È un vero peccato che non esista più in Occidente una capacità di rappresentazione artistica forte e sensata, non arenata tra poveri narcisismi e speculazioni mercantili: solo attraverso una rappresentazione  artistica o letteraria si potrebbe descrivere appieno il carnevale di Davos. Con primo attore  Trump, sempre più confuso e sempre più aggressivo che minaccia l’Europa di ritorsioni se essa oserà liberarsi dei suoi assetti in dollari, con Zelensky fuggito dal freddo di Kiev che rimane a bocca asciutta, col suo contratto di guerra a tempo indeterminato non firmato dal padrone, nonostante il contorno dei terrorizzati europei e degli altrettanto terrorizzati  analisti finanziari, tanto che uno di loro, stimato esperto della Banca d’Inghilterra, tale Helen McCaw, ha detto che dobbiamo prepararci a un disastro economico causato dagli alieni, il che dimostra a che livello di delirio e stupidità siamo arrivati. Ma è un’esperta e per giunta donna, quindi attenti all’ironia che potrebbe configurarsi come un caso di molestia. Però anche  la J.P. Morgan ha profetizzato una tempesta finanziaria, cosa che di certo non farebbe se non ci fosse Trump, mentre, nel frattempo, si diffondeva la notizia che proprio questa specie di potentato bancario è stato colto con le mani nel barattolo dell’immonda marmellata di questi anni: si è scoperto che è stata la grande protettrice di Epstein. Sì ci vorrebbe un Bosch o Bruegel padre per dare un quadro d’insieme di questo vaso di Pandora che s’infrange.  E per spiegare come in questa cittadina svizzera si sia parlato di come commercializzare l’orrore di Gaza. Carnevale sì, però macabro e ridicolo insieme.

Ma ancora di più ci vorrebbe Karl Kraus, uno scrittore satirico feroce contro il sionismo, pur essendo di origine ebraica, non tanto per descrivere la crisi del neoliberismo e del suo alter ego, ovvero il globalismo, che si è squadernato a Davos, quanto la irriconoscibile e grottesca descrizione che ne fa l’informazione padronale, tutta tesa a contraddire ogni segno di dissoluzione del mondo a cui partecipa e che la tiene in vita con un respiratore di dollari ed euro. Tanto per fare un esempio, The Donald propone una sorta di collaborazione con la Russia sullo sfruttamento dell’Artico, una volta che si sarà pappato la Groenlandia, mentre giornali e televisioni dicono che il presidente americano ha dovuto cedere di fronte alla compattezza degli europei sulla questione dell’isola. Non è nemmeno tanto una menzogna, quanto il tentativo di ignorare i termini del problema, di rifiutare le cose come stanno, di dirsi qualcosa per tirarsi un po’ su. E tutto questa soddisfazione nasce incredibilmente dal fatto che Trump ha detto che non avrebbe fatto alla Groenlandia ciò che ha fatto col Venezuela. Ecco quale sarebbe il motivo di giubilo. Tuttavia in realtà non c’è stata nessuna compattezza: la Germania ha ritirato quei quattro gatti che aveva mandato sull’isola, altri Paesi come l’Italia non sono pervenuti, altri si sono limitati alle parole, esponendosi al narcisismo trumpiano. Ma i fatti sono altri: intanto esiste già tra la Danimarca e gli Usa un trattato che permette a questi ultimi il libero accesso all’isola e le trattative non faranno altro che ampliare questa possibilità. La cosa sostanziale è però un altra: che né gli europei, né gli americani hanno strutture, tecnologie e navi per sfruttare le risorse groenlandesi che non sono sulla terraferma, ma sotto la dorsale artica sottomarina, mentre la Russia possiede in effetti la chiave dell’Artico. Dunque non c’è storia: con le buone o con le cattive l’Europa sarà fuori perché Washington non ha scelta, deve necessariamente trattare con i russi, cosa che gli europei non vogliono fare per baciare il sedere di Zelensky.  Siamo insomma alle solite. E questa realtà spinge gli americani – dire Trump sarebbe eccessivo, perché l’uomo certamente non sta bene, ma è comunque espressione di tutto un mondo che gli sta dietro –  anche a ipotizzare la fine del G7 per creare un G5, con la Russia, la Cina, l’India e il Giappone.

Allo stesso modo la Nato ha perso di senso: non lo aveva dopo la fine della guerra fredda e adesso è chiaramente diventato uno strumento per la deindustrializzazione europea: la pervicacia con cui i pesci piccoli dell’Alleanza si oppongono alle prospettive concrete di pace è uno spettacolo di totale delirio. Vogliono una tregua incondizionata, che la Russia di certo non intende concedere perché sta vincendo e non perdendo, cosa di cui non intendono convincersi gli ultimi giapponesi nella giungla e  dopo questa cosa impossibile, vorrebbero presidiare i confini della parte di Ucraina rimasta. Ma sono i particolari  che svelano il trucco di questi dozzinali prestigiatori: l’Europa, dopo aver versato a Zelensky, in questi anni, più o meno 200 miliardi di euro, molti dei quali sono finiti nei paradisi fiscali, in ville e cessi d’oro, non ha i soldi per sostenere ancora questo sforzo e tantomeno ne avrà per un’eventuale ricostruzione che ormai si calcola nell’ordine dei mille miliardi. Non può vincere, però neanche tirarsi indietro e si lascia prendere a pesci in faccia da Zelensky in vece di dargli un calcio nel sedere. Tuttavia non ha nemmeno la possibilità di fare ciò che propone: l’eventuale forza di interposizione in Ucraina, sarebbe formata da appena 20 mila uomini, di fatto una cifra inferiore ai mercenari che durante tutto il conflitto hanno appoggiato le forze ucraine e che sono stati continuamente  rimpinguati per sostituire le perdite e le fughe. Non si rendono nemmeno più conto del ridicolo che attirano su di sé.

Insomma non solo l’incontro rituale di Davos, ormai considerato come fosse un conclave, ha testimoniato la dissoluzione di un mondo, ma le cronache autorizzate dell’evento sono la patetica dimostrazione di come si cerchi di puntellare un edificio diroccato, mentre cadono i mattoni. E come ha detto Pepe Escobar le famose potenze medie evocate come ultima spiaggia del globalismo dal primo ministro canadese, sempre a Davos, non si sono accorte di non essere più a tavola, ma nel menù.