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Flat tax, politica piatta

Screenshot_2016-03-10-00-29-40-1Si fa presto a dire flat tax e si fa altrettanto presto a demonizzarla senza nemmeno tentare di capire perché questa idea abbia tanta presa su operai e piccola borghesia. L’inesistenza della sinistra in Italia, l’incapacità di difendere il lavoro e la sovranità costituzionale, si  misura anche a partire da questo tipo di posizioni che analogamente ad altri temi, come quello sull’immigrazione, vengono affrontati come petizioni di principio astratte, senza nemmeno andare ad aprire la scatola per vedere come funziona il meccanismo. Perché ad esempio accade che la progressività della tassazione sia poco sentita proprio da quei ceti che in qualche modo dovrebbero trarne un vantaggio distributivo?

La prima e ovvia risposta è che quel vantaggio si sta sempre più riducendo man mano che il welfare viene smantellato in ossequio alle teorie mercatiste e allo spirito del neo liberismo che aleggia in tutto l’occidente, ma sarebbe una risposta molto parziale. Per completarla bisogna andare un po’ indietro nel tempo e mandare all’aria tutte le deformazioni storico concettuali con cui le elites e il loro sistema di informazione hanno confuso le acque: in realtà tutta la crescita economica impetuosa che è andata avanti dalla fine del secondo conflitto mondiale fino agli anni ’70  si è realizzato sulla base concetti opposti a quelli in auge nel declino occidentale:  tasse molto basse per i ceti popolari e altissime per i ricchi. Le aliquote delle tassazioni dirette, sia negli Usa che in Europa superavano il 90 per cento negli scaglioni superiori, permettendo una veloce distribuzione del reddito e favorendo lo sviluppo attraverso un circolo virtuoso. Questi livelli di tassazione erano in gran parte figli dello sforzo bellico, ma si mantennero per circa tre decenni sia perché funzionavano, sia perché la promessa di benessere diffuso e gli strumenti base per incoraggiarlo erano essenziali per resistere alla sfida con il comunismo. A questo punto però si condensarono delle ombre su un meccanismo keynesiano anche per necessità che in qualche modo era dipendente dalla geopolitica: l’economia americana resa elefantiaca da una posizione imperiale non certo nuova, ma ormai estesa a tutto il pianeta a parte Russia, Cina e Paesi satelliti fu costretta dopo la guerra in Vietnam e le sue spese gigantesche a eliminare la conversione del dollaro in oro, creando una situazione nuova, ma anomala in un contesto di fluttuazione dei cambi in cui però il dollaro rimaneva forzosamente la divisa di scambio pressoché obbligatoria. Contemporaneamente anche il comunismo sovietico, anche ammesso che il nome corrispondesse alla realtà, cominciò ad entrare in una crisi profonda, diventando meno temibile per l’occidente capitalista, dove il problema politico principale era nel frattempo divenuto l’affermazione del Sé.

Fu quello lo snodo nel quale il capitalismo animale riprese fiato e attraverso  le teorie neo liberiste, incoraggiate e finanziate attraverso il sistema accademico americano, le vulgate della grande stampa, le insensate curve di Laffer che mischiavano indebitamente il banale con il teoretico, il paradigma cambiò totalmente e si cominciò a credere che  meno si tassavano i ricchi più ci sarebbe stato benessere per tutti, bastava pensare positivo ed essere vincenti. Non voglio farla lunga e perdere tempo ad analizzare queste cretinate: sta di fatto che da allora la tassazione è rimasta alta per i bassi redditi da cui gli stati continuano a mungere ed è precipitosamente calata invece per quelli alti. Oggi chi guadagna 10 mila euro deve versare allo Stato il 23%,  mentre chi ne guadagna dai 75 mila in su ne paga soltanto il 43% che è l’aliquota massima, qualunque cifra si incassi sia un milione o un miliardo: si vede benissimo che i redditi bassi e quelli medi, ovvero la stragrande maggioranza, sono incredibilmente saccheggiati a fronte di servizi e tutele in disarmo, mentre quelli alti e altissimi pagano assai poco, sia in relazione alle possibilità di deduzione, sconti, gestione ed eventuale evasione, ma anche a causa di una caratteristica propria del denaro, cioè il fatto che il suo valore reale è intrinsecamente legato alla sua quantità. Un milione non corrisponde a mille volte mille euro, perché dà possibilità assolutamente precluse a chi deve campare con poco: con più soldi si paga meno tutto e giusto per fare per esempio facile facile potendo pagare una casa sull’unghia la si paga la metà di chi ha bisogno di un mutuo o comunque molto meno potendo anticipare gran parte della somma. In più il ricco si sottrae al ciclo economico reale del Paese in cui viva e opera per investire ciò che avanza dai consumi nel magma finanziario, magari passando attraverso i paradisi fiscali.

Insomma il sistema mantiene in termini formali la sua progressività, ma con appena il 20 cento di differenza fra redditi minimi e redditi infiniti, tra l’altro in un contesto di progressivo abbattimento delle tutele e crescita della precarietà, non appare molto differente da un sistema di flat tax, comunque non viene più percepito come tendente all’equità sostanziale e una riduzione delle imposte dirette sembra un buon affare. Per opporsi in maniera efficace e vincente a tutto questo non ci si può certo attaccare a mere questioni di bilancio o peggio ancora alle regole europee che sono ormai puro cianuro, ma ribaltare il discorso e mostrare il contesto di insensatezza in cui vivono queste linee di pensiero o quanto meno, per andare nel concreto, capovolgere le tendenze puntando sull’investimento pubblico invece di rassegnarsi a privatizzare con i soldi dei poveracci anche i peli del lato B. Insomma bisogna fare politica e non recitare rosari.

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