Nell’ultimo anno si è scritto molto sul biopotere e sulla riduzione delle persone alla loro pura dimensione biologica, ma questa caduta antropologica non si è prodotta improvvisamente con la dose di terrore sparso attraverso  la cosiddetta pandemia, è stato invece un processo lento, un lungo scivolare su un piano inclinato di cui la maggior parte delle persone non ha avuto percezione. Eppure i segnali di un progressivo imbarbarimento, anzi di vera e propria riduzione alla primitività che ci sta portando a cedere alla tirannide  sanitaria  c’erano tutti, da quelli importanti come la scomparsa delle concezioni politiche sostituite da un’ipotetica correttezza conformistica, al precipitare nel terreno paludoso della banalità compiacente di tutte le forme espressive,  a quelli apparentemente marginali e risibili, ma interessanti come sintomo della malattia terminale di un mondo. Molti noi nell’infanzia sono stati sgridati per la tendenza a mangiare con la bocca aperta, ma oggi è tutta un’altra storia: da qualche anno molte trasmissioni che si occupano di cibo e sono davvero tante che è impossibile evitarle, offrono uno spettacolo pietoso e cannibalesco insieme, con gente che si ingozza e la videocamera che inquadra da vicino le mascelle mentre afferrano il cibo con la voluttà inconsapevole delle bestie feroci, le lingue che si protendono, le zanne – dire denti sarebbe davvero troppo civile – che frantumano, l’apparato boccale che ingoia, insomma un bon ton alla Hannibal Lecter. E’ pur vero che tutto questo deriva da analoghe trasmissioni americane dunque in arrivo dalla massima depressione di civiltà del mondo occidentale che sparge merda dovunque con i ventilatori alla Netflix, ma insomma vedere anche da noi il trucido panettiere che potrebbe essere un personaggio di Tarantino, sporco dell stesso sangue di pomodoro che azzanna come un licaone la pizza  o il cuochetto promosso a chef  amante di certe specialità colombiane non proprio culinarie, che va in ectasy di crunch è una sorta di documento antropologico.

Si può pensare che si tratti di un ritorno alla fase orale, di una regressione all’infanzia, ma gestita secondo i canoni di una bulimia e avidità senza freni che è l’allegoria dell’ “essere affamati” neoliberista, di un vero e proprio solipsismo  mascellare dal momento che non esiste nulla di più solitario del divorare senza più nessuna traccia di convivialità. Di certo non è questo l’ambito più importante nel quale si assiste a una simile sindrome, ma è quello più scoperto, più immediato. E poi nel caso dei cannibali da tv la cosa è particolarmente interessante perché non appena il cibo è finito, l’abito bestiale viene immediatamente dismesso e questi personaggi ricominciano a parlare di sale di questo o quell’indispensabile colore , del lievito madre che vive dal 600 avanti Cristo, del pepe fucsia di chissà quale buco di culo del mondo, della straordinaria erbetta che cresce nel giardino incantato degli acchiappacitrulli, tutti ingredienti senza i quali non si può nemmeno pensare di cucinare. Nel giro di un secondo si passa dalla iena nella savana che immerge il muso nel ventre della  preda, dal boccone pantagruelico, al salottino bene che forse è anche peggio, con tutto il “culinario corretto” del caso, ma senza alcuna traccia di sincerità e fantasia, cultura e ironia, si avverte soltanto il labile ordito delle frasi fatte.  Hide e Jekyll si alternano a favore di camera, l’avidità intera di un mondo appare per qualche secondo e poi scompare dietro il “conforme” che lo nasconde per poi riapparire alla prossima vivanda. E si capisce che viviamo ormai dentro un’infanzia forzata e senza innocenza.