Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono una donna fortunata, che ha potuto guadagnarsi il privilegio di astenersi dalla visione di programmi della Tv spazzatura e anche di quella edificante e redentiva. Quindi fino a ieri non sapevo chi fosse Stefano Massini, che pare sia una vera icona pop la cui reputazione letteraria è stata, ne ho appena presa contezza, dalle sue cronache dalla peste, purtroppo non boccaccesche perché l’ego esuberante non si premette sconfinamenti nei terreni che prevedono più attori sulla scena.

Appunto ieri invece ho scoperto che il noto scrittore di romanzi, sceneggiature e copioni (cito da Controcampus,  periodico d’informazione sull’istruzione.. e stiamo freschi se è uno dei più largamente diffusi) si è costituito come sdegnato testimonial (il suo motto pare sia:  «io vivo di irritazione, di indignazione, di battaglie») della vertenza aperta da un’atleta che ha fatto causa al Volley Pordenone per aver rescisso il suo contratto a causa di una gravidanza non denunciata.

L’immaginifico uomo di teatro (la sua vocazione si è sviluppata nel vivaio di Luca Ronconi), volendo dare alla sua invettiva la forma plastica di un happening, di un evento- non lieto purtroppo: la giovane pallavolista ha poi perso il bambino), di un icastico flash mob  da collocare  nelle scuole di immedesimazione della “fisiologia delle emozioni” (a lui Stanislawskij je spiccia casa si direbbe a Rom) ha messo la sua prolifica creatività al servizio della causa  della maternità consapevole e garantita da Welfare e stato di diritto presentandosi con una maglietta sotto la quale con plateale e grandioso  senso dello spettacolo ha infilato un cuscino, simulando di essere in stato interessante.

Di interessante, vox media, c’è il fatto che la cosa è piaciuta: non sappiamo se sia stato lui a dare lo spunto, fatto sta che altre atlete si sono presentate in campo col finto pancione, che la solidarietà, ispirata anche un articolo scandalizzato del New York Times, è stata espressa anche da sportivi maschi propnti a aderire alla campagna con l’hashtag #incinto,  folgorati dall’agnizione e dalla folgorante rivelazione  che l’Italia è un Paese mammone sì, ma non per mamme.

Mentre è di sicuro un Paese dove tutto fa spettacolo, il Covid con tanto di repertorio iconografico del prima e dopo quarantena, la presa di coscienza delle discriminazioni di genere, raffigurata come nei film di Hollywood con il Lui nei panni della bionda che combatte coi tacchi a spillo, o Cary Grant con la parrucca di coda di cavallo che fa la sposa di guerra in lotta con la burocrazia, le mestruazioni finalmente emancipate, in qualità di pennellata di Pollock al Moma, dagli stereotipi  domestici e coniugali sui malumori ciclici.

Che per perorare una causa, mascherine, distanziamento, vaccini, ha sempre bisogno dei mediocri esponente del nostro star system di provincia, selezionati tra culialcaldo, possessori di calde case, calde piscine,  dove il confinamento diventa un gradito relax da interrompere con esternazioni su Youtube, che per mettere a posto la sua falsa coscienza deve per forza esprimere il suo spirito di carità tramite donazione molto propagandata  al posto della solidarietà, che cerca dei leader cui accodarsi, imitare e pure invidiare tra quelli che consolidano la loro popolarità disprezzando gli stessi fan dediti al culto della loro personalità, quindi dichiaratamente inferiori socialmente e culturalmente se aspirano a iscriversi nei circoli che ammettono gente come loro.  

 Ormai anche l’indignazione è disuguale, in regime di monopolio di chi può permettersi  di farne oggetto di pubblico scandalo grazie alla visibilità ben pagata di tribune e tribunali popolari, di modo che sia l’influencer il prodotto più appetibile e commercializzabile grazie alle merci che indossa, a quello che mangia, a quello che consuma, si tratti di Botticelli, del vaccino cui si sottopone o dell’ecografia del nascituro, custode dell’obbligo di “propaganda” di ogni suo atto e di ogni scelta “spontanea” con tanto di cartellino del prezzo, “riproduzione” compresa,  in qualità di spot della maternità, quella garantita e protetta se prevede la trasmissione di status e valori propri della clientela  più esclusiva.

Dovrebbe cominciare l’atleta penalizzata a incazzarsi per la conversione in “macchietta”  della sua rivendicazione grazie all’inanellato sponsor indignato un tanto al metro, così “schifato” da prendersela anche con sintassi e consecutio e da sfidare le leggi della natura, manco fosse affetto da invidia dell’utero, e quelle del buon gusto e del ridicolo.

Ma dovrebbero incazzarsi tutte quelle che sanno come e più di lei, che fare figli è un privilegio accordato a pochi, che il diritto conquistato da alcuni di “sposarsi” secondo le leggi dello Stato contrasta con la fine dello stato sociale e di diritto che nega un tetto, un lavoro e redditi che permettono una vita dignitosa, che alle generazioni future è già negato l’accesso all’istruzione pubblica, che la demolizione del sistema sanitario ha trasformato il parto in un rischio prevedibile, la diagnostica in una opportunità offerta a chi può pagarsela, che anche se è diventata illegale continua la pratica di sottoscrivere con i contratti già anomali postille che garantiscono che la lavoratrice non voglia “procreare”, nemmeno in nome della lotta al meticciato, che il cottimo e il part time concesso alle donne in modo che combinino lavoro e lavoro domestico è una forma di sfruttamento vergognoso e non una conquista.

Facciamo un’opera buona per salvarlo dal ridicolo, avvertendo il maturo enfant prodige della drammaturgia che la provocazione non è accorgersi una tantum di un oltraggio e farci su un selfie.