Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono stati tempi radiosi nei quali si partecipava in diretta di fulgidi sposalizi con pronube raggianti, sposini emozionati, testimoni smaglianti, limousine lunghe appena pochi metri meno dello strascico, fiori, sorrisi, canti, e quei si o yes palpitanti di toccante commozione.

Ma il momento è grave e l’evento più appropriato da seguire in mondovisione si è rivelato essere un funerale reale, congruo con la fase storica che stiamo attraversando nella quale anche le esequie rievocano una socialità limitata quando non addirittura proibita, come è accaduta a migliaia di morti seppelliti senza onoranze e compianto e anche senza autopsia, in modo da aumentare l’alone di minaccia fatale e funesta contro la quale nulla possono l’amore e men che mai le autorità civili, militari e ecclesiastiche costrette a messali on demand a porte chiuse per pochi “eletti”.

Così oggi tutte le reti televisive pubbliche e private ha dischiuso le porte  della  St. George’s Chapel del castello di Windsor per la cerimonia di commpiato di Filippo di Edimburgo, officiata dall’arcivescovo di Canterbury, alla presenza di numero 30 teste e testoline coronate, più o meno scapestrate.   

A segnare ancora una volta la differenza insormontabile che separa noi comuni mortali dalle dinastie monarchiche o imprenditoriali e finanziarie, è stato sottolineato dai cronisti e commentatori impaginati dentro Fumo di Londra di Sordi, sarebbe la compostezza, l’autocontrollo che questi ceti superiori esercitano in tutte le occasioni, quella sobrietà nel governo delle emozioni e dei sentimenti frutto, pare di una formazione severa e di una educazione austera. Mentre noi plebaglia saremmo vittime di pulsioni, posseduti da passioni trucide e esuberanze bestiali, quando addirittura da impulsi che conducono a comportamenti trasgressivi e a un ribellismo deplorevole.

E difatti non si sa se dietro le mascherine ovviamente nere e la tesa del cappello di prammatica qualche lacrima abbia inumidito il ciglio della regina e dei parenti stretti del quasi centenario, obbligati per ragioni di etichetta a celarle così come qualcuno avrà dovuto nascondere per anni vergogne più cocenti per le intemperanze del principe consorte, tra una esplicita ammirazione per il nazismo, l’altrettanto ribrezzo per popolazioni inferiori e colorate, una certa inclinazione per la birra e per le battute salaci, che talvolta hanno fatto intravvedere una sia pur lontana affinità con  personaggi nostrani che hanno fatto delle gaffe la cifra della loro popolarità.

Bisogna ammettere che la televisione pubblica ha mutuato dalle reti private quella passione strapaesana per l’aristocrazia, per il censo, per la “nobiltà” anche quando si è adattata ai fasti del Billionaire  o di Arcore  e per gli scandali pruriginosi consumati tra gallerie degli specchi e  il finto rococò bordo piscina delle dimore sarde. E si capisce, tutto serve a far dimenticare per un po’ altri scandali, altri crimini, altri misfatti, altro sangue meno blu e altri lutti più “reali”..