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Il pasticciaccio brutto

guai1Debbo dire che sono fortunato perché nella mia tarda età non ho bisogno di riassaggiare qualche manicaretto della nonna o ritrovare vecchie foto per ritornare all’infanzia, perché la vita politica (si fa per dire) è tale da rievocare alla perfezione l’atmosfera di 50 anni fa: i governi balneari, il contorsionismo nella ricerca di alleanze, i veti e i dikat che durano poche ore e si trasformano,  la caccia alle poltrone, la sfrenata retorica del politichese, tutto il bizantinismo dietro cui si nasconde il nulla. Certo manca un elemento centrale, ovvero la presenza del Pci o comunque di una vasta opinione di vera sinistra portatrice di una visione alternativa di società, ma per il resto è tutto terribilmente uguale. Al fattore K, ossia il fattore di esclusione dei comunisti che era l’alfa e l’omega dei desiderata di Washington, nonché il totem attorno al quale girava tutta la giostra della politica, è subentrato il fattore Ue, di valenza uguale e contraria che obbliga all’inclusione dentro un  meccanismo neoliberista. Ho persino letto la fatidica frase dei bei tempi andati sull’esercizio provvisorio di bilancio del quale risentirebbero la crescita economica e la perdita di fiducia degli investitori.

Il tutto per giustificare una qualunque soluzione purché non implichi il ricorso al voto, anche se questo dovesse costare un’aberrante alleanza dei Cinque stelle col Pd (principale attore insieme coi suoi predecessori della svendita di sovranità) o con un ritorno di alleanza con la Lega che a questo punto pretenderebbe però la parte del leone. Confesso che in un certo modo ho fatto il tifo per il governo giallo verde vedendolo come il colpo di biliardo alla cieca in grado con un po’ di fortuna di rimettere in moto le cose e di creare le condizioni per una riscossa della politica contro la grigia falange degli esecutori di Bruxelles, ma diciamo che era il tifo che si fa per un malato terminale: fin dall’inizio la diagnosi era infausta a cominciare dal farsi imporre il niet del Quirinale a Paolo Savona che aveva un significato molto preciso, al di là della persona in questione, a mandar giù  la scelta del malleabile e ambiguo Conte, che si dichiara devoto di Padre Pio, salvo adontarsi dei rosari di Salvini,  come presidente del consiglio grazie al quale al Mef non sono stati mandati nè il medesimo Savona, né Sapelli, né Bagnai, insomma quelli che avrebbero potuto fare una sorta di resistenza cognitiva alle bestialità europee  e non opponendosi invece a mettere Salvini nel ministero sbagliato, ovvero in quello nel quale questo energumeno di modesta intelligenza avrebbe potuto fare più danno. Insomma c’erano tutti i presupposti per una prognosi infausta, ancor più evidenti nel contrasto di fondo di programmi tra Lega e Cinque stelle. E allora la questione si pone in un altro modo: cioè se convenga stare al governo, avere in mano il telecomando, ma con il controllo parentale della tecnocrazia europea o stare all’opposizione e così raccogliere lo scontento che lo status quo provoca e che provocherà sempre di più nel contesto di una recessione imminente, anzi già in atto.

Secondo Machiavelli le prerogative inalienabili della sovranità e dunque dell’azione politica sono battere moneta e disporre del monopolio della forza armata, ma l’Italia si trova nella curiosa condizione di non disporre né dell’una né dell’altra e per giunta non rispetto ad un solo altro “principe”, bensì rispetto a due soggetti diversi e ora in potenziale contrasto che sono in sostanza la Germania e la sua politica economico – monetaria fatta nei propri specifici interessi e gli Usa che direttamente o attraverso la Nato hanno il comando effettivo delle forze armate, disponendo a piacimento sia del territorio che della loro dislocazione di reparti nelle loro guerre, che dell’acquisto di armi. Di conseguenza stare al governo impedisce di raccogliere la protesta, ma stare all’opposizione impedisce di godere di tutti i vantaggi del potere nel suo senso più miserabile essendo un potere che essenzialmente esula dalla delega dei cittadini. Tuttavia in questo caso la scelta è davvero amletica perché non c’è una reale scelta tra voto subito e nuovo governo ponte fino alla primavera visto che  quest’ultima soluzione viene imposta dall’esterno per linee di palazzo, anche se si cerca di farla passare come necessità per l’approvazione della legge di bilancio, ora chiamata e non a caso di stabilità, diciamo pure di status quo. La prima soluzione infatti potrebbe portare a rafforzare le forme di ostilità, quanto meno figurative, rispetto all’Ue e dunque non può essere ammessa, cosa che Salvini non ha capito. La scelta è solo strumentale, d’occasione, non strategica e totalmente dentro l’eterno trasformismo italiota, ma c’è da dire che il capo leghista con la sua mossa dissennata ha almeno scoperchiato tutto il vaso di Pandora degli equivoci e delle illusioni.  mostrando uno scenario dal quale si può uscire solo denunciando le forzature costituzionali  e democratiche che anno attribuito all’articolo 11 significati  non riconducibili al suo testo o addirittura opposti che lo pongono in contrasto con l’articolo uno. Se a qualcuno piace stare al gioco per qualche motivo di fazione o di curva, o trovi conveniente adagiarsi sui miraggi si accomodi.

 

 


Trumptruppen

images (1)Nei mesi scorsi  che ormai si addensano a formare un anno, osai dire che l’elezione di Trump dato ancora per sicuro sconfitto sarebbe stato un vantaggio a prescindere per noi europei: se avesse dato corso alle sue promesse ci saremmo tolti dall’orizzonte i Ttip di vario genere e ci saremmo trovati di fronte a un tentativo di ricucire i brandelli di una geopolitica orribile e cinica, ma se la logica imperiale o il governo profondo avesse preso il sopravvento, come peraltro era più che probabile, la rozzezza dell’uomo avrebbe reso più visibili gli obiettivi e il cinico modus operandi delle elites Usa, liberandolo, per quanto possibile vista la potenza dei media di complemento, dalle illusioni ottiche della retorica. Inoltre alla maggiore leggibilità dei disegni si sarebbe accompagna una maggiore confusione e ambiguità dei mezzi per imporli. Ed è questo scenario che si sta dispiegando.

Si potrà anche credere che i russo siriani abbiano provocato una strage coi gas, quando nulla lo dimostra o negare la strage vera compiuta ad Aleppo contro civili in fuga verso la Siria da parte dei tagliagole a pie di lista dei Paesi occidentali, ma senza un apparato retorico sulla “democrazia” con virgolette a piacere, un’oratoria sul filo del politicamente corretto, un’enfasi artificiale, la brutalità dei fatti finisce per emergere nella sua desolante realtà. Emerge dalla super bomba usata in Afganistan senza alcuna necessità, ma all’unico scopo di mostrare i muscoli, emerge dalla tracotanza con cui si manda una portaerei al largo della Corea del Nord come monito contro esperimenti missilistici che non si in base a quale diritto internazionale dovrebbero essere vietati a Pyongyang.

Eppure da tutta questa tracotanza emerge anche una sensazione di debolezza perché le grottesche e paranaoiche accuse contro Assad o contro Putin dimostrano la mancanza di argomenti seri e fanno unicamente trasparire una rabbia cieca nei confronti di chi non si piega ai diktat di Washington e che non può essere ulteriormente piegato senza azzardare un conflitto atomico. Un armageddon che potrebbe riuscire ( sempre parlando in una prospettiva delirante e barbara) solo se compiuto con una mossa a sorpresa, sparando il primo colpo con un qualche pretesto umanitario, cosa ormai non più possibile proprio a causa delle continue provocazioni che hanno allertato gli avversari su questa possibilità. Quindi debolezza etica e confusione strategica, manche debolezza muscolare: la superbomba in Afganistan ha dimostrato, grazie a comparazioni sul reale ciò che molti esperti Usa sospettavano, ossia che i russi possiedono ordigni simili, ma molto più potenti. La facilità con cui un enorme salva di Tomahwak  è stata in gran parte fermata dalle batterie russo – siriane è un’ inaspettata e pessima cattiva nuova per la Nato e infine anche la minaccia alla Nord Corea più che baldanza rivela timore visto che si è scelto di inviare la portaerei Carl Vinson, ossia una delle più vetuste della flotta, la meno aggiornata nei sistemi d’arma, accompagnata da una squadra ridotta all’osso, praticamente solo altre due navi per la concreta possibilità, in caso del precipitare della situazione, che i coreani possano affondarla.  Non lo hanno fatto di certo però hanno lanciato il missile che avevano in animo di provare facendo fare a Trump una pessima figura e scoprendone il bluff, anche se l’informazione occidentale ripete le veline di Washington secondo cui il lancio sarebbe fallito, cosa della quale tuttavia non è stata fornita alcuna prova, occorre contentarsi della parola di chi è ben conosciuto per le bugie.

Anzi il vicepresidente Usa è dovuto accorrere a Seul, non tanto per rincuorare i sud coreani, come l’ informazione mainstream ci fa sapere scimmiottando buffi toni da anni 50, quanto per controllarli visto che il Paese attraversa una profonda crisi politica sulla quale pesa anche una volontà crescente di ristabilire quanto meno relazioni normali con il Nord, specie ora che la Cina è diventata immensa e il Giappone, il vecchio occupante, riscopre tentazioni di potenza.  Insomma a lungo andare questa attitudine aggressiva e proterva – la cifra che Trump ha scelto dopo aver trovato chiuse tutte le porte del governo reale –  non farà altro che trasformare gli avversari in nemici, gli amici in estranei e i sottoposti in servi tentati dall’infedeltà. Come risultato delle trumptruppen non è male.


Ora per carità niente Casini

C’è qualcosa di contraddittorio dentro l’area di centro sinistra, qualcosa che stona con l’atmosfera di questi giorni: da una parte si attribuisce alle vittorie totali di Milano, Napoli, Cagliari e a quelle nelle roccaforti della Lega un significato storico, il segno della fine del berlusconismo e di un’epoca, dall’altra però si continua come se nulla fosse nella piccola tattica delle alleanze, nell’esercizio di un meccano parlamentare a cui si sacrifica incuranti delle ambiguità che ne nascono.

Certo sentire D’Alema sostenere la necessità di estendere offerte di alleanza al presunto centro, in realtà polo conservatore, c’è da darsi i pizzicotti per capire se si è svegli o si sta sognando. Purtroppo però quando viene detto che tale strategia è vincente portando l’esempio di Macerata, la risata spontanea ti convince che no, è proprio tutto vero.

E’ chiaro che se sei stanco del berlusconismo voti anche una pigna secca piuttosto che qualcuno di quella cricca, a Macerata come altrove. Ma è altrettanto chiaro che una cosa è la tattica, un’altra la sostanza che servirà per vincere davvero nel Paese e per cambiare il modello di non sviluppo dell’Italia. Modello di non sviluppo che dai diritti civili per finire ai diritti del lavoro è esemplarmente rappresentato da Casini e soci terzopolisti.

Ora quale programma potrà mai nascere da tutto questo? Cosa si farà contro il precariato in alleanza con il loro fautori? E per l’istruzione con i fan delle scuole private? E per il fisco? E per la perequazione sociale? E per la giustizia? E  per le eventuali liberalizzazioni con i rappresentanti del notabilato? E si potrà mai asserire la laicità dello Stato con questi signori?

Andiamo non prendiamoci in giro: una cosa è cercare in questi momenti momenti drammatici di non cedere al patetico vizio di sinistra di dividersi su tutto, di segnare i confini come i cani attorno agli alberi, un’altra è di cercare una vittoria puramente nominale che è in realtà una sconfitta politica. Una cosa è cercare di dare un calcio definitivo a Silvio in Parlamento, un’altra quella di venire a troppi patti con chi alla fine è stato parte integrante del sultanato berlusconiano. Della sua idea di politica e di potere.

Il Paese ha bisogno di un nuovo progetto, non di nuovi papocchi. E purtroppo il mio timore è che all’interno dell’opposizione si parli di emergenze e di alleanze di emergenza perché in realtà non si sa come affrontare la normalità della speranza e della rinascita. Che l’emergenza insomma sia, come per Bertolaso, l’occasione di aggirare i problemi.

A volte ci vuole più coraggio ad affrontare le vittorie che non le sconfitte.

 

 


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