Imperialismo gastrico

julia-childCi sono argomenti leggeri che però arrivano al cuore e al senso delle cose contribuendo a chiarire ciò che è al centro della scena molto meglio di tante analisi, offrono insomma un’illuminazione per così dire teatrale  al dramma in atto. Poco tempo fa per esempio ho visto un film interpretato da Meryl Streep sulla vita di Julia Child, la donna che inaugurò nei primissimi anni ’60 la televisione cuocaiola e fece conoscere agli americani la cucina francese, anzi la cucina in generale. Può sembrare strano che appena 60 anni fa il vino fosse un oggetto misterioso negli States e non si andasse molto oltre le uova, il bacon, i panini  e i macaroni cheese che sembrano una ricetta derivata dall’universo culinario italiano, ma che è invece una riproposizione degli spätzle al formaggio (Kässpätzle in originale)  un piatto in uso in tutta la Germania meridionale dove la pasta italica viene usata per pura comodità e per meglio produrre un ignobile mappazzone. Può sembrare strano perché oggi gli americani sono diventati padroni praticamente di tutta l’informazione culinaria e non si può fare a meno di wine bar, di bacon e pancetta ovunque e in generale di una spaventosa volgarità e approssimazione del gusto che si nasconde dietro apparenti complessità sincretiche che in francese si chiamerebbero la banalité meme. Così siamo arrivati a imitare gli imitatori.

Tutto questo che potremmo chiamare imperialismo gastrico, era già presente allora perché la cosa più interessante nella storia è che Julia Child, di famiglia agiata e con buoni studi alle spalle, è vissuta per una decina d’anni in Francia, dal ’48 fin quasi al ’60 a seguito di un marito metà diplomatico, metà spione, compiendo il miracolo di non riuscire mai ad imparare una sola parola di francese a parte bonjour, bonsoir e merci , senza mai poter decifrare autonomamente una sola ricetta, operazione che non è certo come leggere Rimbaud e chiunque potrebbe facilmente fare dopo qualche mese di immersione in ambiente linguistico diverso: dopotutto un poulet ha connotazioni marginali rispetto a un bateau ivre. Per questa ragione dipese sempre e interamente da amiche in grado di parlare inglese e di tradurre ogni cosa o di accompagnarla ai corsi secondari e marginali  dell’accademia culinaria Cordon bleu riservati agli stranieri che non erano nient’altro se non corsi basici. Si rimane senza fiato di fronte a questa noncuranza, che tanto rassomiglia alla tracotanza, mai aggredita dal sospetto che la totale estraneità linguistica, fosse al tempo sesso un’estraneità alla sostanza e una prigionia dentro oleografie immaginarie. Ma erano le avvisaglie di quel solipsismo culturale e di quella separazione dal mondo e dalla realtà altrui che costituisce il principale portato culturale dell’impero dove l’apertura al mondo coincide esattamente con la chiusura allo stesso. Potremmo dire che si tratta dell’estremizzazione imperialistica e linguistica di un modo di essere tipico dell’occidente post romano il cui universalismo consiste nell’imposizione delle proprie regole e dove la libertà è riservata solo agli elementi di folclore di contorno.

Naturalmente la cucina francese della Child che pure era una cuoca esperta e appassionata, non ha proprio nulla dell’esprit o del sapore francese, è qualcosa di mediato e filtrato troppe volte dall’esperienza altrui e completamente privo di sfumature, si limitava a portare nell’ambiente americano di alto bordo  la raffinata tradizione della cucina nata con la presa di potere della borghesia e che noi erroneamente identifichiamo tout court con quella francese semplicemente perché è nata lì, anche grazie a Caterina de’ Medici: in un certo senso era un’operazione di classe destinata a creare distinzione in un campo nel quale l’americano medio alto non era ancora entrato e poco importava la rassomiglianza con l’originale. E’ lo stesso motivo per cui tutta l’intelligence imperiale deve affidarsi esclusivamente a parlanti inglesi e dunque in qualche modo ai prodotti della sua stessa propaganda, arrivando a conclusioni del tutto errate sulle realtà che vorrebbe manipolare. Del resto considerare la lingua un mero strumento e dunque un elemento non essenziale e intercambiabile è una delle asserzioni valoriali della cultura dominante che è appunto quella espressa dalla Child tra i fornelli nel dopoguerra.

 

Informazioni su ilsimplicissimus

Chi ha un perché per vivere, può sopportare tutti i come. Vedi tutti gli articoli di ilsimplicissimus

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: