Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta nelle redazioni dei quotidiani c’erano delle cassettine piene di frattaglie delle agenzie con indagini, ricerche,  notizie rosa, che restavano a languire fino al 3 gennaio, al 17 agosto, quando le pagine reclamavano un po’ di trippa come riempitivo dopo l’arrivo del generale Inverno e l’invasione di meduse al largo di Rimini.

Era allora che  venivano buone le statistiche su quanta immondizia producono i cittadini di Milano   o quelli di Città del Messico e quanti sorci spettano di diritto a un romano.

E sulle pagine economiche non poteva mancare l’entità di debito pubblico che pesa già dalla nascita sulla testolina di ogni neonato, con l’immancabile corollario: spendiamo  e abbiamo speso troppo, al di sopra delle nostre possibilità. E poi a seguire: se non interviene ognuno, razionalizzando consumi e accesso ai servizi sociali, i mercati finanziari ci puniranno facendolo lievitare, portandoci a un fallimento a carico delle generazioni future costrette a pagare per i nostri dissipati eccessi.

Fin dagli albori della conversione aberrante della oculata gestione in austerità, fin dai tempi di La Malfa che come altri, andava in giro per l’Europa a agitare gli spettri della rovina meritata di un Paese pigro, indolente e spendaccione senza né arte né parte, il mantra viene ripetuto per giustificare soppressione di diritti, esproprio di sovranità necessario per mettere in riga assetti democratici troppo permissivi,  riduzione della spesa pubblica “sperperata” in istruzione, assistenza sanitaria, servizi, ammortizzatori. E di solito si accompagna allo spericolato e sfrontato paragone tra la gestione della spesa dello Stato e quella delle famiglie, usato da satrapi crudeli e manutengoli sfacciati della superpotenza che ci impone restrizioni e penitenza in cambio di obbedienza cieca e assoluta ai paradigmi euroatlantici, comprensivi di spese di guerra e in armamenti, quelle sì, indispensabili per la manutenzione di pace, sicurezza e della partecipazione a qualche colpaccio coloniale.

È un sistema che funziona sempre,  perché più il ceto dirigente è autoritario e arbitrario,  più ha bisogno di contare sulla “oggettività” pratica delle crisi e della scarsità, per legittimare l’obbligatorio assoggettamento a vincoli esterni, l’imposizione di criteri e misure vessatorie e di politiche recessive, combinando i loro interessi affaristici con i messaggi moralistici della loro  “pedagogia” educativa del popolo bue e sciupone.

Per questo è opportuno non fidarsi dell’invito all’ottimismo e all’entusiasmo per la ripresa, che dovrebbe servire a rimuovere il ricordo  della rovinosa gestione della pandemia che ha fatto dell’Italia uno dei cinque paesi al mondo con il maggior numero di morti sulla popolazione, in ossequio alla  pretesa di Confindustria di tenere tutto aperto a qualsiasi costo, facendo della regione più industrializzata e che aveva maggiormente tagliato le risorse della sanità pubblica, il battistrada del contrasto all’epidemia estendendo a  tutto il Paese insensate limitazioni, scegliendo di privare la collettività di ogni forma di medicina preventiva e territoriale, con la conseguente esclusione di ogni terapia che non consistesse nel ricovero prima e nel vaccino poi.

E non solo perché comporta lacrime e sangue in tema di diritti, garanzie, legalità, grazie alla violenta eliminazione di “lacci e  lacciuoli”, alla dichiarata complicità dei sindacati che “abbozzano” perfino sulla sospensione del blocco dei licenziamenti, all’istituzione di un regime per gli appalti al massimo ribasso, che si tradurrà nella generalizzata sottoscrizione da parte di personale ricattato e intimorito, di contratti di comodo, quelli che servono nel dividere ancora di più i lavoratori tra “dipendenti” di aziende più o meno strutturate e “ aggiudicati”, quelli della serie B dei sub appaltati.

Ma perché a dispetto della benevola e promettente distinzione operata da Draghi poco prima di impugnare la scure del boia,  il debito per i suoi padroni e mandanti è sempre cattivo, se serve a investire in ammortizzatori, scuola pubblica, sanità, servizi sociali, Welfare, tutela del territorio e del patrimonio artistico e culturale, e può essere buono se invece è un doveroso obbligo per assistere multinazionali che vogliono occupare la nostra dissanguata economia togliendo ossigeno all’ormai obsoleto sistema produttivo, in modo da comprare a poco prezzo o cancellare dal mercato concorrenti locali.

E difatti, come ha anticipato Gentiloni, è vero che – si direbbe malauguratamente, in quanto si tratta di una indulgenza diseducativa –    il Patto di Stabilità è sospeso fino al 2022, ma non saremo certo autorizzati a spendere e spandere i miliardi del bottino del Recovery, se non metteremo già adesso mano agli implacabili  tagli di bilancio che bisognerà effettuare  dal 2023, per rispettare i parametri del  Fiscal Compact, il caposaldo dell’austerità europea.

Ancora una volta è inutile sperare che il capitalismo muoia per eutanasia, suicidandosi alla prova dei fatti del buonsenso che dovrebbe caratterizzare i governi come i buoni padri di famiglia, sapendo che  il debito pubblico è cresciuto da oltre cinquant’anni, malgrado  ogni governo abbia provveduto a tagliare la spesa pubblica con politiche regressive che hanno penalizzato lavoratori, cittadini, piccole e medie imprese, opportunità di innovazione e bisogni di sicurezza, salvaguardia dell’ambiente e della salute, perché anche un amministratore di condominio avveduto sa  che le restrizioni e la sforbiciate sociano in una riduzione delle risorse da impegnare in produzioni competitive e dunque in corrispondenti consumi, in una dequalificazione dei servizi e quindi in un abbassamento degli standard di civiltà e di crescita.

Ormai siamo vittime di tossici che proprio non vogliono antidoti per i veleni che assumono e che fanno circolare sotto forma di menzogne inconfutabili e incontrovertibili e che imporrebbero una Norimberga oltre che per i loro crimini sanitari, per i reati economici e sociali dei quali si sono macchiati: la disoccupazione si combatte licenziando,   per aumentare i posti di lavoro è necessario incrementare la flessibilità, bisogna incatenare il demone tentatore del debito pubblico, malgrado sappiamo, tanto per fare un esempio, che la crisi dei subprime del 2007 è derivata proprio da un eccesso di debito privato innescato dalla più infame delle promesse dei despoti liberisti: una casa per tutti senza aumento dei salari, grazie alla mobilitazione delle forze del male della speculazione.

Sarebbe ora davvero di diventare negazionisti,  impugnando le loro tesi, smentendo le loro promesse letali, quelle della elemosina avvelenata che dei 209 miliardi ce ne farà vedere al massimo 60 da impegnare in incentivi invece che in investimenti, disconoscendo le loro fatali e improrogabili necessità che fanno dire alla Fed che la sua pazienza ha un limite e che è obbligatorio un prossimo rialzo dei tassi.

E è il momento di mettere in pratica tecniche di autodifesa, contro i teorici, i sacerdoti e la manovalanza di una ideologia che ha distrutto l’esistenza di milioni di individui in Grecia, in Spagna, qui e oltre il Mediterraneo in terre di conquista e dominio per questi predatori, che hanno prodotto a raffica crisi su crisi, economiche, sociali, ambientali e sanitarie riuscendo a fare retrocedere geografie sviluppate in Terzi Mondi cui vengono negati – dopo che se li erano conquistati- acqua, foreste, beni e prodotti della terra, medicine e cure e una piccola quota di felicità cui abbiamo diritto.