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Erasmus, elogio dell’idiozia

erasmAnna Lombroso per il Simplicissimus

Rimbocchiamoci le pinne!”. Anche solo per questo appello all’ittica attiva, le sardine meriterebbero di essere collocate in un cono d’ombra, la punizione più severa per loro come per il loro nemico n.1, il Male Assoluto, uniti come sono dalla stessa bulimia presenzialista.

Ma a volte parlare di loro è irresistibile e pure doveroso. Grazie a un’attenzione che copre l’arco costituzionale, stando a cuore a poteri forti dei quali sono evidente emanazione, godendo della simpatia di Soros e dei Benetton, ricevuti da ministri, vezzeggiati unanimemente dalla stampa ufficiale, oggetto del delirio passionale di pensatori e intellettuali navigati ridotti al ruolo di Humbert Humbert soggiogati dalla loro “innocenza” che si augurano possa farli galleggiare ancora un po’ seguendo le correnti modaiole, proprio come un movimento politico della contemporaneità dopo l’eclissi della democrazie e della partecipazione, dimostrano il medesimo disinteresse per il consenso e la stessa indifferenza per i bisogni della gente.

Gente, plebe,  massa, che come è noto serviva a portare acqua al loro candidato e al loro partito di riferimento (il Pd  “quello più vicino e affine”) e che adesso può restarsene a casa, lasciare deserte le piazze presidiate dalle forse dell’ordine con la mano di ferro grazie alla permanenza di leggi di sicurezza: vedi mai che ci vada qualche lavoratore incazzato, qualche antagonista anti sistema, qualche insorto anti-Tav settantenne.

È per quello, per la certezza che  è stata loro concessa di essere intangibili, intoccabili come dei santini lavacoscienza dai persuasori del politicamente corretto, che possono sparare cazzate un giorno si e l’altro pure.

L’ultima, una delle più invereconde, consiste nella proposta che hanno recato come viatico ai ministri che li hanno ricevuti con la benevola attenzione che un preside riserva agli alunni leccaculo, rampolli dei papà che pagano di tasca loro quei valori aggiunti che fanno più appetibili gli istituti dove non esiste quella rischiosa mescolanza di ceti sociali, quella, cito, di “ inaugurare una nuova stagione di politica sardina che passa dalla contaminazione tra Nord e Sud, tra giovani e pensionati, tra cittadinanza e politica …. che trasformi il Sud e tutta Italia in un acquario da riempire invece che in un bacino condannato a svuotarsi”.

E come? Ma è facile, ripristinando “fin dall’Università una sorta di Erasmus tra regioni del Sud e del Nord. Perché un napoletano non può farsi sei mesi al Politecnico di Torino e un torinese sei mesi a Napoli o a Palermo per studiare archeologia, arte, cultura o diritto?”.

Ora a nessuno sfugge che cosa sia Erasmus, perché abbia avuto tanta presa nell’immaginario di una classe agiata retrocessa per via dell’erosione di sicurezze, garanzie, beni, che si sente impegnata a pagare la colpa insinuata dal pensiero mainstream di aver dissipato, di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità, di non avre saputo riservare alle generazioni future il benessere immeritato di cui hanno approfittato. Si sa che è un sacrificio e una condanna, ma anche uno status symbol e un obbligo sociale che si paga in cambio dell’appartenenza a un ceto superiore per conservare intatto il mito dei patti generazionali che la cultura e l’ideologia liberista ha invece fatto rompere per sempre.

Non a caso in occasione della Brexit a sottolineare la barbarie prevedibile nella quale sarebbe precipitata la perfida Albione c’era anche la possibilità che la Gran Bretagna uscisse dalla rete del progetto europeo, che da sempre ha l’obiettivo di consolidare una concezione della collaborazione e cooperazione colturale tarata sugli standard della Nato e della colonia europea dell’impero del male in modo da sostituire l’internazionalismo con il cosmopolitismo turistico. E infatti quanti genitori si sono indebitati (sfido chiunque sia pure sobrio come di volevano Fornero, Monti, Cancellieri a mantenere un figlio in Germania, Francia, Spagna con una borsa mensile di 250 euro) per regalare ai figli il loro sogno di qualche mese di manca, sbronze e sesso esotico, magari secondo il modello sardine:  “Salvini è un erotico tamarro e noi proponiamo un modello erotico romantico”, in collocazioni che ricordano loro l’atmosfera dei college americano dove i delfini del ceto abbiente si godono un parcheggio dorato in attesa di proseguire poi col loro bullismo a Wall Street o in qualche impresa di esportazione di democrazia.

Ecco, deve essere questa la chiave con la quale interpretare la Weltanschauung dei leader delle Sardine, applicare su scala regionale il volonteroso intento di portare e far provare al Mezzogiorno la bellezza dell’export-import di ideologia e pratica della crescita, del dinamismo laborioso di località e popolazioni che vantano primati di evasione fiscale, consumo di suolo, corruzione, speculazione, inquinamento anche sottoforma di conferimento al Sud di veleni. E al tempo stesso di favorire l’incremento della vocazione turistica di posti che non hanno e non meritano altro che diventare parchi tematici e disneyland nostrane, avendo mostrato l’inettitudine perfino a farsi sfruttare dal padronato interno e esterno, sottraendosi come  a Taranto all’obbligo civico di ammalarsi per conservarsi il posto e di essere sottopagati per conquistarsi il salario.

Non stupisce, in fondo le sardine sono state create per dare appoggio a una regione schierata in prima fila a favore dell’autonomia differenziata, alla stregua di Veneto e della Lombardia, legittimandola e rafforzando la retorica della disuguaglianza tra Nord e Sud come effetto incontrastabile di una legge naturale, riportando alle origini la cosiddetta questione meridionale ed il tema del dualismo e delle due velocità di un Paese troppo lungo, con le terre sotto il confine del sacro fiume affette da un ritardo antropologico e che beneficiano del contributo generoso delle ricadute dello sviluppo di quelle del Nord, prospere e dinamiche ormai logorate dall’obbligo di fare l’elemosina  a un Mezzogiorno borbonico, arretrato, indolente e spendaccione.

È in nome del riscatto che ispira secessione dei ricchi che parlano e agiscono la Lega di Bossi,  Maroni, Salvini e Zaia e di Bonaccini e di chi l’ha votato con l’ambivalenza equivoca di interessi sostenuti da un impianto ideologico divisivo e feroce, di un sovranismo regionale che sogna l’annessione alle province carolinge dell’impero, mentre giù in basso altre geografie vengono giustamente spinte verso l’Africa, verso la subalternità che meritano al servizio del turismo e dello sfruttamento coloniale di risorse, paesaggio, beni artistici.

E infatti possiamo immaginarcela questa scrematura della bella gioventù, che conosce il Sud attraverso i film con Bisio, le storie d’amore nei trulli, dove si realizzano le fortune di startup dell’accoglienza, al suono di mandolini, mentre si intrecciano carole e tarantelle, e in grandi cucine industriose si friggono melanzane e si fa la conserva di pummarola.

Peccato che il loro pensiero sia poi lo stesso di quelli che sul piatto di spaghetti vedevano la pistola fumante, condanna morale e sociale perpetua a essere inferiori, poveri e dunque criminali.


Il candidato Nessuno

civAnna Lombroso per il Simplicissimus

In previsione delle future scadenze elettorali circolano in rete, oltre che sui quotidiani,  appelli al voto a sostegno di candidati che incontrano il favore di quella virtuosa società civile che vuole contrastare la cattiva politica, i suoi vizi e la sua barbara comunicazione, proponendo icone gradite all’ideologia del politicamente corretto per indole mite e garbata o per l’appartenenza di genere, purchè naturalmente queste loro qualità siano quelle che dimostrano l’adesione e la fidelizzazione all’establishment, rassicurato e reso ancor più vigoroso dalla vittoria di Bonaccini in Emilia Romagna.

Ne ho sott’occhio una, quella, eccellente per molti motivi, di Ferruccio Sansa in Liguria, aggraziata allegoria della coalizione governativa declinata su scala, in quanto appoggiata, pare,  dal Partito Democratico in temporanea associazione di impresa – augurandosi che non sia di pompe funebri, con  il Movimento 5 Stelle, “per assestare un duro colpo nel cuore del Nord al Centrodestra e soprattutto alla Lega di Matteo Salvini” come scrivono in questi giorni le cronache politiche. Tanto che le solite fonti accreditate citano un sondaggio che darebbe il fronte Pd-M5S più altri partiti come Leu/Mdp e Verdi, a distanza di un solo punto rispetto a quello di Lega-Fratelli d’Italia-Forza Italia, guidato dal  presidente uscente Toti, che malgrado le performance negative sarebbe ancora favorito.

Sansa sta riscuotendo il caldo appoggio di quelle personalità che ormai servono a ravvivare un po’ l’elenco delle firme in calce agli appelli degli intellettuali organici, cantanti e attori, filosofi e sociologi del pensiero debole e del presenzialismo forte, vignettisti e comici. E in effetti il giornalista del Fatto ha tutti i numeri per piacere alla gente che piace: ed è anche noto anche al pubblico televisivo per avere anticipato l’ideologia delle sardine opponendo negli anni un certo garbo agli attacchi virulenti di figuri aggressivi, da Gasparri a Rondolino e alla Santanchè. Ma anche  per essersi fatto interprete e portatore di begli affetti familiari cari allo schieramento dell’Amore, difendendo la figura del padre, Adriano, magistrato e ex sindaco di Genova, cui sono state attribuite, probabilmente  non a torto, responsabilità politiche e amministrative  per la “decadenza” della  Superba, anche da irriducibili marpioni quali Burlando, noto più per aver percorso contromano un tratto autostradale che per le sue imprese di   governatore della Regione o per quelle di vice e poi primo cittadino del capoluogo, quando, lui vigente, si verificarono  due alluvioni catastrofiche e si consolidò il sacco della città grazie a operazioni immobiliari speculative.

Secondo poi una tradizione che riguarda proprio quelle geografie potrebbe contribuire al successo della candidatura anche la sua personalità incolore, almeno quanto lo era e lo è quella dei predecessori di tutto l’arco costituzionale, sia in regione che nel comune, a conferma di quei caratteri etnici contrassegnati da dimessa modestia e poca appariscenza.

E chi meglio di facce poco distinguibili, temperamenti educatamente scialbi potrebbe dare  il senso del contrasto e della dissonanza  con i versi belluini del pericolo numero 1, con i suoi suoni inarticolati e la sua violenza ferina? Infatti mica servono più competenza, esperienza, conoscenza dei problemi, accertata capacità di gestione della macchina amministrativa. Non si guarda più nemmeno alle prestazioni date nel passato di primi mandati e meno che mai agli scarni programmi per il domani, perché quello che conta è la rivendicazione e l’accreditamento nella funzione di simulacro contro il feroce spauracchio, il gran maleducato, il rumoroso e sgradevole ospite che si è imposto nella casa degli italiani, nessuno dei quali si direbbe l’abbia invitato e men che mai votato. Quello che conta è batterlo nella tornata elettorale, dare un segnale forte grazie alla cambiale della quale non si esige il pagamento ai diversamente Salvini (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/01/31/diversamente-salvini/) , quelli ammodo e cortesi in modo che con il consenso generale raggiungano gli stessi obiettivi della controparte battuta, si tratti della secessione regionale  che rompe l’unità nazionale, si tratti di grandi opere, si tratti delle cravatte imposte dal racket dell’Ue,  si tratti del salvataggio di banche criminali o di quello tramite prescrizione o immunità o regime di concessione perenne per imprenditori altrettanto criminali.

Il vero successo di tutte le formazioni partitiche presenti in parlamento, maggioranze e opposizioni, consiste nella permanenza di sistemi elettorali  che scoraggiano e inibiscono la partecipazione: l’elettore mette un segno, di solito contro,  sigillo notarile, voto di protesta o pretesa di innocenza, poi si chiama fuori per impotenza o abiura.

È appena successo in Emilia Romagna e succederà ancora, come dimostrano altri appelli e altre proposte, quelle che riguardano Venezia ad esempio per scegliere candidati che si oppongano all’impresentabile Brugnaro. E dove fa spicco la proposta di una donna, avvocatessa e capogruppo del Pd, che rappresenta esemplarmente tutti i valori combinati del politicamente corretto, del progressismo dei notabilati con un pizzico del vecchio e dimenticato Senonoraquando aggiornato dal Nonunadimeno, cui affidare  la sostituzione meccanica di un maschio rappresentante  del sistema, arrivato e arrivista, con una femmina rappresentante del sistema, arrivata se non ancora arrivista.  Si tratta, maschi o femmine, di un target  che non condivide più le condizioni materiali (livelli di reddito, qualità dei servizi sociali, luoghi di vita, livelli di mobilità sociale e fisica) né la cultura dei ceti e delle classi popolari, che disprezza per il loro linguaggio politicamente scorretto, accusandoli di xenofobia e razzismo, di ignoranza e qualunquismo, temuti e isolati perché personificano il rancore degli esclusi nei confronti delle èlite intermedie al servizio del sistema.

Sempre sulla stessa linea ha circolato la proposta di una compagine di signore tutte affermate professioniste, manager, docenti in vista,  in qualità di giunta rosa nell’amministrazione guidata da un prestigioso super partes, a garanzia che il sodalizio di tutte donne, appartenenti al ceto dirigente della città, quando non proprio apparatchik delle cerchie che comandano, voglia cancellare come per una magia le politiche seguite da giunte di centrosinistra prima e di Brugnaro poi, che ad onta delle etichette, non sono distinguibili: gentrificazione, Mose, svendita del patrimonio immobiliare, assoggettamento ai corsari delle Grandi Navi, consolidamento del destino turistico della Serenissima con l’espulsione delle attività tradizionali soppiantate dallo spaccio di prodotti tutti uguali a tutte le latitudini, conversione definitiva della Terraferma in territori senza vocazione e missione se non quella di servizio al baraccone della disneyland  lagunare.

Intanto è naufragata l’ipotesi della candidatura del rettore dell’Università di Venezia, scappato a gambe levate dopo aver misurato l’impossibilità di superare divisioni e presentarsi come rappresentante unitario del centro sinistra. È amabile e gentile come un verso gozzaniano, come un bozzetto goldoniano che ci sia qualcuno che pensa di interpretare e testimoniare la società civile che si definisce   di sinistra,  facendosi indicare dal Pd, la forza che meglio incarna il neoliberismo progressista, e che infatti, proponendo ipotesi irrealistiche e impraticabili,  porta acqua al suo candidato più affine, Brugnaro, impareggiabile esponente e portavoce dei poteri che comandano in città e incaricato della sua distruzione ormai inarrestabile e veloce.

Non si possono non rimpiangere dunque  le Tribune Elettorali con Jader Jacobelli, i corsivi di Fortebraccio, le liste del Pci con l’operaio, l’artigiano, il maestro in rappresentanza del popolo che ancora si chiamava così senza essere presi per populisti, la casalinga e la bracciante. No, la bracciante è meglio di no, a vedere la carriera della Bellanova.


Diversamente Salvini

banAnna Lombroso per il Simplicissimus

Siccome pare sia diventato un peccato mortale il disincanto e un vizio indecente il perseguimento della verità, tanto per non fare lo scettico blues che il mondo l’ha reso glacial, dopo le elezioni europee con conseguente autodetronizzazione del bruto all’Interno, mi sono imposta di stare  a guardare se davvero cominciava una nuova era di democrazia ritrovata, di civiltà, umanità e equità riconquistate.

In fondo bastava che i “vincitori” applicassero qualcuna delle misure indicate in campagna elettorale e ne sospendessero altre attribuite all’indegno governo giallo verde.

Bastava accontentare chi si aspettava un’altra Europa con la quale andare a trattativa, “alla pari” coi sussiegosi carolingi, conquistando comprensione e solidarietà per un Paese lasciato solo ad affrontare le immigrazioni, che paga il conto di catastrofi naturali e di crimini padronali, si tratti di ponti crollati o di fabbriche assassine, che è stato costretto a dissipati acquisti di attrezzature belliche e alla partecipazione a missioni coloniali insensate, che viene penalizzato in sede di distribuzione di investimenti e risorse per ricerca e sviluppo, trattato come una scapestrata e indolente propaggine del terzo mondo rispetto al pingue e laborioso Nord.

E se invece, come si sapeva, quella scadenza per la elezione di un organismo senza poteri, se non quello di lobby padronale, che tanto per dimostrare da che parte sta ha scommesso sulla equiparazione di nazifascismo e comunismo, colpevole quest’ultimo di aver ispirato carte costituzionali e democrazie incoerenti con l’ideologia liberista, se appunto quella doveva essere solo una verifica della possibile tenuta del governo e un misuratore dell’opinione interna, allora ci si doveva aspettare la rapida cancellazione, prima ancora dell’emersione delle sardine, dei decreti sicurezza, compresi quelli altrettanto indegni che avevano fatto da apripista a alla repressione di immigranti e oppositori firmata Salvini.

Ci si doveva aspettare l’apertura dei porti in coincidenza doverosa e necessaria con  una organica ed efficiente politica della prima accoglienza. Si era autorizzati a credere che  non sarebbe stato rinnovato automaticamente quel memorandum d’intesa con la Libia, costato la vergogna di quarantamila vite rimandate nei lager  e di oltre 2600 spezzate in mare, dei centri di accoglienza gestiti dal sedicente Ministero dell’Interno libico con l’agenzia per i rifugiati dell’Onu, nei quali languono  i 5 mila scampati a una sorte peggiore, quella di un patto scellerato con la guardia costiera libica con stanziamenti ingenti, dove è ormai noto si infiltrino da sempre i trafficanti di schiavi e i traghettatori infernali, e che viene ulteriormente legittimato grazie all’invio di altri contingenti e altre attrezzature.

E’ che eravamo troppo esigenti:  sarebbe stato illusorio attenderci che, per effetto benefico dell’aver riguadagnato qualche consenso e per aver goduto senza far nulla delle performance  dadaiste del trucido leader della Lega defenestratosi da solo, si reintroducesse l’articolo 18 smentendo le ignominie del Jobs Act, che si restituisse dignità alla scuola pubblica macchiata da una riforma che faceva rimpiangere la Moratti, che si pensasse seriamente e realisticamente alla nazionalizzazione dell’Ilva e dell’Alitalia, che si punissero come meritavano l’avidità irresponsabile e la trascuratezza criminale dei Benetton, che si indirizzassero le risorse e gli investimenti impegnate nelle Grandi Opere per dirigerli verso il risanamento e la salvaguardia del territorio.

Insomma sarebbe stato lecito augurarsi che il ritorno dei progressisti rafforzati dal successo sia pure micragnoso liberasse antichi istinti repressi. E  promuovesse il minimo sindacale se non della giustizia sociale, almeno di quella che si officia nei tribunali, se non della equa redistribuzione, almeno del riconoscimento di un reddito dignitoso, di pensioni che permettano la sopravvivenza a chi se le è guadagnate in modo che la vecchiaia non sia solo una mesta attesa della morte, del ripristino di standard di assistenza  decorosi, del superamento della molteplicità di forme di cottimo che hanno sostituito i contratti, le garanzie e la sicurezza sociale.

Sarebbe stato lecito si, ma ingannevole perché l’esplosione del malessere, la sua visibilità resa palese dal fatto che chi si sente penalizzato per la sua ignoranza, chi è criminalizzato per la sua povertà, chi viene guardato con fastidio o commiserazione perché non è allineato, e non ha saputo meritarseli, agli standard della classe signorile, come la chiama Luca Ridolfi, quella che ha ereditato e riesce a mantenere qualche superstite sicurezza e privilegio, ecco quel malessere più avvelenato e tossico nel Mezzogiorno, nelle periferie, ha trovato apparente ascolto nella “destra”, che non differisce dal “riformismo” se non nelle modalità della comunicazione, che vuole la Tav, i contratti anomali usa e getta, che dice si ai padroni e padroncini dall’Ilva a Almaviva, che nelle città persegue lo stesso disegno –  la gentrificazione, che fa la voce grossa nei talkshow ma china la testa al Mes e ai comandi e alle imprese coloniali europee, che non straccia la legge Fornero o le semplificazioni che servono non ai terremotati ma alle rendite e agli speculatori, che non vuole gli immigrati a meno che non si prestino a fare da deterrente alle richieste dei lavoratori indigeni, ma che almeno a parole non li tratta con la superciliosa  sufficienza riservata agli straccioni indegni di accedere ai posti in prima fila, compresi quelli dei canali Rai, della banda larga, dei treni a Matera, delle rive del Sarno, della graduatoria per le case comunali.

È quello il malessere della Calabria che ha votato poco e male, secondo quelli che si sentono confortati nelle previsioni e nei pregiudizi, dimostrandosi ancora una volta immeritevole di considerazione e fiducia, posto perduto al riscatto dello sviluppo, condannata per destino antropologico alla riprovazione come all’emigrazione.

E dunque sarà ragionevole non aspettarsi niente dalla sua gente, che non ha voluto nemmeno partecipare di quel festoso rito collettivo o di quelle feste paesane in piazza che cantando bella ciao immagina un affrancamento non dallo sfruttamento, non dalla miseria, non da cattive scuole, strade dissestate, immondizia traslocata là dal Nord che aggiunge bruttura a bruttura, non da ospedali mai finiti e fabbriche obsolete che all’origine erano già archeologia industriale, non dal caporalato che sfrutta locali e stranieri, non dalle speculazioni che hanno dissipato territorio e risorse, macchè, ma dalle cattive maniere, dall’abuso dei social, dalla violenza, deplorevole quando rievoca il conflitto sociale e il risentimento contro chi ha sempre avuto il culo al caldo, mentre su quella mafiosa è preferibile far cadere una cortina di pudico silenzio, pena la perdita di reputazione presso i padroni stranieri e quindi di turismo e clientela de luxe.

Ma altrettanto non c’è da aspettarsi niente dall’altra regione dove ha vinto quello che si accredita come il paese sano, civile, politicamente corretto, democratico (almeno nel nome e per poco a sentire Zingaretti), dove quel che resta di un partito ha avuto il  secondo peggior risultato elettorale nella storia del centrosinistra in Emilia, dove chiuse le sedi e le sezioni, spazzati via i circoli, l’unica cinghi di trasmissione è stata quella con le esigenti sardine pronte a prendersi la mancia per l’impegno dimostrato, perché nel segno della continuità il padronato, le rendite, i costruttori, le casse di risparmio, le assicurazioni continueranno a esercitare la loro supremazia targata Coop, Unipol, Cmc, EmilBanca.  Dove il capoluogo, quella Bologna ospitale e gaudente, è stato uno dei primi a applicare le disposizioni di “ordine pubblico” pensate per criminalizzare gli ultimi in modo da rassicurare i penultimi.

E difatti non vogliamo chiamare con suo nome la violenza proclamata e rivendicata dal rieletto Bonaccini quando come prima dichiarazione dopo il suo successo di  «governatore benchmark» ha confermato la volontà tenace e determinata di “andare avanti con l’autonomia” alla stregua di uno Zaia o di un Maroni, di realizzare quella rottura definitiva dell’unità nazionale, quella secessione di ricchi, laboratorio esemplare della lotta di classe alla rovescia, dotta da chi ha perlopiù immeritatamente, contro chi non ha e deve essere condannato ad avere ancora meno.

E la chiamano vittoria del desiderato bipolarismo che dovrebbe garantire la governabilità. Prima delle elezioni  a chi esigeva da me uno schieramento rispondevo come ai tempi in cui erano in lizza Trump e Hillary Clinton: è come scegliere se morire di cancro o di ictus. Pare che a noi non sia lasciata nemmeno una scelta, alla meglio moriamo democristiani.


Emilia, il voto a perdere

Stefano Bonaccini parla di lavoro

Stefano Bonaccini parla di lavoro

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Viene da dire: poveri elettori. Poveri elettori del Veneto costretti a scegliere tra Zaia – quello innamorato della torre di Cardin, fino a voler contribuire per la costruzione della piramide del faraone stilista,  quello che si schiera baluardo delle benefiche Grandi Navi che portano ricchezza, quello che rivendica di essere patron di  una legge regionale che modifica le norme in materia di governo del territorio  facendo della regione un laboratorio della cementificazione, quello che   si è dichiarato favorevole al plebiscito digitale   che chiedeva ai Veneti di esprimersi in materia di secessione dallo Stato italiano, per assomigliare alla  Crimea –  e la squinzia Moretti che non ha fatto nemmeno quello, fortunatamente occupata tra cure di bellezza e il susseguirsi di funamboliche campagne elettorali.

E poveri elettori dell’Emilia Romagna, chiamati a rinnovare il vertice della regione la prossima domenica.

L’ineffabile Europa, compreso del suo compito di giornale fiancheggiatore del governo, di mosca cocchiera, in vena di servo encomio e senza un filo di ironia né tantomeno di pudore, ha pensato bene di fare un servizio in favore del candidato Pd, pubblicando pari pari il suo autoritratto, come compare nel sito di Bonaccini, e mettendolo a confronto con l’identikit  dei suoi contenenti.

Non è stata una buona idea. A meno che Europa non sia talmente persuasa della bontà delle ricette e delle convinzioni che animano l’omonima raffazzonata e frustrata unione monetaria di stati di serie A e di serie B, da ritenere che un paese sia finalmente più democratico e adulto quando gli elettori stanno a casa, vanno al mare, disertano l’inutile liturgia delle urne.

Se è così, dopo la Sicilia, si potrà battere il record di maturo e civile astensionismo. Vale la pena di citare il virgolettato del favorito, del quale Europa, deliziata, sottolinea l’originale e benaugurale referenza di essere nato il primo dell’anno: “Mi chiamo Stefano Bonaccini e sono nato nel 1967 a Modena. Sono sposato con Sandra e papà di Maria Vittoria e Virginia. Sono stato eletto segretario del Pd dell’Emilia-Romagna con le elezioni primarie del 25 ottobre 2009. Appassionato di cinema e letteratura, nel tempo libero gioco in una squadra di calcio a cinque. Alla politica mi sono avvicinato alla fine degli anni ‘80, attraverso i movimenti per la pace. Nel 1990 sono stato nominato assessore alle Politiche giovanili, alla cultura, allo sport e al tempo libero nel comune di Campogalliano”. E aggiunge: «Ho imparato da subito che in politica il talento individuale frutta solo se è messo al servizio di un progetto comune», che si è realizzato nell’attività di coordinamento della campagna nazionale per le primarie di Matteo Renzi.

Stop. Finito. Oltre a un’indagine per peculato avviata e poi chiusa dalla  Procura di Bologna, mentre  “residuano margini di dubbio non completamente dissolti nell’ambito delle indagini sui rimborsi delle spese di consigliere regionale”, non sappiamo di più sulla vita e le opere del cocco locale di Renzi, che il premier ha gratificato di visita pastorale per fugare ogni dubbio, se non sulla trasparenza nell’azione pubblica,  che si sa essere un optional come per De Scalzi all’Eni, come per i 5 indagati nella compagine governativa, come per  la depenalizzazione del reato di  evasione, almeno sull’appoggio incondizionato del partito del presidente e della nazione.

La lettura della sintetica biografia se non ci informa sul cursus studiorum del candidato, appura senza ombra di dubbi che il Bonaccini non ha mai lavorato, non ha maturato professionalità, esperienza, competenza in nessuno straccio di posto, non conosce la fatica, il ricatto e l’incertezza che invece conosce la totalità dei lavoratori italiani, salvo gli unici garantiti, gli unici col posto fisso, quelli che vengono nominati senza doversi nemmeno sottoporre al vaglio dei cittadini, grazie a sistemi e meccanismi di automatica incoronazione.

E non è che vada meglio con i suoi competitor:  Alan Fabbri, ingegnere, bassista rock, 35 anni, due volte sindaco del suo paese, Bondeno, nel ferrarese. Codino e look da centri sociali, ma cresciuto col mito del Carroccio dall’età di 14 anni, che dice: «L’Emilia sarà capofila del progetto di riapertura delle case chiuse». E sui barconi? «Dopo lo sbarco li rispedirei da dove sono partiti». O Giulia Gibertoni, del M5S, semiologa, 38 anni, modenese, nota finora soltanto per essere stata dapprima eletta alle Europee, poi estromessa per due voti in seguito al ricorso di un collega del movimento, al quale seguì  uno scambio di veleni e di accuse  di aver tradito lo spirito dell’uno vale uno, perfide dichiarazioni in rete e teatrali pacificazioni. O Alessandro Rondoni,  candidato della lista “Emilia-Romagna popolare”, che riunisce Nuovo centrodestra e UdC, un Lupis su scala locale,  classe 1960, cattolico vicino a Comunione e Liberazione, per vent’anni direttore del settimanale “Il Momento” della diocesi di Forlì-Bertinoro, in  politica a tempo pieno dal 2009 ed ora consigliere comunale a Forlì.  Tutti ricorderanno la famosa battuta: mia madre non sa che faccio il giornalista, le dico che sono pianista in un casino, o anche quella: fare il giornalista è sempre meglio che lavorare. Invece il Rondoni si prende sul serio e rivendica la sua “militanza” professionale al Momento e nella  casa editrice Cseo, del Centro studi per l’Europa orientale di don Francesco Ricci (ciellino delle origini) dove tra l’altro  «ha collaborato alla pubblicazione di testi clandestini dell’Europa dell’Est»,  nientepopodimeno. Più che altro lui e gli altri contendenti sembrano essere stati clandestini nella società, nel lavoro, in mezzo a noi. O marziani, come ha sempre rivendicato il sindaco Marino. Comunque lontani, estranei, alieni, separati. Talmente diversi da non poterci e volerci rappresentare e da aspirare solo ad essere  incoronati per mantenere l’incarico di vassallo e i benefici che ne derivano, con le pingui o miserabili prerogative tra leccalecca, fuoristrada e vibratori, fino a una poltrona senatoriale la domenica, il loro giorno preferito.

 


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