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Falò della Vanità, gli “influencer” dell’Influenza

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A leggere il libro Cuore, si capisce che il piccolo Enrico, poi magistralmente interpretato in tv dal nipotino del regista che fin dall’asilo voleva approfittare delle opportunità dinastiche per farsi  allievo di Montezemolo, leader,  sindaco,  premier,  presidente, Ad, imperatore, e i suoi compagnucci di scuola da grandi sognavano di fare gli esploratori, i pompieri, i medici missionari, gli inventori.

Poi i tempi sono “evoluti”, e con essi la progettualità infantile popolando l’immaginario delle nuove leve di comandanti dell’Alitalia, hostess, agenti segreti, più tardi grazie alle serie televisive, di magistrati, poliziotti e Ultimi, e di calciatori e veline fidanzate di goleador, art director e top model. Infine, in coincidenza con la fine del “lavoro”, la demolizione dello studio e l’illusione dell’estinzione della fatica, la proiezione del sé di domani, si è ridotta da talentuoso imprenditore di start up in garage, a pilota di droni, a manager dell’accoglienza nel B&B a casa di nonna, a dinamico e indipendente consegnatario di Glovo.

Ma il vero sogno nel cassetto  pare sia accreditarsi come influencer. Operazione non poi così difficile, a vedere i casi di successo, e che richiede come unico talento irrinunciabile, una sgangherata autoreferenzialità e una tendenza all’egolatria.

Non a caso si deve al Covid, alla Grande Influenza, l’auto accreditamento di nuovi soggetti che rivendicano una funzione di persuasori per comportamenti eticamente ineccepibili  e ad elevato contenuto di responsabilità sociale: attori di serie Tv, garrule starlette prestate ai Grandi Fratelli, referenza prestigiosa vista la carriera portentosa di un partecipante del passato, talent scout di rapper,  neo melodici, coristi di jingle, compositori e “produttori”, sono impegnati h 24 a  convincerci della bontà  dell’ignoranza e del valore igienico dell’obbedienza, lanciando l’anatema contro chi non si vaccina quando per anni ha invece ingurgitato bevande e cibi, farmaci e droghe senza premurarsi di sapere cosa ci sia dentro.

E istigandoci a restare così nella beata inconsapevolezza e spensierata osservanza dei comandi  che ci risparmiano dallo sforzo di conoscere, interrogarsi, decidere.

Da adesso poi diventare influencer, testimonial, e pure sponsor a titolo gratuito delle case farmaceutiche, è più facile ancora, grazie a Vanity Fair, rivista non casualmente nata in America, che lancia la sua campagna social pro piazzando su Instagram il faccione del sindaco Sala, e  invitando tutti  a seguirne il fulgido esempio, postando  la propria foto con l’adesivo #iomivaccino che si trova sull’account del magazine.

Guardatela, quell’immagine è proprio al sintesi perfetta dei miti distopici della Capitale Morale che ieri non ha saputo fronteggiare la neve, non sorprendente a quelle altitudini, come non era sorprendente una superiore incidenza di un virus nella regione più inquinata, trafficata e urbanizzata.

Quello della “Milano da bere” che si è fatta mangiare perfino dagli emiri, svendendosi il territorio, cacciando i residenti in un mesto hinterland e che spera di resuscitare buttando quattrini e risorse nei giochi invernali dopo il flop dell’Expo. Quello delle riviste patinate  che hanno aperto virtualmente ai ragiunat i luoghi dei mega-dirigenti, degli Ad, e pure del Cavaliere, rivelando i loro consumi, le loro sartorie, le loro cantine, le loro letture e i loro Pantheon, ammettendoli sia pure solo virtualmente, in cerchie “esclusive” legittimate a sfruttare, dissipare, corrompere, pretendere, scopare a pagamento, mettere l’orologio sopra il polsino e tirare la cocaina.  

E quello di un sindaco che a onta dei  più remoti e dei più recenti insuccessi, si ricandida spudoratamente, accomodato nell’ultima trincea, quella olimpionica,  dove si celebra la bulimia costruttrice e speculatrice nell’urbanistica negoziata della Moratti, di Albertini, di Pisapia,  del «Progetto Porta Nuova» (pro­prietà fon­diaria comprata da emirati e principati), della riconversione dei sette scali ferro­viari, circa 1 milione e 300 mila mq,  dei grotteschi  grattacieli di una City Life (la prima «Nuova Milano») sull’area dell’ex-Fiera, assediati da impressionanti cataste di casamenti, a imitazione provinciale  della Dubai dei sette emirati, o delle città nuove saudite,  dove invece la tendenza è a abbandonare la distopia delle torri smisurate che graffiano il cielo.

E che pare inossidabile alla vergogna tanto che dopo aver  sacrificato i lavoratori essenziali santificando il profitto dopo aver riaperto le fabbriche e fatto viaggiare i tram stracolmi chiudendo i reparti ospedalieri troppo pieni, dichiara la sua vicinanza agli elettori recando il “panetùn” natalizio agli indigenti indigeni – quelli stranieri preferisce renderli invisibili grazie alla pulizia etnica delle forze dell’ordine –  come fosse un Salvini qualunque,  motivando l’acquisizione della sua pagine di propaganda elettorale:  “credo che chi oggi abbia responsabilità politica deve sentirsi la responsabilità di dire, senza se e senza ma, che si vaccinerà, mi pare veramente il minimo, io lo faccio con convinzione”.

Mica è il solo, il Bonaccini ha indetto, molto fotografato e in tempestiva coincidenza con l’epopea sotto zero dei camion refrigerati, narrata con gli accenti epici dello sbarco in Normandia e con quelli biblici  dell’inaugurazione della salvifica Arca di Noè,  il V-day, inteso come Giorno del Vaccino,  a Modena, da dove  è partita la campagna che  si estenderà a tutta la popolazione, al grido entusiasta “ce l’abbiamo fatta, tutti insieme”, perché se “il 2020 si era aperto, scrive il Feltri jr, con lo strisciare da rettile della pandemia si è chiuso con l’arrivo dell’antidoto, non so se sia sacrilego spendere il termine di miracolo, miracolo umano”. 

Saremo salvi, ci fanno capire,  se tutti seguiremo l’esempio dei Vip, politici, campioni sportivi, attori, subrette salvo qualche deplorata ballerina, mentre manca all’appello un buon numero di medici e infermieri, alcuni dei  quali già prontamente denunciati agli ordini professionali grazie alla  doverosa confusione che mescola le schiere degli empi no-vax che rinnegherebbero perfino Sabin con le pattuglie eretiche di quelli che si interrogano su efficacia e trasparenza del prodigio Pfitzer, tacciati di rozzo antiscientismo, di quelli che ne mettono in dubbio la portata liberatoria e redentiva se porteremo per sempre la mascherina, dovremo mantenere il distanziamento, verranno ordinati nuovi lockdown e se è ancora incerta la durata dell’immunità per chi si è sottoposto e la sua possibile contagiosità per gli altri, per non parlare degli effetti collaterali, le controindicazioni e i danni a breve e lunga distanza.

E così come lotofagi, potremo guarire con l’oblio dalla memoria di anni di demolizione del sistema sociale, dell’assistenza, della cura, dell’istruzione, finalmente immuni al rischio di pensare, agire in libertà, lottare contro soprusi e sfruttamento.

È che la dolce persuasione morale cui ci stanno sottoponendo ha lo stesso carattere imperioso e obbligatorio delle raccomandazioni dei Dpcm.

Non verranno a prenderci a casa i battaglioni del vaccino come nei film di fanstascienza per tradurci nei rosei padiglioni di Arcuri, non ci metteranno al camicia di forza per inocularci il miracolo con le  siringhe a altra prestazioni del suddetto commissario, ma sono già predisposte le liste di proscrizione per il personale sanitario disertore, Zaia ha anticipato con festoso entusiasmo che hotel e compagnie aeree rifiuteranno i loro servizi ai traditori,  il sottosegretario alla Salute Sandra Zampa in Tv, lancia il tema dell’obbligatorietà come pre-condizione per chi lavora nel pubblico: “se ci dovessimo rendere conto che evidentemente c’è un rifiuto che non si riesce a superare, io penso che nel pubblico non si possa lavorare”.

E se il vice ministro alla Salute Pierpaolo Sileri afferma che “se un medico non capisce l’importanza del vaccino ha sbagliato lavoro” e che se necessario l’obbligo per il personale sanitario non è affatto da escludere, dando una inedita interpretazione del concetto di obiezione di coscienza che avremmo voluto venisse adottata per gli antiabortisti, Rossana Dettori, segretaria confederale della Cgil con delega alla sanità, salute e sicurezza rilancia in nome dell’unità dei lavoratori: “se il Governo dovesse decidere per l’obbligo, questo non può valere per una sola categoria. Deve valere per tutti i lavoratori, non solo per quelli della pubblica amministrazione. Anche per chi lavora nel privato…” .   

Alla Vanità in Fiera, non ci resta che preferire un bel Falò della Vanità di sacri e profani, boriosi e penitenti, peccatori e savonarola.


Pandaffarismo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E anche oggi mi tocca parlare di Covid, per ambientare adeguatamente qualche informazione. Allora, c’è una parte dei decisori, trasversale ai partiti della maggioranza, che si industria per mantenere vivi i livelli del terrore sanitario, offrendo dati incerti, confusi, manipolati contro ogni affidabilità e accertamento da quando la scienza è diventata un’opinione.

Poi c’è un’altra  parte, si tratta soprattutto di quelli di recente nomina “speciale”, che si esercita per mettere a frutto l’apocalisse profilattica, quelli dei banchi, delle mascherine, delle siringhe, dei vaccini, che comportano tali e tanti investimenti che non ce n’è per ospedali, bus e metro, assunzione di personale medico  o di insegnanti.

Poi  ci sono quelli scafati che occupano tutti i settori, avendo fatto della morbilità un brand favorevole a profitto, signori del cemento che si attrezzano per proporre fondi, boss dell’elettronica che si specializzano in assicurazioni sanitarie, capoccia della meccanica che obbligano i dipendenti a rifornirsi delle loro pensioni integrative, anche per avere il gusto di sfruttarli due volte, come lavoratori e clienti. 

E infine  ci sono quelli che zitti zitti, con l’aiuto del silenzio stampa – esteso alla rete – su qualsiasi tema che non sia igienico, continuano nella loro solerte e alacre attività affaristica di sempre in favore di una cupola parassitaria, imprenditorial- finanziaria, cordate di costruttori e immobiliaristi, pusher di balle digitale e simili.

Così in tutto questo affaccendarsi stava per sfuggirci la notizia che il fiero Bonaccini che non perde un’occasione per mostrarci il vero volto del riformismo  progressista ha tentato un colpaccio che Berlusconi, si direbbe a Roma, je spiccia casa: nelle maglie  della discussione in corso in assemblea legislativa sulle “Misure urgenti per promuovere la rigenerazione urbana dei centri storici”, all’articolo 33 in materia di  «riqualificazione delle strutture ricettive alberghiere e la rigenerazione urbana degli ambiti a vocazione turistica», aveva fatto introdurre surrettiziamente un vero e proprio condono  edilizio, sanando gli abusi  e aumentando le volumetrie. È il nuovo “modelle emiliano”, che vuol far dimenticare quando nel1968, quando superando i decreto del governo centrale che stabiliva che ogni cittadino italiano avesse diritto a non meno di 18 metri quadrati di spazi pubblici (per il verde, l’istruzione, i parcheggi ecc.), l’Emilia-Romagna lo fissò invece a 30 metri quadrati, o il piano Cervellati per le case popolari a Bologna, o il piano paesistico regionale che addirittura tenta di peggiorare la legge regionale del 2004 che consente di sanare gli abusi conformi alle regole vigenti al momento della domanda di condono.

Bonaccini ci prova. Sussulto dei Verdi e di una non precisata “sinistra”. Minaccia di ricorsi. Bisbigli della stampa, mentre tace  la vice distratta dall’impegno costante a essere Coraggiosa, alla fine il Presidente, proprio come il Cavaliere quando c’era lui, incolpa una “manina” insidiosa, la scarica malgrado sia una fedelissima, fa marcia indietro, scontenta i suoi grandi elettori della costa romagnola e  fa stralciare le misure incriminate, quelle che, dichiara, “non sono strettamente legate solo traguardo cui puntiamo: una maggiore semplificazione per favorire il ricorso all’Ecobonus 110%”.

Insomma, questa è andata male, ma altri cantieri sono aperti,  grazie al tandem con la garrula ministra che, pur sognando in grande un altro duetto, quello con Nardella per le Olimpiadi BO-FI,  ha accelerato l’attribuzione delle risorse per “fondamentali”  opere stradali, tra cui Passante, bretella Campogalliano-Sassuolo e Cispadana. E poi  c’è l’ampliamento dell’aeroporto di Parma, candidata a città green, che estende la pista di circa 770 metri, con un terminal cargo e un hangar per aerei privati, a meno di 2 km dai quartieri periferici della città e 3 km dal centro  e che dovrebbe ricevere gli aerei più grandi del mondo come il Boeing 747, 450 tonnellate di peso di cui 200 solo di carburante, un terzo del quale viene consumato durante decolli e atterraggi, sopra la città, prevedendo  entro il 2034, 50 movimenti al giorno. A chi si domanda ingenuamente cui prodest un intervento del genere con gli scali ridotti a archeologia aeroportuale: presto detto, Amazon che ha acquistato un lotto di 11 000 mq nelle vicinanze,  si accredita come capofila di un gruppo di aziende che voglio realizzare là, nel cuore della zona più inquinata d’Italia, un immenso polo della logistica di oltre 100000 mq.

Così si capisce meglio cosa intenda Bonaccini per autonomia regionale: la consegna a multinazionali, gruppi privati che intendono occupare militarmente il territorio e tutti i comparti a cominciare dal commercio, alla scuola, alla sanità e infatti per risparmiare al bilancio pubblico i costi di nuove strutture ospedaliere, il furbacchione ha dichiarato a suo tempo che i positivi “stanati dai suoi tracciatore casa per casa”, sono le sue parole,  possono essere ricoverati nei 1.000 posti letto che ha individuato in strutture alberghiere.

Una volta si parlava di questione meridionale, ma pare chiaro a vedere l’assalto a Milano condotto da colossi immobiliari e costruttori esotici, l’ostinazione con la quale si collocano Mose, Tav e Olimpiadi invernali tra le priorità della ricostruzione, tramite la promozione di quelle 130 Grandi opere, che ricorda da vicino la Legge Obiettivo di Berlusconi, anche senza citare l’infiltrazione mafiosa  in probabile non temporanea associazione di impresa con il tessuto economico “legale”, sarà più corretto parlare di questione nazionale, nella quale illegalità, sfruttamento, consumo e abuso del territorio avvengono a norma di legge, grazie a procedure concordate che hanno trasformato programmazione, pianificazione e urbanistica in pratica negoziale tra amministrazioni pubbliche e privati, nella quale sono i secondi ad avere sempre ragione.  

Basta pensare al decreto Semplificazioni orgogliosamente licenziato in luglio mentre eravamo distratti dal “via libera” concesso in modo da poterci subito dopo accusare di licenziose trasgressioni, quelle invece autorizzate ai comuni delegati a decidere misure autonome in materia di condono, alla incertezza che, non a caso, regna in merito alle autorizzazioni paesaggistiche e alle valutazioni di impatto ambientale, perché anche in questo caso la confusione permette lo stravolgimento di regole e buonsenso.

Basta pensare  al maquillage effettuato per modernizzare il testo di legge che regolava gli interventi edilizi (DPR 380/91) nella direzione dell’attacco delle aree storiche delle città,  alterando un edificio, innalzandolo, modificandone il prospetto, in virtù di opportune deroghe discrezionali elargite dall’amministrazione comunale in nome dell’interesse generale.

Basta pensare che il decreto prevede che i sindaci possano affidare senza alcuna gara pubblica lavori fino a 150 mila euro, e che per tutti gli importi superiori a questa cifra fino al massimo di oltre 5 milioni di euro, possano essere bandite gare negoziate senza  “evidenza pubblica”. Basta pensare che il provvedimento acclamato  come un colpo alla burocrazia, rafforza il ruolo del Cipe e attribuisce poteri eccezionali alla figura dei commissari, sempre gli stessi intercambiabili,  per l’attuazione delle opere e che potranno dotarsi di uffici tecnici a loro scelta, emarginando e svuotando il ruolo delle strutture di sorveglianza e controllo.

Basta pensare che ha messo le basi per un altro provvedimento che viene da lontano, dal mito della lotta alla burocrazia dei lacci e laccioli alimentato nelle Leopolde, nutrito del dileggio dei parrucconi misoneisti, fossero costituzionalisti, sovrintendenti, storici, officiato come una fede che richiede il sacrificio di armonia, qualità di vita, bellezza del paesaggio urbano e dell’ambiente naturale.

Sarà infatti costituito da 140 articoli e si intitolerà ‘Disciplina delle costruzioni’ il “tanto atteso” nuovo Testo Unico dell’Edilizia messo a punto dal tavolo istituito dal Ministero delle Infrastrutture presso il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, al quale partecipano Ministeri, Regioni e Professioni Tecniche in materia di  resistenza e stabilità delle costruzioni; sostenibilità delle costruzioni;accessibilità delle costruzioni e che lascia ampia delega alle Regioni, che proprio in questo anno hanno mostrato la loro efficienza,  e ai Comuni, a introdurre proprie norme sulle distanze, altezze massime e densità “per favorire la riqualificazione del patrimonio esistente”, riducendo  a due i “titoli abitativi”, le autorizzazioni cioè,  per realizzare costruzioni e interventi sull’esistente.

Ecco, non diciamo più che lo stato di eccezione ha paralizzato l’azione legislativa. O che ha interrotto una normalità fatta di conflitti di interesse, sacco del territorio, speculazione, abusivismo, sfruttamento di risorse e svendita del bene comune, illegalità resa ancora più lecita e necessaria dalle leggi della “pandeconomia”.    


Dove vai, ragazzo in bicicletta?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando pedalo i problemi della vita spariscono. È una delle poche attività che mi permette di staccare completamente e non pensare ad altro”.

La dichiarazione ripresa da un libro uscito un anno fa “Lavoro alla spina, Welfare à la carte” è di un dipendente di un food delivery.

E la dice lunga su uno degli effetti corruttivi dell’occupazione offerta dalle piattaforme: la precarietà più sregolata, che combina caporalato e cottimo, viene intesa come una opportunità per godere di una certa “indipendenza”, grazie alla  quale ci si illude di poter  scegliere come e quando lavorare. E in virtù della quale ci si convince di essere autonomi: si interagisce virtualmente con un “padrone” immateriale, si è apparentemente esentati  dagli obblighi della subordinazione, che però è quella che garantisce le poche tutele ancora concesse in rapporti che sono sempre più caratterizzati da regole commerciali.

Il fatto che la relazione sia virtuale fa sottovalutare di essere soggetti a un sistema di controllo e verifica dell’efficienza e efficacia della prestazione ancora più  feroce, perché è quello a stabilire se il dipendente avrà chiamate, se macinerà chilometri e tagliandi oppure se verrà coinvolto sempre meno e con minor profitto, anche per via  della valutazione capricciosa dei clienti chiamati a dare un voto al “prodotto pony”.

Adesso che il Covid ha imposto l’amazonizzazione dell’economia, le cose sono peggiorate. Il sistema di commercializzazione, logistica e distribuzione delle  piattaforme ha perso qualsiasi  carattere che non sia quello della schiavitù, che permette ad Amazon  di trarre vantaggio dalla messa fuori gioco del commercio tradizionale accumulando 25 miliardi di dollari di profitti in più, con guadagni cresciuti del 197% e vendite aumentate del 37% superando i 96 miliardi di dollari, favorite dallo spostamento delle abitudini di consumo verso gli acquisti on line effetto del lockdown.

In realtà più del 50% dei suoi utili   non è dato dall’e-commerce, ma dalla vendita e dalla gestione di dati messi sul mercato, a significare che i dipendenti non sono il vero irrinunciabile motore del guadagno e il rendimento non ne soffre se sono maltrattati, umiliati, comprati e affittati a poco prezzo in un sistema che cresce e si muove e circola senza oggetti, prodotti, derrate e manufatti.  

Consiste in questo il grande successo del modello di Bezos che via via ha saputo combinare il capitalismo delle merci, quello speculativo e quello dell’informatizzazione, diventato il più fertile perché concorrono volontariamente all’accumulazione e ai guadagni dell’impresa tutti quelli che cedono e fanno circolare dati, una merce che non richiede lavoro ma che genera utili, in cambio di servizi che ritengono siano  gratuiti e regalati, come nel caso di Prime.

Intanto fuori dallo stabilimento di Amazon dell’Alto Polesine sostano da mesi i camper: sono quelli dove dormono, mangiano, vivono, se quella si può chiamare vita, i dipendenti a tempo determinato dell’azienda, che non hanno garanzie da esibire per affittare o mantenere una casa. Ma il contagio indiretto della barbarie della forma che ha assunto il gigantismo bulimico delle multinazionali si esprime in altri modi, condiziona scelte e consumi, influenza l’immaginario e consolida, oggi più che mai, la narrazione di masse avide e insaziabili di cibi, merci e fescennini da accontentare con l’edificazione di altri tempi nei quali bighellonare, guardare vetrine sognando acquisti e officiare i riti della socialità espulsi dalle piazze.

In Emilia Romagna  Bonaccini chiude i mercati e i mercatini mentre risparmia Coop e Gdo, Merola  a Bologna inaugura con pompa trionfalistica  il People Mover che  collega l’aeroporto di Bologna-Borgo Panigale – da mesi una cattedrale nella quale non si officiano né arrivi né partenze – con la stazione di Bologna Centrale, allegoria estemporanea dell’alleanza costruttivista tra pubblico e privato, e che replica l’insensato ampliamento dell’aeroporto di Parma sulla base di un progetto fotocopiato  da quello di Orio al Serio di Bergamo.

E nemmeno ci provano a dire che sarà al servizio del “turismo che non c’è”, visto che in meno di un giorno Amazon sceglie nelle vicinanze un lotto di oltre 10 mila mq e se lo compra per realizzare un centro smistamento, di cui si fa testimonial l’Unione Industriali che ne promuove il potere di attrazione per altre imprese di logistica, contribuendo ad allargare l’azionariato dello scalo, già aperto all’arrivo di un  partner estero, forse  Etihad, a imprese interessate al nuovo polo con contorno di concessioni, autorizzazioni e permessi.  

Così  si consolida il trionfo delle grandi catene commerciali, della  distribuzione compresi quelli take away, e  di intrattenimento come Netflix e  Prime, per promuovere il consumo da casa “prodotto”  da forza-lavoro sottopagata, sfruttata e talmente umiliata che in questi giorni si può leggere su Facebook lo stato  di una entusiasta dipendente di Amazon che celebra la ditta che “pensa” ai suoi lavoratori con una strenna di 300 euro, una mancia buttata in bocca agli affamati né più né meno delle elemosine e dei ristori governativi elargiti discrezionalmente  tutta quell’economia di prossimità che sta fallendo, ridotta alla fame insieme ai suoi addetti: turismo, ristorazione, artigianato, piccoli aziende alimentari e allevamenti.

Sarà anche vero che il capitalismo sta vivendo una crisi profonda, sarà anche vero che si sta accelerando quel processo autodistruttivo che potrebbe portarlo al suicidio.

Ma c’è da temere che sia più vero ancora che macina un successo dietro l’altro per quando riguarda la distruzione di ogni resistenza da parte degli sfruttati nel cui esercito sempre più informale  e precarizzato sono entrati a far parte,  inconsapevolmente,  anche soggetti qualificati e “creativi”  che si realizzano nell’ambito dell’informazione, della digitalizzazione  e della conoscenza, culturalmente più preparati e dunque potenzialmente  più emancipati, che non percepiscono o rimuovono di trovarsi nella stessa situazione del commesso o dell’operaio o del sottoccupato stabile, quello che si è ricavato una sua cuccia augurandosi di poterla mantenere o che addirittura, succede in Glovo, in Just eat, diventa “imprenditore” costruendosi una rete cui appalta il servizio di consegna che dirige dal Pc di casa.

Si tratta di categorie escluse dal sistema di protezioni e di garanzie del welfare tradizionale, esteso non più solo ai giovani e che è costretto a rivolgersi a forme di tutela aziendale e corporativa comunque privata, proprio quelle promosse da anni dalle multinazionali che hanno creato fondi pensionistici, assicurativi, assistenziali cui i dipendenti contribuiscono realizzando il prodigio di essere sfruttati due volte, con la intermediazioni dei sindacati ormai retrocessi a patronati e agenti adibiti alla commercializzazione di servizi.

Come siamo caduti in basso anche in materia di profezie con la verifica di quella di Buffett quando se ne uscì con la stranota battuta “la lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi”. La moltiplicazione delle forme di lavoro e dei contratti che le regolano, le disuguaglianze di trattamento e di accesso all’interno del mercato hanno ostacolato e ormai minato definitivamente la possibilità che si coaguli e agisca un soggetto collettivo unitario in forma di “classe”, difensiva e antagonista.

 Non lamentatevi di non avere il cenone di Natale “con i tuoi”, se non vi siete meritati quel “pranzo di gala”.  


Mala tempora currunt

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il maltempo si è abbattuto sull’Italia: precipitazioni  nevose sui settori alpini, colpiti il Veneto e il Friuli investiti da  raffiche di bora e mareggiate,  in Toscana voragine nel grossetano, nubifragio a Roma, a Ostia il vento ha devastato lo stabilimento della Vecchia Pineta dove si recavano i gerarchi e le loro signore e finora rimasto intatto, fenomeni a carattere temporalesco al Centro-Sud  dove notevoli accumuli di pioggia che hanno ingrossato i fiumi, portando esondazioni e frane in Campania, Basilicata e Calabria, venti forti  sulle regioni meridionali e sulle isole maggiori. In Sardegna è esondato esonda lo stagno di S’Ena Arrubia nell’Oristanese, tanto da richiedere la chiusura della strada provinciale. E a Venezia “San Marco non regge più” dice il Procuratore della Basilica.

 Nel  calendario lunare  cinese, ogni anno è legato a un animale. Fosse così in Italia, questo per le autorità sarebbe l’anno del cigno nero, tanto è loro cara l’applicazione  della  metafora che descrive così un evento non previsto, che prende di sorpresa con ricadute rilevanti e drammatiche. Così una crisi sociale che dura da anni e che si è concretizzata in emergenza sanitaria viene razionalizzata come un accadimento fulminante e fatale e non come l’esito certo di una catena di fattori di propagazione e incremento dei danno di una malattia, dall’inquinamento alla inadeguatezza del sistema sanitario a prevenire, curare assistere.

E benché ad ogni autunno un paese malandato, trascurato, trasandato, oggetto di sfruttamento delle risorse e del territorio, di consumo di suolo, speculazione e abusivismo, celebri un rito di rovina e di morte, la reazione è quella della sorpresa inaspettata, cui seguono gli atti ogni volta ripetuti e sempre uguali, richiesta del riconoscimento della stato di emergenza che produce misure speciali, commissariamenti di territorio, poteri eccezionali e risorse buttate senza risparmio per la riparazione che – lo sanno anche gli amministratori di condominio, costa di più dell’ordinaria manutenzione, e che viene affidata con agguiramenti di regole e controlli.

Quest’anno non viene riservato nemmeno il doveroso pensiero ad eventuali vittime, non catalogabili in assenza di opportuno tampone, così anche i titoli e  le passerella delle tv del dolore fanno scivolare il maltempo tra le brevi in cronaca.

Non desta sorpresa che ormai il maltempo sia, alla pari della criminalità, un elemento unificante del Paese troppo lungo: al nord operoso come nel mezzogiorno renitente crollano strade, franano montagne, si aprono voragini, straripano fiumi e torrenti, nella Calabria diventata allegoria del malgoverno come nell’operosa Lombardia dove il piano per il risanamento e la messa a regime di Lambro, Seveso e Olona giace nei cassetti ministeriali e regionali da ben più di trent’anni,  nella Sicilia i cui dirigenti politici sono concentrati sul ponte dei miracoli che dovrebbe collegarli a un sogno di sviluppo fatto di cemento, soldi sporchi, pastette e rischi, come nel Veneto diventato un posto dove si stoccano in discariche abusive rifiuti tossici, dove il brand del prosecco largamente infiltrato dalla mafia contribuisce  al dissesto di un territorio un tempo felice e pingue.

E per caso vi ricordate quando lo storico inglese Donald Sassoon sostenne che il buongoverno in Italia veniva percepito come una specificità̀ tipicamente emiliana, grazie a un modello di governo locale   capace di promuovere il benessere attraverso la stabilità politica e un’efficace azione amministrativa?

Qualcuno attraverso i dati di centri studi sostiene che la vittoria alle elezioni regionali di Bonaccini sulla candidata di Salvini sia dipesa da un “tesoretto” di fiducia che ancora resiste  nei confronti delle istituzioni locali e delle associazioni di rappresentanza con livelli di credibilità di Comuni e la Regione superiori al dato nazionale.

Verrebbe da chiederlo agli abitanti di Nonantola a quanto ammonta il gruzzolo di autorevolezza su cui conta il ceto dirigente locale, dopo lo straripamento del Panaro, la falla di 70 metri degli argini del  fiume che ha richiesto 4 squadre di operai, 150 mezzi pesanti per il trasporto di 4500 tonnellate di materiali   e chissà quanti quattrini in previsione dei fondi statali richiesti immediatamente dal presidente, partner con i colleghi di Lombardia e Veneto della sempre più singolare pretesa di autonomia dal governo centrale.

Anche Nonantola alluvionata deve essere stata una tremenda e inattesa rivelazione, malgrado nel 2017 il modenese fosse stato investito da fenomeni altrettanto estremi, malgrado la Padania, espressione cara a a pari merito ai leghisti con l’elmo con le corna in testa mentre suggono l’acqua benedetta del sacro fiume, come ai progressisti/riformisti reduci del sogno rosso, abbia dimostrato di essere una zona a rischio di eventi climatici e pure sanitari, che, si sa, le due cose non sono estranee l’una all’altra.

Le persone, le famiglie e le attività colpite sappiano che la Regione è al loro fianco, da subito- ha dichiarato Bonaccini nello spirito della rinascita tempestiva, un po’ come quella di Conte che ha annunciato urbi et orbi all’Avvenire che dalla primavera “decollerà la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia!”.   La cosa più importante, ha detto, è fare tutto ciò che è necessario per tornare in pochi giorni alla maggiore normalità possibile, facendo rientrare nelle proprie case chi le ha dovute lasciare e far ripartire pubblici esercizi e piccole attività, cominciando da chi era già stato penalizzato dalle misure restrittive anti-Covid”. 

E difatti ha stanziato nel ruolo di elemosiniere due milioni di euro per i ristori economici dei pubblici esercizi colpiti: commercio, piccoli negozi, bar e ristoranti, combinando le mancette della carità pandemica con quelle altrettanto arbitrarie della beneficienza climatica. Non è stato altrettanto sollecito nel fornire dati e preventivi su misure di tutela e salvaguardia del territorio, malgrado abbia a capo della sua compagine in qualità di vice presidente la grande speranza del progressismo “coraggioso”, quella copertina dell’Espresso della Gedi che rivendica di avere al primo posto tra i suoi “valori” l’ambiente.

E come non dare ragione a Chico Mendes quando diceva che  “l’ ambientalismo senza la lotta di classe è giardinaggio”, infatti par di vederla la Elly Schlein con cappelluccio in testa come una eroina di Barbara Pym che zappetta audacemente tra i rosai mentre il suo capo esige che venga rivisto il regime di autorizzazioni per le trivelle davanti ai litorali della regione, mentre mobilitava più di 70 unità mobili specializzate per girare in tutta la regione, provincia per provincia, per andare a cercare chi si sottraeva agli obblighi di isolamento, i positivi renitenti alla quarantena.

O mentre perfino in piena pandemia reclamava a fini turistici una nuova stazione della linea di Alta Velocità in corrispondenza della Fiera di Parma che faccia da pendant con quella di Reggio Emilia, o mentre autorizza la realizzazione di un polo logistico ad Altedo, una distopia costruttiva da  400.000 mq di superficie utile pari a 80 campi da calcio, al centro di una zona priva di collegamenti ferroviari, o mentre si espone personalmente, lui si che è un ardito, per rivedere la legge del 2017 sul consumo di suolo in modo da  renderla ancora più consona alla spirito della semplificazione, quindi più permissiva.

È che l’ambientalismo che piace alla gente che piace è quello della gran balla della green economy che pretende di sanare i guasti del mercato con il mercato, facendo raccogliere lattine, promuovendo il commercio delle licenze di inquinale e eliminando il famigerato olio di palma, è quello che denuncia lo scioglimento dei ghiacci nelle zone artiche, mentre si scioglie di gratitudine per costruttori e immobiliaristi, è quello che si commuove per le foche ma ha girato lo sguardo dallo spettacolo degli allevatori colpiti da terremoto del 2012 che hanno dovuto indebitarsi per rimettere in piedi stalle e attività.

Eh si hanno davvero un bel coraggio, la regione Emilia Romagna diversamente leghista e gli altri gaglioffi di Veneto e Lombardia,  a esigere, dopo le prestazioni in campo sanitario a ambientali come fosse meritata la secessione dei ricchi per liberarsi dalla zavorra meridionale e proprio in materia appunto di salute, istruzione, università, ricerca scientifica e tecnologica, lavoro, giustizia di pace, beni culturali, tutela dell’ambiente, rifiuti, bonifiche, caccia, difesa del suolo, governo del territorio, infrastrutture stradali e ferroviarie, rischio sismico, servizio idrico, commercio con l’estero, agricoltura e prodotti biologici, pesca e acquacoltura, politiche per la montagna, sistema camerale, coordinamento della finanza pubblica regionale, enti locali.

È che il coraggio dobbiamo averlo noi invece, di stanarli e poi confinarli perché non nuocciano gravemente alla salute e all’onore.


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