Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte le motivazioni all’origine di certe decisioni sono semplici, primitive, apotropaiche.

Si potrebbe spiegare così una delle due candidature di Draghi per il vertice della Rai: chi più di una che di nome fa Soldi può garantire la definitiva conversione dell’ente da servizio pubblico a azienda con la mission di fare profitti e reddito? Che per giunta è una donna, a garantire la continuità di genere con la più nota patronessa, madame Moratti, il cui  piano di bilancio presentato nel 1994 prevedeva un “risanamento” basato su incentivi all’esodo dei dipendenti in eccesso, sul recupero dei crediti e sulla creazione di un fondo immobiliare.

Troppo bello sarebbe che a influenzare la scelta degli austeri contabili incaricati di curare il fallimento dell’Italia ancora “pubblica” sia stato il malizioso pettegolezzo riportato da Libero: la partecipazione azionaria, si pure esigua, della brillante manager nata in terra renziana, ma cresciuta a Londra, in Mysecretcase, portale web che si occupa della vendita di gadget da alcova, gingilli sexy, cito dal quotidiano “come il succhia clitoride e il “pompa pene”, oppure il moderno vibratore wireless”, meraviglioso prodotto della rivoluzione tecnologica  capace di “attivare il partner  anche a distanza come un robottino”.

Macchè, invece a parte il nome omen, i due candidati al CdA del servizio pubblico sono l’incarnazione perfetta dei funzionari addetti alla privatizzazione ideologica e culturale del Paese secondo il “draghipensiero”, ammesso che possa essere ricondotto a un’attività di elaborazione razionale e ideale l’insieme di teoremi, algoritmi e paradigmi che ispirano l’attività di questi banchieri del diavolo incaricati di rovistare, spalare e moltiplicare il suo sterco.

Basta guardare al loro cursus studiorum coerente con la convinzione che la laurea deve essere un investimento per aggiudicarsi una carriera nell’oligarchia: laureato  in Scienze Statistiche ed Economiche  Carlo Fuortes,  laurea in Economia presso la London School of Economics e Master in Business Administration presso INSEAD, Francia, la Soldi.

Ma meglio ancora fa testo il loro curriculum: Marinella Soldi, attualmente nella Fondazione Vodafone dopo un’esperienza decennale in Discovery come Ceo del network nel distretto Southern Europe, ha avviato la propria carriera in McKinsey Company,  come consulente strategico per poi fondare nel 2000 la Soldi Coaching, società di leadership coaching nei settori della tecnologia e dei media. È stata CEO di Discovery Network Southern Europe (per i Paesi Italia, Spagna, Portogallo e Francia) per 10 anni, ricoprendo ruoli dirigenziali per cinque anni presso MTV Networks Europe, SVP Strategic Development a Londra e GM, e per MTV Italia a Milano. Si parla quindi di una esperienza di management e marketing nel settore dei media dello spettacolo e dell’intrattenimento.

Il decorato con la Legion d’Onore francese,  Carlo Fuortes vanta invece un curriculum di “operatore culturale” di quelli che facevano dire a  Berlusconi che la “sinistra aveva occupato tutti i posti” in stabili, teatri dell’opera, musei, biblioteche: Direttore Generale del Palazzo delle Esposizioni e delle Scuderie del Quirinale di Roma dal 2002 al 2003, quando, fino  al 2015, ha coperto l’incarico di  Amministratore delegato della Fondazione Musica per Roma, gestendo l’Auditorium Parco della Musica, poi consigliere d’amministrazione del Teatro di Roma dal 1998 al 2001, nonché Consigliere di Amministrazione della Fondazione Cinema per Roma dal 2007 al 2011, e dall’aprile 2016  all’ottobre 2017,  Commissario Straordinario della Fondazione Arena di Verona.

E difatti è noto per essere famiglio caro al cuore di Veltroni, protetto fino all’esagerazione dall’imperituro ministro Franceschini, che non sa più che contesto scegliere per valorizzarne talento e meriti, sui quali solo i maligni possono sollevare obiezioni a guardare indietro ai programmi e alle  performance dell’Auditorium che non ha mai riempito davvero il vuoto di una offerta musicale cittadina poliedrica, ha dovuto far cassetta affittando gli spazi a improbabili esposizioni di prodotti made in Italy alla stregua di un emporio di Farinetti, propone tuttora nel migliore dei casi i programmi di musica colta che caratterizzavano Santa Cecilia, riduce l’offerta di  musica contemporanea agli affermati e accettati malgrado una certa idiosincrasia tutta italiana per il post-dodecafonico, tralasciando qualsiasi forma di scouting (non a caso ricorro al gergo caro ai due candidati) di  nuove esperienze.

E dire che mai come adesso ci servirebbe un servizio pubblico davvero,  che non faccia retrocedere la realtà a fiction, l’informazione a erogazione di comunicati ufficiali, l’intrattenimento a imitazione dei bei tempi di Drive In o del Bagaglino. Ci servirebbe una Rai che non parli di lavoro solo attraverso i dialoghi degli sceneggiati sui santini del sindacato e dell’imprenditoria illuminata, che  informi sulla ricerca e sulla scienza non solo acquistando e somministrando i documentari made in Usa o organizzando i salottini delle autorità in grazia dell’esecutivo, e dunque di BigPharma. Mai come adesso occorrerebbe una comunicazione di servizio e non al servizio dei poteri, che accoglie e censura a intermittenza gli influencer convocati per far da facciata giovanilistica e pluralista e post-rottamatrice  al manuale Cencelli in forza anche alle canzonette.

Inutile sperarci, ormai l’unico manifesto in attività è quello del pensiero unico intorno al quale i padroni si sono uniti ottenendo il trionfo negato agli sfruttati. Così la più preoccupata per l’arrivo dei due e in particolare di Fuortes è la Bergonzoni, che teme che il progressismo che solo lei e pochi altri definiscono di “sinistra”, tolga spazio alla destra conclamata e rivendicata, con una avidità, una ferocia e una prepotenza superiore.

E ha ragione a temere la concorrenza,  basta pensare ai risultati di Blair, Clinton, a quelli di scala di Renzi, Letta, Gentiloni: disuguaglianze crescenti, blocco della mobilità sociale e promozione della precarietà, fine della scuola e dell’università pubbliche, rimpiazzate da una formazione riservata alle élite, costi sempre più elevati e qualità sempre decrescente dei servizi pubblici per favorirne l’aziendalizzazione e la privatizzazione, deregolamentazione e legittimazione del controllo sociale, per sapere in anticipo come la Rai trasmetterà a reti unificate lo spettacolo del Grande Reset.