C’è qualcosa di contraddittorio dentro l’area di centro sinistra, qualcosa che stona con l’atmosfera di questi giorni: da una parte si attribuisce alle vittorie totali di Milano, Napoli, Cagliari e a quelle nelle roccaforti della Lega un significato storico, il segno della fine del berlusconismo e di un’epoca, dall’altra però si continua come se nulla fosse nella piccola tattica delle alleanze, nell’esercizio di un meccano parlamentare a cui si sacrifica incuranti delle ambiguità che ne nascono.

Certo sentire D’Alema sostenere la necessità di estendere offerte di alleanza al presunto centro, in realtà polo conservatore, c’è da darsi i pizzicotti per capire se si è svegli o si sta sognando. Purtroppo però quando viene detto che tale strategia è vincente portando l’esempio di Macerata, la risata spontanea ti convince che no, è proprio tutto vero.

E’ chiaro che se sei stanco del berlusconismo voti anche una pigna secca piuttosto che qualcuno di quella cricca, a Macerata come altrove. Ma è altrettanto chiaro che una cosa è la tattica, un’altra la sostanza che servirà per vincere davvero nel Paese e per cambiare il modello di non sviluppo dell’Italia. Modello di non sviluppo che dai diritti civili per finire ai diritti del lavoro è esemplarmente rappresentato da Casini e soci terzopolisti.

Ora quale programma potrà mai nascere da tutto questo? Cosa si farà contro il precariato in alleanza con il loro fautori? E per l’istruzione con i fan delle scuole private? E per il fisco? E per la perequazione sociale? E per la giustizia? E  per le eventuali liberalizzazioni con i rappresentanti del notabilato? E si potrà mai asserire la laicità dello Stato con questi signori?

Andiamo non prendiamoci in giro: una cosa è cercare in questi momenti momenti drammatici di non cedere al patetico vizio di sinistra di dividersi su tutto, di segnare i confini come i cani attorno agli alberi, un’altra è di cercare una vittoria puramente nominale che è in realtà una sconfitta politica. Una cosa è cercare di dare un calcio definitivo a Silvio in Parlamento, un’altra quella di venire a troppi patti con chi alla fine è stato parte integrante del sultanato berlusconiano. Della sua idea di politica e di potere.

Il Paese ha bisogno di un nuovo progetto, non di nuovi papocchi. E purtroppo il mio timore è che all’interno dell’opposizione si parli di emergenze e di alleanze di emergenza perché in realtà non si sa come affrontare la normalità della speranza e della rinascita. Che l’emergenza insomma sia, come per Bertolaso, l’occasione di aggirare i problemi.

A volte ci vuole più coraggio ad affrontare le vittorie che non le sconfitte.