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Quell’Africa sconosciuta con lo yuan

A woman walks past corrugated iron fencing at a Chinese construction site in Nairobi

Una volta si chiamava Rodesia e faceva parte dell’Africa bianca degli apartheid, poi nel corso di una strada particolarmente lunga verso l’indipendenza a causa del fatto che si trattava in pratica di un territorio a gestione privata, è stato ribattezzato Zimbabwe, ottenendo l’unico primato di cui dispone, ossia di essere l’ultimo stato del mondo in ordine alfabetico. E forse non solo alfabetico vista la cura a cui l’ha sottoposto il ventennale dittatore Robert Mugabe, pur essendo un’area potenzialmente ricca di materie prime. Anzi proprio per questo visto che la lotta politica è determinata da questi interessi e dal loro scontro.

Tuttavia lo Zimbabwe ha un altro primato di cui nulla si è saputo: è stato il primo Paese ad adottare come propria moneta lo yuan cinese. All’inizio sembrava la solita storia: l’iperinflazione aveva portato nel 2009 all’adozione de facto del dollaro Usa come principale moneta di scambio: ormai ci volevano miliardi per un biglietto del bus a causa  della stampa folle di carta moneta nel goffo tentativo di ripagare i debiti al Fondo monetario internazionale o nel sofisticato tentativo di non pagarli affatto. E nel giugno del 2015 questa sostituzione di moneta è divenuta da ufficiosa, ufficiale. Però qualcosa dev’essere andato storto: evidentemente i pescecani della globalizzazione con sede e avvocati a Wall Street  pretendevano pagamenti impossibili o cessioni di territorio, mentre Pechino ha abbonato al Paese un debito di 40 milioni di dollari in cambio dell’adozione della propria moneta. Un piccolo sacrificio, una cifra che è il pil orario della sola Shangai, ma che rappresenta un ulteriore e importante passo sulla via della conquista dell’Africa senza bisogno di sbarchi, operazioni aeree, creazione di incidenti, pretesti, corruzione e quant’altro che costano al minimo dieci volte di più.

E’ la tattica della Cina che nel’ultimo decennio ha siglato una quindicina di contratti con vari Paesi per la creazione di zone di “Cooperazione commerciale” e sviluppo industriale: si va dal Venezuela, all’Indonesia alla, alla Nigeria, al Pakistan alla stessa Russia, contratti che implicano forti investimenti da parte di Pechino. Del resto la Cina è oggi il maggior partner commerciale di 124 Paesi contro i 52 degli Usa. Questo senza dover creare guerre di civiltà o di religione, occupazioni militari, tentativi di golpe arancioni o neri che siano, imposizioni di pagamento del debito e tutto quanto vediamo nel sistema militar -liberista. La differenza è evidente, il declino di un Occidente che fa della violenza, del diktat, del sovvertimento il proprio strumento, è garantito. Tanto più che il centro dell’Impero si appresta a votare un capo che non ritiene nemmeno di dover nascondere la linea di sangue, ma di perseguirla esplicitamente. Con risultati che nel medio periodo rischiano di essere disastrosi: Pechino per esempio non è mai stata particolarmente amata in Libia dove pure ha fatto qualche investimento, è sempre stata vista come una rivale dell’influenza che Gheddafi si proponeva di avere in Africa. Ma dopo la prima guerra di Tripoli e soprattutto dopo questa seconda le cose sono destinate a cambiare radicalmente e bisognerà pensare ad aumenti di stipendio anche per i pennivendoli che accusano la Cina di nuovo colonialismo nel momento in cui quello dei vecchi padroni  è ancora pienamente attivo, anzi più vivo che mai e fa più morti di prima.

Un passaggio di consegne è inevitabile anche perché l’ex impero di mezzo è sempre attento a non investire solo in progetti di sfruttamento minerario (ce ne sono in piedi a oggi 61) ed energetico (altri 85) o di espansione di collegamenti e infrastrutture via terra per il trasporto di materie prime per un totale di 75 miliardi di dollari: accanto al grande rifornimento per la gigantesca industria cinese  ci sono anche centinaia di iniziative educative, sanitarie e culturali realizzate come, per esempio il centro di prevenzione per la malaria in Liberia; la Scuola Nazionale di Arti Visive a Maputo, in Mozambico, la costruzione di un teatro dell’Opera con 1400 posti ad Algeri. Migliaia di insegnanti e medici cinesi vengono regolarmente inviati in Africa: è ciò che si chiama soft power, quello che ormai abbiamo dimenticato, ammesso che lo si sia davvero mai praticato.

Ecco perché lo yuan usato nella ex Africa bianca acquista un significato  simbolico che giustamente è stato nascosto alle opinioni pubbliche occidentali  insieme al progressivo fallimento di un modo di essere e di pensare a breve termine, che insegue l’avidità degli azionisti, i ritorni immediati, il colpo di stato piuttosto che la politica e men che meno la democrazia reale così invisa ai poteri finanziari. Pechino invece può attendere, ragiona in tempi lunghi, aspetta lungo la riva del fiume il golia smargiasso.

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One response to “Quell’Africa sconosciuta con lo yuan

  • Alberto

    La pax cinese avanza. Anche da noi si comprano il Milan, ma anche un piedino in mediaset. Prepariamoci ai film di kung fu!

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