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Se Pariggi tenesse lu mere…

banfiCi vogliamo proprio del male se come Paese detentore dei maggiori “giacimenti culturali” del pianeta, come dicono i colti un po’ a corto di buon gusto, non troviamo di meglio che affidare a Lino Banfi la carica di ambasciatore dell’Unesco. La cosa mi colpisce personalmente visto che facevo il tifo per Alvaro vitali, alias Pierino, che avrebbe potuto portare innovativi suggerimenti riguardo al patrimonio immateriale dell’umanità sotto forma gassosa, ma Di Maio ha preferito la compostezza del medico di famiglia, perché come disse il nuovo ambasciatore nell’immortale pellicola L’infermiera di notte “meglio abbondante che deficiente”. Siamo messi così, ma in questa improvvida scelta di Banfi, non c’è solo l’insostenibile leggerezza del vicepremier, c’è anche la condensazione di tutto l’orrore della contemporaneità, l’odore di marcescenza del pensiero unico, dei suoi stili e delle sue conseguenze. ed è solo per questo che mi occupo della vicenda

Il buon Banfi naturalmente non c’entra nulla in tutto questo, è solo un granello nelle ruote della macinatrice, un involontario quanto inconsapevole portatore di stigmate. La prima cosa la cosa che salta all’occhio, nella valle di lacrime di coccodrillo dova si fa un gran parlare di merito per meglio disconoscerlo, visto che gli unici meriti ammessi sono il denaro e il profitto, è lo straordinario valore aggiunto attribuito all’incompetenza; l’attore ha già ammesso di non sapere assolutamente niente degli argomenti inerenti alla sua nuova carica, ma come decine di altri personaggi prima di lui sembra considerare questo una dote da far valere, anzi per dirla nei termini più propri dei media, un talento. Sarebbe inutile dire che qui gioca in chiave farsesca la vecchia battaglia tra cultura e specialismo, che alla fine fa vincere qualcosa o qualcuno privo di entrambe le qualità. E di certo non si tratta solo di Banfi.

Poi c’è la politica spettacolo che predilige le facce, che sacrifica qualsiasi cosa al tentativo di acquisire consensi attraverso personaggi conosciuti e amati dal grande pubblico ancorché del tutto disomogenei al contesto. A Di Maio non deve essere sembrato vero di riacquisire parte del consenso perduto con questa astuta mossa, forse non sapendo che Banfi è già da anni ambasciatore dell’Unicef. Una mossa peraltro a costo culturale zero perché la commissione italiana Unesco, di natura parapolitica e anche paraplegica, non si sa bene cosa faccia e se si sia mai riunita, mentre è solo dall’anno scorso che l’Italia ha un ambasciatore nella sede Unesco di Parigi. Pensate un po’ come siamo messi. Però questo è niente, la cosa assume davvero caratteri banfiani se pensiamo che forse il vicepremier per il movimento Cinque Stelle ha pensato di aver preso due piccioni con una sola favata: la stessa politica spettacolo di cui sopra aveva consigliato un anno fa Michele Emiliano a nominare Banfi suo consigliere, forse come addetto alle cozze pelose visto che il personaggio ha una sua inevitabile linea di prodotti locali: si sa che i personaggi del piccolo o grande schermo oggi si dedicano al cibo o ai romanzi, sono insomma dei mediocri universali. Chissà cosa si aspettava dalla nomina visto che tra l’altro l’attore aveva  fatto sapere ai quattro venti che non era ” di sinistra” ovvero piddino (equivoci su equivoci) e facendo intendere a chi non fosse proprio mentecatto di essere in sostanza un berlusconiano:  dunque quale meravigliosa occasione di strizzare l’occhio a questi elettorati, raccogliendo per strada il medico di famiglia e dandogli una medaglia di cui certo non aveva bisogno.

Il bello è che questa assurda operazione deve aver suscitato qualche preoccupazione in Salvini che si è affrettato a fare dell’ironia sul collega di governo, proprio lui che ha appoggiato governi e giunte di competenza odontotecnica e orofaringea. Essere nella merda è una cosa, ma anche spargerla intorno è davvero un po’ troppo.

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Ambasciator che porta pene

IMG20090908103117517_900_700Anna Lombroso per il Simplicissimus

E poi non si dica che il nostro corpo diplomatico non aspiri a rappresentare il popolo italiano con i suoi vizi e le sue virtù. Dopo il caso Vattani e le sue recrudescenze, sia pur giovanili, di ammirazione per il fascismo, dopo Terzi, che ha interpretato una stolida dabbenaggine rivendicata come qualità, ecco che Daniele Bosio, 46 anni, originario di Taranto, in carica dal 2 dicembre come primo ambasciatore italiano in Turkmenistan, sede strategica per i rifornimenti del nostro contingente in Afghanistan, conferma il primato italiano, denunciato dall’Ecpat, l’organizzazione che in 70 Paesi del mondo lotta da sempre contro lo sfruttamento sessuale dei bambini che colloca gli italiani al primo posto in Europa e dall’Unicef, che ci assegna un quarto posto mondiale.Il diplomatico è accusato di “traffico di minori”, un reato che comporta, secondo il codice penale filippino, una pena fino a 20 anni di reclusione e una multa di almeno un milione di pesos (circa 16.200 euro).

Preso, come si dice con le mani nel sacco, l’ambasciatore è stato fermato a Manila, dove si era recato per una breve vacanza, in compagnia di tre ragazzini. “Li aveva portati nel suo appartamento” ha raccontato una delle attiviste dell’onlus che l’ha denunciato: “Aveva fatto la doccia insieme a loro, i bambini erano nudi”. La Farnesina si è attivata per chiarire le circostanze assicurando “massima trasparenza e rigore” e il ministro degli esteri ha sospeso il diplomatico dal servizio. La denuncia è scattata sulla base della legge sulla tutela dei minori varata nelle Filippine nel 1992, secondo cui ogni adulto che sia visto in pubblico con un bambino, con cui non ha relazioni, e con il quale abbia una differenza di età di almeno 10 anni, deve essere denunciato alla polizia.

Lui si difende: aveva generosamente raccolto quei tre bambini di strada per concedere loro una giornata di spassi nel parco acquatico  Binyan, ma i genitori, si suppone altrettanto di strada, erano stati avvertiti. E poi, si schermisce sdegnato, lui i bambini li ama, paternamente s’intende, si prodiga per i più sfortunati con donazioni e organizza piccoli ricevimenti durante i quali si traveste da clown.

Per carità, esiste la presunzione di innocenza, per carità anche su Kafka sono stati sollevati sospetti per via di una lettera al padre nella quale decantava la gioia innocente di una gita in campagna con i cuginetti. Non mi viene in mente un crimine paragonabile a quello di chi  possono essere   macchia per sempre la vita di una creatura, che induce nella vittima il sospetto di correità e provocazione, sicché la guarigione è improbabile e la ferita invece di cicatrizzare produce a cascata nuovi oltraggi all’integrità di altri piccoli, cui viene negato il sorriso, il gioco, l’infanzia,

Ci sono vari modi di essere pedofili, lo sappiamo: integerrimi padri di famiglia per qualche giorno all’anno si trasformano in demoni, sempre più giovani loro, sempre più giovani le vittime trasformate in oggetti, movimentando un brand di oltre trenta milioni di dollari all’anno.

C’è la pedofilia di caste intoccabili e inviolabili, professionisti che patteggiano, statisti che negano il delitto,  quella della Chiesa, che in attesa del giudizio divino rifiuta quello della giustizia terrena. C’è quella di rappresentanti in patria e all’estero delle istituzioni, che proprio in questa veste si premettono con la valigia diplomatica, la trasgressione da regole e leggi del loro Paese e di quello nel quale svolgono le loro funzioni.

C’è quella di viaggiatori colti e raffinati, che si rifanno a miti greci e ai loro emuli tra le Sa naziste, tra artisti molto sensibili, tra fotografi in cerca di rarities, tra poeti delicati.

Ma c’è poco da distinguere, si tratta solo del più ignobile dei delitti, della più funesta delle sopraffazioni.


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