Per fortuna che ci si diverte: l’estate porta con sé quello svaporamento che rende visibile il becerume e la cialtroneria del discorso pubblico ad ogni livello, la povertà disarmante delle analisi, l’occasionalità dei giudizi. Mentre solo una piccola parte di italiani, della quale non fanno parte molti commentatori, compresi quelli antagonisti, comincia a capire che i dazi non vengono pagati dalle aziende esportatrici, ma da quelle importatrici, è esplosa la querelle delle spiagge vuote, quasi come la testa di chi ne parla sotto gli ombrelloni gourmet di Capalbio o di qualsiasi altro scenario della politica che, almeno in questo periodo riesce ad esprimere la sua vera natura contemporanea, ovvero quella balneare. Siamo circondati dai maestrini Manzi che spiegano sussiegosamente l’ovvio, salvo poi perdersi dietro le curiosità ancillari e sviare così il discorso. La Stampa (ma è solo un esempio), giornale edito a Langley, in Virginia e trasposto in italiano con google traduttore, ci spiega l’arcano delle spiagge vuote con un ragionamento che ci spalanca un mondo: “Se da un lato c’è chi non può più permettersi i 50 euro al giorno per l’ombra in riva al mare, dall’altro soggiornare una settimana ad agosto in Italia, che sia un hotel prestigioso, uno chalet di charme in montagna o una villa con una splendida vista sul mare, può arrivare a costare cifre astronomiche”. E come mai? “C’è una clientela che si può permettere questi prezzi”. Già davvero sorprendente, monsieur de La Palice non era nessuno al confronto (vedi nota).

In quella redazione c’è chi ha scoperto il catastrofico divario sociale che si sta aprendo, pur lavorando per un quotidiano che condivide questa visione sociale: non avrai ombrelloni e sarai felice. Così come altri prenditori per i fondelli ci spiegano che la gente non va più al mare a causa del cambiamento climatico. Strano, sono stato in Grecia nel ’79, ci furono 49 gradi per parecchi giorni e tutta la gente era al mare per trovare sollievo. Davvero anche l’idiozia ha i suoi eroi. E i suoi pervertiti: le alte tariffe per l’attrezzatura da spiaggia sono una ghiotta occasione per elevare salmi alla Ue che ci rimprovera perché le concessioni sono affidate per troppo tempo agli stessi soggetti e che ci vogliono invece gare frequenti. Sarebbe questo il motivo dei prezzi alti, anche se come ragionamento non ha senso, visto che comunque esiste la concorrenza tra piccoli privati. La Ue in realtà bacchetta perché vuole solo sloggiare i gestori italiani dalle spiagge e insediare quelli multinazionali che sono ovviamente in grado di aggiudicarsi ogni gara e poi dare vita a monopoli, come sta già accadendo per gli alberghi: ormai una consistente fetta degli utili del turismo vola altrove.

Comunque una volta sviata l’attenzione dai poveracci e rifocalizzato il tutto sui luoghi, gli alberghi e le dimore più costose, compresi i rooftop, ovvero gli attici, ma che sono talmente fighi da non poter essere nemmeno nominati in italiano, il discorso si ferma lì, pronto ad essere gettato nel cestino, dopo essere passato dai tavolini delle parruccherie. Invece la caduta del turismo che è una delle voci importanti della nostra economia, ancorché sempre più investito da aggressioni estere e da nuance cubane locali, mostra quale sia davvero la nostra situazione. Il secondo trimestre ha visto un Pil nominale del – 0,1% quindi molto al di sotto delle previsioni e un terzo trimestre fallimentare sarebbe un colpo mortale alle illusioni di crescita che vengono coltivate più che altro come rituale apotropaico. Qui però bisogna fare chiarezza, il Pil nominale non tiene conto dell’inflazione e quindi tutti i segni + sono in realtà ingannevoli anche al netto delle manipolazioni che vengono fatte sulle statistiche economiche. Se poi si tiene conto che quel poco di Pil nominale raggranellato comprende i soldi del Pnrr che fra un po’ bisognerà restituire, ovviamente con gli interessi, abbiamo il quadro completo.

Ecco di cosa si dovrebbe parlare ed è la medesima ragione per cui non se ne parla.

Nota In realtà Jacques de La Palice fu un grande uomo d’armi che arrivò ad essere Maresciallo di Francia e non è per nulla responsabile dell’aggettivo lapalissiano. Dopo essere stato preso prigioniero dal capitano Castaldi all’assedio di Pavia nel 1525, venne poi assassinato da un ufficiale spagnolo con un colpo di archibugio. I suoi uomini inventarono un epitaffio che diceva: Ci-gît Monsieur de La Palice. Si il n’était pas mort, il ferait encore envie. Qui giace Monsieur de La Palice, se non fosse morto farebbe ancora invidia. Col tempo, visto che F e S avevano una grafia molto simile, il ferait venne letto il serait. A questo punto envie, cioè invidia, non avrebbe avuto senso e così si trasformò in en vie, cioè in vita. Se non fosse morto sarebbe ancora in vita. Purtroppo nelle redazioni non ci sono più archibugieri spagnoli.