per la crisi delle due più importanti città d’arte del mondo si accontenta dei balbettii difensivi dei due sindaci, dando colpevole credito a promesse di princisbecco.

Il fatto è che proprio i governi, i ceti dominanti e pure i cittadini in pullman e nave da crociera ,che guardano all’Italia  come alla merce turistica più desiderabile e a noi come a un popolo che si deve mettere doverosamente e alacremente al loro servizio, dopo averci ricattati e comprati, ci disprezza perché ci siamo fatti ricattare e comprare.

Non hanno tutti i torti: è difficile ottenere il rispetto se non lo si riserva a se stessi e ai propri beni materiali e immateriali.

Non hanno tutti i torti: i vergognosi sindaci di Firenze e Venezia, il primo impegnato più che a rafforzare gli argini dell’Arno, a proseguire nel disegno impunito di allargare un aeroporto in barba alla tutela dell’ambiente, alle leggi della logica e perfino a quelle del profitto per accontentare un cordata di investitori amici, o a scavare tunnel per la sua Tav in miniatura per non far rimpiangere l’innominabile predecessore, il secondo, che ancora ieri ha chiuso Piazza San Marco non solo ai turisti imbecilli che volevano godere dello spettacolo folcloristico e gioviale quanto la sagra di Predappio e magari farsi un bagno immortalato da selfie, ma anche ai tecnici e ai residenti, in modo da essere ripreso come un cristo che cammina sulle acqua, durante la sua ispezione pastorale, per incarnare via spot la pubblicità della più indegna opera al servizio della corruzione, ecco quei due sindaci come in gran parte dei comuni, li abbiamo votati, o magari dopo un voto inutile, abbiamo disertato le urne per ritirarci in un Aventino mai abbastanza alto e remoto per salvarci dal fango in crescita.

Non hanno tutti i torti: abbiamo chinato la testa a leggi che dovrebbero salvaguardare il decoro, lasciandoci persuadere che l’immagine di una città e la sua reputazione fossero oltraggiati dalla vista di poveri, matti, barboni e non dalla prepotenza di chi li aveva fatti diventare così, da accampamenti e baracche e non da osceni grattacieli già obsoleti prima di essere abitati, da condomini occupati da senzatetto e non dalla speculazione di chi aveva ricevuto denaro e protezione per edificarli con materiali scadenti, senza dare una razionale risposta a un bisogno abitativo che poteva essere soddisfatto con la riqualificazione del patrimonio esistente.

Non hanno tutti i torti: per un ignominioso falansterio frontemare abbattuto ci sono centinaia di abusi assecondati o condonati (ne abbiamo un esempio recente in una delle isole più maltrattate e oltraggiate dalla piccola e grande speculazione) in nome di uno stato di necessità arbitrario e discrezionale. Ci sono centinaia di offese all’ambiente e al paesaggio recate in nome della valorizzazione, quella delle casette a schiara nella campagna toscana, quella della cementificazione delle coste sarde concesse alla cupola edilizia degli sceicchi, in cambio di compensazioni tarocche e occupazione precaria e insicura.

Non hanno tutti i torti: pensate a quanto sono caduti nei trabocchetti della necessità, dell’Europa che ce lo chiede, dei profitti e benefici che dovevano derivare da alte velocità, ponti su canali promossi a impronte simboliche di sindaci megalomani e archistar poco edotti de requisiti ingegneristici, condotte e trivelle indispensabili per il nostro approvvigionamento di utenti sciuponi, esposizioni, giochi  e Balli Excelsior imprescindibili per riconquistare credibilità internazionale. Allo stesso modo di quando crediamo che non si possa dire no a nodi scorsoi, corde per impiccarci, taglieggiamenti del racket carolingio, offerte nell’outlet della guerra con la svendita di patacche irrinunciabili per accedere agli sgabelli del consesso dei grandi, a opere e infrastrutture già superate prima passare dalla carta al cemento, che anzi anche quando restano sulla carta sono già profittevoli di investimenti, sanzioni, penali aggiustamenti.

Non hanno tutti i torti: a ogni catastrofe ormai non più naturale, prevedibile e incontrastata, andiamo col cappello in mano, a elemosinare aiuti nel contesto di finanziamenti ai quali contribuiamo con dovizia per quanto imposta, senza mai mettere in discussione le imposizione che subiamo per sancire l’appartenenza alla grande matrigna. Come nel caso delle “invasioni” un po’ meritate e un po’ geograficamente imposte, quando noi diventiamo rei della colpa di rifiuto quanto di incauta accoglienza mentre la Turchia di Erdogan di guadagna 3 miliardi e più per cacciare chi si affaccia dai vicini indegni come noi di salvaguardare i sacri confini.

Non hanno tutti i torti.  Da tanto tempo seduti nella platea globale vediamo il film di quello che è stato in Grecia, in Brasile, in Argentina, che poi è il trailer di quello che c’è già qui. Quando qualcuno ci mostra l’altro film, di quello che potrebbe essere, lo trattiamo come se col cartoccio di pop corn ci infliggesse una di quelle pellicole da cineforum – mica La Corazzata Potemkin, per carità, che non ci suscitasse pensieri di ribellione – no, uno di quei polpettoni d’autore sui quali ci si deve concentrare e immedesimare, un Resnais a Marienbad, un Kagemusha, o peggio l’Arpa Birmana, per non dire di Ken Loach.

Non hanno tutti i torti: città e interi paesi muoiono repentinamente o a poco a poco, quando rinunciano alla loro storia e memoria, o la dimenticano, o la rimuovono perché è un peso oneroso come le responsabilità e i doveri; o quando si lasciano occupare da un nemico con le armi o  con quattro soldi.

Guai ai vinti, guai a noi se non lo amiamo questo posto in cui siamo nati o nel quale siamo approdati, questo riparo fragile e bello, guai a noi se non ce lo riprendiamo per goderne e custodirlo.

 

 

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Vacanze Sventura

pollinoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta le chiamavano eventi naturali imprevedibili, catastrofiche  fatalità. Si manifestavano sotto forma di crudeli rivincite che il destino cinico si prendeva su chi sfidava gli umani limiti, scalando invincibili montagne, scendendo nelle viscere della terra, provocando la collera delle divinità marine. Si tenta ancora di dire che succede così, per caso, parlando di pendolari che passano su un ponte, di gente in gita in un paesaggio bello quanto selvaggio, scendendo magari le chiare e fresche e dolci acqua di un torrente  familiare.  O perfino di errore umano di esecutori scriteriati o incapaci per spiegare l’assassinio di operai (ieri 4) anche quelli morti per mano di un profitto che non intende sottrarre al suo bottino nemmeno un quattrino da destinare a sicurezza, manutenzione, prevenzione.

Invece di tratta di vittime di un concorrere di scelte megalomani e di avidità che hanno preteso di piegare   territorio, suolo, acque, aria al profitto, perfino  della malintesa convinzione che la natura è domata dal progresso, come i lupi ridotti a fare da informatori di educazione sessuale, le tigri a testimonial di carburante, scenari e comparse di un film di animazione pensato per spostare la paura verso altri contesti: la perdita di beni di consumo, di invasioni barbariche, di una piccola criminalità chiamata a fare da paravento a quella grande, di chi ha prodotto dissesto dell’ambiente, dissipazione delle risorse,  cementificazione, taglio di alberi e deviazione di fiumi. O che ha eretto monumenti alla speculazione, al malaffare grazie a opere che hanno come obiettivo la moltiplicazione dei proventi di cordate, sempre le stesse, che traggono ricavi da appalti truccati, da lavori approssimativi in regime di economia, da materiali di cattiva qualità, spesso anche da ritardi opachi, interventi sul progetto pagati cari dalla collettività, opere aggiuntive rese necessarie da errori probabilmente volontari.

Così  sono a rischio le esistenze di chi non ha scelto per le sue vacanze la Parigi Dakar, o le escursioni avventurose sui sentieri  battuti dal crudele terrorismo islamico, perché basta quello nostrano per mietere vite tra chi va in alberghi di montagna sotto la minaccia di prevedibili valanghe, tra chi si reca in gita in paradisi naturali organizzate da malviventi che espongono la “clientela” a pericoli pronosticabili in zone dove il sacco del territorio, la trascuratezza, l’abusivismo hanno  manomesso la natura e i suoi ritmi stagionali,  tra chi va in quieti pellegrinaggi col parroco e con tanto di acquisto di pentole,  sfidando la morte su pullman guidati da autisti a cottimo senza riposo, tra campeggiatori che tirano su le tende in apposite aree attrezzate  sul greto di fiumi che al primo temporale traboccano dagli argini.

Non occorre andare a Hanging Rock o  le ambientazioni  degli horror dove misteriosi accadimenti decimano innocenti boyscout, per perdere i propri figli che le sinistre presenze da noi hanno la forma ben visibile  dei soliti noti: immobiliaristi, dinastie di speculatori e  profittatori,  alleanze di imprese del cemento, multinazionali del turismo. E  più sotto un  ceto di controllati  che vengono incaricati di controllare,  vigilanti che chiudono un occhio e pure tutti e due, amministratori prodighi di licenze eccezionali per edificare o cambiare destinazioni d’uso (che tanto l’urbanistica è ormai la scienza dell’ubbidienza a rendite e privati) in modo che si tirino su casette di fianco a fabbriche di veleni,  a fiumi e torrenti, sotto cavalcavia e dighe, a margine di aree archeologiche alle pendici di vulcani mai dormienti. E ancora più sotto una manovalanza di sfruttati che si sente autorizzata a sfruttare territorio e risorse, di abusati legittimati a abusare  grazie alla concessioni illecita di miserabili benefici a fronte dell’esproprio di beni, lavoro, dignità, godendo di sanatorie  che permettono qualche “necessario” minimo ricorso all’illegalità per approvare mostri sul litorale, deforestazione di boschi secolari, gallerie sotto città d’arte, sopraelevazioni al cospetto  di piazze storiche, purché non si tratti di intemperanti terremotati dediti a costruzioni disordinate di tetti d’emergenza.

Non stupisce che il teatro della nuova catastrofe di questo agosto nero sia la Calabria, ancora meno che la conta di morti aritmeticamente meno rilevante, e il dibattito stantio sulle cause siano stati liquidati in fretta e non per tardivo pudore.  Come se ci fosse una gerarchia delle tragedie da stabilire con l’impiego di indicatori prestabiliti: numero delle vittime e degli scampati, frequentazione dei luoghi, frastuono vero e mediatico, spettacolarità del lutto, potenzialità propagandistica e elettorale. E localizzazione geografica, a conferma che il Mezzogiorno fa meno notizia, che è fatale che in quel contesto già avvelenato da contagi secolari, si verifichino eventi estremi (in analoga occasione ne abbiamo scritto qui:  https://ilsimplicissimus2.com/2015/08/10/il-ministro-della-pioggia-fotocopia-il-vecchio-piano/), che là vige una sindrome di Stoccolma che accomuna carnefici e vittime correi di trascuratezza, maleducazione, irresponsabilità, che in fondo “non siamo razzisti, ma.. si approfittano della protezione della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta”, fenomeni limitati, come il traffico a Palermo, a quelle geografie disgraziate, senza reddito e senza cittadinanza per demerito, dalle quali si distolgono gli occhi per non vedere che sono come noi stiamo per essere.

 

 

 


Papa e petrolieri: “chiedetelo a loro”

VaticanoSarebbe proprio il caso di dire “Chiedetelo a loro”. Si voi che vi affrettate a dare l’obolo alla chiesa cattolica in virtù di opere umanitarie che per la maggior parte sono costituite da ristrutturazioni edilizie, restauri, stipendi e non ultima proprio la pubblicità che serve per raccoglierli. Chiedete a loro perché questo fine settimana, a cominciare da domani, ci sarà un piccolo concistoro segreto fra le supreme autorità della Chiesa e le cosiddette sette sorelle del petrolio, più  alcuni dei maggiori investitori mondiali tra cui Larry Fink, amministratore delegato di  BlackRock, il più grande fondo di investimenti del pianeta, con interessi in molti settori e soprattutto in quello delle pensioni dove risiede il suo core business tanto che egli lamenta la scarsa privatizzazione del settore in Europa e spinge la Commissione di Bruxelles a prendere provvedimenti in tal senso anche dopo la creazione di un progetti pilota gestito dalla stessa BlackRock. Forse non c’è nemmeno bisogno di dire che questo umanista del dollaro ha subito espresso un parere negativo riguardo al governo appena entrato in carica in Italia: se non altro si vanno ormai chiarendo gli schieramenti di fatto.

Se lo scopo di questo vertice fosse solo la preoccupazione per il clima, come rivelato dal Vaticano una volta diffusasi la notizia, a che scopo rendere segreto e privato questo “concilio” che per il numero e l’importanza dei partecipanti è impossibile da tenere segreto? Non sarebbe stato più incisivo farne totalmente partecipi quelle ” periferie” di cui Papa  Francesco dice di essere il pastore e rivelare urbi et orbi cosa ne pensa il governo globale delle multinazionali?  Qui già ci troviamo di fronte a un problema di comunicazione e di metodo che lascia davvero perplessi; se come dice il Vaticano  “i giovani esigono da noi un cambiamento. Essi si domandano com’è possibile che si pretenda di costruire un futuro migliore senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze degli esclusi” è del tutto incoerente parlarne nelle segrete stanze con un curia di ultra ricchi che poi sono quelli che hanno creato il problema ambientale, che finanziano il negazionismo scientifico sul cambiamento climatico recentemente criticato dalla Cei e che alla fine creano esclusione e disuguaglianza ad ogni livello.

Ma poi non è ben chiaro lo scopo del santo vertice petrolifero. Una nota vaticana sostiene:  “Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti – specie il carbone, ma anche il petrolio e, in misura minore, il gas –, deve essere sostituita progressivamente e senza indugio. In attesa di un ampio sviluppo delle energie rinnovabili, che dovrebbe già essere cominciato, è legittimo optare per l’alternativa meno dannosa o ricorrere a soluzioni transitorie”. Che vuol dire questo contraddittorio ondeggiare tra i “senza indugio” e nel “frattempo” ? Probabilmente che bisogna consumare più petrolio e meno carbone ( ancor meglio sarebbe più gas e meno carbone e petrolio) ben sapendo che la riconversione delle centrali elettriche da un combustibile a un altro comporta anni e impegna investimenti così consistenti da sottrarli nella sostanza allo sviluppo delle energie rinnovabili.  Ma poi perché solo le sette sorelle angloamericane e i mega centri finanziari americani e non invece anche rappresentanti delle grandi compagnie russe che dispongono delle maggiori riserve planetarie o di quelle cinesi che sono le maggiori utilizzatrici di oro nero al mondo? Che significa questo vertice limitato all’occidente e di fatto al solo centro dell’impero: sono i petrolieri che cercano una benedizione per i loro ultimi fuochi o il papa che si vuole proporre come mediatore di un modello produttivo e sociale per altri versi respinto a parole? Non è per caso che si vuole in qualche modo elevare agli altari il globalismo di marca americana e i suoi modelli di consumo portati all’estremo man mano che esso e le sue conseguenze stanno allontanando e disgustando le famose periferie di Papa Francesco? Sono domande perfettamente legittime di fronte alle ambiguità vaticane che con l’attuale pontefice stanno raggiungendo la massima ampiezza, anzi quasi una totale dissociazione tra fatti e parole. Magari qualcuno avrebbe detto petrolio al petrolio e rinnovabili alle rinnovabili. Ma di certo non troverebbe ospitalità nella chiesa


Sinistra organica e umida

arcimb Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è un aspetto particolarmente miserabile e desolante che colpisce nella grottesca vicenda dei “sacchetti”.

Ed è lo sprezzo altezzoso con il quale hanno trattato la protesta, forse arruffona e ingenua, anche soggetti abitualmente critici nei confronti di soprusi e balzelli governativi, una spocchia maturata grazie a  acquisti equi e solidali, a baratti con deliziati procacciatori di uova da covate armoniose, salamini derivanti da maiali liberi e festosi, oli da olive brucanti e gioviali,  alla frequentazione di  folcloristici mercatini a km zero, a sedani ridenti e carote giocose che escono da reticelle e borse intrecciate nelle geografie scelte per vacanze intelligenti. Nulla a che fare con i brutali e maleducati forzati dei supermercati, con le loro spese irresponsabili e infantilmente viziate,  con l’autodafè  dei carrelli cigolanti, stracolmi di sughi pronti e pizze surgelate.

Non c’è da stupirsi di certi schizzinosi e della loro acquiescenza smorfiosa a  una retorica ambientalista, interpretata magistralmente da una dirigenza verde che con  la raccolta degli shopper in spiaggia si redime  del consenso accordate a indecorosi sacchi del territorio, condoni,  “sblocca italia”, Valutazioni di impatto ambientale piegate alle ragioni egemoniche dei privati, della loro accettazione come incontrastabili della Terra dei Fuochi, dell’Ilva e pure dei conflitti di interesse, dazio da pagare per stare nel progresso con la speranza che la “manina” distribuisce qualche beneficio grazie alla generosità di imprenditori innovativi.  O  della sprezzante rivendicazione di superiorità e consapevolezza,  rispetto a plebei tumulti egoistici e fermenti micragnosi che si agitano intorno a 20 infimi  20 centesimi, dei fedeli a un’Europa anche quella irrinunciabile.

Ma nemmeno tanto sotto c’è il timore di venire assimilati ai beceri populismi, agli odiati 5stelle, ai forconi, agli assalti ai forni, a quel malcontento legittimo, ma così maleducato, interpretato da nuovi straccioni che in passato hanno avuto troppo e che viene su dalla pancia, in specie se è vuota, incontenibile come un borborigmo e volgare e ignorante e perciò molesta e riprovevole da chi pensa ancora a una innegabile superiorità di movimenti tradizionali, di organizzazioni strutturate ancorché  liquide, quelle stesse che vivono grazie alla ostensione pubblica e reiterata della impossibilità di un’alternativa e che hanno platealmente eseguito la rinuncia e il tradimento di qualsiasi ideologia che non sia la sudditanza al pensiero nei liberista. Convinti che lo status quo brutto disonorevole e condiviso per vigliaccheria, sia meglio di un ignoto forse promettente seppure sconosciuto e imprevedibile. Persuasi che sia rispettabile e decoroso ripiegare su quello che viene continuamente accreditato come il meno peggio,  quella feroce “concretezza” della realpolitik, quegli imperativi implacabili della necessità e opportunità e quindi  la improrogabile cancellazione anche dall’orizzonte immaginario di una alternativa a quello che abbiamo intorno e ci viene imposto come fatale.

Sono loro che guardano, affacciati alla loro finestrina angusta, lo svolgersi degli eventi, la dissoluzione di esperienze, quella del Brancaccio definita icasticamente un’Isola dei Famosi, il riaffacciarsi delle solte mutrie, i colpi di coda di mostri riluttanti a recedere e si sa che alla fine cercheranno riparo sotto l’ombrello del partito unico, con tanti spicchi colorati che nascondo un cielo cui non sanno guardare. Aspettiamoci i soliti caldi inviti dunque a non disperdere voti che  favorirebbe una destra –  fantasmatica e indefinibile rispetto alla loro così evidente? Aspettiamoci la disincantata bonarietà con cui condannano al limbo delle anime belle programmi e aggregazioni volonterose.

Chi oggi pensa che il meglio non sia nemico del bene. Che non ci si deve arrendere al meno peggio, sarà opportuno che sia meno schizzinoso, per timore di non piacere a intellettuali e commentatori che hanno bisogno del  Viagra movimentista per rimanere giovani. Non basta redigere un quadro generoso dei cosa vogliamo, un inventario degli ideali e delle aspirazioni, quello che hanno disegnato con giovanile e entusiasta potenza i tanti che in 140 assemblee stanno facendo circolare i propositi di Potere al Popolo: 15 punti  o meglio obiettivi fondativi  dalla “rottura” dell’Unione Europea dei trattati all’uscita dalla Nato, dalle nazionalizzazioni/ripubblicizzazione di banche e aziende strategiche, all’amnistia per i reati connessi alle lotte sociali e sindacali, che dovrebbero  consolidare legami e strategie comuni con lavoratori in lotta: da quelli di Almaviva, di Sky, di Atac,    ai metalmeccanici delle acciaierie di Terni, agli autoconvocati della scuola, e tanti altri ancora,con i precari, i disoccupati, gli occupanti, gli sfruttati, i licenziati… e più in generale con chi subisce la crisi voluta e generata da chi ha e vuole sempre di più.

Potere al Popolo fa irruzione in una campagna elettorale nella quale i contendenti ancora una volta ricorrono al manuale Cencelli o alla sua conversione online, non può essere questo nemmeno il primo traguardo intermedio e nemmeno il banco di prova, perché si sarebbe destinati a una mesta ritirata in un contesto avvelenato e truccato, nella totale eclissi dell’informazione, nel ridicolo cui viene condannata qualsiasi iniziativa di rottura degli equilibri mai abbastanza precari dell’establishment.

Guardare a oggi e a domani ben oltre la scadenza notarile del 4 marzo, senza pregiudizi e senza chiudere la porta in faccia a nessuno per intercettare consenso e promuovere un coagulo di pensiero e forza, è necessario per verificare la fondatezza di quel progetto di sindacalizzazione territoriale che non basta da sola ma che è preliminare a un nuovo modo di fare politica, quella combinazione di buone ‘pratiche’ che prefigurano modalità altre di relazioni produttive, della tutela e del godimento dei beni comuni e del patrimonio naturale che vedono la loro avanguardia in resistenze lontane da noi eppure così vicine, quelle irriducibili dei popoli indigeni, dei contadini, delle popolazioni impoverite e di quanti non hanno smesso di usare il proprio cervello e il proprio coraggio, seppure oscurati dai media, quelle di chi non cede bendandosi gli occhi e tappandosi le orecchie, con un attendismo fatale e prescritto,  alla minaccia dell’affermazione definitiva e catastrofica della superpotenza delle imprese transnazionali, dei conglomerati industriali-finanziari.

Qualcuno ha detto che ormai la sinistra rappresenta o i mendicanti, invisibili, o l’alta borghesia, appartata nelle sue enclave, avendo segnato ormai la sua separazione dal popolo. e dai suoi bisogni, dalle sue paure, dai suoi desideri, Eppure sarebbe ancora possibile tornare a parlare di bene e di male, di giustizia e solidarietà, di accoglienza e redistribuzione. di amicizia e interesse comune, di ideali e di idee, quelle che di solito non trovano mai posto sui manifesti elettorali.

 

 


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