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Archivi tag: Alcoa

Il pastore ingrato

pastore-murales-di-orgosoloAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sardegna: Solinas presidente con il 47,8%. Zedda ottiene il 32,9 per cento. Terzo l’esponente del M5S Desogus con l’11,1 per cento. Sanna, sindaco di Sassari candidato al Consiglio per la sua città, che ha avuto solo 600 voti, si fa interprete della condanna che sale dal web: “Le elezioni di domenica scorsa rappresentano una svolta storica per il popolo sardo. Le politiche nazionaliste e più reazionarie promosse dalla Lega Nord hanno trovato proseliti presso un quarto degli elettori sardi e un’altra metà circa non è più interessata alla partecipazione politica e democratica”.

Ecco fatto, come diceva Brecht a un certo momento arriva l’ora di sciogliere il popolo, di fare le pulci alla cosiddetta società civile che sa dare voce solo ai moti istintivi e irrazionali, di consegnare la responsabilità del disincanto della democrazia al volgo ignorante e retrivo che non ne vede la bellezza e la bontà. E così a leggere i commenti degli opinionisti della carta stampata e della rete, prima l’Abruzzo e ancor più la Sardegna assumono la configurazione dell’allegoria, della profezia avverata dello scivolamento improvviso quanto incontrastabile nel fascismo, nella forma contemporanea che ha assunto di un populismo cialtrone che interpreta a modo suo la triade della destra come nei testi del liceo: autoritarismo, razzismo e xenofobia. E basta.

Chissà cosa ci aspettavamo se abbiamo creduto che nella notte del 25 luglio 1943 il regime «si sia sciolto come neve al sole» a conferma della sua natura transitoria e labile, quando l’intera nazione aveva «riacquistò in una notte il suo sicuro, istintivo senso della realtà storica» (l’Unità, 27 luglio 1943). E allo stesso modo se crediamo che la negazione o la rimozione della colpa collettiva e peggio ancora del riscatto possa contrastare la permanenza delle condizioni grazie alle quali il fascismo si risuscita in qualità di declinazione del totalitarismo economico, quando il paradigma antifascista e quello qualunquista si integrano per assolvere ieri come oggi e ridurne il contrasto a un incerto spirito umanitario che si guarda bene dall’opporsi al capitalismo globalizzato, che si ispira a quel pensiero unico diventato condizione ontologica oggettiva che accomuna tutte le varianti  beatamente unite dal prefisso ‘liberal’: liberalprogressista, liberaldemocratico e liberalconservatore.

Chissà cosa ci aspettavamo dai tumulti dei pastori che riversano a terra il sacro latte, la loro lotta è piaciuta a chi preferisce ridurre la contestazione a esibizione spettacolare, meglio se sotto forma di flash mob sotto i palazzi del potere, meglio se fossero arrivati coi costumi e le maschere da mamouthones, proprio come li vuole un ceto dirigente che per legge nazionale e regionale ha svenduto territorio, coste e dignità e che ha condannato la sua gente a ridurre la tradizione a macchietta in maschera, un’isola a parco tematico del turismo balneare, il lavoro a sudditanza al servizio  degli sceicchi che si sono comprati a poco prezzo, suolo, mare e regole grazie a provvedimenti nazionali, regionali e comunali.

È stata quella l’unica opposizione che ha avuto l’onore della cronaca presso coloro che non si erano mai accorti invece dei movimenti che da anni si battono contro la militarizzazione dell’isola (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/09/sardegna-in-guerra/); o dei presidi dei cittadini e dei lavoratori di Portovesme che lottano contro l’acquisto da parte del gruppo Sider Alloys di Lugano dello  stabilimento ex Alcoa  il più importante impianto italiano per la produzione di alluminio primario, frutto di un accordo firmato da Calenda  e sottoscritto da Invitalia, l’agenzia italiana per gli investimenti, incaricata di contribuire ai 135 milioni di euro necessari al riavvio della produzione  in uno dei siti più inquinati d’Italia, dopo quarant’anni di scarichi industriali incontrollati: 25 ettari di scarti della lavorazione della bauxite, depositati a partire dal 1978 e separati dal mare solo da una lingua di sabbia finissima,  tanto che i campioni prelevati nell’area industriale dall’Arpa hanno accertato la presenza di  arsenico, cadmio, fluoro piombo, mercurio, tallio, zinco e idrocarburi policiclici aromatici, tutto in quantità centinaia migliaia di volte oltre i limiti. O pensavamo che i sardi che hanno assistito progressivamente alla produzione di leggi regionali pensate e adottate per  modificare il regime dei suoli, distribuire volumetrie e rendite fondiarie, ideare discrezionali percorsi di deroga, subordinando l’interesse pubblico a quello dei privati posti nella condizione di negoziare deroghe e varianti a loro piacimento. O che si sarebbero accontentati delle promesse visionarie post-industriali di trasformare le loro miniere in luna park sotterranei con gli ex cassintegrati convertiti in guide e ciceroni con tanto di caschi e test coi canarini, coordinati da una apposita startup.

Nemmeno tanto sotto-sotto pare proprio che i sardi si siano meritati e si meritino la condizione insulare e l’emarginazione che ne deriva, e che li espone al rischio di essere malgovernati, consegnandosi alla destra esplicita dopo averla sperimentata sotto altre mentite spoglie, quelle tanto per fare un esempio, di un  presidente regionale di centro sinistra che ha fatto rimpiangere il vassallo di Berlusconi,  autore di un disegno di legge di riordino della tutela delle coste e del paesaggio inteso a dare il via libera a una nuova e libera colata di cemento magari con la griffe del Qatar, a conferma che l’unica vocazione e l’unico destino è lo sfruttamento turistico e l’unico sviluppo è quello speculativo.

E che si siano meritati e si meritino che le uniche spinte autonomiste concesse siano quelle ideate da precedenti governi, autorizzate e elargite con decreto d’urgenza attribuendo  poteri e risorse a tre regioni che esprimono quasi un terzo della popolazione italiana e il 40% del Pil, mentre le altre sono deplorevoli, in qualità dei frutti avvelenati della combinazione efferata populismo e sovranismo, che metterebbe a rischio l’utopia europea, quella che le isole dopo che sono state l’ambientazione di un ideale elitario e oligarchico, le intente come meta dei grandi viaggiatori carolingi reduci da Aquisgrana o come poligono di tiro e sperimentazione per quelle strane operazioni belliche secondo le quali è legittimo andare a bombardare coi droni a 10 mila chilometri di distanza per difendere il suolo patrio e la nostra civiltà.

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Alcoa, la ribellione della ragione

Fossi un operaio dell’Alcoa mi farei  prestare un po’ di tritolo dai minatori del Sulcis. Ma farei la stessa cosa se fossi un politico decente e lo farei pure come autore di questo blog com’i sono e fui, per dirla alla Cecco Angiolieri. Non perché sia incline alla violenza, dio me ne scampi, ma perché ormai solo con l’esplosivo di può penetrare dentro la fortezza dell’ottusità e del marciume conglomerati in un composto più duro del cemento armato. Passera , nome omen, ci dice che l’Alcoa non si può salvare o che comunque si può salvare a patto che lo stato non ci debba mettere nulla. Poco più di una settimana fa però aveva detto che Taranto deve assolutamente continuare a distribuire cancro e malattie perché altrimenti la nostra bilancia commerciale sarebbe gravata da 6 miliardi di euro necessari a importare l’acciaio mancante.

Ora si dovrebbe supporre l’impossibile: non dico che Passera sia onesto, intelligente e coerente  perché non voglio mica la luna, ma che le parole e le idee abbiano un valore. Dato per scontato che troveremmo in giro acciaio a prezzo più allettante (non lo dico come ipotesi di lavoro) c’è da ritenere che sia un vantaggio indiretto per il Paese nel suo insieme produrre acciaio dentro i suoi confini. Ed è ovvio che sia così: ci sono migliaia di salari e stipendi, ci sono le tasse sui medesimi, ci sono contributi pensionistici e una massa di denaro che serve a sostenere tutta un’economia, c’è l’occupazione e c’è anche un contributo alla bilancia commerciale che ha effetti concreti su tutto, spread compresi. Senza nemmeno citare il fatto che la presenza di filiere produttive costituisce di per sé una fonte di sapere sia pratico che teorico e uno stimolo per l’evoluzione.  Quindi ciò che con i conti della lavandaia liberista pare un’operazione in perdita rivela invece una parte attiva che viene accuratamente nascosta da una teoria economico -politica fallimentare.

E dunque se i sei miliardi  mancanti di Taranto sarebbero un passivo perché non dovrebbero esserlo quelli mancanti a causa di uno stop dell’Alcoa? Forse perché al contrario di Taranto non c’è un imprenditore molto comprensivo con le necessità della politica e con il costo della democrazia? Del resto in questo guazzabuglio di contraddizioni in cui si macera il pensiero unico, non vediamo ogni giorno la libera imprenditoria delocalizzazre per godere di aiuti, incentivi, detassazioni offerte da altri stati che invece ritengono un vantaggio strategico occupazione ed evoluzione? I furbissimi demolitori dello stato, spesso poi fanno affari grazie proprio a quelli.

E che differenza c’è tra un ‘operaio dell’Alcoa e la docente Fornero? Beh,  certo che il primo, a differenza della seconda, è competente in quello che fa. Ma dico quando il ministro del welfare ci fa sapere da Torino, dove si è prudentemente rifugiata che il governo sta facendo la sua parte per tenere in piedi i posti di lavoro, purché  questi  siano sostenibili  «sostenibili economicamente», dimentica di spiegarci in che modo la sua cattedra è sostenibile economicamente. Evidentemente non in un conto economico da partita doppia grazie al quale verrebbe immediatamente esodata, cosa che un Ateneo serio farebbe comunque: i vantaggi e i guadagni sono spostati nel futuro dove l’accumulo di conoscenze e la capacità di un Paese di esprimerle, rappresenta un vantaggio competitivo.

Così la ribellione dei lavoratori dell’Alcoa è tutt’altro che un disperato squarcio di irrazionalità, tra le pingui e vuote parole di un’epoca allo sbando. E’ invece la ribellione della ragione.

Ma questi non guardano al di la là del loro naso o di altre parte necessarie per sedersi sulle poltrone. Fanno i loro conticini scemi come se gestissero una merceria, cosa che del resto accade anche a Bruxelles. Fingono di essere economisti e sono bottegai, con tutto il rispetto degli stessi che devono far tornare i loro conti e non pensare alla complessità sociale che è tutt’altra cosa. Ecco a volte gli scossoni, ma di quelli forti fanno miracoli: riscuotono, ritemprano, fanno vedere le cose diversamente.  Trinitrotoluene due volte al di, prima dei pasti, comprese le cenette romantiche sushi e sashimi cui la Fornero si abbandona, probabilmente a nostre spese: ormai dovrebbe passarlo il sistema sanitario nazionale.


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